Holy EYE

CERTIFIED

di Luca di Berardino e Luca Torzolini

 

Alessandro Scacchia 1

Che cos’è l’arte e come trova i suoi “artisti”?
“Arte” è un termine talmente abusato negli ultimi decenni da aver perso molto del suo significato autentico. Tutti si sentono artisti nella nostra epoca, è diventata quasi una fortuna non esserlo. Invece forse è proprio quando si smette di “essere” che la vera arte può trovare i suoi artisti. Come diventare indemoniati, posseduti da qualcuno o qualcosa che ci trascende. A quel punto non si fa più arte e si può diventare noi stessi un'opera d'arte o, ancora meglio, un capolavoro.

Il corpo femminile nutre un ruolo preponderante all'interno della tua produzione artistica. È una coincidenza, una volontà precisa o una decisione nata da una coincidenza?
Il corpo femminile è diventato il mio modo di celebrare la bellezza. Già da bambino amavo disegnare i personaggi femminili dei cartoni animati, me ne innamoravo con l'innocenza che poteva avere un bambino di sette anni. Ora è decisamente una volontà. Il corpo umano ha avuto da sempre un ruolo fondamentale nell'ambito artistico e filosofico, quello femminile per quanto mi riguarda possiede in più un fattore estetico e misterioso che lo rende molto più interessante di quello maschile.

Cos’è la sperimentazione?
Sperimentare e fare esperienza si equivalgono nell'etimo, hanno origine entrambe dal verbo latino “experior” che vuol dire provare, tentare. È ciò che ci permette di arrivare ad una qualche forma di conoscenza. In questo senso cerco di non pormi limiti, sia come disegnatore che nella vita.

L'ispirazione creativa è totalmente interna all'autore o risente anche della realtà esterna e del suo vissuto?
La realtà esterna è come uno specchio che ci permette di avere un confronto con noi stessi. Penso che tutto sia già presente all'interno di noi da sempre e che non ci sia nulla da creare. Citando Kenneth Grant, uno scrittore che apprezzo particolarmente: “La pittura, il poema, la canzone - qualunque sia il mezzo usato per esprimere la verità più segreta - non è la creazione in senso stretto ma il riflesso di un movimento fuori dal tempo e dallo spazio, dai quali essa, alla fine, trascende.” Si tratta di guardarsi in profondità e nell'abbandono prenderne consapevolezza. I sogni ad esempio, possono essere una fonte infinita di ispirazione.

Qual è l'opera che ti ha più soddisfatto dal punto di vista artistico? E la tua prima opera? Quale sarà l’ultima?
Cerco di trarre sempre il massimo della soddisfazione da ogni opera che decido di realizzare. Amo caratterizzare i miei personaggi, renderli in qualche modo vivi. La mia prima pubblicazione a fumetti risale all'anno 2000 negli Stati Uniti, una miniserie d'avventura ambientata nel Giappone feudale. Era un po' distante da quello che faccio ora, ma all'epoca mi diede la spinta per decidere quale fosse la strada da prendere. La mia ultima opera invece, forse sarà quella che non sentirò più il bisogno di disegnare, se mai esisterà.

Alessandro Scacchia 2

Quali sono le tue radici fumettistiche? Quali autori ti hanno conquistato e/o ispirato?
Ho iniziato da adolescente come tanti della mia generazione leggendo fumetti di supereroi. Ne rimasi affascinato. Poi col tempo a forza di vedere quei personaggi che si comportano da frigidi, in un certo senso sembrano mutilati, mi sono rotto le scatole e mi sono messo a cercare altro. Mi sono avvicinato così al fumetto erotico, specialmente quello prodotto tra gli anni 60 e 80, notavo che in molti casi avevano anche un maggiore spessore culturale rispetto agli altri, sia nei contenuti che nell'eleganza grafica. Mi limito a citare i più grandi come Crepax, Magnus, Manara, Pazienza, Liberatore...ma la lista sarebbe molto lunga. Un discorso a parte va fatto per il fumetto giapponese, che per qualunque genere tratti è sempre presente una sensualità intensa e quasi spirituale che l'occidente non è in grado di esprimere, non smette mai di meravigliarmi...primi tra tutti per me ci sono Go Nagai e Masamune Shirow.

Cosa non si deve assolutamente fare in un fumetto?
L'unica cosa che non si deve assolutamente fare è la censura.

Ti stai occupando di qualche progetto interessante?
Ho avuto da poco il privilegio di disegnare la Valentina di Guido Crepax. A breve insieme ad altri grandi autori ed amici presenteremo un nuovo personaggio a fumetti, che mette le sue radici nella più alta tradizione del fumetto horror erotico italiano.

L’interesse da parte del pubblico per i fumetti erotici è maggiore all’estero o in Italia? Il sesso e l'erotismo sono ancora tabù nella società italiana? Che futuro ha il fumetto erotico italiano?
Fino agli anni 80 in Italia il fumetto erotico spopolava, i migliori autori erano italiani e anche i fumetti più hard vantavano vendite paragonabili se non superiori a quelle della Sergio Bonelli Editore. Tutto questo ora non esiste più, in Italia più che in altri paesi. Con la diffusione della pornografia su internet il fumetto erotico nello specifico è quasi sparito. Siamo tornati in una sorta di medioevo culturale dove ogni forma di violenza è accettata, mentre la sensualità viene repressa. Anzi la sensualità viene più censurata della sessualità. Al futuro non ci penso, nel presente qualcosa lo stiamo provando a fare.

Analogico, digitale o entrambi?
Analogico, e non soltanto per una scelta tecnica. Il digitale è un surrogato, inventato per velocizzare i tempi di produzione. Non si accorgono che stanno trasformando in questo modo l'attività libera di un artista in un'industria da catena di montaggio. Il disegno digitale è solo una simulazione, non esiste fisicamente, se non come proiezione in uno schermo. Senza un supporto materiale sarà destinato ad andare perso molto velocemente. Il discorso cambia e sono favorevole se il digitale viene applicato a sostegno del disegno tradizionale. Io personalmente con il digitale mi limito alla sola colorazione, in modo da non invadere troppo il disegno originale e solo per determinate pubblicazioni.

Alessandro Scacchia 3

Quali sono le difficoltà nel narrare una sceneggiatura in maniera visiva? Nello specifico, cosa è più difficile trasporre?
È più difficile rappresentare in una pagina a fumetti persone che conversano semplicemente piuttosto che scene di azione. È più difficile narrare delle emozioni piuttosto che delle persone che combattono. C'è bisogno di molta sensibilità, la tecnica è importante ma non basta. Nei fumetti mainstream le scene di azione sono tutte stereotipate, le espressioni dei personaggi sono sempre le stesse. Io preferisco narrare le emozioni, e l'Eros è qualcosa di fondamentale nella vita di tutti.

