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	<title>Forma Mentis - Holy Cult</title>
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	<description>Il portale Cult dell&#039;Arte, del Business e della Scienza</description>
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	<title>Forma Mentis - Holy Cult</title>
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		<title>La maschera sofferente del narciso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ltorzolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Jan 2017 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Forma Mentis]]></category>
		<category><![CDATA[Holy Eye]]></category>
		<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
		<category><![CDATA[maschera]]></category>
		<category><![CDATA[Narciso]]></category>
		<category><![CDATA[Paulina Szczepanczyk]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Minotti]]></category>
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					<description><![CDATA[Il narciso è un fiore dalla potente simbologia. Il suo nome deriva dalla parola greca “narkao” che significa “stordisco” e fa riferimento all'odore penetrante di questo fiore. Il narciso contiene un alcaloide velenoso - la narcisina - che provoca, se ingerito accidentalmente, disturbi neuronali e gravi infiammazioni, che se non curati in breve tempo, portano alla morte.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Roberto Minotti e Paulina Szczepanczyk</p>
<p style="text-align: left;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-7076" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/La-maschera-del-Narciso.png" alt="la-maschera-del-narciso" width="590" height="318" /></p>
<p style="text-align: center;"><em>[…] Qui il fanciullo, spossato dalle fatiche, attratto dalla fonte,</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>cerca di sedare la sete, ma un’altra sete gli cresce: mentre beve, </em></p>
<p style="text-align: center;"><em>invaghitosi della forma che vede riflessa, spera in un amore che non ha corpo.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Ingenuo, che stai a cercar di afferrare un’immagine fugace?</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Quello che brami non esiste, quello che ami, se ti volti, lo fai svanire.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>“So che mi piace, so che lo vedo, ma se lo vedo e mi piace, </em></p>
<p style="text-align: center;"><em>pure trovarlo non mi riesce: tanto l’amore mi confonde! […]</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>“Ma questo sono io! Quel che bramo l’ho in me: ricchezza che equivale a povertà.”</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>La morte buia chiuse quegli occhi che ancora ammiravano la forma del loro padrone.</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Il corpo era scomparso. Al suo posto trovarono un fiore:</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>giallo nel mezzo, e tutt’intorno petali bianchi. Un narciso.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">(Le metamorfosi di Ovidio, il mito di Narciso)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Il narciso è un fiore dalla potente simbologia. Il suo nome deriva dalla parola greca “narkao” che significa “stordisco” e fa riferimento all'odore penetrante di questo fiore. Il narciso contiene un alcaloide velenoso - la narcisina - che provoca, se ingerito accidentalmente, disturbi neuronali e gravi infiammazioni, che se non curati in breve tempo, portano alla morte. Si diffuse la leggenda che questi fiori avessero il potere di assorbire i pensieri negativi e malvagi degli esseri umani e per questo fossero diventati velenosi. Ed è spesso l’aggettivo velenoso che viene associato al narcisismo. Venire a contatto con questo tipo di personalità mette a dura prova la nostra capacità di essere empatici, ma la comprensione profonda di ciò che c’è realmente dietro la maschera di un essere umano profondamente vulnerabile, creata per proteggersi dal dolore, ci può aiutare a riconoscere la sua immagine vera e scoprire un approccio diverso con cui sia possibile relazionarsi con questo tipo di personalità.</p>
<p style="text-align: justify;">In ambito psicologico, il termine <em>“Narcisismo”</em> viene utilizzato per la prima volta nel 1898 dall’americano <strong>Havelock Ellis</strong> (<em>“narcissus-like”) </em>per indicare l’atteggiamento del <em>ripiegamento</em> su se stessi della pulsione libidica. Nel 1909, <strong>Sigmund Freud </strong>utilizzò lo stesso termine riguardo all’assunzione della propria persona come oggetto d’amore, stadio tra l’autoerotismo infantile e l’amore oggettuale. Nel 1914, con “<em>Introduzione al narcisismo”</em>, Freud descrive il narcisismo come "la libido ritirata dal mondo esterno e indirizzata verso l’Io dando luogo così a quell’atteggiamento che può definirsi narcisismo". Fra i numerosi studiosi che si sono occupati del disturbo narcisistico e del loro trattamento, vorremmo descrivere i lavori di <strong>Heinz Kohut</strong> (1971) e <strong>Otto Kernberg</strong> (1984). Secondo Kohut, il Sé è <em>“un contenuto dell’apparato mentale”</em>, e non un’istanza psichica, ovvero <em>“una struttura interna della psiche”</em>. Gli oggetti investiti narcisisticamente al servizio del Sé e utilizzati per il mantenimento del suo investimento pulsionale o addirittura avvertiti come parti dello stesso Sé vengono definiti <em>“oggetti-Sé”</em>. L’aggressività nelle personalità narcisistiche sarebbe la conseguenza delle loro <em>lesioni narcisistiche</em>. Ciò può farci intuire quanta sofferenza è celata dietro a personalità di questo tipo, che sempre più vengono additate e classificate come “mostri” da molti articoli. Il Sé si sviluppa, dunque, nello scambio con le figure parentali, il metabolismo delle prime relazioni sociali del bambino. Esse non avrebbero la semplice funzione di fornire gratificazione pulsionale, ma di costituire la fonte di interazioni. A tal riguardo si ricorderà il contributo di <strong>Wifred Bion</strong> che sottolinea il ruolo della <strong><em>rêverie</em></strong> materna, grazie alla quale il bambino trasforma gli elementi beta in alfa, costituendo la barriera di contatto che renderà