Holy EYE

CERTIFIED

Domenica 23 dicembre 2018 presso il Room 76 di San Benedetto Del Tronto (AP) si svolgerà il Cult Day 2018, evento organizzato da Luca Torzolini insieme all’associazione culturale U.F.O. (Unidentified Female Organization) che propone un’esposizione personale dell’illustratore e fumettista Alessandro Scacchia e una serie di performance nei più disparati campi artistici.

La mostra, incentrata sull’illustrazione erotica, aprirà i battenti alla collaborazione con il progetto “L’orgasmo finanzia l’arte”: ogni sex toy acquistato garantirà il diritto ad essere disegnate, se donne, dal fumettista; gli uomini potranno avere altresì lo schizzo della donna dei propri sogni. Parte dell’incasso sarà quindi devoluto per la creazione delle opere d’arte prodotte e distribuite dalla Holy Cult, come la graphic novel JAY-NA di Ulderico Fioretti che sarà presente alla serata per il firmacopie con dedica dell’opera intercontinentale.

Luca Torzolini, direttore della galleria Holy Expo, accompagnerà la performance dell’artista tramite interventi poetici ubiqui in nome della rinascita dell’eros. L’atmosfera musicale della serata sarà avvalorata dal dj set di Erika De Felice.

In completo delirio volutamente disorganizzato, altri artisti si muoveranno come ombre nelle pieghe bramose della serata. Flavio Sciolè, artista e performer sarà presente nell’essenza dell’assenza, con antistile ed eleganza.

Durante la serata si svolgerà un contest: per ogni cocktail si avrà diritto all’ingresso nella Red Room, dove scegliendo uno fra gli elementi scenografici e gli accessori la partecipante poserà per uno scatto che concorrerà sui social; la vincitrice avrà diritto ad un premio a sorpresa consegnato da Ignazio Golia Errante, il santo gigolò. Sarai tu il sex symbol della rinascita dell’eros?

di Luca Torzolini e Daniele Epifanio

In un nascosto paese del Lazio, immerso nella poesia che la natura costantemente e gratuitamente ci dona, siamo andati ad incontrare Fabio Piscopo, pittore figurativo e scultore fiorentino. Un artista che non definisce le proprie produzioni artistiche come “opere” bensì come “realizzazioni” e che racconta con un sincero sorriso sulle labbra di quando, in seconda media, bravissimo in tutte le materie, venne rimandato a causa della sua insufficienza in disegno: “il bello è che avevo già deciso di frequentare in futuro solo ed esclusivamente il liceo Artistico come scuola, volevo imparare a disegnare […] nell’opera, quadro,  scultura, ceramica non metti l’oggetto, bensì un tuo pensiero. Per trasmettere tale pensiero però, devi essere in grado di formulare un discorso. Ad esempio, nel linguaggio parlato per saper formulare un discorso non puoi solamente saper spiccicare l’italiano, devi conoscere la sintassi, la grammatica, un poco di etimologia delle parole; insomma devi avere un minimo di formazione così da essere un bravo comunicatore. Nell’arte figurativa gli strumenti sono diversi ma il concetto è sempre quello. Sapendo che tutto ciò che m’insegnavano non era propriamente definibile come arte, mi sono iscritto al Liceo Artistico: volevo poter padroneggiare gli strumenti da utilizzare per esprimere ciò che volevo esprimere.”

Intervista a Fabio Piscopo 1

Fabio, qual è il messaggio della tua arte?
Per me che ho scelto di comunicare attraverso “il segno” è un po’ difficile dirlo a parole.
In ogni mia realizzazione però vi è l’umanità, al centro di tutto c’è l’uomo. È inutile andare a ricercare altri benesseri all’interno della vita se per primo si esclude il rapporto con gli altri uomini. Il messaggio potrei definirlo come “amore”, nel senso grande del termine. Non come quello che nasce tra un uomo e una donna o nella sua accezione carnale, bensì nelle interazioni tra tutte le persone. Se ci fosse questo tipo di sentimento tra tutti gli uomini, il politico, dall’alto della sua posizione, farebbe gli interessi di tutti e ognuno, concorrendo al bene dell’altro, concorrerebbe anche al proprio: nessuno cercherebbe di fregarsi. Questo è il mondo ideale che noi chiamiamo “utopia”, ciò però non significa che non potrebbe esistere.

L’arte per te è un fenomeno sociale o naturale?
Io credo che l’arte sia insita dentro ciascun individuo, tutti al momento della nascita hanno la creatività insita nel proprio io o nella propria testa. Poi per un motivo o per un altro c’è chi la mantiene e c’è chi invece la soffoca e ciò accade nei primissimi anni di vita, quando si è ancora bambini. In seguito ci sono momenti in cui da fastidio avere questo cervello, questo “io creativo” e dunque ci si adegua alla società, ci si adegua alla normalità per avere una vita meno contrastante e meno contrastata. Invece c’è chi quest’arte la coltiva, chi vive bene dentro questo “io diverso” e che dunque coltiverà la propria predisposizione innata sviluppando il senso artistico, il senso critico e imparando ad accettare i disagi e le bellezze che la vita ci offre…
La vita da artista… sai, delle volte mi ritrovo a parlare con gente che mi dice <<beato a te che fai questo, beato a te che hai scelto di vivere così, beato a te che puoi fare quello che ti pare…>> la domanda che mi viene sempre spontanea è <<ma perché non lo fai anche te?>> loro dicono <<ah no… io ormai…>>: bene questa è la negazione dell’arte, quando uno dice <<io ormai sono distrutto>>, ma chi t’ha distrutto dico io? Una persona può riprendere la propria creatività anche se per 20-30 anni l’ha rinnegata. Ci vuole un minimo di coraggio… neanche molto in fondo, certamente non pari a quello di cui si ha bisogno per affrontare una malattia.

Qual è una delle tue più profonde paure da sempre?
Forse la banalità. Ritrovarmi a essere piatto e non avere, la mattina quando mi sveglio, più nessun entusiasmo. Pensare che quella mattina sarà uguale all’altra…
Ad esempio, mi ha sempre spaventato il così detto “lavoro giornaliero”, senza un minimo di emozione, diversità o creatività nei confronti della giornata. Mi angoscia l’idea di ripetere il gesto, di partire, di andare, di tornare, di vedere, di mangiare, di dormire per poi ricominciare da capo sempre lo stesso ciclo… vivere dentro questo senso di noia per poi arrivare sino alla vecchiaia e alla morte. La maggior parte delle persone arriva in fondo alla vita non vivendo più, sono già morte prima; sono morte dal momento in cui hanno iniziato la famosa “carriera”: la carriera del lavoro, della famiglia o dei rapporti con la società… questo modo standard di vivere.

Possono esserci compromessi nel corso dalla vita?
No no no…. Compromessi non devono esserci, assolutamente. Se hai un compromesso e un senso della vita creativo prima o poi questo compromesso ti crolla, o crolli te o crolla lui. Non ci devono essere compromessi ma una chiarezza totale, poi le persone che ti stanno accanto ti devono accettare o non accettare per quello che sei. Non bisogna poi essere spaventati dalla solitudine poiché, se vissuta coscientemente, non è solitudine quanto pienezza del proprio essere. Quando una persona impara a vivere bene nella propria solitudine, vive benissimo anche insieme agli altri.

Intervista a Fabio Piscopo 2

Cosa significa per te “sperimentare”?
Prima di tutto la sperimentazione è una distruzione di ciò che sai e di ciò che ti è certo. Io ho delle sicurezze, dal momento in cui violento queste sicurezze, ho la possibilità di scoprirne di nuove. Quindi la ricerca è non aver paura di andare oltre il conosciuto, oltre il certo, oltre ciò che da sicurezza e pane quotidiano.

Cos’è la “perversione”?
La perversione è tutto ciò che è contro la naturalezza. Uno che si abbuffa di pasta asciutta è un pervertito o uno che si abbuffa di vino è un ubriacone, mentre gustare un bicchiere di vino è un'altra cosa; anche nel sesso è così. La perversione è sempre qualcosa che va oltre il naturale. Non credo che in natura essa esista, dunque se vai contro ciò che è naturale, vai contro la tua stessa natura.

Se mancassero 6 ore alla fine del mondo, cosa faresti?
Mhà… guarda penso che continuerei a fare quel che sto facendo. Effettivamente sono diversi anni che penso alla mia fine e sono dunque diversi anni che penso a gustarmi ogni momento, invece di continuare ad affrettarmi. Se dovesse finire il mondo tra sei ore, credo che rallenterei ancora di più, proprio per gustarmi ogni secondo di quel che sto facendo, perché tanto correre sarebbe inutile.

Spenderesti tempo anche per aggiustare quella mattonella incrinata?
Ahahah… Beh se mi trovassi nel momento in cui la sto aggiustando finirei di farlo. Non importa se aggiusti una mattonella o fai un quadro, tanto è la stessa cosa, arriva la fine no? L’importante è che quel che stai facendo tu lo viva… non è che cosa fai ma come lo fai.

Credi che le cose finiscano?
Si, un’opera finisce… ma solo perché ne deve iniziare un’altra. Lo stesso è per il rapporto con le persone. Quando un rapporto finisce è sempre una cosa orribile, un rapporto non dovrebbe mai finire, perché poi rimangono solo rabbia, rancore ­­­­e negatività; il rapporto dovrebbe evolvere. Il finire di una relazione dovrebbe essere il suo trasformarsi. Ad esempio, posso avere un rapporto amoroso o sessuale molto stretto con una donna, poi improvvisamente esaurirlo, per tanti motivi dipendenti o meno dalla volontà di entrambi, però questo rapporto dovrebbe rimanere vivo, rimanere costruttivo, dovrebbe percorrere un’altra strada rimanendo però sempre in cammino, un cammino evolutivo, in avanti.
Il rapporto che finisce è stato un avanzamento, un qualcosa che ha accresciuto la tua personalità… perché distruggere qualcosa che ti ha arricchito?

di Luca Torzolini

 

Intervista a Kyrahm e Julius Kaiser 1

 

Kyrahm e Julius Kaiser sono artiste operanti nel settore della Performance Art. Diversi storici dell'arte indicano la coppia artistica come una delle nuove evoluzioni della body art storica contemporanea.
Kyrahm è artista concettuale, videoartista, body artist e performer . Elabora performance dal forte impatto emotivo. Julius Kaiser è videomaker, drag king e performance artist. La sua ricerca artistica ha origine nell'ambito della sperimentazione che indaga i ruoli sociali di genere proponendo una visione fluida degli stessi coerentemente con le teorie filosofiche Queer. Lavora anche come videomaker realizzando videoclip e documentari, organizza workshop.

“Kyrahm e Julius Kaiser sono il Capitano Achab della nuova frontiera corporea, trans/oceanica dell'esistenza, capaci di fermare e ri-creare il mondo, là dove il sacrificio diventa poesia verso l'essere umano che s'offre (per scelta) e soffre (suo malgrado)” (Marco Fioramanti).

“Kyrahm e Julius Kaiser: il corpo mutante del ventunesimo secolo” (Lorenzo Canova 2012).

“Kyrahm e Julius Kaiser sono tra i nuovi rappresentanti della body art contemporanea” (Vitaldo Conte 2012).

Premi e menzioni:

2008: tra le 30 migliori performance del mondo - Manifestazione IDKE - Columbus, Ohio, Usa 2009: vincitori del Premio Arte Laguna sezione sperimentale performance - Venezia, Italia

2010: winner on-line vote Celeste Prize International - New York, USA

2012: Miglior documentario - Corto Acquario International - Roma, Italia

Menzione Speciale Premio Chiara Baldassari - Vecchiano, Italia.

2013: vincitori del Premio Adrenalina sezione Body Art - Museo MACRO, Roma

Che significato ha per voi la parola “comunicare” e che valore ha nelle vostre opere?
La comunicazione è un processo di decodificazione di segni attraverso il quale è possibile entrare in relazione con altri ed esprimere messaggi e significati.
Attraverso il corpo presente, mezzo semantico per eccellenza, cerchiamo una connessione orizzontale con il pubblico che assiste e interpreta.
Noi ci esprimiamo attraverso il linguaggio della performance art e dell'arte visuale.
Spesso partiamo da un vissuto personale, perché crediamo fortemente nell'autenticità dei messaggi da veicolare.