È possibile stabilire se un fumetto sia migliore a colori o in bianco e nero? Che differenza c’è?
Un buon fumetto può funzionare benissimo senza colori. Un fumetto di scarsa qualità ha invece bisogno del colore per compensare le lacune del disegno. C'è poi la tradizione, come in Francia, che vuole il fumetto a colori, ma va considerato come un arricchimento. Accade lo stesso nel cinema: non importa se a colori o in bianco e nero, un bel film lo è a prescindere.

Come consideri il finale in un’opera e, di solito, come ci arrivi?
Non lo considero nel senso che fino ad ora ho sempre disegnato storie scritte da altri, finora è capitato così. In ogni caso, non mi interessa molto cosa racconta una storia, ma come lo racconta. Esistono delle regole da seguire nella costruzione di una sceneggiatura e sono anche troppe. Detesto le morali o peggio le storie a scopi educativi. Amo la mitologia e la psicologia. Quanto più il significato di una storia risulta incomprensibile tanto più io mi esalto, finale incluso. Mi interessa che tutto il fumetto nel suo complesso possa trasmettere qualcosa di irrazionale al lettore, il più irrazionale possibile.

di Vincenzo De Cesaris

 

Intervista a Cosimo-Miorelli - Foto 1Lucca. La cara, vecchia, maestosa Lucca. Con i suoi borghi suggestivi, i suoi palazzi e muraglioni antichi. E il suo esercito di cosplayers in maschera che, intasando le strette viuzze e centrandoti gli occhi con scettri del potere di plastica, regala allo scenario inedite note agrodolci. Siedo con Cosimo sullo scalone della minuscola chiesa di un’ancor più piccola piazzetta persa nei meandri del centro storico: siamo riusciti a sfuggire alla calca soffocante delle ore di punta solo per ritrovarci fra i banchetti e i ninnoli di mercatini etnici messi su per l’occasione. È stata una giornata spossante ma di grande soddisfazione per il nostro, per la seconda volta allo stand degli Editori Del Grifo del padiglione Napoleone con una sua opera inedita, “pausa” proficua dagli impegni dei suoi Live Painting e dalla campagna Kickstarter dell’ambizioso progetto Triloka. A rotazione, giganti della nona arte orbitano attorno alle sue stampe sigillate con l’inconfondibile ideogramma, da Giardino a Frezzato e così via. Ora, però, è il momento di fargli qualche domanda.

 

Bene, cominciamo… stai comodo?
Questa seduta marmorea penso mi darà dolori alla sciatica per i prossimi quattro giorni, ma sopravvivrò... cavoli, son proprio vecchio dentro!

Possiamo cominciare con…
Non finisco la frase che subito un allegro ambulante allunga con grinta il palmo della mano cercando di piazzare due accendini. “Scusa, non ora, stiamo facendo un’intervista!” esclamiamo, immobilizzandoci con le braccia in aria come per mimetizzarci col grottesco trionfo di idoli Tiki delle bancarelle circostanti. Non sembra essersela bevuta, dato che si allontana con lo sguardo furente di un indio sul piede di guerra.
Ha funzionato.
Così pare…
Non penso ci abbia creduto.

Intervista a Cosimo-Miorelli - Foto 3

Forza, bando alle ciance: dacci una sinossi! La vita, l’arme, gli amori…
Beh, sono un disegnatore… in mancanza di un termine migliore. Non mi sento solo un illustratore, tantomeno un fumettista. Al momento ho base a Berlino, dove sono arrivato dopo un sei-sette anni passati a Venezia, e prima ancora in un college in Canada… Potrei dire in realtà che sono friulano, anche se nessuno dei miei genitori lo è, ma ho trascorso un bel po’ di anni nelle valli del Natisone, un posto piovosissimo al confine con la Slovenia, in una fascia pedemontana e bilingue. Andavo a scuola lì da ragazzino. Posso dire che ho girato parecchio: trasferimenti, traslochi… E mi piace. Non riesco a stare fermo in un posto per più di… mah… diciamo quattro o cinque anni.

Un bel background, non c’è che dire… Ma come nasce l’attività, quali sono state le prime produzioni?
Beh, oddio... diciamo che l’inizio “professionale” è stato da tre anni a questa parte… ma disegno da molto, molto prima. Disegno così come un calzolaio confeziona scarpe, e con quello cerco di guadagnarmi da vivere. E con ogni declinazione del disegno: progetti di animazione, live painting, illustrazione, sequential art e branding commerciale… prendo tutto quello che viene, anche per mettermi alla prova costantemente con nuove sfide e non restare mai fermo.

La domanda più importante: sei tu il misterioso pilota X di Speed Racer?
Uhhh…. No.
Si guarda intorno distrattamente ridacchiando. Non me la racconta giusta, ma per ora meglio fare finta di niente…

Insomma, tanta strada e impegno per poi approdare agli storici Editori Del Grifo…
Sì, è paradossale… ora sono lì in stand, circondato da torri di Manara e fortezze di Pratt, a cedere la sedia a Vittorio Giardino, nientemeno… è un bell’onore, considerando anche tutte le circostanze che mi hanno portato a questo punto, alcune davvero inaspettate (oltre a un legame con Montepulciano, base operativa degli editori). Il punto è che fin da piccolo per me il fumetto è stato quello, quello che per sommi capi oggi si definisce fumetto d’autore, e che per Del Grifo è un marchio di fabbrica: ecco perché quando ho deciso di buttarmi in lavori più seri e sentiti, mi sono subito rivolto a loro.

Intervista a Cosimo-Miorelli - Foto 2Ed è con loro che hai due libri all’attivo…
Sì, uno per ogni Lucca: Trentaduedentirotti (quest’anno) e l’esordio con Athos: Appunti dalla montagna santa

Un qualche rimando a Jodorowsky?
Beh sì, abbastanza… cresciuto come sono fra L’Incal e universi limitrofi… Anche se soprattutto per mano di mio padre, che ancora oggi ha una grande influenza su di me. Athos infatti è un lavoro a quattro mani, essendo la cronaca di un viaggio, un suo viaggio, fatto prima che io nascessi e il cui racconto mi ha sempre affascinato. E’ stata una collaborazione padre-figlio, una catarsi freudiana se vogliamo, bella e utile in un certo senso visto che ad essere in due a mettersi a nudo davanti al lettore c’è meno imbarazzo.