possibile il pensiero. Nella metapsicologia relativa al paziente narcisista, egli colloca tale disturbo nello spazio fra la psicosi e la condizione <em>borderline</em> e, in situazioni di minore gravità, fra le psiconevrosi. La separazione da questo <em>“oggetto-Sé” </em>arcaico e rudimentale e idealizzato, fa sentire il paziente vuoto e impotente, tanto è importante per il paziente utilizzarlo a compensazione e complemento di un segmento mancante della propria struttura psichica, legato alla carenza di sufficienti apporti libidici da parte di <em>“oggetti-Sé” </em>primitivi. Il fallimento della funzione empatica materna, i disturbi del processo primitivo di idealizzazione, con susseguenti effetti traumatici (<strong><em>la ferita narcisista</em></strong>), sono alla base della psicopatologia narcisistica, che comporta originariamente una fissazione al livello del Sé grandioso arcaico e infantile, cui fa seguito la ricerca interminabile dell’<em>”oggetto-Sé”</em> idealizzato, che al soggetto risulterebbe necessario per completare il suo sviluppo psichico. In questa periodo si colloca lo sviluppo del <em>“Sé bipolare”</em>. Kohut indica con questa espressione la possibile articolazione del Sé in due polarità:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>la <em>“grandiosità nucleare del Sé”,</em> accettata specularmene dalla madre;</li>
<li>l’<em>“onnipotenza idealizzata dell’oggetto-Sé”,</em> costituito dalla costanza di cure della madre.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Ci dice Ovidio che Narciso, pur desiderato da tutti, non si percepisce tale, ed è così fragile che spinto dall’ansia se ne va da casa alla ricerca di se stesso. Incontra Eco, e respingendola, si potrebbe pensare che Narciso abbia respinto la propria voce, ovvero la parte che esprime l’essere interiore e profondo opposto all’essere superficiale: un’immagine fugace. Il narcisista non si innamora di cose reali, di oggetti che stanno fuori di sé, ma di sue proiezioni. Ama negli altri quello che non riconosce in se stesso. Gli altri non sono che proiezioni di sé che inevitabilmente deludono e tradiscono. Il narcisista diventa una persona condannata a cercare e ripetere continuamente il suo dolore.</p>
<p style="text-align: justify;">Il modello interno del narcisista si costruisce fondamentalmente intorno alle ferite infantili causate da emozioni come la paura e la vergogna vissute, soprattutto, nel rapporto con la madre. Infatti, l’origine di questo comportamento, sta nell’infanzia, come reazione a situazioni di forte dolore e umiliazione vissute precocemente, dove impariamo a creare un equilibrio emotivo sia con noi stessi che con altro. Spesso sono stati riscontrati dei tratti comuni nei genitori di figli con problematiche narcisistiche: il genitore non è in grado di fornire empatia e accudisce il figlio solo nei bisogni pratici. Questo bambino interiorizza il disagio del genitore di fronte all’intimità e al contatto emotivo e percepisce la distanza come l’unica modalità che sente efficace per relazionarsi con l’altro. Il desiderio di ammirazione tipico del bambino, nasce dalla necessità di essere riconosciuto come “unico e separato dagli altri”, per farlo sentire importante e quindi per costruire una identità solida, ma quando questo bisogno di riconoscimento è contrastato, il bambino sviluppa una bassa autostima.</p>
<p style="text-align: justify;">La reazione a questo tipo di contesto può portare a sviluppare una personalità narcisistica, che gonfia il proprio ego per compensare la propria mancanza di autostima e di sicurezza. Infatti il narcisista cerca l’approvazione e l’ammirazione che non ha avuto, compensando con la costruzione di un perfetto se stesso. La sua caratteristica più comune è quella di ricoprire ruoli di potere nei diversi ambiti della sua vita: lavoro, amicizia e affetti. Per avere questo potere il narcisista utilizza le sue capacità seduttive e manipolatorie: questo meccanismo viene appreso nell’infanzia, dove essendo coinvolto nei giochi di potere familiari, impara presto come utilizzare a proprio vantaggio il suo ruolo, maturando gradualmente <span style="text-decoration: line-through;">in seguito</span> una forte autostima.</p>
<p style="text-align: justify;">Dietro questi comportamenti manipolatori, c’è una maschera sofferente: un nucleo fragile e bisognoso di affetto, che vuole essere rassicurato nella sua capacità di amare. Per queste persone un amore devoto e paziente, discreto e attento potrebbe essere l’unica modalità per arrivare a contattare il loro nucleo affettivo più autentico; la solidità di un carattere che non si mostri scosso dagli atteggiamenti a volte altamente scostanti del narcisista, avrebbe la capacità di accogliere le oscillazioni emotive originate dall’instabile immagine di sé.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio per tale ragione, la finalità del trattamento psicoanalitico per Kohut è quella della formazione di un Sé più coeso al posto di un Sé debole o frammentato. Il lavoro terapeutico si basa, quindi, sull’aggregazione del Sé, che comporta, attraverso un processo che conduce alla consapevolezza, l’evoluzione dei livelli più bassi del stesso Sé. Ciò avviene attraverso l’ascolto empatico in grado di contenere la struttura fragile del Sé risultante dalla diminuzione progressiva dell’autostima. Tale atteggiamento possiede funzioni <strong><em>riparative</em></strong>, ottenute soprattutto dalla disposizione empatica del terapeuta ad accogliere dentro di sé il vissuto emozionale del suo paziente.</p>
