Holy EYE

CERTIFIED

di Hanry Menphis
e Luca Torzolini

Quali sono le tue tematiche preferite?
Non ne ho una in particolare: le storie che invento sono differenti. Le scelgo perché mi dicono qualcosa e spero che possa essere lo stesso anche per chi le legge. Ultimamente sono ossessionato dallo splatter; le mie storie sono piene di sangue e scene cruente. Mi piace molto cercare di rendere poetiche immagini efferate, le trovo molto evocative. Per il resto salto di palo in frasca: a volte parlo di me, a volte di attualità. Se proprio dovessi individuare un filo conduttore sarebbe sicuramente la vita di tutti i giorni, quello che vedo, che vivo, non necessariamente in prima persona. Poi lo trasformo e lo restituisco.

Come hai iniziato a fare fumetti?
Sicuramente leggendoli; dopo un po’ ti viene voglia di farne uno tu e cosi via, si comincia. Poi ho conosciuto l’universo delle fanzine e del fumetto underground e mi sono innamorato.

Dove hai pubblicato le tue prime tavole?
Su una fanzine, Il Piatto, realizzata da me e due miei amici: Eugenio Migliore e Yuri Romagnoli. È durata un paio di anni ed è stata la mia prima esperienza nel campo dell’editoria indipendente. Sicuramente importante per collaudare il rapporto con il pubblico.

E poi?
Poi è arrivata La Raje, un salto nel vuoto che si è rivelato un divertentissimo volo con il paracadute... sono partito da zero: zero soldi e zero autori (forse solo io). Poi, grazie ad alcuni amici di una coraggiosa associazione culturale, “La Nuova Direzione” di Cellino Attanasio, che ha finanziato il progetto, sono riuscito a pubblicare il numero zero. Mi ha dato la possibilità di conoscere meglio altri autori della zona e soprattutto di collaborare con loro per creare una rete per il fumetto in Abruzzo. La cosa mi ha dato soddisfazione: abbiamo riscontrato un discreto successo e sono state scritte alcune recensioni niente male per un signor nessuno che fa una cosa in un mondo dove ce ne sono tante. Speriamo bene.

Scrivi sempre tu le tue storie?
Sì, non mi è mai capitato di lavorare con uno sceneggiatore; penso che non ne sarei capace. Le mie storie nascono già mescolate alle immagini: non le scrivo prima. Sono una cosa unica, prima di iniziare a disegnarle sono già formate nella mia testa.

I tuoi fumetti preferiti?
Attualmente Mr. Wiggles di Neil Swaab e le strisce di Tony Millionaire.

Progetti futuri?
Sicuramente portare avanti La Raje: dobbiamo far uscire il numero uno e speriamo di farcela entro l’anno.

Sappiamo che, oltre i fumetti, dipingi anche quadri e murales. Qual è stato il tuo percorso artistico? Cos’hai iniziato a fare prima?
Ho iniziato disegnando. Sono sempre stato un po’ “eclettico”: faccio sempre molte cose diverse insieme. Non so se sia bene  o male; sono fatto così.  Per quanto riguarda il mio percorso, preferisco che siano le mie opere a descriverlo... Si possono vedere sul mio blog (http:\www.alessandrodimassimo.blogspot.com).

Farai mai un cartone animato? Come ti poni di fronte a questa forma d’arte?
Il cartone animato è una cosa grossa, richiede professionalità, si tratta di un lavoro molto specifico. Io realizzo dei brevi filmati (visibili sul mio blog)  e penso per il momento di ritenermi soddisfatto. Per quanto riguarda l’animazione in generale, penso che sia, oltre che un linguaggio a sé, una sorta di espansione del disegno che fornisce numerose possibilità espressive.

Quali sono a tuo avviso i limiti del fumetto e quali invece le possibilità proprie solo di quest'arte?
Penso che il fumetto stia tra il racconto e l’illustrazione e che questa posizione ambigua gli fornisca infinite possibilità narrative.
Un limite, forse, è la bassa considerazione che a volte gli viene riservata, anche se qualche passo avanti è stato fatto.

Intervista a  Simone Del Grosso 7Caro Simone, come si è sviluppata la tua passione per la regia documentaria?
Più che di passione per la regia direi che ho sempre sentito pulsare in me la necessità naturale di osservare certe cose. Il cinema documentario si è rivelato immediatamente lo strumento più idoneo per soddisfare ed esternare questo mio bisogno interiore. Tuttavia, solo dopo un’esperienza di qualche anno come montatore, e dopo aver conosciuto e collaborato con un maestro come Luigi Di Gianni, uno dei maggiori documentaristi italiani viventi, ho deciso di cimentarmi anche nella regia.

