di Saverio Tassoni

Il Bigo a Genova ormai lo conoscono tutti. Ispirato alle forme delle gru sulle navi mercantili, il Bigo è un’attrazione turistica, un maestoso ascensore panoramico ai piedi del porto antico. Il costo del biglietto è un’inezia, si sale ed è possibile contemplare dall’alto tutta la città. Dopo dieci minuti si torna giù. Fu progettato da Renzo Piano e realizzato nel 1992 per il cinquecentenario della scoperta dell’America. Genova era frizzante in quelle settimane, l’inaugurazione del Bigo apriva un mese di festeggiamenti in tutta la città. Fu chiesto anche a Fabrizio De André di tenere un proprio concerto per celebrare la ricorrenza. In realtà quel concerto non ebbe mai luogo. Fabrizio declinò l’invito bruscamente; del resto, non era mai stato innamorato del microfono, dell’esibizione.“Non c’è un belìn da festeggiare” diceva. “Almeno per quanto mi riguarda sarò vicino agli indiani d’America e ricorderò insieme a loro quello che considerano il giorno del più grave lutto nazionale, portato avanti piccolo massacro dopo piccolo massacro”. Le sue canzoni preferiva cantarle sulle spiagge, sui monti, non dentro ai locali o sopra ad un palco. All’inizio della sua carriera, l’agiata condizione economica gli permetteva di poter fare a meno delle performance dal vivo, dei proventi derivati dai concerti. Nella metà degli anni Settanta, decise di acquistare un terreno in Sardegna per mandare avanti una sua azienda agricola, in modo tale poter continuare a scrivere in totale libertà creativa, senza dover tenere conto delle impietose classifiche di vendita. Diceva che l’agricoltura era il suo vero mestiere, perché era quella che gli dava concretamente il pane quotidiano. Le sue canzoni non le scriveva certo per il mercato, si pensi all’album Creuza de ma, scritto completamente in genovese antico, che poi genovese non è, perché contaminato dall’arabo e da altre influenze mediterranee. Quello stazzo a Tempio Pausania gli permetteva di non dover trarre sostentamento dal suo lavoro di cantautore, anche se tale acquisto ebbe una conseguenza inattesa. La tenuta dell’Agnata fu considerata, dai servizi segreti italiani, un potenziale rifugio per appartenenti ai movimenti extraparlamentari di sinistra e fu sottoposta a periodici controlli a distanza da parte delle forze di polizia. Perché prima di essere un pacifista, un cantautore o un agricoltore, Fabrizio De André è soprattutto un anarchico. Dalle letture approfondite di Stirner, in età giovanile, aveva apprezzato l’anarco-individualismo e dai dischi in francese di Brassens, regalatigli dal padre, aveva imparato a lasciar correre i ladri di mele. “Brassens, per quanto mi riguarda, è stato soprattutto, prima ancora che un maestro d’espressione, un maestro di pensiero. Io non sono sicuro che se non avessi ascoltato le sue canzoni non avrei scritto quello che ho scritto. Sono invece sicurissimo del fatto che, se non avessi ascoltato le canzoni di Brassens, non avrei vissuto come ho vissuto”. L’animo anarchico di De André non è dominato dalla passione politica, ma dalla passione per l’uomo, per il prossimo. Fin da piccolo si manifesta la sua straordinaria umanità quando, con i ragazzi di via Piave, mentre giocava a inventarsi nuove parolacce o a tirare sassi contro le altre bande, aveva creato un ricovero per i gatti randagi e abbandonati del quartiere. Li curavano e li sfamavano, saccheggiando le cucine delle loro madri, con ogni genere di viveri. La bella iniziativa terminò quando Fabrizio si rese conto che, man mano, lui e i suoi compagni erano sempre più interessati al numero dei randagi assistiti, piuttosto che alle loro condizioni: si era addirittura arrivati a “sequestrare” i gatti delle altre case di Genova solo per poter vantare un gruppo più nutrito, un numero più alto. Fin da giovane Fabrizio ha saputo riconoscere ed evitare il germe dell’accumulo. La sua attitudine alla solidarietà lo accompagna in tutta la sua vita, quando scambia la propria maglia con quella di un suo ammiratore a pochi minuti prima di un concerto; quando considera se stesso come “la