<p style="text-align: justify;">Per<strong> Otto Kernberg </strong><em>“lo sviluppo del narcisismo normale e patologico”</em> coinvolgerebbe costantemente <em>“il rapporto fra le rappresentazioni del Sé e dell’oggetto e gli oggetti esterni, oltre che conflitti istintuali che investono sia la libido sia l’aggressività”</em>. Secondo questo autore il Sé grandioso del Narcisista contiene <em>“il Sé reale, il Sé ideale e le rappresentazioni oggettuali ideali”</em>. <strong>Kernberg</strong> gli aspetti narcisistici non possono essere tenuti distinti da quelli <em>“della libido, dell’aggressività e delle relazioni oggettuali interiorizzate”</em>. La <em>negazione, </em>o meglio il<em> diniego</em> che il “Narcisista” compie è ben diverso da quello attuata dallo psicotico. Il narcisista, infatti, nega le <em>differenze </em>fra il Sé e l’oggetto e non la loro separazione, mentre lo psicotico nega la differenziazione fra il Sé e l’oggetto, che le considera fuse tra loro. Un certo grado di separatezza tra il Sé e l’oggetto è, quindi, ammesso dal “Narcisista”. Il Sé grandioso è di difficile accesso al trattamento ed è solitamente portatore anche di un’istanza super-egoica sadica e primitiva. Questo tipo di personalità narcisistica è quella costituita, appunto, da un Sé grandioso patologico. Si osservano in questi pazienti i segni di un senso di elevata autostima, che contrasta con isolati sentimenti di estrema inferiorità, scarsa empatia verso gli altri, bisognosi di continue conferme del proprio valore, mostrando un senso di consapevolezza integrato nella loro esperienza di Sé, ma di deficitarie modalità relazionali. Tutti possediamo un sano narcisismo, che è adattivo, flessibile e aiuta il nostro funzionamento psichico. Il narcisista gioca a scacchi con la vita, e ha nascosto nel profondo di se stesso la parte più autentica dell’affettività vera. Così l’Io sofferente è obbligato ad escogitare sistemi di difesa che gli permettono di resistere, ma che successivamente potrebbero ucciderlo. L’utilizzo di meccanismi di difesa primitivi come la <strong><em>scissione</em></strong>, il <strong><em>diniego</em></strong>, <strong><em>l'identificazione proiettiva </em></strong>e <strong><em>l'idealizzazione</em></strong>, e di altri tratti di personalità, rende questo tipo di narcisista simile alla personalità <em>borderline; </em>la grande differenza osservabile tra i due disturbi è relativa al dal Sé grandioso del narcisista, che contiene ed evita la frammentazione dell'Io, problematica presente nelle personalità borderline.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli aspetti clinicamente più gravi del narcisismo patologico comportano inevitabilmente contatti con altre strutturazioni patologiche (scissione di tipo schizoide) e con elementi <em>borderline</em> e <em>paranoidi</em> nella costituzione della personalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mancato controllo degli impulsi e la tendenza agli acting-out, con lo sviluppo di tratti paranoidi, formano e amplificano i sentimenti di invidia distruttiva e di angoscia persecutoria nelle relazioni con gli altri. Questo tipo di narcisista viene descritto come <em>“<strong>Narcisismo maligno</strong>”</em>, in cui si osservano la comparsa di una regressione paranoide, di sentimenti di grandiosità maligna e la possibilità di comportamenti autodistruttivi o di suicidio. Le descrizioni dei pazienti narcisisti presentati da Kernberg e Kohut possono essere concettualizzate collocandole come due polarità su di un continuum basato sugli stili relazionali interpersonali. I due estremi di questo continuum sono indicati con i termini di “<strong><em>narcisista inconsapevole</em></strong>” e “<strong><em>narcisista ipervigile</em></strong>” (Gabbard, 1989) e di seguito descritti:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>il narcisista inconsapevole</strong></p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>Non ha consapevolezza delle reazioni degli altri</li>
<li>È arrogante e aggressivo</li>
<li>È concentrato in se stesso</li>
<li>Ha bisogno di essere al centro dell’attenzione</li>
<li>È “trasmittente” ma non “ricevente”</li>
<li>È apparentemente impermeabile all’idea di avere sentimenti di essere ferito dagli altri</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il narcisista ipervigile</strong></p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>È fortemente sensibile alle reazioni degli altri</li>
<li>È inibito, schivo</li>
<li>Dirige l’attenzione più verso gli altri che verso di sé</li>
<li>Evita di essere al centro dell’attenzione</li>
<li>Ascolta gli altri con molta attenzione per evidenziarne mancanza di rispetto o critica</li>
<li>Si sente ferito con facilità: prova facilmente dei sentimenti di vergogna o di umiliazione</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">I <strong><em>narcisisti inconsapevoli</em></strong> sembrano non aver alcun tipo di consapevolezza del loro effetto sugli altri. Parlano come se si rivolgessero a un vasto pubblico, stabilendo raramente un contatto visivo. Sono insensibili ai bisogni delle altre persone, fino al punto di non permettere una conversazione normale attraverso il dialogo. Mostrano un evidente bisogno di essere al centro dell’attenzione, e i loro discorsi sono ricchi di riferimento ai loro successi. Gli altri non sono visti come persone con la loro storia personale ed emozioni, ma come attori per la loro rappresentazione. Sono inconsapevoli del fatto di essere spesso noiosi e monotoni.</p>
<p style="text-align: justify;">Su questo versante, ma con un quadro psicopatologico più grave e un’emotività più intensa si trova il <strong><em>Narcisista maligno. </em></strong>Questi pazienti sono incapaci di dipendere affettivamente dagli altri e sono caratterizzati dall’invidia, dal disprezzo, dalla tendenza a danneggiare tutto ciò che di buono possa giungere dagli altri. Lo sfruttamento interpersonale è utilizzato come nutrimento e rafforzamento della propria autostima. L’idealizzazione di coloro che rispondono al loro bisogno di riconoscimento, è seguita subito dopo dal disprezzo. Il Sé grandioso patologico è pervaso di aggressività primitiva (poiché è fallito il tentativo di tenere lontane dal Sé le pulsioni aggressive e minacciose). La grandiosità e l’auto-idealizzazione sono rafforzate dal senso di trionfo sulla paura e sul dolore; affermazione ottenuta esercitando paura e dolore agli altri (comportamenti sadici). Il paziente nega i normali bisogni di accudimento attraverso una pseudo-autosufficienza e l’organizzazione di personalità di questo tipo di narcisista e borderline “bassa”.</p>
<p style="text-align: justify;">Pur comprendendo la necessità di identificare tale disturbo con un termine, ci permettiamo di dissentire in qualche modo dalla descrizione attribuita a queste persone con l’appellativo di “<strong><em>maligno</em></strong>”; se, come descritto precedentemente, il disturbo ha origine nell’infanzia e la maschera che si è gradualmente formata deriva da un dolore e dall’ insieme di svalutazioni in ambito familiare, quanto ha dovuto patire e subire una persona con queste caratteristiche patologiche così gravi?</p>
