Holy EYE

CERTIFIED

di Antonio D’Eugenio

Clint Eastwood è un racconta-storie con denominatore comune: la sua grande passione per il cinema (il nome Kowalski è preso in prestito a Marlon Brando in Un tram che si chiama desiderio). Il “pistolero” Kowalski, diventa un bersaglio – almeno per la prima mezz’ora – per benpensanti e buonisti. Con l’America in giardino ed una vita da riscattare, si scaglia contro qualsiasi cosa si muova ed abbia un colore diverso dal suo. Dopo aver perso l’anima in guerra, il suo riscatto passa attraverso la fragilità di un ragazzino asiatico (Tao), odiato fin dal primo momento e perdonato dopo aver tentato di rubargli l’unico sogno parcheggiato in garage (una Ford Gran Torino). I sentimenti sono cosa difficile da maneggiare per Walt, ha mani troppo ruvide e pesanti. Ma una cosa sa fare bene con quelle mani: sparare. E proteggere. Prende a cuore le sorti dei vicini, martoriati dalla gang del cugino di Tao (Spider). Questo gli dà forza, l’ultima missione da compiere per un uomo vecchio e malato. Ecco, allora, che l’odiato Walt si avvicina anche alla fede, forse riconoscendo che è l’unico modo per rimanere attaccato all’unica persona che gli strappava un sorriso: la moglie. Il primo dei suoi peccati, infatti, è dedicato a lei. Ripulirsi la coscienza per aver dato un bacio ad un’altra donna è più grave che avere tredici morti alle spalle. Un film da vedere.


di Cesare del Ferro


Planet pimpShacho (agitatore), Tabu Zombie (tromba), Motoharu (sax), Josei (tastiera,piano), Akira Goldman (contrabbasso), Midorin (batteria,percussioni): avrete già intuito che non sono i nomi di note marche motociclistiche ma i componenti di un eccentrica jazz band giapponese nata  lontano dalle scene di Tokyo. Al nucleo iniziale formato dai primi due, di lì a poco non tarderanno a unirsi gli altri membri prefiggendosi di calcare le scene del Fuji Rock Festival; ci riescono nel 2003 sotto il nome di Soil & “PIMP” Session.
Dopo la manifestazione al gruppo offrono un contratto con la JVC VICTOR, che contribuisce all’uscita del loro primo mini-album nel 2004 denominato Pimpin.
Raggiungono però il vero successo solo con l’album effettivo del 2005 Pimp Master e di conseguenza l’attenzione particolare di Gilles Peterson, suscitando in lui un interesse tale da invitare la band non solo nel suo programma radiofonico sulla BBC, Radio1, ma anche a Cargo (Londra).
Seguirà la tappa a Berlino con i Jazzanova e l’apparizione speciale al Montreaux Jazz Festival.
Oggi, nonostante tutte le vicende cui sono stati partecipi nonostante continuino con i loro tour in giro per l’Europa, trovano il tempo per la loro attuale (e non ultima) opera “Planet Pimp”che succede agli altri album “Pimp of the year”e “Pimpont”, in quest ultimo progetto troviamo il risultato delle loro ricerche nel campo sonoro del nu jazz, funk e death jazz; con questo concludo. Ora acquistatelo e capirete da soli.

di Francesco Bellagamba


Chinese DemocracyDopo dieci anni di false partenze, apparizioni e sparizioni, finalmente l' ultima fatica discografica dei Guns N' Roses viene alla luce.
Il sipario si apre con il brano che da' il titolo al disco: Chinese Democracy è una rentrée in grande stile con un lungo intro intercalato da colpi minacciosi di batteria, che lasciano subito il posto alle fragorose e funamboliche chitarre di Rhon Thal, virtuoso come non mai  e a uno degli interminabili vocalizzi “scream” che hanno reso Axl famoso.
Shackler's revenge, ricorda i Sister Of Mercy e persino i Metallica di Load, una canzone cupa e aggressiva dal ritmo incalzante che si evolve progressivamente in pieno stile Guns; Better è una ballad : il brano diventa gradualmente tumultuoso e nel ritornello riconosciamo ambientazioni passate. Streets of dreams è uno dei piatti forti : il pianoforte e la voce di Axl fanno di questo brano la punta di diamante dell'intero album. Catcher in the rye, Scraped e IRS sono puro rock massiccio stile 90's This I love, interpretata in maniera magistrale da Axl Rose, si candida a diventare uno dei nuovi classici del calibro di Don't cry e November rain. Prostitute chiude in bellezza la tracklist. Una canzone che contiene tutti gli ingredienti tipici dei GNR incrementati dalle spettacolari doti tecniche del chitarrista Rhon Thal, anni luce avanti rispetto all' obsoleto sound di Slash.
Un ottimo lavoro dunque, dove vecchie influenze e inedite sonorita' si fondono generando un sound unico.