Sono a conoscenza che la tua carriera di regista documentarista sta andando a gonfie vele. Le tue opere sono apprezzate in Italia e all'estero.
Sì, qualche soddisfazione ogni tanto arriva, soprattutto dai festival, i quali, che piacciano o no, nel nostro Paese sono forse l’unico circuito possibile per i documentari di creazione. Diciamo che il “premio” è più che altro una conferma del fatto che il tuo lavoro è stato recepito anche da altre persone, sicuramente diverse da te per cultura, estrazione sociale, sensibilità, etc.…Insomma ricevere un premio per me vuol dire che una qualche “comunicazione” tra il tuo lavoro e chi l’ha giudicato è avvenuta…e questo non è poco.

Parlaci del lavoro di ricerca, di documentazione e creativo, che usi nei tuoi documentari. In poche parole, come nascono?
Ogni progetto nasce da un impulso differente. Sostanzialmente si tratta di essere profondamente attratti da una data realtà, da un personaggio, da una situazione o più semplicemente da un paesaggio. Dopodiché, per capire quale configurazione il film possa avere, bisogna mettersi “in ascolto”. Se la motivazione è profonda, il film si farà da sé. In effetti, in tale pratica, il percorso è spesso più illuminante del risultato finale. Il film non potrà che riflettere “soltanto” un frammento di quello che si è vissuto nel processo realizzativo/creativo. Nel mio metodo, il lavoro di regia coincide quindi con l’ideazione stessa del soggetto, con la ricerca dei materiali, con i sopralluoghi e tutte le altre pratiche che rendono possibile la realizzazione del film. Si tratta per me di una pratica “immersiva” nella quale, in un secondo momento, cerco di far entrare gli eventuali collaboratori, primo tra tutti il direttore della fotografia (che spesso è lo stesso operatore alla macchina), poiché egli deve diventare “l’ombra” del mio sguardo. Tra me e chi sta alla macchina deve avvenire una sorta di transfert, altrimenti il film non prende forma. Per questo cerco di lavorare sempre con lo stesso operatore, Antonio Rosano, col quale ormai ci capiamo al volo. Per quanto riguarda la post-produzione, posso dire che finora ho sempre montato da solo i miei lavori, un po’ per convenienza, un po’ perché il montaggio è molto spesso parte integrante di quella pratica totalizzante di cui dicevo prima. Tuttavia non nego che, avendone la possibilità, affiderei molto volentieri il montaggio a qualche professionista, in modo da poter avere una visione più distaccata del materiale che ho a disposizione, concentrandomi in definitiva più sulla regia. Inoltre, curo molto da vicino anche la colonna sonora che, in alcuni casi, può avere un’importanza pari a quella delle immagini. Mi sono rivolto varie volte a musicisti locali d’indubbio talento, come Graziano Caprioni o Gionni Di Clemente. Per Venga Medusa, un doc in fase di montaggio, stiamo elaborando un design sonoro piuttosto interessante.

Per parlare di ciò che ti piacerebbe fare, preferiresti definirti un documentarista scientifico del reale, un documentarista politico sociale o un documentarista autoriale? Intervista a  Simone Del Grosso 3(ovviamente illustra le ragioni)
Per parlare di scientificità nel cinema dovremmo fare riferimento al documentario etnografico o all’antropologia visuale. Per quanto siano pratiche che ho studiato e trovo molto interessanti, direi che c’è ben poco di scientifico nei miei lavori. A parte la fase della ricerca del materiale, che eseguo sempre con un certo rigore, poi è l’istinto a lavorare, la pura emotività. Non c’è mai un’idea politica precostituita dietro ai miei film, perché è l’atto stesso del fare artistico a divenire immediatamente anche gesto politico, e quindi sociale. Certo, se vado a documentare le condizioni indicibili dei tagliatori di canna haitiani o dei nostri pescatori, penso che si capisca subito da che parte sto. Per me il documentario è una questione creativa in cui inevitabilmente confluisce anche uno sguardo sul mondo. In definitiva, tra i vari generi di film documentario, quello che prediligo è senz’altro il cosiddetto “documentario di creazione”, o “autoriale”.