<p style="text-align: justify;">Gli individui con aspetti narcisisti del <strong><em>tipo ipervigile</em></strong> sono estremamente sensibili al modo in cui gli altri reagiscono nei loro confronti. La loro attenzione è quindi costantemente diretta verso gli altri. Come il paziente paranoide, ascoltano gli altri attentamente alla ricerca della pur minima reazione critica e di continuo. Questi pazienti sono timidi e inibiti al punto di ritirarsi o defilarsi. Evitano di mettersi in luce perché hanno la forte convinzione che potranno subire un rifiutato e un’umiliazione.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è una forte ambivalenza tra il profondo senso di vergogna connesso al desiderio di esibirsi con modalità grandiose. La vergogna, infatti, è pervasiva e sostiene il processo di auto-svalutazione per il quale la persona si sente inadeguata rispetto ad un modello ideale. Per la terapia della Gestalt, ad esempio, essa fa da sfondo alla sensazione di essere intrinsecamente incompleti, inadeguati e svolgono un ruolo centrale i sentimenti di umiliazione e di dolore che derivano dal confronto con i limiti delle proprie capacità o dal riconoscimento dei bisogni e dei desideri insoddisfatti. Le difese e le <strong><em>modalità di contatto</em></strong> (<strong><em>retroflessione e proiezione</em></strong>) sono dirette a evitare la <u>consapevolezza</u> dei sentimenti associati a queste esperienze. Se il <strong><em>narcisista</em></strong> <strong><em>ipervigile</em></strong> tenta di mantenere la stima di sé evitando le situazioni di potenziale vulnerabilità (<strong><em>retroflessione</em></strong>) e osservando attentamente gli altri per “apparire” come si deve, il <strong><em>narcisista inconsapevole</em></strong> tenta di impressionare gli altri con le sue qualità per proteggersi da un’eventuale ferita narcisistica eludendo le loro risposte.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella società postmoderna, in cui l’isolamento, la dipendenza affettiva, lo sfruttamento interpersonale e il consumismo relazionale sono divenuti dei valori stabili nella convivenza tra gli individui, evidenziati da comportamenti sempre più stereotipati e violenti, la maschera sofferente del narciso ha trovato “maschere” forse più sofferenti della sua nelle quali “specchiarsi”, ferite più profonde e dolori ancora più indicibili con i quali confrontarsi. Osservando tutto questo dolore, ci viene da chiederci: che senso ha questo progresso, tutta questa scienza se la ricerca del benessere molto spesso produce soltanto malessere e, a volte, un’angoscia più grande di quella che tenta di curare?</p>
<p style="text-align: justify;">Nel mito, Narciso “se ne va da casa alla ricerca di se stesso”: è questo il vissuto che dovremmo comunque ricordare quando incontreremo nella nostra vita un Narciso: egli sta cercando se stesso.</p>
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		<title>Melanconia  L’esperienza depressiva  melanconica nell’arte del vivere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ltorzolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jun 2016 22:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Forma Mentis]]></category>
		<category><![CDATA[Holy Eye]]></category>
		<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
		<category><![CDATA[Il libro dell’inquietudine]]></category>
		<category><![CDATA[Melanconia]]></category>
		<category><![CDATA[Paulina Szczepanczyk]]></category>
		<category><![CDATA[Pessoa]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Minotti]]></category>
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					<description><![CDATA[La fenomenologia dell’esperienza depressiva melanconica ci rivela che quello che sta emergendo in tutta la sua drammaticità, è determinato da radici sconosciute e da fattori ignoti. Non si sa perché accade e il suo succedersi può avvenire rapidamente o, scivolando lentamente, trasformare il normale sentire in un’esperienza in cui non c’è più energia, il desiderio diminuisce progressivamente e la perdita del senso contagia ogni angolo dell’esistenza.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="page" title="Page 1">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p style="text-align: right;">di Roberto Minotti e Paulina Szczepanczyk</p>
<p style="text-align: right;">opere fotografiche di Luca Torzolini</p>
<div class="page" title="Page 1">
<div class="section">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p style="text-align: right;">“Oggi mi sono svegliato molto presto con uno scatto intricato, e mi sono alzato subito dal letto in preda al soffocamento di un tedio incomprensibile che non era stato provocato da alcun sogno; e che nessuna realtà poteva avere provocato. Nel fondo oscuro della mia anima, invisibili, si combattevano forze sconosciute, e il mio essere era il terreno di battaglia e io tremavo per lo scontro ignoto. Una nausea fisica della vita intera si è verificata al mio risveglio. Un orrore per il dover vivere si è alzato dal letto insieme a me. Tutto mi è sembrato vuoto e ho avuto la fredda impressione che non esiste soluzione per nessun problema.”</p>
</div>
</div>
</div>
</div>
<p style="text-align: right;">(Pessoa F. “Il libro dell’inquietudine”)</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-6838" src="https://www.holycult.com/wp-content/uploads/2020/01/Luca-Torzolini-Emotion-2.jpg" alt="Luca Torzolini - Emotion 2" width="590" height="392" /></p>
<p style="text-align: justify;">La fenomenologia dell’esperienza depressiva melanconica ci rivela che quello che sta emergendo in tutta la sua drammaticità, è determinato da radici sconosciute e da fattori ignoti. Non si sa perché accade e il suo succedersi può avvenire rapidamente o, scivolando lentamente, trasformare il normale sentire in un’esperienza in cui non c’è più energia, il desiderio diminuisce progressivamente e la perdita del senso contagia ogni angolo dell’esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sembra che vi sia,in tutto l’essere,un ostacolo che ha rallentato,diminuito,o anche bloccato completamente il movimento vitale. Contro questo ostacolo,il pensiero,il movimento,si scontrano senza fine,cozzano senza posa e invano,e poiché l’ostacolo non può essere superato,la paralisi continua,diviene permanente: si instaura uno stato stazionario ... l’uomo assomiglia a una pietra”.(Gachet,1890).</p>