Sorvolando sull’infelice evocazione visiva della metafora, Trentaduedentirotti invece è più tuo…
Sì, sono più io. Mi piaceva l’appeal scioglilingua della parola (e ancora di più vedere le espressioni contraddette della gente che passa davanti alla copertina). Sono io, che bruxo un sacco di notte, batto i denti, sogno sempre di romperli, ingoiarli, penso sia il nervoso, o il mio modo di affrontare il mondo, a denti stretti, tenere tutto dentro… Mi serviva uno sfogo totemico, e così è stato. C’è un sacco di mio anche dal punto di vista formale, la sperimentazione, l’horror vacui… certo avrei voluto metterci molto di più, ma com’è classico sono le cose di cui ti penti solo dopo che il volume è andato in stampa. Ho ancora molte cartucce da sparare.

Una delle quali, scommetto, è il Live Painting, uno dei pezzi forti nel tuo arsenale creativo e che sta diventando sempre di più un tuo biglietto da visita.
È una delle cose che mi piace più fare, e che mi dà moltissime soddisfazioni. Chiamiamoli Live Storytelling, all’americana, che dopo anni di IUAV la parola performance non la posso più sentire… Si lavora per lo più in digitale, con il mio collega di lunga data (e co-fondatore del Washout project) Stefano Bechini, polistrumentista favoloso, spesso di leva sui palchi di molti musicisti pop di fama internazionale. Il bello del live è proprio l’adrenalina del palco, e specie per me (che non so suonare e invidio molto i musicisti), quello è il surrogato del concerto.

Una parola: Triloka.
Il Triloka Project (mettiamo il ‘Project’ dappertutto, per dare un profilo aperto e in divenire)… è un’idea collettiva, un grande ombrello sotto il quale abbiamo riunito tante personalità da ogni zona del globo. Una storia che pesca la sua ispirazione dal folklore del sub-continente indiano, soprattutto grazie a Marc-Antoine Jean (lo sceneggiatore, e colui che più ha investito nel progetto). Dopo essere tornato dalla Cambogia e aver studiato a fondo miti e culture locali, Marc si è reso conto che erano talmente saturi di personaggi e battaglie allucinanti e visivamente potenti, da poter fare invidia agli universi Marvel e Dc. Così, come disegnatore di questa potenziale saga, mi sono ritrovato a calarmi in questo mondo che avevo visto solo in cartolina: Tanto lavoro di ricerca, ma nel complesso mi ha preso subito, specie perché a differenza dell’ennesimo supereroe patinato, qui si ha a che fare con personaggi che sono impressi nell’immaginario da secoli, scolpiti nei bassorilievi e negli idoli perduti. Personaggi che, come nel pantheon greco, sono caratterizzati da vizi e virtù decisamente umani, e da un sottotesto carnale ed erotico che non guasta. Adoro poi i landscapes, disegnare le foreste, la Giungla, gli alberi… Son stupendi gli alberi, parti con il tronco e poi ogni ramo va da sé.

Dica Trentatrè.
Trentatrè.

Intervista a Cosimo-Miorelli - Foto 4

Altro domandone: Che siano illustrazioni, arte sequenziale o live storytelling… cosa vuol dire per te raccontare? Che urgenza senti di esprimere, di dire?
Mmm. Detta così su due piedi (anzi, due natiche sul freddo marmo) posso dire che con il disegno ho trovato la mia casella. Tante persone vivono la propria vita a lungo e felicemente in passività, e non sempre necessariamente nell’accezione negativa della cosa: altre invece hanno bisogno di vedere una precisa pulsione concretizzarsi, plasmarla e lavorarci sopra. C’è chi sfoga tale pulsione sui figli, chi nell’edilizia, chi nella musica. Nel mio caso è tirare fuori delle storie, mie o anche di altri. Possibilmente delle belle storie. Questo mi fa sentire vivo. E specie in una città come Berlino, in cui tutti sembrano essere poeti ed artisti, ti aiuta anche a ritagliarti il tuo angolo di sopravvivenza.

Com’è il cielo sopra Berlino?
Eeeh, è grigio. Un pantone Cool Grey 3, direi.

 

www.cosimomiorelli.com

www.trilokaproject.com

 

di Luca Buoncristiano

di Vincenzo De Cesaris

di Marco Calcinaro

di Adriano De Vincentiis

di Luca Torzolini

Dialogo Rotto - Intervista a Luca Buoncristiano 2

Da cosa nasce la tua passione per le illustrazioni?
L’immagine mi seduce. Così come sedurre è immaginare. Anche la parola, che è un’immagine, mi seduce. Lavoro tanto sull’immagine quanto sulla parola.

Quali sono i tuoi punti di riferimento nel campo del fumetto?
Edward Gorey, Charles Addams, Charles Schulz e Charles Manson.

Preferisci seguire la tradizione o sperimentare nuove tecniche? Miri a creare un tuo personalissimo genere?
Ho già inventato un genere. Chi non sperimenta non ama. Bisogna giocare.

Quali sono le tue tematiche preferite?
Rotto è un tema, un concetto, un simulacro per sua stessa definizione. Rotto è un buco nero dove tutto collassa.

Quali sono a tuo avviso i limiti del fumetto e quali invece le possibilità proprie solo di quest’arte?
Ogni arte deve fare i conti con l’arte.

Il tuo prototipo di supereroe?
Joe Rotto, il rovesciamento del supereoe.

Chi è Joe Rotto?
Uno spacciatore.

Le tue comics strip sono minimali e danno ampio respiro al bianco. Spiegami il perché di questa scelta?
Confrontarsi col bianco credo sia una sfida molto difficile. I miei segni sono delle coordinate in questa galassia bianca.

Hai mai collaborato con qualcuno a livello artistico? Spiegami pregi e difetti di una collaborazione artistica.
Ho collaborato per la pubblicazione del libro “Mary e Joe” per Fazi editore. I pregi ci sono quando hai accanto una persona stimolante, altrimenti è solo un fastidio. Un reciproco disturbo dell’altrui lavoro.

Quanto è importante il sesso nella tua vita e come influisce nella tua arte?
Il sesso è fondamentale. Ma non influenza il mio lavoro.

Progetti futuri?
Ho un libro tutto su Joe Rotto pronto. Si intitola “Libro Rotto”.

Qual è l’Apocalisse di questa intervista?
Ogni confessione è un’apocalisse.

di Luca Torzolini

Il medium bastardo - Intervista a Vincenzo De Cesaris 2

Cos’è un fumetto? 
Emozione, riflessione, evasione, non ci sono limiti se non in chi crea: il fumetto è tutto questo e molto di più, come lo sono tutti i modi di raccontare. È come la Viennetta, un media semifreddo: da un lato non grava il lettore del fardello di costruire tutto nella sua testa (come in letteratura), dall’altro richiede comunque un massiccio intervento cognitivo e di attenzione, al contrario del cinema dove devi solo star seduto e beccarti quello che ti arriva. Vedo nel fumetto l’anello mancante fra le due arti, un ibrido bastardo, l’equilibrio perfetto di quell’alchimia narrativa che in molti cercano da decenni e non si accorgono di avere sotto il naso.

