di Giorgia Tribuiani
Quando il leggendario Faust, nel 1908, incontrò Fernando Pessoa, fu costretto a lasciare gli abiti del titano che lo avevano contraddistinto da centinaia di anni e a cedere, infine, all’inanità della vita, all’angoscia esistenziale. In un rapporto simile a quello Soares-Pessoa, il protagonista del famoso patto con il diavolo, simbolo della ricerca umana verso la conoscenza, divenne specchio dell’uomo del Novecento, atterrito dall’assoluta assenza di certezze e dall’incapacità di conoscere (“Ho bevuto il calice del pensiero/ fino alla fine; poi l’ho visto/ vuoto e ho provato orrore”).
Ma la rivisitazione faustiana di Pessoa va ben oltre il nichilismo di un secolo: si compone, intorno alla figura del protagonista, un mondo in cui il libero arbitrio non è che un’irraggiungibile chimera e dove l’uomo non può far altro che lasciarsi trasportare dagli eventi (“Tutti sono maglie di una rete/ che mentre si disfa/ credono di vivere e hanno sete/ di credere in se stessi”). Non è quindi solo la ragione a tramontare ma anche la volontà: tratto distintivo di Faust e dell’uomo, perde ogni significato di fronte all’impossibilità di scegliere.
Il dramma, incompiuto, si presenta diviso in quattro atti, ognuno dei quali rappresenta una differente sconfitta dell’uomo (incapace di capire la vita, di dirigerla, di adattarvisi e di reagire ad essa), più un ultimo atto che decreta la sconfitta definitiva dell’intelligenza umana. Ed è proprio in questo quinto atto che si completa il ribaltamento del mito faustiano, che viene decretata la morte della Conoscenza: “Se anche tu vedessi di fronte il Dio,/ se anche l’eterno ti desse la mano,/ non vedresti verità, non romperesti il velo,/ non avresti altro cammino che la solitudine”.
di Luca Torzolini
I pensieri, le parole, l’anima di un grande poeta.
Il libro dell’inquietudine fu scritto in forma di brevi frammenti durante quasi tutta la vita letteraria dello scrittore. Uno “zibaldone” dell'anima, il testamento sensibile di Fernando Pessoa.
Una "Autobiografia senza fatti", raccontata dal contabile Bernardo Soares (maestro degli eteronimi), il quale lavora in un ufficio al quarto piano di Rua dos Douradores, nella Baixa di Lisbona.
Malinconico, triste, lirico, intelligente, consapevole: il libro valuta l’inutilità della vita vissuta come sogno. La profonda sensibilità dell’autore descrive tutte le fasi della vita: analizza lo stato delle cose e la singolare e fittizia successione degli eventi. L’inutilità dell’agire, i pregi dell’indifferenza: una valutazione complessa dei meccanismi che rendono gli esseri umani simili a marionette in balia delle emozioni e dei fattori esterni.
Affondando nelle parole potrete scandagliare le viscere dei cinque sensi: l’inquietudine è ripetitiva, insistente, affonda le sue radici fuori e dentro di noi in una visione lucida e distaccata della realtà, ma pregna del ciclonico moto interiore che governa un uomo di pensiero.
Un viaggio nelle contraddizioni che si trasformano in affermazioni dell’ego, nella realtà esterna così vacua e evanescente rispetto all’interiorità. Chi si intende di letteratura non può fare a meno di leggerlo: frammentario ma coerente, visionario ma logico.
L’uso della parola è esaltato per raggiungere i massimi gradi dell’espressione filosofica, dalla radice alla desinenza c’è uno studio millimetrico, a volte ossessivo, che porta l’autore a idolatrare la propria lingua fino ad una delle sue frasi più famose: “La mia patria è la lingua portoghese”.
Affonderete, ve l’assicuro e non ci sarà nessuna scialuppa di salvataggio. Vi potrà trarre in salvo solo la «banale singolarità».
Uno scrittore di non facile lettura, per pochi eletti. Un testo che urla a gran voce una continua rilettura, come tutti i libri che valgono davvero.