Nella performance “Human Installation 0: Chrysalis”, Kyrahm è rinchiusa in un bozzolo per 24 ore, custodita per i bisogni primari dalla sua vera madre con collegamento web 24 ore su 24. Un gesto per risanare l’incomunicabilità tra genitore e figlio.

“Dormi o sei morta?”

Mamma conchiglia, 
figlia poltiglia.

“Sono viva, non senti il mio respiro?”

“Credevo fosse il vento.”

(Kyrahm)

Una webcam è posizionata allinterno della Crisalide.

Attraverso il live streaming provochiamo l'interazione tra spazio pubblico e privato, un'estensione dell'hic et nunc, l'interdisciplinarietà dei linguaggi della comunicazione.
L'azione ha avuto notevole interesse mediatico e numerosi servizi, tra cui anche Repubblica, hanno dedicato spazio all'evento.
Nel 2011 per la presentazione di Born this way, il nuovo disco, Lady Gaga dichiara di essere stata rinchiusa in un bozzolo per 72 ore con collegamento on line attraverso il social network twitter con i suoi fan.
Dopo le 30 ore, Kyrahm esce dal bozzolo per iniziare Human Installation II: Life Cycle, sulle fasi della vita. In scena un neonato e soggetti anziani che mostrano i loro vecchi corpi.

Presentata presso:


Mut-azioni Profane - Body Performance Art Festival.

Biennale di Ferrara 2010

Generatech Festival – Valencia 2010

Museo MACRO – Roma 2012

Opera vincitrice Premio Adrenalina 2012

Intervista a Kyrahm e Julius Kaiser 2

Che significato riveste per voi la parola sperimentazione?
Elemento assolutamente necessario per il processo creativo, che spesso si traduce nel ricercare il più possibile la sintesi, togliere il non-necessario, gli orpelli.
Ci siamo ritrovati spesso a rielaborare delle azioni nel corso degli anni, asciugando gesti e ricercando l'essenziale. Durante la fase della sperimentazione, fondamentale è comunque eliminare qualunque tipo di censura alle idee, cercando di non focalizzarsi mai sui limiti di realizzazione, ad esempio tecnici. La mente deve essere sgombra da qualsiasi pensiero legato all'impedimento.
L'esperimento è il gioco, e nella body art spesso si traduce nel provare su se stessi l'effetto di cambiamenti anche estremi, allo scopo di fare ricerca.

Per il progetto Making Peace With The Wind, Kyrahm si inietta della soluzione salina nel volto per deformarlo, scurisce e rasa i capelli. Per le vie delle città del Nord Europa, ha poi raccolto i feedback dei passanti: gli sguardi erano pieni di sgomento, disprezzo, altre volte sfuggenti. E' una profonda riflessione sulla percezione e la dismorfofobia. “Kyrahm: Fino ai 15 anni mi sono sentita un mostro. Poi il corpo cambia, tutto si trasforma. Per un po' ho lavorato anche come fotomodella e attrice. Il desiderio ossessivo di essere belle è una sconfitta, un disperato bisogno di accettazione, un adattamento ai feroci canoni imposti dalla moda, dalla società e dai media.
Trasformandomi in una bella donna avevo, in un certo senso, perso.”

Presentata presso:

Mitreo Arte Contemporanea- Roma 2012

Hasselt – Belgio 2012

Considerate sia possibile eliminare le distinzioni di razza e genere?
Non crediamo nell'eliminazione delle distinzioni, ma nell'educazione al valore delle differenze e dunque al superamento dei pregiudizi.

In Human Installation I: Obsolescenza del genere, Julius Kaiser, effettua la trasformazione da donna a uomo sulla scena. L'opera parla di fluidità dei generi, coerentemente con la teoria queer. Unisce body art e teoria queer, affermando che il genere in realtà è una costruzione sociale.  Sullo sfondo una serie di corpi nudi: sono presenti donne e uomini biologici e transessuali FtM e MtF che non hanno ancora terminato l'iter di riassegnazione sessuale.

“Il corpo nudo e l'io, la maschera e lo stereotipo. Un quadro ginoandroide. Una fila di corpi nudi avanza lentamente. Il sesso biologico come pelle, maschio, femmina. Il genere come senso del sè, uomo, donna. Percorso, attraversamento, transizione. Ogni soggetto, una storia. Cambiare sesso è doloroso come la nascita. Le maschere d’oro sul volto non nascondono le identità: come son riconoscibili le sfumature del genere. Solitaria subentra una creatura di sesso femminile. Accarezza i corpi uno per uno. Il travaglio è faticoso, la carne materia da modellare. Il rito della vestizione tra fasce contenitive, pantaloni, giacca e cravatta è il ritorno all’opposto. Non è più necessario indossare la maschera: l’io è rivelato.”

Presentazioni e menzioni più significative:
Idkex – USA, Columbus 2009 selezionata tra le 30 più belle del mondo

Werkstaddt der Kulturen -  Berlino 2009

Opera vincitrice sezione performance del Premio Arte Laguna - Venezia 2009

MACRO – Museo d'Arte Contemporanea di Roma - 2012

Museo di Nocciano – Pescara 2011

MutAzioni Profane – Body Performance Art Festival 2009

MutAzioni Humane e Pensiero – International Performance Art Festival 2012 – con il patrocinio dell'Ambasciata del Cile.

Intervista a Kyrahm e Julius Kaiser 3

Cos’è la violenza? Che percezione avete del dolore?
Il dolore fa parte della vita. Potrebbe essere anche una grande risorsa.
Ma non lo è la violenza che è sopraffazione e sopruso.
La body art estrema attua pratiche che hanno origini antichissime (body mods, sunspension, piercing, scarification) e rende il corpo protagonista assoluto considerandolo soggetto e oggetto dell’espressione artistica ed esibendolo come opera e pone una riflessione su interventi sul corpo socialmente accettati (chirurgia estetica) e modificazioni corporee che hanno faticato (e continuano) a proporsi come modelli alternativi diffusi. C'è un atteggiamento condiviso che impone ciò che è giusto o sbagliato in proporzione all'autodeterminazione. Più un corpo autodetermina se stesso (ad es. transessuali, freaks) più è considerato deviante perché non omologato alla società (il corpo deviante somiglia a se stesso e non alla società, quindi potenzialmente pericoloso per l'equilibrio e sfuggente alle dinamiche di controllo).

Tra le performance "Human Installation III: Sacrifice" dove avviene una vera crocifissione con la tecnica della sospensione e Kyrahm piange sangue togliendo aghi inseriti nell'arcata sopraccigliare. Un'opera tra body art estrema e iconografia cristiana.

Intervista a Kyrahm e Julius Kaiser 4

Durante la performance “Human Installation IV: Il gioielliere”, Julius Kaiser crea una composizione estetica di aghi e perle inserite nella schiena di Kyrahm. Il gioiello usato per ferire la carne è rappresentativo del tema atavico delle differenze di classe e dei giochi di potere legati ai ruoli di genere.
Kyrahm si volta e continua a ferirsi all'altezza del petto: il sangue che scorre sull'immagine proiettata del bambino sulla pancia ricorda che spesso nelle diatribe tra genitori sono i figli a pagarne le conseguenze.
Ma è anche rappresentativo della brutale violenza spesso omicida attuata sulle donne.
“Kyrahm: Le pratiche di auto-inflizione sono solo linguaggi che ho recuperato dagli ambienti underground. Parafilie e affini sono derivazioni eventuali e non il punto di partenza. Per quanto mi riguarda quindi non c'è una tendenza masochistica, si tratta solo di una scelta estetica. Il corpo è il mio mezzo, territorio semantico, così come anche per altri artisti.
Credo fortemente che accanto ad azioni simili sia necessaria una ricerca estetica minuziosa. Altrimenti si tratta soltanto di pratiche fine a se stesse.”

Presentata presso:

Evento collaterale della Biennale di Venezia 2009 Blue Wedding

Festival di arti performative Corpo al museo di Nocciano a cura di Sibilla Panerai, alla Dinnerwave Art Gallery in Arizona e per i festival Mut-azioni Profane, Female Extreme Body Art  e MutAzioni Humane e Pensiero creati da Kyrahm e Julius Kaiser.

Performance ospite d'onore del Festival Internazionale delle Arti di Ferrara.

L'opera ha preso parte al progetto Woyzeck by Cercle.

Intervista a Kyrahm e Julius Kaiser 5

Qual è il rapporto fra performance art e teatro?
C'è molta confusione rispetto la performance art e il teatro. Nel teatro l'elemento dell'interpretazione è preponderante, nella performance art tutto ciò che avviene è reale. Parliamo di linguaggi completamente differenti.
Siamo in una fase di cambiamento. Durante l'ultimo festival organizzato, MutAzioni Humane e Pensiero (con il Patrocinio dell'Ambasciata del Cile), abbiamo maturato la convinzione della necessità di un’estensione ulteriore dal corpo.

Qual è il limite della performance art rispetto alle arti tradizionali e quali le possibilità intrinseche solo ad essa?
Non crediamo ci siano limiti. La performance art è una necessaria evoluzione rispetto alle arti tradizionali.

Come si vendono le performance? Che opinione ne avete in merito?
La performance in origine nasce per sfuggire alle dinamiche di mercato.
Tuttavia un artista chiamato a performare deve avere inevitabilmente cachet e copertura costi di realizzazione.
Tentare di intrappolare l'opera è mera illusione. Possiamo però parlare relativamente alla nostra esperienza. Di ogni performance esistono i suoi corrispettivi come gli oggetti di scena, le immagini, i video, ma anche i suoi schizzi preparatori.
L'artista interviene manualmente sull'immagine derivata dall'azione performativa per riconoscere quel frame, quella foto come unico o in tiratura limitata, senza il quale il valore è assolutamente diverso.  Questo per sfuggire alla riproducibilità digitale.
Un conto sono le immagini che circolano liberamente utilizzate per la diffusione del lavoro (anche se molti artisti preferiscono non adottare la politica della condivisione), un conto l'immagine resa unica dall'intervento dell'artista che “performa” quindi nuovamente sul suo corrispettivo.
È poi necessario un riconoscimento scritto da parte dell'artista che ne attesta l'autenticità. Questo per quanto riguarda la nostra personale esperienza.
Poi ci sono stati casi come l'acquisto dei diritti da parte del Moma della performance Kiss di Tino Sehgal.
Le nostre azioni e i suoi corrispettivi fanno parte di collezioni pubbliche e di privati.

Nell’identificazione costante delle masse verso determinate “mode del pensare”, trovate sia possibile un’evoluzione?
Siamo in un'era in cui il desiderio di omologazione è molto forte. Anche nel rifiuto dei codici della maggioranza, le subculture comunque adeguano la propria estetica al gruppo di riferimento. Crediamo fortemente, a differenza di quanto venga detto, che il pubblico abbia una naturale predisposizione alla cultura. I mezzi di comunicazione di massa che propongono contenuti di bassa qualità con il pretesto dell'intrattenimento lavorano verso la diseducazione alla coscienza critica. L'evoluzione è possibile solo attraverso un distaccamento cosciente ed oggettivo.

Molti media pongono questo secolo come momento di massima libertà di pensiero e di espressione. Trovate reale questa affermazione?
Siamo sicuramente privilegiati per quanto riguarda la nostra condizione attuale, la nostra generazione e la nostra cultura.  Purtroppo tutto questo non è ancora possibile per altri popolazioni. Non dimentichiamo però che le informazioni sono spesso filtrate, rielaborate e riproposte proprio dagli stessi media che quotidianamente lavorano alla costruzione della percezione della nostra realtà.

Datemi una definizione della parola amore.
Calore e rispetto reciproco. Piacere nel dare e nel condividere, trasparenza, unicità. L’unico vero atto rivoluzionario utile.

Che cosa vi fa paura?
La morte delle persone care. La fine delle risorse. La stigmatizzazione. Il buio della mente.

Che cos’è per voi una bella vita?
Salute, affetti, economia. Quando i bisogni primari di intere società vengono bruscamente attaccati, tutti i parametri di valutazione saltano. Una bella vita è quando hai la sensazione che sia compiuta, incanalando le tue energie nella direzione di ciò che ti appassiona, ti stimola, ti fa evolvere.
Dovremmo sempre considerare che gli anni passano in fretta, le occasioni scivolano via.
Andate ad abbracciare qualcuno che amate, telefonate ai cari, meravigliatevi come se foste ancora bambini, ambite a quel che volevate fare da grandi...