di Eclipse.154


Il divoC'è un uomo che soffre di terribili emicranie e arriva anche a contornarsi il volto con l'agopuntura pur di lenire il dolore. È la prima, grottesca immagine di Giulio Andreotti ne Il divo. Siamo negli Anni Ottanta e quest'uomo freddo e distaccato, apparentemente privo di qualsiasi reazione emotiva, è a capo di una potente corrente della Democrazia Cristiana, ed è pronto per l'ennesima presidenza del Consiglio. L'uccisione di Aldo Moro pesa però su di lui come un macigno impossibile da rimuovere. Passerà attraverso morti misteriose (Pecorelli, Calvi, Sindona, Ambrosoli) in cui lo si riterrà a vario titolo coinvolto, supererà senza esserne scalfito Tangentopoli, per finire sotto processo per collusione con la mafia. Processo dal quale verrà assolto. Paolo Sorrentino torna a fare cinema politico in Italia, compiendo una scelta difficile pur decidendo di colpire un obiettivo facile: Andreotti. L'Andreotti di Sorrentino è un uomo che ha consacrato tutto sé stesso al Potere. Un politico che ha saputo vincere anche quando perdeva. Un essere umano profondamente solo che ha trovato nella moglie l'unica persona che ha creduto di poterlo conoscere. La sequenza in cui i due siedono mano nella mano davanti al televisore in cui Renato Zero canta I migliori anni della nostra vita entra di diritto nella storia del cinema italiano. Una vita in cui, come afferma lo stesso Andreotti (interpretato da un Servillo capace di cancellare qualsiasi remota ipotesi di imitazione per dedicarsi invece a uno scavo dell'interiorità del personaggio), “è inimmaginabile per chiunque la quantità di Male che bisogna accettare per ottenere il Bene.”

di Marco Sigismondi


Black iceAustralia, fine anni '70, un ragazzo di origine scozzese in pantaloncini corti, giacca, camicia e zaino sulle spalle salta di tavolo in tavolo con la sua chitarra suonandola come un posseduto. Canada 2008, quello stesso ragazzo, insieme alla sua band registra il quindicesimo album della blues-rock band più potente di sempre. Difficile parlare di un album degli AC/DC, soprattutto quando sei consapevole che le prime note strimpellate su una chitarra fossero proprio quelle di una loro canzone, Hard as a rock. E ripensando a quel primo approccio col rock, eccoli gli AC/DC, ed ecco Black Ice, semplicemente “duro come una roccia”. Gli AC/DC non deludono, come al solito; suonano il loro fottuto rock and roll e vanno avanti. Ora non aspettatevi che vi citi qualche hits di questo album; è un disco lineare, da mettere nello stereo e mandare giù come un pugno in faccia. Bene, se conoscete gli AC/DC sapete cosa aspettarvi, se non non avete mai sentito nemmeno una loro canzone, beh, allora chiudete immediatamente questo giornale e correte a comprarvi un loro cd. Io rimarrò qui ad attendere che torniate per ringraziarmi. Naturalmente, ascoltando il mio Black Ice.

di Domenico Pantone


DevotionIl secondo lavoro dei Beach House, il duo di Baltimora composto da Alex Scally (chitarra e tastiere) e Victoria Legrand (canto e organo), rappresenta uno degli ultimi capolavori del cosiddetto “dream-pop”,  genere nato agli inizi degli ’80 con i Cocteau Twins e la mitica etichetta 4AD. Concetto rilevato da molti e da ribadire, il “dream-pop”, a differenza della psichedelia, non muove verso l’esterno, per inseguire evasioni lisergiche e paradisi artificiali, ma verso l’interno, nel tentativo di dar voce non tanto al pullulare turbato e indistinto del subcosciente quanto alle più sottili sfumature emozionali. Comunque consonante al modulo psichedelico nella comune dimensione orizzontale: «alla struttura narrativa, verticale, del rock classico, il “dream-pop” contrappone una struttura statica, contemplativa» (Scaruffi).
Oltretutto una poetica del vago e dell’indefinito, che trova in Devotion una risoluzione esemplare. Undici tracce giocate secondo i medesimi stilemi: un intreccio di suoni delicato e soffuso, il cantato blando e incisivo, algido e profondo, della Legrand, e un’ipnotica stanchezza strumentale. Percussioni campionate e leggermente accennate, chitarre eteree e impalpabili, ambiziosi ammicchi ad organi di chiesa e irriconoscibili “hammond” d’annata affogati nell’era digitale. Una trascendenza smussata, tenuta a bada dalla matrice scanzonata e malinconicamente giovanile delle composizioni. «Melodie semplici rivestite di stoffe pregiate», avrebbe detto Matteo Totaro.