Qual è la difficoltà nel ricreare il movimento in un fumetto? 
Per un autore in realtà non molta, poiché il processo è tutto a carico del lettore: sta in questo la vera chiave che fa funzionare un fumetto, quello che Scott McCloud codificò come closure, ossia il potere della mente umana di riempire i vuoti e ricostruire insiemi partendo da dettagli. L’abilità di chi disegna in questo caso sta nel saper catturare quei precisi istanti che permettano una corretta e sicura interpretazione di cosa sta succedendo, e il rischio di disorientare è sempre in agguato.

Chi sono i tuoi maestri, a chi t’ispiri? 
Ce ne sono molti, troppi: in generale coincidono anche con le letture chiave della mia crescita. Mark Bagley, Jim Lee, passando per mostri sacri come Moore e Morrison o Ennis e Gaiman; dal delirio psicotico di Mack e Sienkiewicz al realismo ossessivo di Otomo o Yamamoto, senza dimenticare vecchie colonne come McCay, Eisner, Kirby, Frazetta, Moebius... Davvero, sono troppi.

In cosa consiste per te sperimentare? 
Molte volte corrisponde al mettere in gioco senza freni la parte più nascosta di sé e vedere cosa succede: il difficile è lasciarla libera. Accade a volte che si diventi troppo metodici per la sensazione di conforto che conferisce il fare le cose sempre allo stesso modo, e dunque si abbia paura di rischiare: bisognerebbe sperimentare lasciando tutto questo da parte… e quando capita, è sempre un’occasione d’oro per conoscere un po’ di più il medium. E se stessi.

Continuity o graphic novel? 
Vale l’adagio di Twain: la continuity mi piace per il clima, la graphic novel per la compagnia.

Come si crea un personaggio, e come si caratterizza? 
Bella domanda. In tanti sono convinti che per fare un buon personaggio ci sia una ricetta precisa, indicazioni da seguire, caratteristiche da dosare come nella scheda di un gioco di ruolo: è il caso, neanche troppo nascosto, di molte serie di stampo bonelliano, con caratterizzazioni che sembrano a volte posticce e contraddittorie. Per come la vedo io, un buon personaggio è tale quando coinvolge, e lo fa mostrando i suoi difetti e la sua umanità, un collegamento con il lettore anche negli scenari più fantastici ed inverosimili. Forse per questo non riesco a identificarmi in Dylan Dog, un lunatico che tromba come un riccio e dopo trecento e passa numeri di incontri occulti ancora non crede ai fantasmi; ripenso invece ai children di Evangelion, alla maniera geniale in cui la loro trinità rammentava al pubblico in modo crudo e impietoso i loro lati più bassi e meschini. Era un pugno allo stomaco, ma almeno ti davano qualcosa.

Narrazione con o senza balloon? 
Il tempo ha ampiamente dimostrato che in un fumetto, nonostante lo stesso nome, la nuvoletta non è una presenza obbligata: molte volte la scelta del muto, al contrario, schiude una potenza espressiva ed emotiva di gran lunga superiore. Ovviamente tutto sta nella scelta di cosa si vuole raccontare, ogni strategia narrativa deve essere al servizio della storia.

Il medium bastardo - Intervista a Vincenzo De Cesaris 1

Il tuo prototipo di supereroe?
Non saprei dirti… l’importante è che sia “super”, che si innalzi da mediocrità e limiti mortali. I supereroi, anche se sembra strano, sono un’eco neoclassica, la versione moderna e cellofanata di un pantheon che un tempo apparteneva alle divinità greche e nordiche: Flash come Mercurio, Superman come Apollo. Basta guardare dove si localizza la loro nascita: nel dopoguerra di inizio novecento l’uomo medio, sempre più piccolo di fronte alle conquiste della scienza, in fuga dallo spettro di guerre e catastrofi e succube delle dottrine pragmatico-nichiliste, aveva bisogno nuovamente di qualcosa in cui credere, di pensare che l’umanità fosse ancora capace di grandi cose. La creazione di questi nuovi semidei, ormai radicati nell’inconscio collettivo, era una passo più che logico per colmare ed esorcizzare quest’ansia di impotenza. Poi opere come Watchmen o The Autority, scavando nel loro torbido, li hanno avvicinati più a noi.

Quali sono i limiti del fumetto? E le sue peculiarità uniche?
Per quanto mi riguarda l’unico limite del fumetto è che non può materialmente prenderti a pugni in faccia, tutto il resto lo sa fare egregiamente. La peculiarità sta nel rapporto intimo che instaura con il lettore, e nella profondità con cui una buona storia può cambiarti, se decidi di aprirgli il cuore.

Cosa c’è dopo il The End?
Sempre, rigorosamente il punto interrogativo.
Il vero finale non esiste.
Non c’è mai stato.
(sipario)

di Luca Torzolini

La vuoi una striscia - Sci Oh! - Intervista a Marco Calcinaro 2

Cos’è un fumetto?
Una forma di comunicazione fatta di immagini e narrazione.

Cosa ti ha spinto ad intraprendere la via del fumetto?
La passione per il disegno.

Chi sono i tuoi maestri?
Sono molti gli artisti che amo; ma se parliamo di fumetto, ammiro molto il lavoro di Andrea Pazienza, Benito Jacovitti, Robert Crumb, Charles M. Schulz.

Che tipo di narrazione prediligi? Continuity, Graphic Novel o hai in mente altro?
Mi piacciono le comic strips o “strisce” se preferisci; mi piace l’idea di poter raccontare una storia in maniera sintetica. (Forse lo avrai capito dalle mie precedenti risposte).
Se si riesce ad esprimere il concetto in maniera concisa non vedo perché dilungarsi troppo, incappando nel rischio di diventare noiosi: la noia è il male peggiore di tutti i tempi.

Quali analogie e quali differenze ha il fumetto con le altre arti? Quali sono a tuo avviso i limiti del fumetto e quali invece le possibilità proprie solo di quest’arte?
Come le altre forme d’arte il fumetto dovrebbe provocare delle emozioni, grazie alla sua facilità di lettura. Il fumetto è una forma d’arte molto popolare e questo può essere il suo limite e allo stesso tempo il suo punto di forza.