Su cosa mettereste la parola “Fine”?
Alle diseguaglianze nella distribuzione delle risorse, alla manipolazione dei poteri sulla verità, agli impedimenti all'istruzione, alla sopraffazione.

Contatti e riferimenti:

www.humaninstallations.com

www.kyrahm.blogspot.com

www.juliuskaiser.blogspot.com

27 biennale tolentino - Logo

 

TOLENTINO – La 27a Biennale Internazionale dell’Umorismo nell’arte si terrà a Tolentino dall’11 luglio al 6 ottobre 2013. Sebbene sia rimasta invariata la formula in tre momenti, concorso, inaugurazione e mostra, tante le novità di questa edizione. La prima è sicuramente il cambio della guardia alla direzione artistica della manifestazione nata nel 1961 per volere del caricaturista Luigi Mari. A guidare la 27° edizione è infatti Evio Hermas Ercoli, già direttore artistico di Popsophia, unico festival della nostra Penisola ad occuparsi di pop filosofia, quest’anno con sede a Pesaro.
Il nuovo acquisto alla direzione artistica influenza già la scelta del tema con cui i vari artisti si confronteranno.
 “O combatti, o scappi (oppure ridi)”, in questo aforisma di John Morreall, filosofo fondatore dell’International Society for Humor Studies, si condensa il filo conduttore dell’edizione 2013.
Se, infatti, è possibile far fronte alle problematiche del quotidiano combattendo o dandosi alla fuga, all’uomo, contrariamente all’animale, è concessa un’altra opzione: il riso. Un momentaneo distacco dalla realtà in grado di mettere in scacco la logica binaria di attacco e resa. Una reazione di per sé inutile – esattamente come la filosofia, l’arte, il gioco stesso – che, non essendo serva di uno scopo, è espressione massima di libertà.
E allora perché invece di combattere o di scappare, dovremmo ridere? Questo è l’interrogativo cui gli artisti sono chiamati a rispondere quest’anno, con armi nuove e affilatissime. Infatti tutte le arti visive, non solo dunque quelle propriamente illustrative, potranno essere impiegate per rispondere all’interrogativo filosofico. Una fuga necessaria dalla sola bidimensionalità del cartaceo per vestire di contemporaneità la nobile arte del sorriso. Illustrazione, scultura, fotografia, digitale e ogni tipologia di materiale e di supporto; ogni mezzo potrà essere utilizzato per riflettere sulla comicità.
Una selezione delle opere, inoltre, sarà votabile online, sulle piattaforme social, sul sito ufficiale, momentaneamente in restyling, e su quelli dei media partner, coinvolgendo così, nella scelta e nella riflessione, tutti gli utenti del mondo virtuale.
La Biennale è aperta agli artisti di tutto il mondo, i quali potranno partecipare al concorso “Premio internazionale Città di Tolentino” con un numero massimo di tre opere inedite. Cinque i premi che verranno assegnati: il primo, quello al vincitore di 3.000 euro, il secondo e il terzo premio, il Premio alla Carriera “Cesare Marcorelli” e quello dell’Accademia dell’Umorismo “Luigi Mari”. A questi si aggiungeranno altri premi speciali.
A rinnovarsi è anche la scelta grafica del logo. Con un abbinamento cromatico vitalistico, che contrappone i toni del ciano (blu notte, avio, azzurro fiordaliso) al giallo oro, l’autore Giorgio Leggi, interpreta alla perfezione il minimalismo che accompagna la semplicità del riso ma ne trattiene al contempo tutta la sua ambiguità. In un tratto volutamente sfibrato, che non accenna mai al netto ma ricalca il solco di una prima spontanea pennellata e emula la mezza luna del sorriso, vi è la poliedricità di una reazione, la risata, che risponde ora con umorismo giocoso, ora con cinico sarcasmo alle ambiguità della vita. Si tratta di un minimalismo elaborato, capace di rendere l’inafferrabilità e la relatività di un’interpretazione univoca dell’atto del ridere.

 

Il bando del concorso è scaricabile al seguente link  http://www.biennaleumorismo.it/bando.html

 

SALA UMBERTO StagioneTeatrale 10/11

10 – 29 maggio 2011

Nuova Compagnia di Prosa presenta

 

PAOLO TRIESTINO                                      NICOLA PISTOIA

 

in

TROTE

di EDOARDO ERBA

CON ELISABETTA DE VITO

scena ALESSANDRA RICCI costumi ISABELLA RIZZA

suono HUBER WESTKEMPER light design LUIGI ASCIONE

macchinista FRANCESCO RITA elettricista CLAUDIO LELLI

foto di scena GABRIELE GELSI

aiuto regia FRANCESCA DI SANTO progetto grafico ORSOLA DAMIANI

regia NICOLA PISTOIA e PAOLO TRIESTINO

 

 

Venerdi sera. Il laboratorio è già chiuso. Un’infermiera gentilissima consegna ugualmente le analisi. “Non lo dica a nessuno, mi raccomando”.

Analisi che possono decidere il futuro.

Sabato, bella giornata. Un uomo pesca sull’Aniene.

Trote. Perché ormai sono rimaste solo quelle.

In lontananza Roma e la sua fretta. Roma ed i suoi figli di oggi. Roma ed i sogni di chi crede che una seconda possibilità nella vita ci sia sempre.

Dopo “MURATORI”, “GRISU’. GIUSEPPE E MARIA” e “BEN HUR", ecco ancora insieme Triestino e Pistoia in questa nuova commedia scritta appositamente per loro da Edoardo Erba. Una storia a tratti esilarante, a tratti amara, a tratti dolce, impaurita ed inaspettata. Come la vita.

 

 

Prezzi: da € 30 a € 20

Orari: dal martedì al sabato ore 21, 2° mercoledì ore 17, sabato ore 17 e 21, domenica ore 17,30

 

28–29–30 aprile 2011

Info tel 0931/896947 – cell. 338/9147675 relazionipubbliche@comune.noto.sr.it
Ingresso gratuito
www.comune.noto.sr.it


Noto città della bellezza, Noto città incantata, Noto luogo di poesia, passione, visione.
Noto e le sue strade che sono come giardini in cui la pietra prende il posto degli alberi. L’idea centrale di questo progetto è di investire sul concetto di giardino nell’accezione mitologica: il giardino inteso come “luogo” mitico, che contiene verità differenti, che contiene piante d’Oriente e d’Occidente, il giardino inteso così come lo definisce De Certeau, “carta del mondo”. Nel Barocco di Noto questo progetto è un invito al pensiero totale, a vivere l’arte come chiave vitale, capace di aprire orizzonti nuovi attraverso la visione. Un giardino di pietra come narrazione del mondo, in cui forme e segni divengono racconto, intreccio. Il limite del giardino-mondo è allora quello colto per esempio nella poesia di Trakl, è figura del mutamento: metafora centrale della curva barocca che rimanda ad altri possibili.

Non a caso gli artisti e gli intellettuali che interverranno, mostreranno e parleranno di cosa è per loro la Bellezza nella contemporaneità  e porranno l’esperienza della Bellezza non solo al confronto con l’estetica, ma alla prova del moderno, vale a dire del difforme e del disarmonico, anche con l’imprescindibile condizione etica.
Un progetto che pone fra le sue finalità la tutela del territorio e la fruizione consapevole del patrimonio artistico e letterario, ed è rivolto principalmente alle giovani generazioni.
La bellezza della città, così armoniosa da sembrare una finzione, la scena di un teatro, un giardino di pietra, nasce da un fatto tragico: il terremoto del 1693, che in questa parte di Sicilia portò distruzione e morte, ma, nel contempo, diede impulso alla ricostruzione.  Nasce così l’attuale Città barocca, famosa in tutto il mondo e inserita dall’UNESCO nella lista dei siti patrimonio Mondiale dell’Umanità. Dopo anni di mirabile e specializzato restauro oggi Noto non è rappresentata soltanto dalla bellezza delle decine di palazzi nobiliari e delle tantissime chiese barocche e della sua pietra ambrata ma è un esempio di simbiosi tra beni culturali, paesaggio, ambiente e territorio…..un luogo dove si “respira” Cultura, ma dove tutto è basato sull’ eco-sostenibilità e sulla valorizzazione dell’ambiente.

Città teatro-museo aperta, oggi meta turistica che ne ha rilanciato l’immagine nel mondo, perché a Noto, città-concetto, trasmette una sensazione di sacralità.

 

”NOTO - GIARDINO DELLA BELLEZZA”


La prima giornata di giovedi 28 aprile, avrà come tema la poesia, intervengono i poeti Lisi, Attanasio, Condorelli, Scandurra e nel pomeriggio Davide Rondoni.  Vincenzo Sanfo, Presidente dell’Istituto Italiano per le Arti e la Cultura, presenta un video su Mario Schifano.
Zhang Hongmei (Il giardino orientale) interviene con un’installazione che esprime la raffinata intensità della bellezza orientale.
Durante i tre giorni di incontri, Paolo Torri realizzerà la scultura Opera in Corso, dedicata anch’essa al barocco.

La seconda giornata è dedicata all’arte. L’artista Marco Nereo Rotelli presso la chiesa dell’Annunziata aprirà con la sua opera di luce e rappresenterà un cielo costellato di alfabeti, dal titolo Gli alfabeti del mondo, simbologia e magica espressione di universalità, realizzata con un telo sospeso all’interno della chiesa. Rotelli interviene nella chiesa  dell’Annunziata creando una installazione leggera ed intensa. Riprendendo un’opera già presentata alla rotonda della Besana di Milano l’artista estende il concetto concependo un intarsio di lettere e simbologie barocche. Un chiaro omaggio alla città e un contributo visivo allo spazio stesso della chiesa. A ciò si aggiunge una serie di 18 disegni di piccolo formato che saranno esposte in due bacheche dal titolo Lettere perdute e un’ulteriore serie di 12 disegni su un tipo di carta da lui stesso creata per un’installazione cartacea pensata come un viaggio nelle parole che furono per la poetessa Mariannina Coffa. Lo stesso Rotelli curerà la proiezione di alcuni video inediti dedicati ai grandi nomi della poesia italiana contemporanea: Fernanda Pivano, Edoardo Sanguineti (con la lettura della poesia “Bellezze di una vita”) e Mario Luzi (con la lettura della poesia “Venezia”).
Il critico d’arte Giuseppe Frazzetto (Bellezza dell’Arte) parlerà del Sublime Quotidiano leggendo e commentando alcuni brani tratti dal suo libro Molte vite in multiversi. Si inaugura la mostra dell’artista francese Michelle Odelin (Correspondence) che rende omaggio alle forme barocche di Noto.
A seguire l’inaugurazione di mostre di artisti che interferiscono sul concetto del Giardino della Bellezza introdotte dal critico d’arte Annamaria Orsini.
L’artista Luisa Mazza (Luoghi della luce) espone le sue luminose installazioni sempre in bilico fra un vuoto cosmico e la percezione di un altrove, frutto di una ricerca sui luoghi della luce percepiti sia visivamente e sia come metafora della massima espressione della interiorità e della spiritualità.  Intervengono nella stessa giornata i poeti Loretto Rafanelli e Tiziano Broggiato.

La terza giornata di sab 30 aprile, dedicata ai giovani, apre con la proiezione del meraviglioso film di Felice Cappa su Gianni Rodari Un sasso nello stagno.
Nella giornata mondiale del Libro la scrittrice Lucrezia Lerro, con il suo ultimo libro “La bambina che disegnava cuori”, attraversa la condizione della crescita, la scrittrice Francesca Gallo presenta il suo libro Kahuna e le parole di Antonio Riccardi dedicate all’amore, chiudono la sezione degli scrittori, con la presentazione del suo ultimo libro. Enzo Rovella (Bellezza del colore) realizza con le sue texture pittoriche, una serie di cromatici giardini visionari.

Infine il chirurgo estetico Maria Teresa Baldini presenta il libro “DIETRO LA BELLEZZA” scritto a quattro mani con WILLY PASINI (Mondadori) ed interviene con un seminario sul rapporto corpo-mente e il concetto di cambiamento del proprio corpo.