 

Gay Pride 5A volte New York City sembra essere davvero un unico grande giardino ricco di segreti. Non tanto per i numerosi parchi pubblici, né per il verde che, alzando lo sguardo al cielo, è possibile notare tra i vetri trasparenti degli edifici. Mi riferisco piuttosto agli eventi che la città propone, come le parate domenicali che oramai sono diventate tra gli appuntamenti più cool in assoluto dell’estate newyorkese. La Fifth Avenue, la via elegante dello shopping, ogni domenica si trasforma in un lungo palcoscenico, dalla cinquantanovesima strada, all’altezza dell’ingresso a Central Park, fino ai quartieri di Downtown. Ed è lì che ogni domenica la città assorbe suoni, colori e lingue diverse. La parata più conosciuta è tradizionalmente quella LGBT, che quest’anno ha festeggiato il trentanovesimo anniversario. Re-volver era presente all’evento.

29 Giugno.
Ci sono giorni d’estate in cui New York è meglio evitarla. Il caldo secco e l’umidità creano quella sensazione di appiccicoso a cui nemmeno una bella doccia fredda può porre rimedio. La domenica del 29 Giugno scorso è stata una di quelle giornate. Nonostante la quasi totale assenza di smog, a spalleggiare le alte temperature c’erano gli odori di frittura dei carretti agli angoli delle strade, il sudore delle migliaia di persone ammassate come nei mercati del pesce di Chinatown e la presenza costante di grattacieli da togliertiGay Pride il respiro solo a guardarli. In occasioni simili viene spontaneo pensare ai soffici venti estivi delle montagne appenniniche o alle azzurre acque tropicali.

Prima dell’esperienza newyorkese non avevo mai partecipato ad un raduno LGBT, ma anche poche settimane nella città che non dorme mai bastano a chiunque per capire che un evento simile lì deve avere un fascino del tutto particolare. Unico. Magico. Basta anche solo camminare di pomeriggio per le strade di Chelsea o del West Village, in un qualsiasi giorno lavorativo, per rendersi conto che New York è una città multiforme, dalle mille facce e da altrettanti misteri. La “comunità” omosessuale copre una grossa fetta della popolazione nella Downtown. Ma poi ci sono anche gli alternativi dell’East Village, molto più rockettari e di cui a volte si fa davvero fatica a capire l’orientamento sessuale. E infine c’è Brooklyn, con i suoi quartieri a ridosso dell’Hudson, come Dumbo e Williamsburg, un tempo zone di magazzini fatiscenti, oggi sempre più invasi da giovani artisti, alternativi e omosessuali per via degli affitti troppo alti di Manhattan.
Il punto migliore per osservare la sfilata dei carri è all’altezza della quattordicesima strada, la zona universitaria per intenderci. Ma il Gay Pride non è come il carnevale di Rio, sia ben chiaro. Dimenticate tette e culi al vento o scene di dubbio gusto. A sfilare non manca nessuno, dagli omosessuali ai transessuali, ma tutti al loro posto, ordinati come una qualsiasi processione del Venerdì Santo. Ci sono i ragazzi delle Università, ma anche le forze dell’ordine, i pompieri, gli atleti, i musicisti di Harlem, i piloti e le hostess delle compagnie aeree, i vecchietti dei circoli ricreativi, le spogliarelliste e i palestrati: un fiume di gente che per oltre cinque ore non finisce di sorprendere, anche lo spettatore più libertino.
Nel pomeriggio, poi, la pioggia è venuta giù a secchiate, ma non hanno smesso di sfilare. Anzi, sotto l’acqua sembrano tutti ancora più divertiti. Insomma, un evento unico ed indimenticabile a cui le parole servono poco. E allora spazio alle immagini...

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