Cos’è per te la comicità? Esistono delle regole o dei paradigmi per realizzare un fumetto comico?
La comicità è un modo per rappresentare la realtà.
La comicità esiste già in natura, l’autore comico deve solo trovarla e rappresentarla: Michelangelo diceva che la scultura era già imprigionata nel blocco di marmo e che lo scultore doveva solo rimuovere l’eccesso di materia per trovarla; allo stesso modo il comico deve scalpellare la realtà per trovarne il lato comico. Per realizzare un fumetto umoristico vale la stessa regola sopra citata; in più il fumetto ha uno strumento importante a supporto, il disegno caricaturale, anch’esso mezzo di rappresentazione della realtà, del lato più grottesco e comico di essa.

Com’è nato Sci Oh?
Ho disegnato i personaggi principali, li ho guardati per un paio di ore per capire quale fosse la loro personalità e cosa avevano da dire... La prima cosa che mi hanno detto è stata “Sci Oh!” (intercalare dialettale in uso a San Benedetto del Tronto).
Così ho iniziato ad ambientare Sci Oh nella mia città natale, San Benedetto del Tronto, usando talvolta qualche parola dialettale per rappresentare al meglio la realtà provinciale; credo che questa autenticità sia stata la chiave di lettura che ha fatto appassionare al mio fumetto migliaia di lettori.
Partito come fenomeno locale, oggi è seguito in tutta Italia e addirittura oltre frontiera: la pagina ufficiale di facebook conta, in soli quattro mesi, oltre 26.000 “Mi Piace” e ha toccato punte di 60.000 utenti unici che si sono divertiti a leggere le vignette.

La vuoi una striscia - Sci Oh! - Intervista a Marco Calcinaro 1
Che cos’è per te la sperimentazione?
Sperimentazione = evoluzione, senza sperimentazione l’uomo sarebbe piatto e il mondo fermo.Io sperimento sempre: cambio idee e tecniche per sperimentarne di nuove; mi piace la tecnologia e cerco di usarla per migliorare il mio lavoro e il mio stile di vita.
Ho una formazione accademica, studiai le tecniche tradizionali del disegno e della pittura. La voglia di sperimentare mi ha spinto verso lo studio delle tecniche digitali: oggi utilizzo spesso il computer per realizzare i miei lavori… e se domani verranno fuori nuovi strumenti per il disegno, li proverò di sicuro.

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi nel realizzare un fumetto in bianco e nero e uno a colori?
Non credo ci sia differenza tra queste due tecniche. Talvolta un fumetto in bianco e nero può esprimere una moltitudine di colori e viceversa. Un disegnatore di fumetti sceglie la tecnica più giusta in base alle esigenze editoriali: bisogna tener conto della storia e capire qual è la tecnica migliore per esprimere al meglio la narrazione.
Come dicevo prima è importante provocare emozioni nel lettore.

Progetti futuri?
Evolvermi, amare, morire (l’ultimo più che un progetto, un dato di fatto).

Come immagini la fine di quest’intervista?
Ciao.

 di Luca Torzolini

Che cos’è il fumetto?
Il fumetto trova la sua più felice definizione in “arte sequenziale”. È una definizione che mi piace perché rispecchia i motivi per cui mi attrasse enormemente già da bambino: mi affascinava l’idea che tutto quello che avrei disegnato avrebbe avuto un’evoluzione, ogni disegno poteva essere ammirato singolarmente e allo stesso tempo era una parte di un macrocosmo; mi piaceva l’idea che nessun disegno fosse mai la fine di questa esperienza, ma solo un passaggio che portava ad altri disegni. Ho sempre provato un piacere incredibile nel dedicarmi ad una vignetta di un fumetto, proprio perché sapevo che era solo un tassello di un caleidoscopio enorme, un mondo di frammenti legati tra loro. La vignetta è il fulcro del fumetto, il suo cuore, ogni vignetta è un cuore, nessuna vignetta può essere esclusa perché è il cardine della narrazione: ogni vignetta pulsa di vita propria. La conseguenza logica di questa definizione mi dona la possibilità di sperimentare continuamente. Non ripetermi mai, in ogni vignetta e in ogni pagina trovare sempre una soluzione nuova, una nuova esperienza: estremamente eccitante.

La porta dimensionale - Intervista ad Adriano De Vincetiis 1

Come vedi il fumetto, oggi?
Concependo il fumetto come un prolungamento del disegno applicato all’interno di una sequenzialità, purtroppo lo vedo molto male. Io amo il disegno puro, il disegno come applicazione diretta della visione, del sogno, della forza creativa. In questa prospettiva, ravviso un appiattimento tremendo del fumetto e del disegno. Onestamente, il panorama artistico mi pare ripetitivo, privo di genio e perfino di talento. Da quando il media “fumetto” è stato sottratto a chi sentiva un bisogno irrefrenabile di realizzarlo come una delle tante espressioni della propria creatività ed è stato messo in mano a semplici mestieranti, da quando si insegna come disegnare un fumetto e si sono creati stili, schemi, leggi, scuole e stilemi, da quando, specialmente, le grandi majors hanno scoperto che potevano fare molti soldi con i fumetti e quindi hanno iniziato a sovraccaricare il mercato, dando quindi lavoro a tantissimi disegnatori e sceneggiatori, tutto si è appiattito. Certo, ci sono grandissimi artisti che lavorano in questo campo, ma sono pochissimi; il resto applica degli schemi senza aver dentro nessuna forza dirompente ed evocativa, applicano il disegno come degli studenti, emulando in modo grossolano e volgare. La maggior parte dei disegni che si vedono oggi nei fumetti sono brutti, approssimativi, ripetitivi e freddi. È un peccato. Io passo ore nelle fumetterie, nelle librerie o su internet prima di trovare qualcosa che mi faccia davvero impressione. A volte trovo qualcosa ma devo cercare, sfogliare, guardare tante di quelle cose per trovare qualcosa che davvero vorrei a casa mia, che potrebbe insegnarmi qualcosa e far evolvere il mio modo di lavorare. Il grosso problema è che la produzione attuale sta anche formando il gusto estetico dei lettori, che, sempre meno preparati sull’arte, sul disegno e sul fumetto, si accontentano, subendo un abbassamento progressivo ed allarmante del loro gusto estetico, con le conseguenze logiche che si possono immaginare facilmente: gli piace praticamente tutto. Il lettore medio non è più abituato ad immagini grandiose, monumentali, piene di grazia o di sapienza nel disegno, non sa riconoscere un volto disegnato di scorcio da un profilo senza volume, non ha la minima idea delle regole di composizione, di prospettiva e spazio, di equilibrio delle masse e di conseguenza si lascia affascinare da prodotti scadenti e volgari, sostituendo quello che dovrebbe essere il bello con quello che è creato da chi per primo si accontenta del proprio lavoro, o lavora per tirare su uno stipendio minimo disegnando.