Nelle tre serate del Giardino della Bellezza sono previsti inoltre la performance interattiva di Matteo Ferretti (Brain, la bellezza della mente) e l’inaugurazione della mostra fotografica di Marco Zanella (Storia di un evento) che ripercorre i momenti più significativi della manifestazione.
PARTECIPANO:

ARTE:
- Marco Nereo Rotelli (SCRITTURE BAROCCHE)
- Luisa Mazza (LUOGHI DELLA LUCE)
- Enzo Rovella (BELLEZZA DEL COLORE)
- Zhang Hongmei (IL GIARDINO ORIENTALE)
- Matteo Ferretti (BRAIN, LA BELLEZZA DELLA MENTE)
- PAOLO TORRI (OPERA IN CORSO)
- Michelle Odelin (Correspondence)

FILOSOFIA E CRITICA D’ARTE:
- Giuseppe Frazzetto (BELLEZZA DELL’ARTE)
- Annamaria Orsini (BELLEZZA E MITO)
- Vincenzo Sanfo (PRESIDENTE CENTRO ITALIANO PER LE ARTI E  LA CULTURA)

REGISTI:
- Felice Cappa,  Visione del film (UN SASSO NELLO STAGNO)
- Proiezione dei video su Fernanda Pivano, Mario Luzi, Edoardo Sanguineti (BELLEZZA DI UNA VITA)

POESIA:
Tiziano Broggiato                      Davide Rondoni
Giuseppe Condorelli                  Angelo Scandurra
Paolo Lisi                                 Loretto Rafanelli
Maria Attanasio                        Antonio Riccardi
Davide Rondoni

LETTERATURA:
Francesca Gallo (KAHUNA - ediz. ANGOLO MANZONI)
Lucrezia Lerro ( LA BAMBINA CHE DISEGNAVA CUORI ediz. BOMPIANI)
Antonio Riccardi (Acquarama,  Garzanti)
Davide Rondoni (“Contro la letteratura. Poeti e scrittori. Una strage quotidiana a scuola”  il Saggiatore ediz)
Giuseppe Frazzetto (Molte vite in multiversi, Nuovi media e arte quotidiana, ediz Mimesis)
Maria Teresa Baldini (Dietro la bellezza, Mondadori)

con il FOTOGRAFO: Marco Zanella (“STORIA DI UN EVENTO” MOSTRA FOTOGRAFICA IN TEMPO REALE)


ENTI PROMOTORI: COMUNE DI NOTO, ART PROJECT e REGIONE SICILIA
COLLABORAZIONI:
CUMO (Consorzio Universitario Mediterraneo Orientale) e Provincia Regionale di Siracusa
patrocini: UNESCO - CITTA' E SITI UNESCO - MINISTERO DELL'AMBIENTE E TUTELA DEL TERRITORIO

PROGRAMMA

Giovedì 28 aprile 2011

ORARIO   LUOGO   TEMA   TITOLO   AUTORE
10.30   Palazzo Ducezio Sala degli specchi Presentazione   Saluto del Sindaco e dell’Amministrazione
11.15   Cattedrale Sagrato Arte   Opera in corso  Inizio realizzazione scultura Scultore Paolo Torri
12.00   CUMO   Video   Schifano, work and live   Presentazione a cura del Prof. Vincenzo Sanfo, Presidente del Centro Italiano Arti e Cultura
16.00   Palazzo Nicolaci o Palazzo Gesuiti    Libro Presentazione Contro la letteratura. Poeti e scrittori. Una strage quotidiana a scuola   Scrittore Davide Rondoni
17.00   Palazzo Modica   Poesia   Pomeriggio poetico  Poesia siciliana: lettura e interventi Poeta Paolo Lisi
17.45   Caffè Sicilia   Poesia   Pomeriggio poetico Poesia siciliana: lettura e interventi Poeta Angelo Scandurra e Giuseppe Condorelli
18.30   Palazzo Astuto  Giardino pensile Poesia   Pomeriggio poetico Poesia siciliana: lettura e interventi Poetessa Maria Attanasio
19.00   Palazzo Astuto  Salone delle feste Arte  vernissage Il giardino orientale   Artista Zhang Hongmei
20.00   Via Nicolaci   Poesia   Letture poetiche ed interventi   Scrittore e poeta Davide Rondoni
23.30   Anche gli angeli   Arte     Brain, la bellezza della mente Performance interattiva Artista Matteo Ferretti
23.30   Anche gli angeli    Fotografia   Storia di un evento  Percorso visivo 1^  giornata Fotografo Marco Zanella

Venerdì 29 aprile 2011

ORARIO   LUOGO   TEMA   TITOLO   AUTORE
11.00   CUMO   Video   Fernanda Pivano, Edoardo Sanguineti, Mario Luzi   A cura dell’artista Marco Nereo Rotelli
12.00   Palazzo Impellizzeri   Arte  Critica Bellezza e mito   Critico d’arte Annamaria Orsini
12.00   Palazzo Impellizzeri   Arte Vernissage Opere dedicate alle poesie di Mariannina Coffa   Artista Marco Nereo Rotelli
16.00   Convento Gesuiti  Sala conferenze Libro Presentazione Molte vite in multiversi   Critico d’arte Prof. Giuseppe Frazzetto
17.30   Palazzo Ducezio  Terrazzo Poesia     Letture poetiche ed interventi   Poeta Tiziano Broggiato
18.00   Palazzo Ducezio Sala degli specchi   Arte Vernissage I luoghi della luce    Artista Luisa Mazza
19.00   Chiesa  SS. Annunziata   Arte Vernissage Costellazione di alfabeti   Artista Marco Nereo Rotelli
19.00   Sagrato SS. Annunziata e S. Agata     Poesia   Letture poetiche ed interventi di Tiziano Brocciato e Loretto Rafanelli
20.00   CUMO   Arte Vernissage Correspondence   Artista Michelle Odelin
21.00   Basilica  SS. Salvatore   Arte Vernissage I luoghi della luce   Artista Luisa Mazza
21.00   Sagrato Basilica SS. Salvatore   Poesia   Letture poetiche ed interventi   Poeta Loretto Rafanelli
23.30   Anche gli angeli   Arte     Brain, la bellezza della mente Performance interattiva Artista Matteo Ferretti
23.30   Anche gli angeli   Fotografia   Storia di un evento  Percorso visivo 2^ giornata Fotografo Marco Zanella

Sabato 30 aprile 2011

ORARIO   LUOGO   TEMA   TITOLO   AUTORE
09.00 11.30 15.30   CUMO   Film Presentazione e proiezione Un sasso nello stagno   Regista Felice Cappa
12.00   CUMO   Libro Presentazione Kahuna   Scrittrice Francesca Gallo
16.00   Palazzo Nicolaci Salone delle feste Libro Presentazione La bambina che disegnava cuori   Scrittrice Lucrezia Lerro
17.00   Palazzo Nicolaci Salone delle feste Seminario   Il corpo ossessione e bellezza   Chirurgo estetico D.ssa Maria Teresa Baldini
18.30   Sala Gagliardi  presentazione libro Acquarama Scrittore Antonio Riccardi
19.15   Sala Gagliardi   Arte Vernissage Bellezza del colore   Artista Enzo Rovella
20.00   Sala Gagliardi  Terrazzo Poesia   Letture poetiche ed interventi di Lucrezia Lerro, Antonio Riccardi e Loretto Rafanelli
23.30   Anche gli angeli   Arte     Brain, la bellezza della mente Performance interattiva Artista Matteo Ferretti
23.30   Anche gli angeli   Fotografia   Storia di un evento  Percorso visivo 3^ giornata Fotografo Marco Zanella

 


BIOGRAFIE

MARCO NEREO ROTELLI è nato a Venezia nel 1955, dove si è laureato in architettura nel 1982. Da anni persegue una ricerca sulla luce e sulla dimensione poetica - che Harald Szeemann ha definito come “un ampliamento del contesto artistico” - e Achille Bonito Oliva "la riconquista per l'arte di uno spazio reale" creando un’interrelazione tra l’arte e le diverse discipline del sapere. Da qui il coinvolgimento nella sua ricerca di filosofi, musicisti, fotografi, registi, ma il suo rapporto è principalmente con la poesia che è divenuta un riferimento costante per il suo lavoro. Tra le personalità con cui ha collaborato figurano Fernanda Pivano, Alda Merini, Maria Luisa Spaziani, Alberto Cappi, Roberto Mussapi, Roberto Carifi, Loretto Rafanelli, Giuseppe Conte, Maurizio Cucchi, Valerio Magrelli, Yang Lian, Adonis e Andrea Zanzotto. In particolare, per l’opera di Rotelli, è di grande importanza il rapporto con Edoardo Sanguineti, conosciuto nel 1995 all’Università di Bologna e poi compagno fino alla morte di tutto il suo percorso artistico. Anche l’amicizia con Fernanda Pivano (che su Rotelli ha scritto il libro Ho fatto una pace separata) ha dato alla produzione di Rotelli uno stimolo di vitale importanza. Dal suo interesse per l’Isola di Pasqua, che prenderà avvio con un’indagine sull’antico e non ancora decifrato linguaggio Rapa Nui, l’alfabeto Rongo Rongo (2004) inizia a sviluppare una lunga serie di opere, ispirate all’indecifrabilità dei linguaggi perduti, come riscoperta di mondi poetici ancora sconosciuti, come quello dei Boscimani o i simboli dei Nativi Americani. Nel 2000 fonda il gruppo Art Project, diretto da Elena Lombardi e composto da giovani artisti ed architetti, con il quale realizza numerosi interventi e progetti di installazione urbana. Questo suo impegno gli è valso la partecipazione a quattro edizioni della Biennale di Venezia, oltre a numerose mostre personali e collettive. Le sue opere sono presenti in importanti musei e collezioni private di tutto il mondo, tra cui: Museo di Cà Pesaro Venezia, Kunsthalle Norimberga, Kunsthaus Murburg, Museo Cuevas Città del Messico, PAC Milano, Marie du Pantheon Parigi, Museo delle Albere Trento. Vive e lavora a Milano e Parigi. Nel 2011 è l’unico artista invitato a esporre al Carnevale di Venezia con una serie di installazioni dedicate ai maggiori poeti italiani del ‘900.

ANTONIO RICCARDI è nato a Parma nel 1962. Laureato in filosofia all'Università di Pavia, si è occupato di mistica dell'età rinascimentale pubblicando un saggio su questo argomento presso University of Pennsylvania Press di Philadelphia. Ha raccolto le sue poesie nei libri Il profitto domestico (Mondadori, 1996) e Gli impianti del dovere e della guerra (Garzanti, 2004, vincitore del Premio Elsa Morante).
Ex direttore editoriale della Mondadori Libri, collabora a diverse riviste e quotidiani e partecipa alla direzione delle riviste culturali "Nuovi argomenti" (Mondadori) e "Letture" (Edizioni San Paolo).Ha curato il volume di saggi Per la poesia tra novecento e nuovo Millennio (Edizioni San Paolo). Per la collana Oscar Classici ha curato le edizioni del Candelaio e della Cena delle Ceneri di Giordano Bruno. Ha tenuto conferenze e lezioni in Italia, negli Stati Uniti, in Francia e in Danimarca.

ZHANG HONGMEI (Jinan 1973) è una pittrice, disegnatrice tessile e insegnante cinese .Nata nella provincia dello Shandong nel 1973, si laurea nel 1996 alla Accademia di Belle Arti dello Shandong e successivamente nel 2001 consegue un'altra laurea presso l'Università Qing Hua in disegno tessile. Dal 1996 al 1998 insegna presso l'Istituto Sindacale dello Shandong e, dal 2000 al 2001, insegna disegno tessile all'Istituto di Istruzione Specialistica per portatori di Handicap. Attualmente insegna presso la Shandong University of Art and Design di Jinan, dove è vicedirettore di dipartimento.Nel 2000 e nel 2002 è invitata alle Biennali d'arte Internazionale di Pechino con i suoi disegni per tessuti; nel 2001 viene invitata alla International Exhibition Woman in Art e nello stesso anno vince il secondo premio al concorso indetto dalla Qing Hua University, mentre nel 2004 vince il premio per l'Insegnamento dell'Arte Tessile.I suoi lavori sono riletture della iconografia cinese, con tarsie, linee e segni colorati che coprono, evidenziano o sottolineano le immagini preesistenti partendo da una rilettura dell'astrattismo geometrico internazionale sia dell'avanguardia russa che staunitense e occidentale.Nel 2010 ha realizzato in Italia le scenografie per il Premio Tenco e ha paretecipato alle mostre Stemperando svoltesi a Torino, Cosenza e Roma e alla Biennale Internazionale di Sabbioneta con una sala personale.