Qual è il tuo punto di vista sul futuro del documentario in Italia?
Nessun futuro concreto all’orizzonte. Al momento sono solo registrabili una certa “moda” del documentario e una notevole crescita di festival specializzati. Quel che mi stimola è l’idea che questa paradossale situazione di mercato renda certi documentari indipendenti ancora più preziosi, forse gli unici esempi di cinema dove ancora si può scorgere una creatività libera, svincolata da regole “mercantili” avvilenti. Mi piace pensare che molti di questi “piccoli” film, entreranno di merito nelle future storie del cinema. Tuttavia, a conferma di un crescente interessamento culturale al genere documentario, mi piace segnalare che è recentemente uscita, con un importante editore, la prima Storia del Documentario Italiano, di Marco Bertozzi, noto storico del documentario e regista. Un libro che tutti dovrebbero leggere perché, tra gli altri meriti, pone fine all’insensato occultamento cui il cinema documentario italiano è stato finora sottoposto.

Intervista a  Simone Del Grosso 8Hai qualche progetto in cantiere? Se sì, quale?
Sto lavorando a due produzioni, più un progetto in pre-produzione. Uno è un mio lavoro, prodotto dalla Logic Film, neonata società con cui collaboro da circa un anno. Il progetto è tra i finalisti nel Premio Solinas, Documentario per il cinema. Si tratta di un progetto ambizioso e complesso, su cui sto lavorando già da un anno e più. Il titolo è La vera storia dell’Uomo Plasmon, e riguarda la parabola straordinaria di Fioravante Palestini, l’ex testimonial della nota marca di biscotti che, come molti sanno, anche dalle sue recenti apparizioni in trasmissioni televisive importanti, ha trascorso ben vent’anni di carcere duro in Egitto per una storia di droga.
Gli atri due sono lavori su commissione in cui ho però un ampio margine di autonomia, e questo è per me imprescindibile. Uno è una sorta di documentazione “socio-poetica” sulla nostra marineria, Venga Medusa. L’altro, in pre-produzione, è un documentario sociale che affronta il tema complesso delle mutilazioni genitali femminili tra le popolazioni migranti in Abruzzo.

Perchè non dai dei consigli agli aspiranti registi che ci leggono?
Non mi sento di dare consigli. Posso solo dire che se c’è un sentimento profondo che ci muove: si deve nutrire e perseguire pienamente. Credo che il resto sia un processo naturalissimo.

A Re-volver servirebbe un critico per le recensioni di documentari, vuoi diventare dei nostri?
È andata.

Hai dei sogni? (Se non ne hai, spiegaci la motivazione per cui sei senza sogni. Se sì, dicci quali sono)
Proprio l’altra notte ho sognato di aggirarmi tra le scenografie sghembe del Gabinetto del Dottor Caligari… Che sia quella la mia vera visione della realtà!?

di Luca Torzolini
foto di Silviano Scardecchia

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Alba Adriatica, Tortoreto.
Nella notte tra il 6 e il 7 ottobre un’alluvione colpisce la costa nord dell’Abruzzo. L’acqua irrompe nelle case senza chiedere permesso. Trascina, abbatte, distrugge. Le macchine vengono sepolte dalla melma, trasportate dalle correnti, sbattendo come palline da flipper contro marciapiedi, cartelli e quant’altro. I garage sotterranei degli edifici di recente costruzione fanno scorta di acqua e fango, mentre sulle spiagge si accumulano macerie fatte venir giù dalle colline.
Le cause sono note. Varie. A noi non interessano. A noi importa degli uomini, del loro futuro: cosa faranno ora? Ci sono persone che non hanno una casaladri di biclette dove vivere, gente onesta che ha perso negozi o uffici. C’è chi ha perso solo ricordi, ma anche quelli sono importanti. Ora è necessario non dimenticare. È facile per chi è lontano da ciò che è successo dire “tutto si sistemerà”. Loro non sanno.
Non sanno cosa significa svegliarsi nella notte perché la porta di casa viene infranta da un’onda di un metro e mezzo che non ne vuole sapere nulla di chi sei e che cosa stavi facendo.
Non sanno che non puoi scappare perché una sedia a rotelle manovra la tua realtà come un burattinaio del cazzo.
Non sanno cosa significa vedere una figlia di sei mesi che scivola nel fango quasi fosse un sassolino che cade in uno stagno. O un figlio con un armadio addosso, urlando aiuto, mentre non puoi fare nient’altro che aspettare il soccorso dei sommozzatori.
peopleNon sanno cosa significa perdere il lavoro di una vita, l’unica cosa a cui tenevi veramente.
Loro non sanno. E così ti trovi da un giorno all’altro a non avere più un letto dove fare sogni tranquilli, la possibilità di dire a tua moglie “vado a lavoro!preparami qualcosa di buono quando torno!”; non puoi seguire la partita della domenica sera con gli amici e hai paura per il futuro dei tuoi bambini. Però, puoi ammirare i tuoi quadri e le fotografie che sono diventate magnifiche opere astratte aventi come tema comune il fango. La tua macchina è ormai marrone, come l’hai sempre desiderata. E se eri stanco del tuo lavoro, tutto è risolto: ora non c’è l’hai più.
Non mi venite a dire che non bisogna incazzarsi per “piccolezze del genere”. Se non c’è il morto, la televisione passa giusto per farsi un giro turistico. Ma la sofferenza e l’insicurezza sono rimaste qui e non ci lasceranno troppo presto, anzi si sono già affezionate a noi e a questi posti.
Non servirà mettere da parte nulla. Lasciate pure vuote la cantina e l’armadio, per ricordare la tragedia non c’è bisogno di alcun aiuto. Il dolore incide nella mente suoni tormentosi e immagini infuocate. Queste sono solo lettere che urlano quel dolore, così, tanto perché tutti possano ascoltarlo e non dimenticare.