Il Fumetto è arte?
Lo è stato, quando la parola Arte aveva ancora un significato, portato “avanti” regalmente e partecipato da artisti che producevano per puro bisogno creativo. Oggi l’arte non esiste più, oggi l’arte è mercato, furbizia, competizione. È uno status sociale che si usa per crearsi un’immagine, per darsi un’identità. Il fumetto è stato arte quando vi era una forte impronta artigianale. Per risponderti bene, io credo che oggi al fumetto manchi l’arte, tremendamente. Anzi, il fumetto sta allontanando i disegnatori dall’arte, sta diventando una trappola. I grandissimi fumettisti di una volta, quelli della golden age in America ad esempio, ma anche in Europa e in Asia, erano disegnatori che, come dovrebbe essere, non potevano prescindere dall’arte tutta. In questi fumettisti vedevi dei risultati entusiasmanti, illuminanti, intravedevi chiaramente che essi continuavano a guardare ed ammirare i pittori di tutti i tempi, gli scultori, gli architetti. Penso soltanto a Jeffrey Jones, un esempio su tutti, ma potrei fare decine di esempi in cui, in una tavola a fumetti o in un’illustrazione creata per il mercato del fumetto, e non dell’arte, si percepivano le influenze di pittori e disegnatori di due secoli addietro. Oggi il fumettista invece è il contrario, si chiude dentro questa definizione e non ha più influenze artistiche, si lascia influenzare solo da altri fumettisti, accumulando errori e mancanza di stile, riducendo il suo campo di interesse e di indagine solo ed esclusivamente al fumetto. I super eroi poi, dopo l’avvento disastroso di Disney in Marvel, stanno davvero, a mio avviso, rincoglionendo tutti. Adesso, per quanto si è massificata questa immagine pregressa ed imposta dalle majors unite, se un disegnatore non usa le sue capacità per ritrarre Hulk o Iron Man, o Spider Man non viene nemmeno considerato. Questo è tremendo e deprimente.

Chi sono stati i maggiori illustratori/fumettisti italiani e perché?
Ti posso elencare quelli che considero veri fumettisti, speso anche illustratori, in ordine sparso: Guido Crepax, Dino Buzzati, Dino Battaglia, Roberto Raviola in arte Magnus, Tanino Liberatore, Milo Manara, Guido Buzzelli, Attilo Micheluzzi, Andrea Pazienza, Vittorio Giardino, Roberto Baldazzini, Paolo Eleutieri Serpieri, Sergio Toppi, sicuramente dimentico molti…

La porta dimensionale - Intervista ad Adriano De Vincetiis 2

Cos’è per te la bellezza?
La bellezza è un evento che si causa nella percezione di qualcuno quando partecipa ad una esperienza che lo modifica, migliorando la sua vita.

Che significato assume la parola “sperimentazione” nei tuoi lavori? E nella vita?
Poco significato. La parola sperimentare ed esperimento mi è sempre stata antipatica, altrettanto la sua pratica, a maggior ragione nell’arte. Sperimentare significa provare, fare un tentativo, senza la certezza di quale risultato questo ci dia. Non fa per me. Nell’arte non dovrebbe esistere, anzi, tutte le sperimentazioni artistiche le trovo davvero brutte, nell’arte ci si dovrebbe applicare su qualcosa che si conosce, sicuri di quello in cui si vuole riuscire, altrimenti il tutto, come spesso accade in questo campo, acquista il sapore di una grande presa per il culo.

Il tuo primo fumetto?
Un adattamento di Flash Gordon, in chiave pseudo pornografica, che disegnai su un quaderno a quadretti della scuola, credo intorno ai 7-8 anni. Era il mio quaderno segreto e lo aprivo solo quando ero estremamente eccitato, lo conservo ancora per fortuna. Tutt’ora lavoro solo quando qualcosa mi eccita, altrimenti lascio stare.

Credi nella possibilità che un’istituzione accademica possa insegnare a disegnare?
No, nessuna istituzione e nessuna accademia può farlo, un rapporto tra persone si. La scuola è obbligatoria, drammatica, inutile e dura anche troppo, è un dramma continuare a vederla anche quando finalmente se n’è usciti. Le accademie e le scuole nella loro istituzione portano soltanto a risultati accademici e scolastici, e purtroppo oggi si vede quasi solo quello, scuola ed accademia, non c’è più il genio, l’artista che fa qualcosa che sacrosantamente mette in discussione tutto quello che hai fatto fino a quel momento, quando lo guardi. Come diceva qualcuno, il capolavoro non deve farci riflettere sul valore dell’opera che ammiriamo, ma sul nostro valore.

È difficile ricreare il movimento nel fumetto? Come si fa?
Il movimento nel fumetto non esiste, non dovrebbe almeno, però io trovo più dinamici i fumetti rispetto al cinema. Adesso c’è talmente tanto movimento nel cinema che davvero sembra di star fermi, sì, perché tutto è uguale e piatto, praticamente immobile. Invece nel fumetto il movimento è suggerito, e funziona solo se il disegnatore è veramente bravo. Il disegnatore di fumetti non può appoggiarsi ad uno studio di produzione di effetti speciali e 3D che farà praticamente tutto il film, si deve affidare solo alle sue capacità e, se le ha, crea il movimento più bello, quello che si vive leggendo, non quello che viene spiattellato sullo schermo per 2 ore, sempre avvilente e statico. D’altronde non sono io a dirlo, ma i più grandi sceneggiatori mondali “la scena d’azione sospende la storia, blocca le emozioni dei personaggi, ed è praticamente estremamente noiosa”.

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi nel realizzare un fumetto in bianco e nero e uno a colori?
Nel colore lo svantaggio è che è tutto detto, mostrato. Nel bianco e nero il vantaggio è che tutto è da immaginare.
La porta dimensionale - Intervista ad Adriano De Vincetiis 3

Quali sono a tuo avviso i limiti del fumetto e quali invece le possibilità proprie solo di quest’arte?
Ogni media è senza limiti, ogni espressione è senza limiti, potenzialmente, il limite esiste solo nell’essere pessimi. Se ci si eleva al meglio, non esistono limiti. Il disegno è una pratica talmente pura e millenaria che non può avere limiti, è la pratica di base dell’uomo che applica la sua immaginazione e la comunica, prima a se stesso, poi agli altri. È una delle prime forme di comprensione del mondo e di espressione del bambino, una cosa fatta di disegno dovrebbe essere senza limiti, a patto che vi si applichino soltanto artisti che sanno volare. Altrimenti il limite si trova subito, in basso. Ha limiti il sogno? Il disegno dovrebbe rappresentare sogni, e far sognare chi è sveglio.