DAVIDE RONDONI 1964 è un poeta, scrittore, opinionista e critico per il Sole 24 ore e Avvenire e realizza programmi di poesia per tv2000 italiano. E' laureato in letteratura italiana all'Università di Bologna con Ezio Raimondi. Ha fondato e dirige il Centro di Poesia Contemporanea in seno all'Università felsinea. Ha scritto diverse raccolte di poesia, pubblicate in Italia, nei principali Paesi europei, ed anche negli Stati Uniti . Ha tenuto e tiene corsi di poesia e di letteratura negli atenei di Bologna, Milano Cattolica, Genova, Iulm, nonché all'estero all'Università di Yale e alla Columbia University americane. Ha fondato e dirge la rivista clanDestino; è direttore artistico del festival Dante09 a Ravenna.

GIUSEPPE FRAZZETTO (Catania, 1955) insegna Storia dell’arte contemporanea, Storia dei nuovi media, Storia e teoria del videogame. Collabora o ha collaborato con quotidiani (“La Sicilia”, “Espresso Sera”, “Giornale del Sud”) e riviste specializzate (“Segno”, “Il giornale dell’arte”, “Arte e critica”, “Tema celeste”, “Terzoocchio”, “Apeiron”). Ha organizzato numerose mostre d’arte contemporanea, spesso dedicate al rapporto fra arte e critica o caratterizzate da un impianto performativo e concettuale. Ha pubblicato saggi sul rapporto fra globalizzazione e sviluppi artistici locali (Solitari come nuvole, 1988; La questione siciliana, 1997; Gibellina. La mano e la stella, 2007).  Altro tema essenziale delle sue ricerche è quello dell’interazione fra tecnologia, estetica e “terzo stato dell’arte”. Argomenti analizzati in numerosi testi brevi (spesso apparsi su testate on line) e nei volumi Museo. Aporia dell’immagine, 1994; L’implosione postcontemporanea, 2002; L’invenzione del nuovo, 2004; Per una teoria degli IDHE. Introduzione ai videogiochi, 2010; Molte vite in multiversi. Nuovi media e arte quotidiana, 2010.

VINCENZO SANFO (Cuneo, 1946) presidente e fondatore del Centro Italiano per le Arti e la Cultura è stato per oltre 11 anni direttore del settore cataloghi d’arte del gruppo editoriale Fabbri-Rizzoli con il quale ha realizzato oltre trecento pubblicazioni d’arte. Nell’arco della sua attività ha collaborato con tutte le più importanti istituzioni internazionali , quali ad esempio Palazzo Grassi a Venezia, il Centro de Arte Reina Sofia di Madrid e dal 1988, con la Biennale di Venezia e con il Festival del Cinema di Venezia . Collabora in maniera continuativa con la Città di Parigi per la quale ha realizzato alcune importanti iniziative, tra cui Pierre e Rome vingt siècles d’élan createurmostra sui capolavori del Vaticano da Michelangelo ai giorni nostri, Le Tintoretgrande esposizione delle pale d’altare di Tintoretto dalle chiese Veneziane, Hadrien: les trésors de la villa imperiale de Tivoli” e con l’artista Marco Nereo Rotelli ha realizzato una grande installazione sulla facciata del Petit Palais di Parigi. In particolare nel 2001/2002 ha curato la mostra Picasso Black & White, che ha toccato quattro città della Cina, organizzata in collaborazione con l’Ambasciata di Francia e con il Museo di Lodève, con il quale collabora da oltre cinque anni. Infine, incarico tra i più prestigiosi nell’ambito della Cina, è stato nominato curatore della sezione internazionale nella prima Biennale di Pechino 2003, nella seconda edizione del 2005 e in quella del 2008.

MATTEO FERRETTI nasce  a  Parma  nel  1976. Diplomato all'Istituto d'Arte della stessa città. Vive e lavora tra Parma, Milano e Miami. La sua attuale ricerca fra energia rinnovabile e forme è frutto di un percorso artistico e personale che lo ha portato a interrogarsi sulla contemporaneità affrontando la connessione tra mente e natura. Il punto di partenza è il potenziale della mente, luogo d'origine della capacità di interpretare e focalizzare sensazioni e intuizioni. Luogo onirico e reale al tempo stesso nel quale inizia il viaggio di conoscenza dell'uomo: l'energia si fa forma e diventa pensiero, idea, azione.

LUISA MAZZA originaria di Noto, vive e lavora a Roma dove ha frequentato l’Accademia di Costume e di Moda. Ha distribuito i suoi interessi tra campi diversi: ideazione di costumi teatrali, collaborazioni come stilista con fotografi di moda, insegnamento, decorazioni per poi approdare alla realizzazione di opere pittoriche e scultoree.
Ha tenuto la sua prima personale al Centro “Luigi Di Sarro” di Roma nel 2003. Tra le esposizioni più importanti, le personali presso la galleria Ellequadro nel 2005 e nel 2007 al Palazzo Ducale di Genova, alla L.i.Art di Roma nel 2004 e nel 2008, alla Città della Pace di Rondine (Arezzo) nel 2007. Ha partecipato a varie edizioni di Artour-o a Shanghai, Yiwo (Cina) ed a Firenze, dove nel 2009 ha esposto per la Fondazione Atchugarry e nei musei di Santa Maria Novella e Bigallo.  Nel corso dello stesso anno ha inoltre partecipato a Road to Contemporary Art Roma e all’iniziativa della Bloomsbury Auctions “Artisti per Luchu” ed ha tenuto un seminario presso l’Università di Tor Vergata, Roma. Nel 2010 è stata presente ai Musei Borgogna e Leone di Vercelli  (evento collaterale Guggenheim) ed è tra le 3 protagoniste della mostra itinerante “L’apparenza ambigua” a cura di Giorgio Bonomi, con prima tappa Milano (galleria Derbylius), secondo appuntamento Roma (Centro Luigi Di Sarro) e prossimamente a Perugia.
Tra i riconoscimenti più importanti il premio “Arte Metro Roma” e nel 2007 ha vinto il concorso per opere d’arte bandito dal Ministero delle Infrastrutture per il quale ha realizzato un’opera di grandi dimensioni.Hanno scritto del suo lavoro Giorgio Bonomi, Luca Arnaudo, Marcello Carriero, Patrizia Ferri, Clara Iannarelli, Tiziana Leopizzi, Barbara Martusciello, Olivia Spatola, Chiara Massini, Micaela Mander

FELICE CAPPA (Rionero in Vulture, 16 giugno 1963), giornalista, autore e regista, ha partecipato con installazioni visive a due edizioni della Biennale Giovani artisti del Mediterraneo (1984, 1986). Dopo aver collaborato con teatri e istituzioni culturali pubbliche e private (Piccolo Teatro, Triennale, Ice, Dams, Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi, Scuola Holden) ha iniziato la sua collaborazione con la Rai come assistente di Carlo Freccero e come consulente artistico di Palcoscenico. Ha curato, scritto e adattato per la televisione numerosi programmi, tra gli altri: Vajont e I-TIGI, Canto per Ustica con Marco Paolini; Totem con Alessandro Baricco e Gabriele Vacis; Corpo di stato e Francesco a testa in giù con Marco Baliani; Totò Principe di Danimarca con Leo De Berardinis; le biografie: Eduardo racconta Eduardo, Sinopoli, i tre cuori dell’uomo; Giorgio Strehler o la passione teatrale. Dal 1997 collabora stabilmente con Dario Fo e Franca Rame.Da dieci anni firma regie alternando spettacoli, film, documentari d’arte e riprese di teatro per la televisione.Nel 2009 Promo Music - Corvino Meda Editore in collaborazione con Rai Trade realizza  il documentario "Il Sangue e la Neve”, la protagonista che recita la parte della giornalista è Ottavia Piccolo e il regista è Felice Cappa. In seguito alle numerose pubblicazioni librarie dirette a sensibilizzare le coscienze dei lettori, Felice Cappa sceglie di indirizzarsi ad un pubblico diverso, rielaborando per la televisione il testo teatrale scritto da Stefano Massini e interpretato per il teatro dalla stessa Ottavia Piccolo. Ne è derivato uno straordinario contributo visuale che permette agli spettatori di accompagnare le parole di Anna Politkovskaja alla sua immagine che si muove solitaria in uno sfondo cupo e desolato mentre racconta le sue esperienze in una Cecenia in guerra e le difficoltà della sua professione che le sono costate l’etichetta di nemica della Russia incorreggibile e per giusta non rieducabile.Nel 2010 sempre per Promo Music - Corvino Meda Editore (in collaborazione con Rai Trade) esce  "Binario 21. Il canto del popolo ebreo massacrato". Moni Ovadia con questo testo teatrale adattato appositamente per la televisione tramanda al grande pubblico il tragico ricordo della Shoah affinché niente di simile possa più accadere. E al termine dello spettacolo incontra Liliana Segre che racconta la sua deportazione dal Binario 21 della stazione centrale di Milano.Nella regia di Felice Cappa lo spettacolo è messo in scena proprio in questo luogo, che diventerà la sede della Fondazione Memoriale della Shoah. Nel montaggio, le riprese della performance si alternano con il pellegrinaggio in Polonia di Moni Ovadia che ritorna nei luoghi dello sterminio.

LUCREZIA LERRO è nata a Omignano, in provincia di Salerno, nel 1977. Ha studiato Scienze dell’educazione all’Università di Firenze. Sue poesie sono apparse su “Nuovi Argomenti”,  nell’“Almanacco dello Specchio” (Mondadori) e nell’antologia Nuovissima poesia italiana (Oscar Mondadori). Nel 2005 ha pubblicato per i tipi di peQuod Certi giorni sono felice, Selezione Premio Strega 2006 (riproposto nel 2008 nei Tascabili Bompiani). Per Bompiani ha pubblicato Il rimedio perfetto (2007) e La più bella del mondo (2008).

TIZIANO BROGGIATO è nato a Vicenza, dove vive, nel 1953. I suoi libri di poesia più recenti sono: Parca lux (Marsilio, 2001; Premio Montale 2002), Anticipo della notte (Marietti, 2006) e Dieci poesie (in Almanacco dello Specchio – Mondadori, 2007). Ha curato le antologie Canti dall’universo – Dieci poeti italiani degli anni ’80 (Marcos y Marcos, 1988) e Lune gemelle (Palomar, 1998). Numerose le traduzioni della sua opera poetica in diverse lingue, tra cui, in volume, Davancer la nuit (Edition Revue Conference, 2007 – Versione in francese di Cristophe Carraud) e la selezione antologica Poems 1983 – 2006 (Guernica Editions, 2009 – tradotta e curata da Patricia Hanley e Laura Mosco).

ANGELO SCANDURRA (1948) vive a Valverde (CT). Promotore del “Gruppo Teatro Nuovo” e direttore della rivista “Il Girasole”, nel 1986 ha fondato “Il Girasole Edizioni”, che accoglie testi di poesia, narrativa e saggistica. Animatore culturale, dal 2003 è Direttore Artistico sezione Arte di Etnafest, rassegna internazionale di Arte, Cinema e Musica. Fra le sue opere il saggio storico Valverde. Un comune dalla leggenda alla storia (Iscre, Catania 1977); l’opera narrativa Appunti per un colloquio forzato (La Vita Felice, Milano 2000), dalla quale è stato tratto il testo teatrale Per un colloquio forzato. Per la poesia: Fuori dalle mura (Sciascia, Caltanissetta 1983 – finalista Premio Viareggio), L’impossibile confine (Piero Manni, Lecce 1989, Premio Cilento-Pinto. Finalista Premio Viareggio-Rèpaci), Trigonometria di ragni (Scheiwiller, Milano 1993), Criteri di fuga (Passigli, Firenze 1998), Il bersaglio e il silenzio (Passigli, Firenze 2003). Una scelta delle sue poesie è stata pubblicata in Svezia, in Spagna e negli Stati Uniti.

LORETTO RAFANELLI è nato a Porretta Terme (BO). Ha pubblicato la raccolta di poesie I confini del Viso (Forum, 1987), il libro di saggi, prose e aforismi Il sangue della ricordanza (I Quaderni del Battello Ebbro, 1994), il libro di drammaturgia Nelle buie stanze (I Quaderni del Battello Ebbro, 1997), composto dai drammi "I ciclamini di Bosnia" e "Nelle buie stanze" e il volume di poesia Il silenzio dei nomi (Jaca Book, 2002). Dirige la casa editrice I Quaderni del Battello Ebbro, di cui ha curato numerosi volumi, e la rivista omonima di letteratura. Ha realizzato con l’artista Marco N. Rotelli diversi progetti tra arte e poesia, fra cui "Bunker poetico" per la Biennale di Venezia 2001. Ha ideato e dirige eventi culturali nazionali quali "Scrittori nelle scuole" e "Itinerari poetici".