<p style="text-align: justify;">E’ qualcosa che emerge, che appartiene all’esistenza,ma nello stesso tempo distaccato dalla vita, separato da essa. Anche l’aspetto qualitativo legato a questa tragica esperienza, rispetto alla depressione reattiva, è diverso; in essa i toni del sentire e quelli emotivi hanno intensità inconfondibili, il loro linguaggio è differente, così come le dimensioni spazio-temporali variano sensibilmente. La malinconia si distingue dalla comune tristezza in quanto il malinconico ha uno stato di “consapevole impotenza” vicina alla depressione. Uno degli aspetti principali da considerare, rispetto a questa psicopatologia, è la dimensione corporea. La fenomenologia della corporeità Ci sono due aree principali che riguardano: la prima legata alla cura, l’ordine, l’igiene, la sua immagine e, in questo ambito, quando gli aspetti depressivi lentamente emergono, il corpo sembra che si spenga; la seconda si riferisce, invece, al sentire il corpo come qualcosa d’indifferenziato, una massa vuota o pesante, un nucleo senza un centro, un’entità senza energia, con un oppressione al torace, alla testa o alle spalle che è l’espressione dell’angoscia depressiva, penosa e costante.</p>
</div>
</div>
</div>
<div class="page" title="Page 2">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p style="text-align: justify;">“Sembra che la creatura si rattrappisca,si ripieghi su se stessa,si comprima,come se dovesse occupare il minor posto possibile nello spazio. La postura del malato è tutt’affatto particolare. Il tronco semiflesso sul bacino,le braccia trattenute verso il torace [...] le dita contratte più che flesse. La testa quasi piegata sul petto leggermente inclinata o verso destra o verso sinistra. Tutti i muscoli del corpo sono in uno stato di semicontrazione permanente,soprattutto i flessori; i muscoli facciali sono come contratti e stiracchiati e conferiscono alla fisionomia un aspetto di particolare durezza; i muscoli sopraccigliari, aggrottati in maniera permanente, sembrano nascondere l’occhio e aumenta la sua profondità. La bocca è serrata in una linea diritta,sembra che le labbra siano scomparse [...]. Il colorito è giallastro e terroso, lo sguardo è fisso,inquieto,obliquo,diretto verso terra o di lato”. (Van Gogh,1890).</p>
<div class="page" style="text-align: justify;" title="Page 2">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-6947" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Melanconia-Luca-Torzolini.jpg" alt="Melanconia - Luca-Torzolini" width="590" height="342" /></p>
<p>L’aspetto centrale è quindi la corporeità e non può esserci psicoterapia che non consideri o non passi attraverso il corpo. L’alterazione dei ritmi sonno-veglia rappresentano un ulteriore aspetto comportamentale, così come quelli degli appetiti, o dei risvegli precoci, con il massimo dell’angoscia; in questo caso, l’andamento è appare peggiore al mattino e migliore al pomeriggio e alla sera, mentre l’appetito sessuale e la libido pian piano si annullano.</p>
<p>Jules Cotard descrive questa sindrome come la negazione del corpo, in una esperienza terrificante, in cui il paziente, in una logica delirante, arriva ad affermare che non può essere vivo,se non ha un corpo e, nel medesimo tempo, sa di non essere morto e che certamente vivrà in questo stato per sempre.<br />
La fenomenologia di questa esperienza è costituita dal disinteresse a tutto, persino alla richiesta di attenzione e di aiuto e ciò avviene anche per le personalità di tipo isterico con esperienze depressive. La tristezza melanconica è certamente diversa da quella reattiva, poiché è fatta di svuotamento, di mancanza di sentimenti e tale sensazione è così profonda che, paradossalmente, il paziente non prova nemmeno più dolore per questa assenza. C’è il non senso del fluire dell’esistenza che comunque là fuori continua ad andare e, tra le immagini riportate dalle persone che soffrono di melanconia, c’è quella di vivere osservando l’esistenza in modo distaccato, senza provare nulla,come da una finestra;come già accennato precedentemente, anche il tempo e lo spazio sono alterati e questo lo si può osservare in modo chiaro durante le sedute terapeutiche, in cui si percepisce intensamente la dilatazione dello spazio e la cristallizzazione del tempo. Contattare queste intense sensazioni può portare allo svuotamento e, successivamente, allo sganciamento dalla vita e tali vissuti molto spesso entrano anche nella relazione terapeutica rendendo molto complesso l’intervento e il relativo percorso.</p>
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<p style="text-align: justify;">Per questa ragione, tra le domande che uno psicoterapeuta può e deve porsi, riguarda proprio lo sfondo dell’esperienza depressiva, ovvero il vissuto dell’individuo, e quale possa essere il campo relazionale che possa dare senso a questo vissuto.<br />
Si potrebbe ipotizzare che se trovassimo lo sfondo relazionale in grado di accogliere questa esperienza, individueremmo il percorso terapeutico da seguire.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando parliamo di depressione melanconica, intendiamo riferirci ad un insieme di espressioni che, come già accennato precedentemente, non sono riconducibile a cause ben precise, ma a fattori che di volta in volta, in situazione e da individuo a individuo, andrebbero osservati e descritti.<br />
Che tipo di sfondo si trova lavorando con un paziente melanconico?</p>
<p style="text-align: justify;">“Come abbiamo visto, l’elemento centrale che si incontra entrando in un campo depressivo è il fatto che non emerge alcuna intenzionalità di contatto e nessuna figura prende forma. Il fatto che questo fenomeno si accompagni a un disagio profondo dimostra in realtà che l’intenzionalità è presente: è presente attraverso la percezione dolorosa della sua assenza.” (Francesetti, 2011).</p>