Letteratura, pittura, musica... quanto le altre arti influenzano il tuo lavoro e in che modo?
Potrei sembrarti eccessivamente romantico dicendoti questo, ma tu mi conosci e sai che la penso veramente così: l’immagine è suono, il suono è immagine, lo scritto è parlato, il parlato è scritto. Le arti hanno bisogno l’una dell’altra, tutte, sono tutte sorelle e fratelli e una sconfina nell’altra. Io vedo le immagini più belle quando ascolto musica, scrivo i più bei libri quando parlo, ascolto le più belle musiche quando disegno e sento parlare voci quando leggo: è tutto collegato e ogni espressione vive nell’altra.

Se potessi essere un supereroe, chi vorresti essere? Perché?
La cosa che mi ha sempre fatto sognare dei super eroi è la capacità di volare. Quando ho visto Superman al cinema, quello del 1978 di Richard Donner, ne sono uscito sconvolto. Ho sognato poi per decenni di poter volare grazie ad un mantello rosso e degli stivali color fuoco. Davvero, era il sogno più bello ed eccitante che io potessi avere. Oggi ti direi che vorrei il super potere dell’invisibilità: è decisamente un potere indispensabile, per tutto. Per sottrarsi finalmente a tutti gli intercettamenti, per poter essere finalmente invisibile e solo, per togliermi definitivamente da sotto gli occhi di chi mi rompe i coglioni ed essere finalmente me stesso, inclusi anche tutti gli utilizzi erotici indispensabili in questo mondo castrato dalla privacy e dal pudore.

Quanto è importante il sesso nella tua vita e come influisce nella tua arte?
Il sesso è tutto, è ovunque, in tutte le cose. Non si può scindere il sesso dalla vita. Io davvero non capisco e non capirò mai come possa essere tabù oppure argomento di provocazione o addirittura di scandalo una cosa che è semplicemente l’origine della vita, l’istinto di unione più forte che esiste, la spinta al piacere più naturale e pulita che esista. La negazione, il divieto, la concettualizzazione del sesso invece sono devastanti; sono i puristi e quelli che si scandalizzano che hanno davvero grossi problemi. Tu sai benissimo che io profetizzo, sogno e auguro all’umanità un mondo di sesso libero, in cui tutti possano finalmente scopare ed accoppiarsi per strada, nei campi, nei parcheggi, ovunque: la fine del pudore e dei tabù. Quello sarebbe un mondo che ci invidierebbero anche da galassie lontane milioni di anni luce, allora sì che verrebbero a visitarci gli alieni, che per adesso, secondo me, hanno solo buoni motivi per starci alla larga.

E la politica?
Se ti riferisci a destra e sinistra e centro, si definiscono da soli nei loro termini: indicazioni di direzione del pensiero colonizzato, né più né meno dei segnali stradali. Una direzione semplicistica che contiene un’illusione di scelta che si dà al popoletto in modo che si convinca, votando, di aver scelto qualcosa, ma è una scelta ignobile come quella che passa tra scegliere una marca di sigarette invece di un altra, un hamburger invece di un altro. Destra e Sinistra sono come Coca Cola e Pepsi. Si crede di scegliere e ci si da una identità. Nessuno invece sceglie fuori da queste regole che sono chiaramente fatte per le pecore, e chi lo fa viene immediatamente eliminato. Si sa, da che mondo è mondo, che la cosa più pericolosa per ogni sistema è un uomo che pensa individualmente. Allora, si fa in modo che pensi e che addirittura le sue convinzioni più profonde, etiche e morali, siano dettate da un partito e da leaders, convinzioni che non appartengono alla persona, ma per le quali la persona è disposta a combattere fino alla morte, a litigare, ad attaccare e a fare del male agli altri. Ciò dovrebbe rendere palese l’altro obiettivo degli schieramenti politici, che tra l’altro è anche palesemente scritto e dichiarato in tantissimi documenti ufficiali: aumentare l’odio e l’astio tra le classi sociali, è talmente evidente e logico da rendere assurdo il fatto che l’essere intelligente ancora caschi in questi giochetti. Una delle cose più assurde ed incomprensibili, in assoluto, è la politica e le sue tribune, la gente guarda ore di dibattiti tenuti da questi burattini, ascolta perennemente le stesse cose, sempre le stesse, mischiate in un linguaggio totalmente incomprensibile, perché è in realtà incomprensibile dato che non c’è nulla da comprendere. Sono discorsi dove nessun concetto viene espresso, eppure, continuano a guardarli, continuano a comprare i giornali e a farsi colonizzare il cervello, invece di liberarsi finalmente da questo giogo che uccide la mente e la libertà del pensiero. La politica è una gigantesca sceneggiata messa in atto in un teatro tetro alla quale credono tutti, alla quale io non partecipo.

Che cosa rappresenta per te la Vagina?
Una porta dimensionale. È evidente. È un passaggio attraverso il quale ciò che non era in questo mondo o dimensione viene e si manifesta in questo mondo e dimensione, venendo da non si sa dove, da una dimensione altra perché prima non era manifesto. È una porta dalla potenza incalcolabile, il limite più alto della vita che si esprime nella sua apertura e alle cui leggi pone fine in questa dimensione soltanto un’altra forza inspiegabile e dal potere sovrumano: la morte. La vagina sta lassù, è la corona irraggiungibile che adorna la fronte delle leggi assolute, la vita e la morte, insieme nel grandissimo e commovente mistero dell’esistenza. Per questo, e non solo, io la venero. Tutti dovrebbero venerarla e insieme venerare la femmina, unica portatrice di questo potere e di questa meraviglia delle meraviglie. La vagina è l’elisir, nel suo senso più alchemico e magico, nel suo senso archetipo ed originale.