MARIA ATTANASIO (Caltagirone , 1943) è una poetessa e scrittrice  italiana,  autrice di romanzi e di saggi. È stata preside al Liceo Classico della città natale e consigliere comunale del PCI; in seguito, sempre di sinistra ma indipendente. In politica è stata la prima donna dirigente del comprensorio del Calatino. Oltre che poesie e romanzi brevi, scrive e pubblica saggi su storia e letteratura, e collabora a riviste, tra cui "Autobus", "Cobold", "Nuovi Argomenti", "Per approssimazione", "U & G", "Spirali", "Tabella di marcia" . Ha collaborato anche col quotidiano "La Sicilia".

FRANCESCA GALLO E' nata a Milano ma vive e lavora a Genova. Dopo anni di favole della buonanotte alle sue figlie approda per caso e per divertimento alla narrativa. Selezionata per il premio Gutenberg con la favola "Ireos l'iris". Menzione d'onore al concorso internazionale per la fiaba illustrata con "Come innervosire un druido e vivere felici". Pubblica con Edicolors la favola "Shiro" nella collana "Gli Acquarielli" e "Il latte di Rainbow" nella collana "I Contastorie". Ha creato per la Associazione Assegno Amico Onlus, promossa dalla Fondazione Gaslini di Genova, il personaggio di Hubi, protagonista di una serie di libri per bambini edita da TaToh

MARCO ZANELLA nasce a Parma nel 1984. Nel 2007 si sposta nella città di Milano ed inizia a lavorare per gli artisti Marco Nereo Rotelli e Matteo Ferretti per i quali pubblica numerosi cataloghi. Si diploma all'Istituto Italiano di Fotografia (I.I.F.) nel 2009. Nello stesso anno realizza il suo primo libro fotografico intitolato “Variazioni: fotografie alla scuola del Piccolo” edito dall'Istituto di Fotografia. A Firenze partecipa all'edizione 2009 di “ARTour-o” curata da Tiziana Leopizzi. Collabora con Marco Rotelli all'evento “Notte di Luce” della Biennale di Venezia 2009. Nel contempo inizia la collaborazione con l'agenzia Reset Communication di Milano. A Ottobre 2009, inseme al critico Roberto Mutti, presenta a Milano presso la libreria Feltrinelli di piazza Piemonte il suo lavoro su Scanno.
Tuttora è impegnato nella realizzazione del progetto “La macchina del teatro“, che vede proseguire la sua collaborazione col Piccolo Teatro e con l'Istituto Italiano di Fotografia.
Vive e lavora tra Parma e Milano.

ENZO ROVELLA
Vive e lavora a Catania dove è nato il 19 Febbraio 1966. Inizia ad esporre nel 1992 in una collettiva tenuta alla galleria Cefalì di Catania. L'anno dopo tiene la sua prima personale, curata da Francesco Gallo, alla Galleria Altaureola di Acireale. Nel 2005 ha esposto alla Biennale di Pechino curata da Vincenzo Sanfo del Centro Italiano per le arti e la cultura. Tra le sue principali esposizioni spiccano la partecipazione alla XIV QUADRIENNALE ANTPRIMA NAPOLI a Palazzo Reale nel 2003, una personale tenuta da Sergio Tossi curata da Demetrio Paparoni, una collettiva all'Attico di Fabio Sargentini curata sempre da Demetrio Paparoni e varie partecipazioni a mostre internazionali. Recentemente ha tenuto una personale al Monastero dei Benedettini di Catania curata da Beatrice Buscaroli e una personale alla galleria Bianca Maria Rizzi di Milano presentata da Alberto Zanchetta
E' presente in diverse collezioni pubbliche e eprivate. Sue opere sono state acquisite da fondazioni private.

MARIA TERESA BALDINI Nata a Forte dei Marmi, a 15 anni si trasferisce a Milano dove entra a far parte della squadra di basket campione d'Italia e vince la Coppa dei Campioni. Nazionale italiana della squadra di basket, viene inserita nell'albo d'oro dello sport italiano. Laurea in medicina e chirurgia presso l'Università di Milano con il massimo dei voti.Specialità in Microchirurgia e chirurgia sperimentale presso l'Università di Pavia. Per 11 anni fa parte dello staff dell'Istituto Nazionale Tumori di Milano nel reparto di chirurgia oncologica. Per 15 anni lavora per la Lega Italiana Tumori nei programmi di screening per i tumori della pelle e per la prevenzione dei tumori al seno. Collabora con i migliori specialisti nel settore estetico in Brasile, negli Stati Uniti e in Europa. Apre il Centro Medicina e Salute di microchirurgia laser applicata sia all'estetica che all'oncologia. Il Centro opera a Milano e a Forte dei Marmi. Fonda a Milano lo Spazio Ippocrate con finalità divulgative, scientifiche e culturali. Lo spazio Ippocrate organizza periodicamente incontri multidisciplinari sulle varie sfaccettature del concetto di bellezza. Parallelamente nasce una associazione culturale-scientifica di cui la Dott.ssa Baldini è presidente, che ogni anno organizza il Premio Internazionale "Dietro la Bellezza" a Forte dei Marmi. La Dott.ssa Baldini è autrice di numerose pubblicazioni scientifiche internazionali. Recentemente ha scritto in collaborazione con il Prof. Willy Pasini il libro "Dietro la Bellezza", edizioni Mondadori . A scopo educativo e divulgativo partecipa a trasmissioni televisive e radio e tiene rubriche per vari periodici. .

L’attuale panorama artistico internazionale assiste ad un ritorno dell’astratto, l’avanzare dei nuovi media (Sound e Video Art) e la persistenza della fotografia. In un simile scenario si colloca l’opera di Francesco Impellizzeri, artista visivo che negli ultimi vent’anni ha realizzato performance assai originali e cariche di messaggi, ricordando nei propri mezzi espressivi personalità che hanno lasciato il segno in quel contenitore che è la “Performing Art”.

L’elemento distintivo del suo fare artistico sembra essere la totale sottomissione del significante rispetto al significato, cioè del corpo rispetto ai concetti espressi più o meno consapevolmente. Infatti, nelle performance di Impellizzeri, tutte legate in qualche modo alla rappresentazione dei vizi umani, il corpo non è più manovrato dalla ragione, ma dall’istinto e dalle pulsioni più basse come la gola o la vanità.

Impellizzeri, pur lavorando con una pratica artistica ormai ben nota, rende la performance nuova e attuale: sembra attingere a quello che di fotografico e di multisensoriale c’è nell’arte contemporanea.

Significativa in tal senso è Rinkoboy (1997-2000), performance disarmante che mette a nudo una società troppo legata agli aspetti superficiali e velleitari di una vita spesso monotona e ripetitiva: si noti la ritualità nell’aprire i barattoli e quella nel romperli lanciandoli in un angolo della stanza, gestualità usata anche da  Jimmie Durham in Domestic Glass Meets Wild Glass (2006), dove l’artista, salito su una scala in alluminio, frantumò un centinaio di bicchieri; una performance che nelle intenzioni teatrali mirava ad ipnotizzare gli occhi e le orecchie degli spettatori, risultando opera importante in ambito sonoro oltre che performativo. In Rinkoboy la luce viene e va e in un’atmosfera psichedelica il “ragazzo-copertina” si muove con movimenti meccanici e sembra mettersi in posa come se l’opera fosse l’insieme di tante fotografie. Il personaggio di Impellizzeri apre i barattoli, assaggia il contenuto, infrange i barattoli vuoti e ripulisce la stanza con uno spandi-acqua: la metafora dell’essere umano medio. L’istinto, il peccato, il pentimento e il tentativo di purificazione sono riassunti dai gesti simbolici di Rinkoboy.

Gilbert & George, nel 1970, salirono su di un tavolo in giacca e cravatta, con le mani e il viso dipinti d’oro e d’argento, e lì sopra cantarono per cinque giorni, sette ore al giorno, la canzone popolare Underneath the Arches. L'obiettivo dei due era produrre un’arte di forte impatto comunicativo, intenta a superare i suoi tradizionali confini e ad analizzare in profondità la condizione umana. Impellizzeri si affida ad atteggiamenti simili: il travestimento e la critica alla società contemporanea. In Gilbert & George, così come in Impellizzeri, il corpo svolge un ruolo importante: non rappresenta più l’artista, ma un personaggio, un messaggio o un ideale.

Alcune domande all’artista sulla performance e sulla sua attività aiutano a comprendere meglio la sua poetica.

Rinkoboy oggi ha più di dieci anni ed è ancora attuale. Nel 1997 c’è stata una rivista o una trasmissione televisiva che ha ispirato la performance o è stata concepita in seguito ad un’attenta analisi della società dell’epoca?

Tutti i miei personaggi nascono da un’ironica, ludica e critica elaborazione del “panorama” umano che ci circonda. Rinkoboy, nei suoi tratti fisici, nasce dall’incontro con un ragazzo visto in discoteca e da me “intervistato” sulle motivazioni del suo abbigliamento. A questo ho aggiunto altri concetti base della mia ricerca: i condizionamenti sociali, le difficoltà dialettiche, i pochi spazi per l’espressione dell’artista. Questa è una delle performance che preferisco. Inizia sottolineando, attraverso i tre fari dai colori primari, la mia formazione pittorica e poi sviluppa tutte le altre tematiche; nel frattempo la mia voce registrata dice: "non voglio più, non posso più". Frase densa dei motivi prima accennati e anche del desiderio di non voler essere definito come “il performer che canta”. La musica è un elemento importante del mio lavoro, ho scritto diverse canzoni e ne ho arrangiate altre con la collaborazione di musicisti. Ma la musica è, come la teatralità, un elemento da me usato come la pittura e attraverso questi mezzi ho parlato di arte e religione, sessualità e diversità, politica e consumo.

 

Se oggi Impellizzeri dovesse dar luogo a una nuova performance sarebbe più ispirato dal linguaggio di Gina Pane, cioè quello del corpo seviziato, o sceglierebbe una poetica in linea con quella di Luigi Ontani, ovvero l’artista del corpo narciso?

Trovo inutile e fuori luogo proporre oggi il linguaggio delle performance degli anni 60/70, come rifare un’opera di tipo impressionista o futurista. Nel 1982 la mia tesi all’Accademia di Belle Arti di Roma è stata sulla "Body Art". Quegli studi mi hanno permesso di capirne il percorso storico e poterne fare uno tutto mio. Il critico spagnolo Paco Barragan nel 2003 mi ha inserito nella mostra Don’t call it performance che dal museo Reina Sofia di Madrid ha percorso i principali musei spagnoli, terminando al museo del Barrio di New York.

Quando Luigi Ontani ha visto le mie prime performance mi ha detto: "potrebbero confondere il mio lavoro con il tuo, ma tu sei ironico mentre io sono onirico!" I miei riferimenti sono la televisione, il cabaret e la pubblicità che, miscelati con tutta la storia dell’arte, dai graffiti al contemporaneo, buona dose di ironia e un gran senso critico,  danno vita ai miei tableau vivant. L’utilizzo del mio corpo non è comunque determinato da mero narcisismo, ma dal semplice utilizzo delle mie molteplici potenzialità espressive. Tra le numerose performance che ho realizzato, quasi un terzo sono corali, in cui sono state coinvolte dalle sei persone, come in Desfilè: mannequin per nient, alle cinquanta, nel caso di Il tuo pensierino. E’ chiaro che ho sfruttato anche la mia fotogenia, scoperta da bambino, che mi ha permesso di realizzare molti lavori fotografici prima dei miei studi artistici.

 

Perché un artista decide di non usare un pennello o una matita, ma il proprio corpo? Trasferire l’idea dal cervello alla mano non è sufficiente? E’ un limite?

Chi ha visto la mia mostra al MLAC di Roma sui miei vent’anni di performance si è perfettamente reso conto che dietro ognuna di esse c’è un progetto: vestiti, scenografie, misure, musiche, spazi, costi ecc. Dopo le rappresentazioni nascono i grandi lavori fotografici, le cui cornici, a volte in tessuto dipinto o in legno, sono interamente realizzate da me. È più facile dire che delego agli altri poche briciole, poiché amo mettere le mani su tutto quello che produco. La preparazione di una performance richiede almeno due mesi di lavoro.