<p style="text-align: justify;">Per addentrarci in questo percorso così doloroso e complesso, si possono seguire e integrare più approcci:l’esperienza clinica, nella prospettiva descritta dalla psicoterapia della gestalt, in cui l’esperienza depressiva è inscritta in una cornice relazionale;attraverso l’osservazione fenomenologica di questo disagio e la rilettura dei dati scientifici provenienti dall’enfant research.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-6948 aligncenter" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Melanconia-Luca-Torzolini-1.jpg" alt="Melanconia - Luca Torzolini 1" width="565" height="850" /></p>
<p style="text-align: justify;">“Da quest’area di ricerca sta emergendo in modo sempre più chiaro e consolidato che gli stati affettivi e l’umore non sono variabili individuali, ma il risultato di un processo di co-creazione diadico o triadico.”<br />
Nel modello sperimentale della still face ideato da Ed. Tronik, si osservano le reazioni dei bambini quando le loro madri non rispondono minimamente ad ogni loro segnale. I loro comportamenti sono molto intensi. Dopo aver scrutato il fallimento del loro richiamo alla madre, i bambini si discostano dalla madre per poi voltarsi ancora verso di lei nel tentativo di ottenere qualche risposta. Quando queste nuove manovre falliscono, il bambino tende a perdere il controllo posturale e cade in una profonda tristezza (Tronik, 2008).</p>
<p style="text-align: justify;">Da questa osservazione, si può quindi ipotizzare che bambini con madri pocoresponsive, che sperimentano il fallimento di raggiungere l’altro, sviluppano un precoce disinvestimento del mondo.<br />
La maturazione del sé narrativo, cioè la capacità di raccontare la propria esperienza, di avere una rappresentazione della propria vita e la possibilità di elaborare elementi dolorosi e traumatici, avviene intorno ai tre anni di vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio per tale motivo, queste esperienze non narrate possono produrre un campo depressivo tale, da instaurare una vulnerabilità ad una futura depressione grave. Tanto più è intensa questa esperienza, tanto più il campo depressivo può divenire magneticamente potente, soprattutto se la persona non è sostenuta dall’ambiente. A riguardo, si ricorderà il tipo di depressione osservata e descritta da Renè Spitz (1), che dimostra come la maturazione del bambino richiede una relazione, uno scambio comunicativo necessario per lo sviluppo della sua identità e della sua corporeità.</p>
<p style="text-align: justify;">Rifacendoci all’approccio teorico della psicoterapia della Gestalt, possiamo osservare i vari momenti depressivi rispetto alle funzioni Es, Io e Personalità del Sé.<br />
La funzione Es è ciò che direttamente ci connette al sentire, cioè ai nostri sensi; essi costituiscono il luogo dove l’organismo e l’ambiente sono indifferenziati e, fenomenologicamente parlando, rappresentano quel tratto in cui l’uomo e il mondo non sono separati.</p>
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<p>Nella depressione melanconica questa funzione, attraverso cui siamo a contatto con l’ambiente è gravemente disturbata e la percezione che emerge è invece quella di sentirsi staccati dal mondo e dal suo fluire.<br />
Questo sentimento è così doloroso perché nasce da una mancanza di inter-esse (essere tra) da parte della persona depressa per ciò che lo circonda.</p>
<p>Ci fa comprendere ancora di più come questa patologia sia, per così dire, esistenziale, ovvero un’incapacità della persona ad essere nel contatto, ad essere con il mondo e in relazione.</p>
<p>Ciò che nella depressione si soffre maggiormente, è la perdita di “aggancio” a tutto ciò che la vita e l’ambiente rappresentano. Anche la funzione personalità, cioè quello che ci struttura e ci rende unici, è alterata: le alterazioni vanno dal non sentirsi all’altezza dei propri ruoli fino alla grave perdita della realtà. In questo quadro anche la funzione Io può essere fortemente compromessa, in quanto non c’è la possibilità di identificarsi o differenziarsi e quindi di scegliere responsabilmente.</p>
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<p>"Mentre mangiavo le ostriche col loro forte sapore di mare e il loro leggero sapore metallico che il vino ghiacciato cancellava lasciando solo il sapore di mare e il tessuto succulento, e mentre bevevo da ogni valva il liquido freddo e lo annaffiavo col frizzante sapore del vino, perdevo quel senso di vuoto e cominciavo ad essere felice, e a fare progetti." (2) Sappiamo che il rischio di suicido nei pazienti che soffrono di questa patologia è alto, e la loro</p>
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<p>incidenza è addirittura maggiore rispetto alle morti per gli incidenti stradali, e rappresentano la prima causa di cambiamento di lavoro per uno psicoterapeuta. Come possiamo prevenire un possibile suicidio? È stato riscontrato che circa il 24% delle persone che muore per suicidio era in contatto con i servizi di salute mentale durante l’anno precedente al decesso. La ricerca evidenzia che i risultati maggiormente promettenti,per la riduzione di comportamenti suicidari e per il miglioramento dell’aderenza al trattamento,sono stati mostrati dalla psicoterapia interpersonale,la terapia cognitivo comportamentale e la dialectical behavioral therapy, se comparate con le cure post ospedaliere standard. (Tidemalm,2008). Una prevenzione secondaria può essere diretta agli individui che mostrano i primi segni o sintomi di problematiche suicidarie e si propone di diminuire la diffusione di tale fenomeno attraverso una diagnosi e un trattamento precoci. Gli interventi di prevenzione secondaria possono essere rappresentati ad esempio dal trattamento di crisi suicidarie acute. La prevenzione terziaria riguarda il trattamento delle persone che hanno precedentemente tentato un suicidio. Uno dei fattori maggiormente predittivi per il suicidio è l’esistenza di un precedente tentativo di suicidio nella storia del paziente e si stima che vi sia un rischio di suicidio 30-40 volte maggiore in questa particolare popolazione a rischio,rispetto alla popolazione generale. La prevenzione di ulteriori tentativi di suicidio attraverso adeguate procedure diagnostiche e di trattamento diventa quindi una priorità nella prassi psichiatrica e le strategie preventive riguardano prevalentemente il follow-up delle persone che hanno precedentemente tentato il suicidio. I periodi di maggior rischio suicidario sono quelli successivi alla dimissione dal reparto psichiatrico o quelli in cui si verificano episodi di depressione maggiore. (Angst,2002)</p>