Per te quindi la donna è un essere superiore all’uomo?
Assolutamente si, è ovvio e ne sono convinto. La storia “moderna” è la storia della sottomissione della donna. La modernità corre di pari passo con la crescita di una società che impone il patriarcato contro il matriarcato. Ma questo spiega solo una cosa: Il bisogno del sistema di annichilire una potenza pericolosa, la femmina, da sempre portatrice dei poteri più assoluti, magici, supremi. La femmina soltanto era strega, strega nel senso più letterale e bello del termine, nel senso magico, di colei che conosce e controlla i poteri della natura, e presto, ecco che la strega diventa l’essere da perseguitare. Poi s’inizia a perseguitare la puttana, oppure a rinchiuderla nelle case, appunto, denominate “chiuse”. La femmina non si può permettere il piacere sessuale come fa l’uomo, ma deve rientrare in ranghi e regole bieche e retrograde, inaccettabili, perché anche quello del sesso è un potere supremo, destinato a pochissimi. Purtroppo oggi, e dico purtroppo con un gran dolore, la donna e i bambini sono quelli che vivono il dramma più tremendo. Le donne non si sono mai più emancipate da questa sottomissione e me ne dispiaccio amaramente. Se non le cerchi con il lanternino, non si trovano femmine che vivono il loro essere in modo libero e senza paura di uscire dai ranghi imposti. Purtroppo oggi la donna è davvero ridotta ad un ruolo semplificatissimo e fatto solo di divieti e schemi e tutto questo è una enorme disgrazia. Oggi la donna può essere 4 cose e basta: Madre, Moglie, Puttana o Donna in carriera. Punto. Donna in carriera è forse più offensiva delle altre, perché è una definizione sociale fatta apposta per le femmine, come se non fosse possibile per una donna, semplicemente, essere quello che gli pare. Addirittura, poi, c’è la festa della Donna, trattata appunto come una categoria a parte che si deve pure consolare una volta all’anno. Cose di un’insolenza e di una tristezza inenarrabili, alle quali ogni femmina dovrebbe sottrarsi e ribellarsi. Come i matrimoni, rituali assurdi in cui, nell’allucinante bisogno di far rientrare l’unione dei sessi e degli individui dentro un rango sociale, lo stare insieme tutto d’un tratto si riempie solo di obblighi e divieti, all’interno dei quali la femmina deve rinunciare al proprio nome e sottomettersi al maschio in una gabbia assurda in cui viene negata ogni scelta, per prima quella di decidere di andarsene, la quale, a questo punto, deve passare attraverso un altro rituale, l’assurdo divorzio. Uno scempio dell’individuo a capo del quale c’è prima lo Stato ignobile e poi, complice, la chiesa. Io spero davvero in un’emancipazione definitiva delle donne che riporti il sistema sotto il loro controllo totale, perché così era destinato.

The End?
Every end is a goodbye.

di Luca Torzolini

cinema-trashCos’è un fumetto?
Un fumetto per la maggior parte delle persone è un oggetto da sfogliare in treno, prima di dormire o il più delle volte alla toilette. Per me è molto di più: é comunicazione, intrattenimento, espressione. Insomma, la mia risposta non brillerà di certo per originalità quando dico che è una grande e sottovalutata forma d’arte, ma lo dico lo stesso.

Cosa ti ha spinto ad intraprendere la via del fumetto?
La voglia di raccontare e disegnare e la poca voglia di scrivere. Quindi mi sono detto, perché non raccontare disegnando?

supereroi

Chi sono i tuoi maestri?
Divido la categoria dei miei maestri in due sezioni: la prima, composta da quegli autori che nel corso degli anni ho ammirato maggiormente e che in alcuni casi hanno influenzato il mio stile. Consapevole del fatto che ne dimenticherò moltissimi te li elenco: Andrea Pazienza, Giorgio Cavazzano, Will Eisner, Albert Uderzo e Carl Barks. Nella seconda sezione invece metto quegli autori che con il loro insegnamento diretto, con le loro chiacchierate e i loro consigli mi hanno non solo fatto capire cosa significare fare fumetti, ma mi hanno saputo trasmettere continui stimoli ed entusiasmo. Beppe Barbati e Carmine Di Giandomenico sono sicuramente in cima alla lista, seguiti dal resto dello staff docenti dell’Accademia del Fumetto di Pescara.

Che tipo di narrazione prediligi? Continuity, Graphic Novel o hai in mente altro?
Per quanto riguarda il mio gusto da lettore posso dire di essere un onnivoro del fumetto: leggo praticamente di tutto.
Come autore preferisco le storie brevi, un po’ a causa del poco tempo di cui dispongo, un po’ perché è un format che mi permette di cambiare stili, ambientazioni e personaggi di continuo senza correre il rischio di annoiarmi. Certo che davanti ad una bella sceneggiatura, anche se lunga, non mi tiro indietro.

Che tipo di genere cinematografico prediligi e quanto influenza il tuo lavoro?
Preferisco il cinema trash nostrano degli anni ‘70 e ‘80. Commedia sporcacciona, zombie in lattice, case posticce infestate, alieni di cartapesta e quant’altro sono  il mio pane quotidiano. Ecco, mi piacerebbe realizzare in futuro un fumetto che raccolga queste tematiche. Che so, magari con un Alvaro Vitali zombie, perché no!
Naturalmente adoro anche il cinema “fatto bene”. Ho una dipendenza da tutto quello che hanno fatto Woody Allen, Clint Eastwood e Stanley Kubrick. Adoro classici come Blade Runner e Indiana Jones e ho una mania per i film sul pugilato.

Quali sono a tuo avviso i limiti del fumetto e quali invece le possibilità proprie solo di quest’arte?
Il fumetto a mio avviso ha meno limiti di quello che sembra. Sono decenni che viene periodicamente dato per spacciato e invece continua non solo a restare a galla ma ad evolversi e a stare al passo coi tempi. Certo, i tempi cambiano e se trent’anni fa per trovare un nuovo talento dovevi avventurarti in edicola alla ricerca dei Frigidaire o Il Male, oggi invece su internet puoi imbatterti in qualche giovane talentuoso dell’altra parte del mondo. Sempre riguardo a internet, secondo me si stanno sviluppando nuovi modi di raccontare col fumetto: alcuni probabilmente lo rivoluzioneranno, altri si riveleranno dei fuochi di paglia. Staremo a vedere. Per ora rimango affezionato al cartaceo.

Attualmente su cosa stai lavorando?
In questo momento, parallelamente alla mia attività di Illustratore per l’editoria legata al mercato dell’infanzia (Il sole di carta S.r.l. di Roma) e di caricaturista (www.caricatureapescara.it) , sono al lavoro su una sceneggiatura fantasy scritta da Francesco Massaccesi che dovrebbe vedere la luce in tempi brevi e su una serie di strip di satira sui testi di Antonio Tauro Silvestri.
Inoltre continuo a scrivere e a disegnarmi le storie di Superplucchete (l’inutile supereroe creato da me) e, soprattutto, sono sempre alla ricerca del tempo per realizzare le storie e le idee che annoto ovunque.
Per ultimo, anche se non si può esattamente definire lavoro, continuo la mia serie di “profili” ribattezzata “IO.OGGI.”che pubblico quotidianamente e su Facebook ormai da mesi. Il tutto consiste nel postare ogni giorno una mia immagine di profilo diversa che mi vede immedesimato in qualche personaggio o in qualche situazione senza senso. La cosa è nata per puro caso alcuni mesi fa ed ha iniziato ad avere, con mio grande stupore, un discreto seguito tant’è che ho deciso di continuare finché avrò tempo ed entusiasmo (le idee non mancano). Per chi si fosse incuriosito può cercarmi su FB come Fabrizio Pluc Di Nicola e seguirle.

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