di Luca Torzolini


DSC04800Raccontateci come avete cominciato?
Massimo si è comprato il basso e abbiamo deciso di cominciare. Emidio aveva un microfono tipo karaoke (di quelli di plastica finti) e abbiamo iniziato a suonare i primi pezzi punk.
Il gruppo nella sua storia ha variato la composizione degli elementi. Ma l’arrivo di Alessandro e poi quello di Marvin hanno sancito la formazione dei Lustagroove come progetto concreto.

Dove vi siete esibiti le prime volte?
Al liceo: le assemblee di istituto, durante l’autogestione, nel carnevale e alla festa di fine anno.

Perché avete scelto questo nome per il gruppo?
Stavano tornando da Teramo con il pullman. Cercando un concetto che ci accomunasse scegliemmo “Lussuria”, che incorporava lo spirito della nostra musica e dei testi e “Groove”, letteralmente significa solco: quello che speravamo di lasciare.

Qual è il messaggio che volete trasmettere? A quale pubblico in particolare vi rivolgete?
Ci rivolgiamo ad un pubblico rock, senza distinzioni. Cerchiamo di comunicare emozioni: suoniamo musiche evocative e concetti che vogliono lasciare il segno.

La musica indie in Italia sta iniziando ad avere finalmente un certo seguito. Voi cosa ne pensate?
La musica è musica. La produzione indie ti permette di avere voce senza subire i filtri delle case discografiche che impongono standard limitanti e prodotti inscatolati nella moda del momento. Speriamo che l’indie non diventi presto una tendenza del momento.

Il testo che preferite?
“For Mercuri to you” perché la musica rende bene le immagini. E anche “La volta dopo” non scherza.DSC05725

Artisti a cui vi ispirate?
Cerchiamo di essere più originali possibile, anche se in fondo è difficile non lasciarsi influenzare dai propri gusti e dai propri limiti. Una grande ipocrisia è: “Mi ispiro solo a me stesso!”. Ci piacciono molto i Red Hot Chili Peppers e gli Incubus.

So che avete girato un video...
Il video è stato girato da Marvin e gli altri non ne sanno niente. Fino ad ora almeno! Giovanni Aretusi si è occupato della parte tecnica. Appena terminato sarà messo sulla rete www.myspace.com/lustagroove.

Della vostra terra cosa ci dite?
È molto difficile cominciare in Abruzzo per chi è interessato ad esporre lavori originali e nuove idee. Ci sono molti problemi culturali di base e iniziare è un’impresa soprattutto per la mancanza di fondi. È difficile muovere l’interesse generale se non con feste di paese e prodotti nostrani, vetrina inconsueta per qualsiasi lavoro artistico.

Improvvisate?
Di brutto! Abbiamo cominciato a causa di Massimo che non si ricordava i pezzi. Col tempo anche Marvin ha smesso di ricordare e l’improvvisazione è diventata la parte “più vera” delle nostre performance.

