di Claudio Romano

Ce lo avevano detto. E qualcosa in noi lo presagiva. Non volevamo abbatterci noi de L’Aquila. Eravamo ottimisti. Subivamo pazientemente il timore quotidiano, l’incertezza che seguiva ogni scossa.
«E se la prossima dovesse essere davvero forte?» ci chiedevamo «Cosa faremo?»
Il mondo va così: sempre peggio. Andavamo avanti, una città deve farlo.
Alla fine quella scossa non si è fatta attendere.
È giunta.
Puntuale, efficace.
Ci ha colti nel buio, nel nostro letto. L’indomani saremmo andati a lavorare, a scuola, all’università. In una giornata come tante avremmo badato alla casa, ai figli, ai nipoti. Avevamo un esame, ma eravamo tranquilli e preparati. Alle 3:32 di domenica stavamo dormendo.
«Ci vediamo domattina alle 9, sotto casa tua.» Un sms inviato prima di chiudere gli occhi.
Appuntamento mai rispettato.
Alcuni gli occhi non li hanno riaperti: il cemento li ha chiusi per sempre.
Gli altri al buio, al freddo. Una coperta impolverata sulle spalle, nel migliore dei casi, di chissà chi. Infreddoliti, terrorizzati, senza più casa, rasa al suolo in una notte stellata come tante.
In un baleno. In troppo poco tempo.
Altri ancora, come me, hanno vissuto immobili il timore della morte.
Nell’oscurità.
Non hanno potuto fuggire, perché presi alla sprovvista e domiciliati agli ultimi piani.
Al di fuori della logica si sono salvati. In un boato atroce misto all’acuto frantumarsi di ogni cosa hanno assistito impotenti all’evento. Lo hanno udito abbattersi su di loro. Il buio precludeva il resto.
Fuori: la tremenda sinfonia di uomini e donne in preda al terrore, la terribile polifonia di una natura furente.
Poi, a giochi finiti, silenzio lancinante: un capoluogo incredulo, annientato. Un capoluogo col capo chino.
Puoi perdere tutto quello che hai in pochi secondi: il pensiero comune.
Una città e tante vite possono scomparire in un battito di ciglia: il pensiero mio.
Dire addio alla propria casa; ai propri cari; alla propria città; alla propria vita; accettare che tutto si frantumi, vada in pezzi: è possibile?
Vivere o sopravvivere: in Abruzzo forse non c’è differenza, oggi. Case sbriciolate, beni materiali polverizzati, vite sepolte dal calcestruzzo.
La natura, che tutto cancella, si è manifestata.
Ora la paura regna vigile su queste terre dimenticate dalla buona sorte.
Ancora per quanto?
di Luca Torzolini
C'ero. Anche stavolta. Dopo l'alluvione, il terremoto.
Alle 3:32 è cominciato l'incubo. Intensità: 5,8 gradi della scala Richter. Epicentro: Paganica. I muri aperti e le crepe sulle scale della mia abitazione non erano nulla. Fuori, sulla strada, potevi vedere l'inferno. Dei ragazzi urlavano sotto le macerie, sepolti da quintali di polvere e cemento; qualcuno si è buttato dal primo e dal secondo piano e ha riportato sicuramente meno danni. Ho chiamato tutti gli amici più stretti: quando rispondevano la gioia per la loro incolumità era in ossimoro con le grida che sentivo come sottofondo. Un'ora dopo la scossa sono arrivati i soccorsi. Incitati dai civili hanno fatto tutto quello che era nelle loro possibilità. La mattina dopo 25000 persone si trovavano senza casa, senza vestiti. Circa 300 morti e 1500 feriti.
È passato poco tempo da allora, i comuni limitrofi hanno accolto nelle strutture alberghiere molte persone; lo stato ha fatto promesse e ha promosso donazioni e ogni forma di aiuto.
Quando caleranno i riflettori, quando la stampa e i media non ne parleranno più, allora ci sarà davvero bisogno di aiuto. La necessità di dare quel che si può, di privarsene per donarlo, è un dovere civile dettato da un istinto umanistico. Fra poco scorderanno la tragedia come è successo per l'Irpinia. Noi non abbiamo solo scritto l'articolo, stiamo facendo tutto quello che possiamo per registrare l'evento e aiutare come possiamo i terremotati. Molti dimenticheranno l'accaduto, molti la smetteranno con il becero buonismo in cui le parole non coincidono con i fatti. Voi che farete?