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<p>Si evidenzia pertanto la necessità di agire sia sulla crisi,sia a lungo termine,attraverso una presa in carico continuativa del paziente. Ma come si può svolgere un lavoro terapeutico con una persona che soffre di depressione melanconica? <span style="line-height: 1.5;">Come accennato precedentemente, il lavoro con la funzione Es del Sé è centrale nell’approccio gestaltico, in cui la relazione è inserita in un ambito più ampio e che si può aprire spontaneamente nel corso della terapia. </span>Questo lavoro spesso è molto difficile perché può vivere di momenti critici, soprattutto quando il paziente è nella sua fase più acuta (psicotica) e non riesce a sentire il terapeuta. <span style="line-height: 1.5;">In questa condizione, l’unica possibilità è che si sia sviluppata, nel tempo, una relazione così profonda che anche un frammento di sensazione possa riemergere durante queste fasi. </span>Il terapeuta deve avere la sensibilità di rimanere in una attesa consapevole, fatta di rifiuti, di fatica (a rimanere sveglio), nella frustrazione e con la paura di non poter raggiungere il paziente e di rifiutarlo. Ma questa attesa, che a volte sembra nutrirsi di nulla3, e che quindi può apparire inutile, solitamente si rivela invece come un sostegno grandissimo per il paziente che esprimerà, successivamente, la sua gratitudine per la capacità e la volontà del terapeuta di aver oltrepassato quello spazio (dilatato) e quel tempo (cristallizzato), rimanendo lì, accanto a lui.</p>
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<p style="text-align: justify;">In questo frangente, il terapeuta offre la propria funzione Io al campo depressivo per operare delle scelte altrimenti non attuabili; rappresentando, transitoriamente, un Io vicario per il paziente.</p>
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<p style="text-align: justify;">Note</p>
<p style="text-align: justify;"><em>(1) - Questi stimoli, al pari della necessità del cibo, sono essenziali per uno sviluppo sano. Numerose sono le ricerche che hanno esaminato come la deprivazione sensoriale, sia nei bambini che negli adulti, provoca danni anche irreparabili. Renè Spitz,psicoanalista di origine austriaca, dimostrava per primo che i neonati, se privati a lungo di stimolazioni fisiche, possono sviluppare forme psicopatologiche che, in casi estremi, arrivano fino alla morte. L’autore osservava che bambini, ospedalizzati oppure orfani, anche se ben nutriti, tenuti al caldo e puliti, sviluppavano problemi fisici ed emotivi in misura significativamente più alta del gruppo di controllo composto da bambini allevati dalle loro madri o da altri che si prendessero cura di loro con sollecitazioni tattili e sensoriali. I bambini del primo gruppo spesso venivano lasciati soli e soffrivano della mancanza delle carezze, del contatto fisico e delle coccole che normalmente i neonati ricevono dalle loro madri. I disturbi evolutivi, che avevano origine da una tale deprivazione, potevano spingersi fino ad una forma di patologia che Spitz denominava depressione anaclitica (sindrome dell’abbandono), per la quale il bambino poteva lasciarsi andare e deperire finanche alla morte.</em></p>
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<p style="text-align: justify;"><em>(2) - Hemingway H., (2002), Festa Mobile, Oscar Mondadori, Milano.</em></p>
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		<title>Il senso delle emozioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ltorzolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Dec 2015 23:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Forma Mentis]]></category>
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		<category><![CDATA[Rubriche]]></category>
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		<category><![CDATA[emozioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Quante volte vi siete trovati in una situazione in cui non siete stati in grado di gestire adeguatamente le vostre emozioni? Perché condizionano le nostre scelte? Come si manifestano? Le emozioni sono preziose alleate : ci precedono, ci accompagnano, ci seguono nelle diverse attività quotidiane, ci servono a comprendere meglio il senso del vivere. Le emozioni svolgono importanti funzioni. Ma quali sono?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>“La vita è una commedia per coloro che pensano</em></p>
<p style="text-align: right;"><em> e una tragedia per coloro che sentono”</em></p>
<p style="text-align: right;">Horace Walpole</p>
<p style="text-align: right;"><a href="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Luca-Torzolini-Emotion-1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-6835" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Luca-Torzolini-Emotion-1.jpg" alt="Luca Torzolini - Emotion 1" width="590" height="885" /></a></p>
<p style="text-align: right;">di Paulina Szczepanczyk</p>
<p style="text-align: right;">(foto di Luca Torzolini)</p>
<p>Quante volte vi siete trovati in una situazione in cui non siete stati in grado di gestire adeguatamente le vostre emozioni? Perché condizionano le nostre scelte? Come si manifestano?<br />
Nel definire le emozioni, le teorie classiche pongono l’accento sulle reazioni somatiche.<br />
Secondo la teoria di James-Lange (1884), l’emozione traduce la risposta alle modificazioni fisiologiche che si verificano all’interno dell’organismo. In particolare, William James ha suggerito che le emozioni sono le percezioni dei cambiamenti fisiologici provocati da particolari stimoli; pertanto si è tristi perché si piange, e non viceversa.<br />
Le emozioni forti sono strettamente legate all’attivazione dei muscoli scheletrici e al sistema nervoso autonomo, tant’è vero che alcune  espressioni linguistiche sottolineano tale relazione : “tremare per la paura”, “arrossire per la vergogna”, “avere fegato”.<br />