So che il rito propiziatorio del gruppo è particolare?
Sì, in effetti ci salutiamo a vicenda prima di salire sul palco con questa frase “Ok ragà, ci si vede dopo il concerto!”.

di Luca Torzolini


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In principio eri uno scrittore. Perché hai deciso di passare alla regia?

Il passaggio dalla scrittura alla regia cinematografica è stato un’evoluzione molto naturale. Ero amante della scrittura e ho iniziato a scattare fotografie a sette anni. Quando facevo le foto provavo un brivido… sentivo il gusto di stare dietro, di osservare, di catturare le emozioni, di immortalare. Quando ho iniziato a narrare le mie storie usando le immagini in movimento, mi sono sentito subito a mio agio. Dirigere un film non è come scrivere un libro. Il cinema ha regole più rigide e meccanismi completamente diversi (anche, ahimé, produttivi). In compenso, sia che si stia scrivendo un libro, sia che si stia girando un film, si tratta pur sempre di narrare una storia e di farlo usando una visione personale. Del cinema apprezzo molto il fatto che si tratta di un’arte più internazionale della letteratura. […] Nella parola scritta le cose funzionano diversamente, perché ti rivolgi necessariamente a gente colta che, a causa dell’imbarbarimento generale in cui è sprofondata la società italiana, scarseggia. Sono poche le persone in grado di finire di leggere un libro in Italia. Le persone che leggono libri colti sono una cerchia ristretta di individui (per come la vedo io, di “Eletti”). Il cinema è un’arte che coinvolge tutte le altre. Si lavora in gruppo, non da soli. Non è solamente grazie al regista che un film viene bene. Con la scrittura, in compenso, puoi ottenere un’esperienza magica che girando un film non puoi sperimentare. Lo scrittore può chiudersi in una stanza ed immergersi in un mondo fatto di personaggi, di relazioni, di storie e fatti creati da solo. Il tutto senza bisogno di budget. La scrittura è l’unica azione umana che ci fa assomigliare, seppur lontanamente, ad una divinità.

Infatti continui a pubblicare libri e sta per uscire Terrorism!. Parlaci di questo libro.

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È un libro molto particolare, una sorta di romanzo noir sul terrorismo individuale. È ambientato nella contemporaneità, cioè in un Italia decadente, una nazione in cui la gente ha perso ogni speranza e in cui la politica non riesce più a governare il paese. Ho scritto questo libro perché mi piacerebbe che l’Italia fosse diversa. Senza dubbio si tratta di un libro politico, inutile nasconderlo. In assoluto è la prima volta che parlo di vicende che riguardano la politica. Lo stile, come negli altri libri che ho pubblicato, è secco. In un centinaio di pagine ho condensato irriverenza pura e antipolitica, nel senso più ruvido del termine. Terrorism! non è un libro per signorine. Il protagonista del libro si scaglia contro la seconda Repubblica, la analizza e la fa a pezzi da ogni punto di vista, è un individuo marcio come l’Italia di oggi. Per come la vedo io, la lettura di questo libro dovrebbe essere vietata ai minori.

Come ti trovi a lavorare nella tua città?

È sempre un’esperienza meravigliosa. Alba Adriatica e la Val Vibrata hanno accolto me e la troupe in maniera molto calorosa. Mi sono sempre trovato bene a girare film in Abruzzo. La gente è meravigliosa, sempre gentile. La popolazione mi ha sempre fornito ogni genere di aiuto. Il calore umano quando giri un film è fondamentale. Il cinema è un’arte che ha bisogno di calore, di amore. Se non fosse stato per la gentilezza degli abruzzesi probabilmente i miei film sarebbero stati imprese molto più complesse. Ho girato in parecchie località e, devo dire, che in Abruzzo si lavora molto bene. In certi posti del Sud, se le persone vedono una troupe cinematografica si chiudono in casa e diventano timorose. Nel Nord, invece, sono meno pazienti e creano problemi (non ovunque). A Roma, stranamente, il cinema viene ostacolato. Pensa che per far poggiare una telecamera sul cavalletto, anche se sei un regista indipendente con budget minimo, ti fanno pagare dai 500 euro ai 1500 euro al giorno. Moltiplica questa somma per almeno venti giorni di lavorazione in esterni e ti rendi conto di quanto sia ingiusto! È una forma di protezionismo imposta dai vecchi cinematografari (e dalle grandi società) e dalle istituzioni. Poi ci si lamenta che i film italiani sono brutti e che in Italia non ci sono bravi registi. Come direbbero a Roma: “Fatece lavorà!”. In Abruzzo, invece, le istituzioni non negano mai i permessi, perché si tratta di girare in località, Pescara a parte, “a dimensione umana”.