La mia produzione, dunque, non si limita alle performance, ma anche alla realizzazione d’installazioni, disegni e dipinti. Gli ultimi lavori sono delle tele di formato irregolare sul cui fondo bianco si spandono vortici di colori. Un testo dipinto con un font a pallini argentati dà regolarità al pezzo e dichiara le mie tematiche sotto forma di brevi poesie, la cui completa leggibilità è determinata da una particolare condizione luminosa.

Se alcuni artisti improvvisano le azioni o usano solo il corpo, questo non è il mio caso. Parafrasando la canzone di Joe Squillo e Sabrina Salerno, possiamo dire “Oltre le gambe c’è di più”!!!

di Marcello Arcesi

 

Sfogliando riviste e settimanali che si occupano degli eventi culturali di Roma e passeggiando per la capitale, ci si rende conto che il Giappone è da tempo arrivato in Italia. La terra del sol levante affascina artisti e curatori, tant’è che in poco più di un mese due mostre distinte hanno raccontato il Giappone.

Il 30 ottobre del 2010 è stata inaugurata Tokyo Landscape, mostra di fotografia e di scrittura. Antonio Saba ha disposto su grandi pannelli le immagini di Tokio, città simbolo di tradizioni millenarie e di un’economia modernissima e in continua evoluzione. Foto che descrivono soprattutto la gente: un elegante manager fra edifici di vetro e scintillanti; umili commercianti in piccole botteghe; adolescenti che spiccano nelle folle caotiche grazie a vestiti sgargianti. Le foto di Saba si caricano di maggior enfasi grazie alle parole che Gianluca Floris dedica a ogni scatto. Lo scrittore ferma l’attenzione sul rapporto intrigante tra le architetture e l’entità culturale, tra i colori e l’individuo.

Il Museo Carlo Bilotti di Roma ha offerto una prova affascinante dell’uso di segni diversi all’interno della mostra, una pratica ormai diffusissima che rimanda a quelle del movimento Fluxus, per il quale pittura, poesia, danza e musica dovevano essere gli elementi costituenti di un unico intervento artistico.

Il 7 dicembre 2010, il teatro Sala 1, centro internazionale d’arte contemporanea di Roma, ha messo in mostra nei propri spazi, e per la prima volta sui televisori di un negozio, la nona edizione del progetto Videozoom. La rassegna, dedicata alla video arte internazionale, intende promuovere il lavoro di giovani artisti provenienti dai paesi di tutto il mondo. Questa volta Sala 1 ha scelto il Giappone e si è affidata a Kenichi Kondo del Mori Art Museum di Tokyo per la selezione dei dieci artisti partecipanti. Scopo di Videozoom: Giappone è re-inquadrare il quotidiano, interpretarlo attraverso banali oggetti e analizzarlo tramite le azioni comuni che spesso sono sottovalutate, come nel caso di un pranzo tra un padre e una figlia, forse unico momento di un confronto serio e costruttivo durante la giornata di una vita frenetica (Have a meal with FATHER, di Mariko Tomomasa).

Con Videozoom: Giappone è stato rispettato il “credo” di Nam June Paik, precursore della video arte che afferma la necessità di un’arte contemporanea fatta per divertire. Nella mostra non manca poi la qualità espressiva e comunicativa dei giovani artisti.

Di particolare importanza è stato il tentativo di far uscire l’arte contemporanea dagli spazi canonici. Infatti, la galleria che da sempre si opera per il nuovo, ha deciso di “mandare in onda” i video anche all’interno di un grande negozio di elettrodomestici (Trony presso il centro commerciale Euroma 2). È chiaro il naturale legame tra la video arte e gli apparecchi televisivi; meno intuitiva ma altrettanto diretta è la relazione tra gli ambiti economici e lavorativi, che tanto influenzano le opere dal Giappone, e il luogo fisico dove si concretizzano i processi sociali e dell’economia del XXI secolo, cioè il centro commerciale (quello di Roma è, tra l’altro, uno dei più grandi del Sud Europa).

L’azione di portare l’arte contemporanea in un luogo diverso dalla galleria sembra seguire le intenzioni di Bill Viola, che ha dichiarato: “L’arte deve essere parte della vita quotidiana, altrimenti non vale la pena parlarne”.

Il futuro dell’arte risiede nell’evoluzione di linguaggi legati alla fotografia, alle videoinstallazioni e alle installazioni sonore; ciò che conta è che lo spettatore non si senta escluso da un’espressività troppo accademica o incomprensibile.

Enrico Ruggeri è un artista che fuga il pericolo contenuto nel detto: “non esistono domande stupide, esistono risposte stupide”. Con Enrico non esiste mai una risposta banale, anche quando la domanda sembra ovvia le sue risposte sono ricercate e mai simili tra loro. In questi mesi Enrico è uscito dal suo seminato abituale. Infatti, la prestigiosa carriera di cantante è stata affiancata dal suo primo romanzo, intitolato Che giorno sarà edito da Kowalski. L’ennesimo tassello della sua poliedricità: basti pensare che una delle canzoni più amate e cantate dalle donne, Quello che le donne non dicono, sia stata scritta da lui e dal chitarrista che con lui ha condiviso trent’anni di percorso musicale, Luigi Schiavone.

In occasione del “tour” di presentazione del libro è nata questa piacevole intervista.

Il tuo libro narra di un cantante che realizza una sola canzone di successo e poi sparisce dalla scena. Scrivere di Francesco Ronchi, il protagonista del romanzo, è stata una forma di esorcizzazione?
Sicuramente, l’arte è una forma di esorcizzazione. Io faccio spesso l’esempio di Foscolo che fa morire Jacopo Ortis per non suicidarsi, oppure dei bisticci tra fidanzati o delle preoccupazioni per un parente. Queste cose ti portano a scrivere canzoni su due che si lasciano o sulle persone che non hai più. Scrivere è il modo migliore per esorcizzare le proprie paure e conoscersi meglio.

Hai detto che le bozze del libro, durante la sua stesura, sono state lette dal regista Fausto Brizzi. Se ne venisse fatto un film, che canzoni tue e non tue sceglieresti?
Di mie probabilmente non ne sceglierei, poiché questo libro è un po’ il contrario di me. Io non sono Francesco Ronchi, ma non sono nemmeno Paolo Europa (l’antagonista di successo ndr). Non ci sono personaggi riconducibili direttamente a me: parlo di un mondo degli anni ‘80 dal quale mi distaccai presto. Di canzoni non mie, forse sceglierei quelle delle meteore che attraversarono gli anni ‘80, gli eroi di una stagione.

Tuttavia, in alcune parti emergi prepotentemente. Nei capitoli si dipana una descrizione abbastanza cinica della parte peggiore dello show-biz musicale, personaggi grotteschi che sono pronti a sbranare chi sogna il successo. È possibile fare associazioni e provare a immaginare che dietro i personaggi fittizi del libro si nascondano persone che davvero hai conosciuto?
Sì, ma non in maniera automatica. Nessuna persona della mia vita assomiglia precisamente a quelle descritte nel libro: sono immagini sovrapposte. In questo credo di aver lavorato molto bene; ho utilizzato delle caratteristiche umane costruendo come puzzle i vari personaggi.

Alla luce di quanto hai descritto nel libro, come vedi il mondo della discografia italiana?
Adesso è un mondo più freddo. Forse ci sono meno cialtroni rispetto agli anni ‘80, ma è venuta meno anche questa forma grossolana di creatività. Cercare di lavorare più sul personaggio, oggi, è mordi e fuggi; in più la pirateria musicale ha creato un mondo in cui non si investe più con le risorse di prima, quindi i cialtroni nemmeno ci provano o restano subito confinati. Sicuramente era più romantico e meno cinico il mondo della musica degli anni ‘80. Oggi, con “Amici” e “X Factor”, le case discografiche vedono subito se il personaggio funziona e chi non funziona resta fuori; è tutto più asettico. Dai il disco alla radio, la radio non lo passa, fine della storia. Forse qualche personaggio del mio libro potremmo trovarlo, adesso, in qualche concorso canoro minore, ma le multinazionali fanno solo copia e incolla. Non per colpa loro, è il mercato che glielo impone.

Vittorio Gassman diceva che per esprimere la propria arte bisogna prima di tutto accettare compromessi con i media. Pensi che sia così oppure godi di molta libertà espressiva?
Con i media devi interagire, volente o nolente. Al di là di questa intervista, che è molto piacevole, devi parlare con giornali che non leggeresti mai e andare in trasmissioni che non vedi. La comunicazione è abbastanza indiscriminata. Credo che sia dannoso il compromesso artistico, come anche cercare le amicizie, il giro che conta, l’appoggio giusto. Anche perché essere riconosciuti come liberi pensatori è una soddisfazione.

In Italia sembra essere importante sapere da che parte sei schierato. L’autonomia di pensiero e di azione è cosa rara. Questo clima e questa esigenza di schieramento viene avvertito anche nel mondo della canzone?
È quella la vera prostituzione: andarsi a prendere l’applauso dicendo la cosa che è di moda e facendo il soldatino. Ho sempre evitato di far parte di uno schieramento: ogni volta è bello poter prendere una posizione a seconda di quello che ti suggerisce il tuo cervello.

Tempo fa hai detto che se adesso esistesse un De André farebbe molta fatica a venir fuori. Cosa consiglieresti tu a un giovane per farsi largo nel mondo musicale?
Di battersi affinché cessi la pirateria su internet, perché riduce gli spazi e la libertà nel mondo musicale, che sono la sua salvezza. In secondo luogo, preferire sé stesso ai propri modelli e considerare la musica come una bella esperienza, sempre e comunque.

Per una volta prova a essere presuntuoso, anche se non ti appartiene. Di cosa vai fiero?
Caratterialmente mi rende fiero il non abbattermi mai troppo per le sconfitte e il non esaltarmi troppo per i trionfi. Il fatto di non essere catalogabile artisticamente. Inoltre, mi sono tolto grandi soddisfazioni: la tournee con l’orchestra, quella acustica, da solo con piano e contrabbasso, da jazz folk con Alberto Guareschi e Davide Brambilla (ora fisarmonicista di Davide Van De Sfroos).

Hai una profonda cura, non solo della musica, ma anche dei testi. La tua cultura è figlia di curiosità o è un retaggio familiare?
Tutte e due le cose. Probabilmente la gente curiosa ha più cose da dire. Mi piace leggere, è una bella avventura.

Tra le tue canzoni e il repertorio altrui, c’è qualche brano che ti ha commosso particolarmente?
Ci sono canzoni mie che mi commuovono e che ho pudore di cantare: per esempio, La medesima canzone e Vorrei (l’una descrive un ospedale psichiatrico, l’altra racconta il momento in cui si sta per morire) le tengo per me. Non sono canzoni nate per essere passate in radio, chi ha voglia le ascolta su disco. Canzoni di altri che mi emozionano? L’album Berlin di Lou Reed: meraviglioso, uno degli imprinting del mio mondo musicale.

Chi vedi attualmente tagliato per cantare una tua canzone? Per chi ne scriveresti una?
Non so risponderti. Le mie collaborazioni nascono in maniera informale, per amicizia o tramite un contatto. È stato così con Fiorella Mannoia e con Morandi; l’ultima mia canzone per Giusy Ferreri è nata perché ci siamo conosciuti, abbiamo fraternizzato e tutto è sorto per caso. Se leghi con una persona che fa musica può essere che poi si faccia qualcosa insieme.

Con chi ti piacerebbe duettare, a parte le star che si sono succedute in All in (triplo album con una parte composta di canzoni in duo)?
Mi viene in mente mio figlio Pico, ma lui non vorrebbe e non è il caso. Mi direbbe di no e avrebbe ragione! Per cui non glielo chiederò mai.

Quale cantante della tua città hai più ammirato? E in assoluto?
In assoluto Francesco De Gregori. Della mia città, Nanni Svampa (cabarettista e cantante), perché ha fatto l’ironia de I Gufi (gruppo di cabaret da lui fondato) e perché ha tradotto Brassens, dicendo che lo traduceva mentre altri non lo dicevano.

Hai detto che rileggere il tuo libro, Che giorno sarà, prima di darlo alle stampe ti ha commosso, come convincere anche il pubblico che è un libro da leggere?
Prendo in prestito quello che mi ha scritto Dario Ballantini: questo non è il più bel libro che sia mai stato scritto nella storia dell’uomo, ma è un libro interessante e tratta temi attuali.