Le emozioni sono sempre accompagnate da cambiamenti endocrini. La teoria degli umori ha origini antichissime e si esprime attraverso termini usati anche per descrivere le emozioni: bilioso, flemmatico, sanguigno etc.<br />
Secondo Daniel Goleman, ogni emozione ci predispone all’azione in modo caratteristico; ciascuna di esse ci orienta in una direzione già rivelatasi proficua per superare le sfide ricorrenti della vita umana: situazioni esterne che si ripetono infinite volte nella nostra storia evolutiva.<br />
Il valore del nostro repertorio emozionale ai fini della sopravvivenza trova conferma nel suo imprimersi nel nostro sistema nervoso come bagaglio comportamentale innato.<br />
Tutte le emozioni sono,essenzialmente, impulsi ad agire.<br />
Infatti,la radice stessa della parola <em>emozione</em> è il verbo latino MOVEO, cioè “muovere”, con l’aggiunta del prefisso “<em>e</em>-” (“movimento da”), per indicare che in ogni emozione è implicita una tendenza ad agire.<br />
Le emozioni sono preziose alleate : ci precedono, ci accompagnano, ci seguono nelle diverse attività quotidiane, ci servono a comprendere meglio il senso del vivere. Le emozioni svolgono importanti funzioni. Ma quali sono?</p>
<p><a href="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Psicomachia.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-6850 alignright" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Psicomachia.jpg" alt="Psicomachia" width="590" height="326" /></a></p>
<ul>
<li><strong>Le emozioni segnalano l’esistenza di pericoli fisici o psichici da cui bisogna difendersi o con l’attacco o con la fuga</strong>.</li>
</ul>
<p>Quando siamo in <em>collera</em>, il sangue affluisce alle mani e questo rende più facile afferrare un’arma, la frequenza cardiaca aumenta e una scarica di ormoni, fra i quali l’adrenalina, genera un impulso di energia abbastanza forte da permettere un’azione vigorosa.<br />
Se abbiamo <em>paura</em>,invece, il sangue fluisce verso i grandi muscoli scheletrici, ad esempio quelli delle gambe, rendendo così più facile la fuga. Allo stesso tempo però, il corpo si immobilizza, anche solo per un momento, per valutare se non convenga nascondersi.</p>
<ul>
<li><strong>Le emozioni consentono di ripensare e rivalutare,nel presente, le esperienze del passato</strong>.</li>
</ul>
<p>La<em> tristezza </em>ha la funzione fondamentale di farci adeguare ad una perdita significativa. Essa comporta una caduta di energia e di entusiasmo verso le attività della vita e quando diviene più profonda e si avvicina alla depressione, ha l’effetto di rallentare il metabolismo. La chiusura in se stessi che accompagna la tristezza ci dà l’opportunità di elaborare il lutto, di comprendere le conseguenze di tali eventi, e quando le energie ritornano, di essere pronti per nuovi progetti.<img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-6844" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Luca-Torzolini-Emotion-3.jpg" alt="Luca Torzolini - Emotion 3" width="590" height="394" /></p>
<ul>
<li><strong>Le emozioni orientano e guidano pensieri e comportamenti</strong>.</li>
</ul>
<p>Nella <em>sorpresa</em> il sollevamento delle sopracciglia consente di avere una visuale più ampia e di fa arrivare più luce alla retina. Questo permette di raccogliere un maggior numero di informazioni sull’evento inatteso,contribuendo alla sua comprensione e facilitando la rapida formulazione del piano d’azione.<br />
In tutto il mondo l’espressione del <em>disgusto</em> è la stessa e invia il medesimo messaggio : qualcosa offende il gusto o l’olfatto, anche metaforicamente. Come già aveva osservato Darwin, l’espressione facciale del disgusto - il labbro superiore sollevato lateralmente mentre il naso accenna ad arricciarsi - indica il tentativo primordiale di chiudere le narici colpite da un odore nocivo o di sputare un cibo velenoso.</p>
<p><a href="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Luca-Torzolini-Emotion-2.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-6838 alignright" src="http://www.re-volver.it/wp-content/uploads/Luca-Torzolini-Emotion-2.jpg" alt="Luca Torzolini - Emotion 2" width="590" height="392" /></a></p>
<ul>
<li><strong>Le emozioni contribuiscono a creare,mantenere o sciogliere legami affettivi</strong>.</li>
</ul>
<p>Nella <em>felicità</em>, uno dei principali cambiamenti biologici sta nella maggiore attività di un centro cerebrale che inibisce i sentimenti negativi e aumenta la disponibilità di energia, insieme all’inibizione dei centri che generano pensieri angosciosi. Questo stato offre all’organismo un generale riposo, e lo rende non solo disponibile ed entusiasta nei riguardi di un qualunque compito esso debba intraprendere, ma anche pronto a battersi per gli obiettivi più diversi.<br />
L’<em>amore</em>, i sentimenti di tenerezza e la soddisfazione sessuale comportano il risveglio del sistema parasimpatico: si tratta della mobilitazione opposta a quella che abbiamo visto nella reazione di fuga tipica della collera o della paura. La modalità parasimpatica si avvale di un insieme di reazioni che inducono uno stato generale di calma e soddisfazione tale da facilitare la cooperazione.<br />
Nel nostro repertorio, ogni emozione ha un ruolo unico e vitale, rivelato dalle sue caratteristiche biologiche distintive.<br />
Tomkins e Plutchick, rifacendosi direttamente alla teoria di Charles Darwin, ritengono che le emozioni siano strettamente associate alla realizzazione di scopi universali, connessi con la sopravvivenza dell’essere umano come, per esempio, la fuga per la protezione di sé in relazione alla paura; l’accoppiarsi per la riproduzione in relazione all’amore.<br />
Nell’approccio psicoevoluzionistico invece, le emozioni primarie sono descritte come processi neurofisiologici unitari e precodificato, geneticamente predeterminati, che non possono essere scomposti e che non possono essere modificati una volta attivati.<br />
Le emozioni hanno un’insorgenza rapida e una durata breve; esse sarebbero, quindi, degli accadimenti involontari “non richiesti” che succedono nella vita dell’individuo, ma che non possono essere né scelti né regolati.</p>
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