Com’è la situazione in Abruzzo e quali sono le difficoltà che deve affrontare un filmaker?

Le difficoltà sono soprattutto logistiche, nel senso che riguardano la carenza, ovvia, di maestranze locali. Da noi non si fa cinema, dunque non ci sono gli strumenti basilari (economici, tecnici e professionali). Ma è così anche altrove. Il cinema, in Italia, lo si fa in prevalenza a Roma, a Milano, a Torino e in Friuli Venezia Giulia (un’eccezione costata ai politici anni di studio e duro lavoro). Il finanziamento dei film che si producono in quelle zone è assolutamente corporativo. Le sovvenzioni vere, quelle importanti, sono solo lì e vanno a quelle quattro o cinque società. Tutti i soldi li beccano loro, mentre per gli altri devi arrangiarti da solo. Per come la vedo io, comunque, se un filmaker vuole definirsi tale, le difficoltà le deve rimuovere e le sovvenzioni devono essere il grasso che cola. Un vero regista è in grado di girare ovunque, senza perdere “tempo di vita” a lamentarsi di questo o di quello. Se sei un filmaker e hai pochi soldi per girare, il film lo fai lo stesso. Se vuoi davvero fare un film, devi tirare fuori gli attributi e creare le condizioni per iniziare e finire il tuo film. Ho conosciuto aspiranti registi che avevano paura di produrre i propri lavori, ma non avevano timore di comprarsi la macchina costosa o di buttare i soldi per uno stile di vita troppo oneroso. Se credi nei tuoi film, puoi anche trovare i soldi per produrli, anche a costo di dover elemosinare ovunque o di vendersi un rene (come ha fatto Robert Rodriguez per prodursi El Mariachi).

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La tua ultima esperienza nel campo cinematografico è stata Alieno, l’uomo del futuro insieme al regista Pierpaolo Moio. Parlami del titolo del tuo ultimo film.

Il film Alieno, l’uomo del futuro si intitola così perché il protagonista del film è un uomo che non è in grado di provare emozioni (alieno, per l’appunto). Secondo la nostra comune visione delle cose (mia e di Pierpaolo, il coregista del film) gli uomini non emotivi sono destinati a diventare i padri delle future generazioni. L’emotività corrompe e logora, l’assenza di emozioni ci preserva dalle sofferenze. L’alienazione nella vita può rivelarsi come un valore aggiunto. Si tratta ovviamente di una provocazione...

Qual è il futuro previsto per il film (Festival, distribuzione)?

Il presente del film è che è stato selezionato presso festival molto prestigiosi. I festival sono importanti, perché esserci significa che hai lavorato bene e che il tuo film verrà visto da un pubblico scelto e dai critici. Portare Alieno, l’uomo del futuro ai Festival è stata una via crucis. Il mondo dei lungometraggi è pieno di insidie e di gente che ha fatto film con budget a sei zeri, mentre il nostro film è costato pochissimo. A Montreal era l’unico low budget della rassegna. Gli altri cinque film italiani selezionati erano dei ”colossi produttivi”. Mi limito a dire che i film a basso costo sono dei guastafeste… perché catalizzano delle attenzioni che “devono” finire altrove. Il mondo del cinema, in Italia, funziona peggio della politica e, citando le parole tratte dal film, “la meritocrazia non esiste”.

A quale progetto stai lavorando in questo momento?

Sto lavorando al montaggio di un film documentario che si intitola Fango. Si tratta di un documentario no-profit sull’alluvione che ha colpito Tortoreto, Alba Adriatica e comuni limitrofi. Si tratta di un lavoro molto interessante che sto portando avanti anche grazie a una collaborazione con la Rai, che mi ha fornito del materiale davvero prezioso. Lo devo girare per forza: primo perché ad Alba Adriatica ci vivo; secondo perché a causa dell’alluvione ho perso tutti i miei filmati girati dal 1992 al 1999 e buona parte della mia produzione letteraria.

Una curiosità. Chiacchierando ho capito che non rispetti la segnaletica stradale. Perché?

Forse perché non so guidare o, molto più probabilmente, perché ho la testa altrove… Chissà, magari sto pensando a qualche scena del mio prossimo film.

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