Aggiungo io, con un finale totalmente imprevedibile.

Sono nati con l'obiettivo di portare sui grandi palchi il sapore delle chiacchere scambiate tra amici nei piccoli bar di paese, ma non immaginavano che ci sarebbero saliti presto su quei palchi, a diffondere tra le folle il desiderio di trasformare il mondo. Lo hanno fatto cantando la rivoluzione con parole nuove, le parole di un poeta che indossa i panni del vecchio marinaio: Erriquez, un uomo maturo che porta negli occhi e nei concerti i sogni di quando era ragazzino.
La Bandabardò è stata recentemente a Teramo per il concerto organizzato il 18 settembre 2010 presso l'area ex Villeroy, a cura dell'Associazione Federica e Serena, che prende il nome dalle due ragazze del teramano morte il 6 aprile 2009, vittime del terremoto aquilano. L'ente, fondato dai loro amici, si occupa di portare avanti le attività di beneficenza a cui lavoravano le ragazze stesse quando erano in vita, come organizzare eventi, il cui ricavo viene utilizzato per appoggiare la ricerca scientifica e sostenere le organizzazioni che si occupano di curare soggetti con difficoltà economiche.
Quest'anno l'Associazione ha invitato la Bandabardò, ospite da tempo dei palchi teramani. La band ha pubblicato da poco l'ultimo disco: Allegro ma non troppo. Tra le novità l'ingresso nel gruppo di Ramon, alle percussioni e ai fiati. Nel proprio manifesto la Banda scrive: "Lottiamo per un mondo a misura di donna e di bambino e per vedere un giorno trionfare allegria e gentilezza".

Re-volver ha intervistato Erriquez, lo storico leader della band.

"Ritmo è vitalità" è uno dei tuoi versi più celebri e stasera la BB è qui per solidarietà. Durante la vostra esperienza, d'altronde, non vi siete mai tirati indietro dall'impegno sociale e culturale. La musica può trasformare questo mondo che vive di retorica?
La musica di una certo tipo, tra cui la nostra, deve ricaricare le persone. Deve regalare loro la voglia di sognare, di guardare il futuro con la schiena dritta. Deve regalare la voglia di vivere sentimenti come la malinconia, che sono bellissimi, ma di cui spesso la gente ha paura.

Quando è nata la Bandabardò?
Stiamo per compiere 18 anni. Siamo nati l'8 marzo del '93: una lunga vita e una lunga esperienza. La BB è stata la nostra vita, abbiamo fatto più di 1200 concerti e non è ancora finita.

Avete una lunga storia ed un seguito enorme. Tanto quanto i rave party, ma mentre con voi le persone si innamorano, ai rave è tutto completamente diverso. Cosa cambia? Sarà la poesia delle vostre canzoni?
Ai rave ci si va per drogarsi ed io non voglio giudicare, mentre ai nostri concerti ci si viene per ballare. Indubbiamente si tratta di due situazioni completamente diverse: nei nostri concerti c'è un giocare tra noi e il pubblico, che si sente partecipe del concerto stesso. I rave stanno diventando un problema, come sta diventando un grosso problema l'abuso di droga in Italia, un paese invaso dalla cocaina e dalle sostanze chimiche. Sono droghe sbagliate, sono droghe di destra, sono droghe e basta. Quindi vai a ballare, ma non distruggerti, perché di vita ce n'è una. A diciottanni non avrei mai pensato di dire una frase del genere, ma è una santa verità.

Dal vostro primo album, Circo mangione, ad Ottavio, del 2008, quant'è cambiata la vostra musica?
È cresciuta, perché abbiamo imparato a suonare. Nei primi dischi si sente che siamo nervosi, viscerali, molto istintivi. Poi è cambiato il rapporto con lo studio di registrazione, che prima ci sembrava una prigione, una catena ai piedi di persone che volevano volare e che volevano cambiare posto ogni giorno. Oggi invece è un posto bello: quando abbiamo inciso Ottavio lo abbiamo coccolato come un bimbo e lui ci ha ricambiato. Una bellissima storia.

Le vostre canzoni sono sempre ironiche, divertenti, mai superficiali e indubbiamente poetiche. Qual è il segreto della BB?
Più che altro è una gran fortuna. Siamo gli stessi componenti di diciassette anni fa, tranne che per l'ingresso di Ramòn, che ha portato alla Banda quella dose di ritmo caraibico che mancava. Fin dall'inizio ci siamo scoperti diversi e tra noi ci sono stati molti litigi, ma sempre costruttivi. Quei litigi necessari come ce ne sono nei matrimoni, senza mai mettere in discussione il seguito del rapporto. Se qualcuno fa un viaggio in furgone con noi pensa subito che ci odiamo, invece ci vogliamo bene come fratelli. C'è un rapporto diretto, senza mediazione e abbiamo avuto la fortuna di ritrovarci tutti insieme. Ci incrociamo per i nostri hobby, per i nostri gusti musicali, per il nostro amore per il tempo libero: siamo una... una famigliona e andiamo avanti così.

Il Teatro degli Orrori potrebbe essere il modo più crudo per definire la storia degli ultimi decenni di questo paese e sono certo di non esagerare. Il Teatro degli Orrori potrebbe essere il titolo di un romanzo gotico ristampato nei nostri giorni, oppure il nome di una tela di Hieronymus Bosch, ma in questa sede è soltanto il nome di una vulcanica rock band emergente che ho potuto ammirare qualche sera fa in un esaltante live a Parabiago (Milano).
La ragione principale che mi spinge a parlare di questi musicisti non risiede tanto nella loro capacità musicale quanto nell’aver proposto una forma alternativa di veicolazione del suono: il progetto musicale de Il Teatro degli Orrori ha solide fondamenta e intenti ben definiti circa l’utilizzo della teatralità come tecnica di amplificazione del linguaggio musicale.
Prima di proseguire è doveroso presentarvi la formazione attuale del gruppo: Gionata Mirai (chitarra-voce), Francesco Valente (batteria), Pierpaolo Capovilla (voce), Nicola Manzan (chitarra–violino) e Tommaso Mantelli (basso). La band attua un sapiente utilizzo del teatro per potenziare, e spesso sublimare, la parola; le pause, le pose stilistiche (affascinanti nei live) e i testi poetici di Capovilla formano un linguaggio parallelo alla musica che scolpisce puntualmente la natura dei brani. La voce di Pierpaolo Capovilla, la cui timbrica ricorda ai nostalgici Carmelo Bene, alterna un registro stilistico da puro frontman insieme ad un cantato pulito. Il testo in musica, generalmente subordinato al suono, ne Il Teatro degli Orrori diventa la linfa stessa della musica, dove ogni sonorità è incentrata a sottolineare la potenza del messaggio contenuto nel testo. Il suono esplode, commenta, culla, addolcisce e sopratutto scatena la poesia del testo, proprio come in una vera pièce condensata in pochi minuti, dove in parte vengono annullati gli stilemi tradizionali della canzone. Percussioni e chitarre lavorano freneticamente in partiture disparate, fatte di raddoppi improvvisi e arpeggi dolcissimi, supportati da grandi giri di basso. La distorsione del suono giunge a sbalzi tenebrosi, quasi ad accostarsi alle improvvise alterazioni vocali di Capovilla che prosegue a “narrare” la canzone da vero artificiere.
Rivendico con forza la capacità de Il Teatro degli Orrori di essere tornata, come tanti gruppi del passato, a ricreare quelle atmosfere e quei stati d’animo ormai annullati dall'infame modo attuale di concepire la musica, quasi sempre un insieme di dance, costume e sterile tecnica strumentale. Dove è finita la trasfigurazione e l’effetto psichedelico che dava alle note quelle tinte così forti e visionarie nel suono? Non troverete una canzone de Il Teatro degli Orrori che non faccia del proprio suono un edificio poetico dove ammassare messaggi, sentimenti, allucinazioni e tensioni molteplici.

Il Teatro degli Orrori è ora in giro per l’Italia ad assolvere le date del loro tour estivo e per promuovere il loro ultimo lavoro: A Sangue Freddo (La Tempesta Records, 2009). Tra i vari impegni musicali il cantante Pierpaolo Capovilla ha gentilmente accettato di rispondere a qualche domanda.

Ho notato nella tua voce una tecnica interpretativa che vuole scardinare il cantato tradizionale per potenziare il “come dire” piuttosto che il “dire”, quasi che il canto divenisse un fatto meramente linguistico. Ritieni che nella vostra musica sia essenziale procedere in questi termini?
Non parlerei di tecnica interpretativa, direi "attitudine attoriale". Il fatto è che sono un pessimo cantante...
Cerco sempre di immedesimarmi nelle canzoni e mi piace pensare che queste vivano di vita propria. Non io, ma esse, vivono sul palcoscenico, quasi fossero momenti di reale vita vissuta, superando la realtà della rappresentazione. Ecco, io non sono un cantante, sono un attore.

All’inizio della vostra carriera avevate tutti un progetto differente che con il tempo si è amalgamato in un suono preciso, oppure qualcuno ha spinto più degli altri per trovare nel teatro la metafora vincente per una sonorità selvaggia e aperta a infinite suggestioni?
Non c'è dubbio che Giulio Ragno Favero ha sempre svolto un ruolo preponderante nella composizione, esecuzione e registrazione dei nostri dischi, ma sta di fatto che un "gruppo" è un organismo collettivo: è nella dialettica plurale che le canzoni vengono composte ed è questo il bello di "essere gruppo", di condividere obiettivi, aspirazioni, speranze e ambizioni. Il capitalismo ci ruba la capacità di "fare insieme"; esser gruppo è quanto di più intimamente e poeticamente democratico esista.

Perché hai scelto il Théâtre de la cruauté di Antonin Artaud come scintilla ispiratrice per il gruppo?
Credo fermamente nella teoria del teatro di Artaud: il magnifico paradosso della rappresentazione più vera della vita stessa. Quando salgo sul palcoscenico finalmente vivo. Resuscito! Quando, invece, torno a casa a guardare la TV, o in ufficio a far di conto, o in fabbrica a menar bulloni muoio lentamente, senza neanche accorgermene. Quello che voglio da un concerto de Il Teatro degli Orrori è che il pubblico possa specchiarsi nel nostro spettacolo e portarsi a casa, non solo un semplice momento di intrattenimento e socializzazione, ma un pezzo, per quanto piccolo, di vera vita vissuta. Qualcosa che dura nel tempo e nel cuore.

Quali sono state le difficoltà principali riscontrate nell’editoria musicale per pubblicare il vostro primo lavoro Dell’Impero delle Tenebre (aprile 2007)?
Non c'è stata alcuna difficoltà, al contrario! C'è stato grande interesse da parte di più operatori discografici. Abbiamo scelto La Tempesta per simpatia ed affinità elettive.

Prendiamo in esame un ipotetico campione di vostri fans: credi che la poesia dei tuoi testi sia più veloce e penetrante della musica stessa per le loro orecchie, considerando anche la singolare performance della tua timbrica?
Non c'è dubbio. Da quando canto in italiano mi accorgo di quanta amorevolezza venga indirizzata verso le parole delle mie canzoni, nelle quali molti, giovani e meno giovani (il nostro pubblico, grazie al cielo, è davvero intergenerazionale), si riconoscono e si immedesimano. Che soddisfazione!

Che cosa è lesivo nella musica per quegli artisti che, come voi, tentano di affermarsi con le unghie e con il sudore?
La totale e sistematica indifferenza del legislatore nei confronti di tutto ciò che sia cultura. In altri paesi, come la Francia, lo stato ti da una mano. Qui no, mai. È uno schifo vedere un ministro dileggiare gli artisti, gli enti lirici, il cinema, i musicisti. Per l'attuale governo la cultura è un nemico da combattere, ma che ci vuoi fare? Con i Bondi, i Brunetta, le Gelmini e tutti gli altri ministri di questo miserabile esecutivo non si può far altro che collidere. Un giorno pagheranno, mi auguro, per il male fatto al paese.

Pensi che l’Italia potrà, un giorno, superare o modificare i pregiudizi in fatto di avanguardie musicali? In altre parole: perché i virtuosi e i veri talenti devono fuggire da questo inferno mediocre?
Beh... io non fuggo. Resto, per Dio! Resistere è la mia parola d'ordine.

In conclusione, Pierpaolo, credi che la poesia nella musica sia più estetica, etica o entrambe le cose?
Etica.