minoranza di uno”; quando perdona i suoi sequestratori che per quattro mesi lo avevano costretto in una stanza di tre metri per tre, il suo Hotel Supramonte. Ma dietro il cantautore pacato e solenne, c’è anche Fabrizio con le sue debolezze, le sue passioni, i suoi vizi. C’è Fabrizio che ammette di non essere un buon padre per Cristiano e che recupererà il rapporto con lui solo in età adulta. C’è Fabrizio che, appena finito di comporre Verranno a chiederti del nostro amore, in piena notte sveglia Puny per dedicargliela, con il piccolo Cristiano che, destato dalla chitarra, spia incuriosito dall’altra stanza. C’è Fabrizio che la domenica si accende di passione per la sua squadra di calcio, il Genoa. C’è Fabrizio che, se il vizio dell’alcool lo abbandonerà per una promessa fatta al padre in punto di morte, quello del fumo se lo terrà ben stretto fino alla fine. Le sigarette, che hanno scandito i ritmi della sua vita fin da giovane, lo accompagneranno sino agli ultimi giorni. Lo accompagnano persino adesso: in via del Campo, nel negozio di Gianni Tassio, c’è un posacenere sproporzionato colmo di sigarette ancora intatte che i passanti lasciano lì per lui, come a dire: “Io te la offro, te la fumi dopo...”. Il fumo gli impedirà anche di fare ritorno nella sua “Zena”, che lui amava pensare lasciata nella naftalina, come si fa con i vestiti fuori stagione, per conservarli. Gli impedirà questo viaggio perché gliene regalerà uno più difficile, più malinconico. Dove sarà diretto potrà guardare tutti dall’alto, come se fosse sopra il Bigo. Ma da lì sopra non si torna giù dopo dieci minuti. Neanche dopo undici anni.
Se ci avessero detto che Marlon Brando era risorto e voleva essere intervistato da Re-volver, probabilmente ci saremmo emozionati di meno. Uno tra i più grandi maestri birrai del mondo, l'unico capace di assaggiare una birra prima ancora di averla prodotta: Mikkeller dalla Danimarca. Poliedrico e talentuoso, capace di concepire una birra a settimana. Abnegato all'alcol come Godard al cinema, segue un’incontenibile anima da “birrificatore” in giro per il mondo. Ovunque vada, innumerevoli birrifici lo accolgono (così come fanno le discoteche con i calciatori) e gli si concedono (come "una di quelle" ad un buon cliente). Indipendentemente dalla sede di produzione, le etichette delle sue birre portano in giro per il mondo la sua faccia stampata sopra, come foto segnaletiche, parodiando il giorno in cui, in seguito ad atti blasfemi, presero e immortalarono Jim Morrison a Los Angeles, prima di sbatterlo dentro. In una transumanza oscena e irrepetibile di sapori e odori di luoghi conosciuti e sconosciuti, segreti impenetrabili e fantasie violente sono congelati dal tappo di sughero con la gabbietta, o dal semplice tappo a corona. Lo stappi e quelli riprendono vita, Frankestein della terra, del grano e d’altri insondabili elementi. Mikkel è uno di quelli che si ha paura di conoscere: si può rimanere affascinati da lui anche solo con l'assaggio delle birre che produce. Quando attraverserà l'Ade, al pari di Orfeo, Bacco lo porterà via, avendo finalmente trovato qualcuno cui abdicare. Siamo in procinto di incontrarlo e ci sentiamo emozionati. Come con tutti i grandi che si rispettano, ci potremmo sentire delusi nel vederlo: ecco perché De André non volle mai e poi mai conoscere Brassens.
Chi sei e da dove vieni?
Mi chiamo Mikkel, ho 33 anni, vengo dalla Danimarca e produco birra.
Puoi considerarti un brewer (“produttore di birra”, n.d.r.) convenzionale?
No, sono conosciuto come il Gipsy-brewer.
Di cosa si tratta?
Diversamente dagli altri produttori, non posseggo un mio stabilimento o impianto brassicolo, ma realizzo le ricette e imbottiglio le birre a casa d’altri, con utensili d’altri, presso birrifici disseminati un po' in tutto il mondo.
Quali sono i pro e i contro nell'essere un gipsy-brewer?
Gli aspetti positivi sono molti: fare ciò che si vuole senza obblighi e doveri, sentirsi liberi di dar sfogo alla propria fantasia senza restrizioni… inoltre non devo pulire tutto ciò che sporco dopo l'utilizzo e questa non è cosa da poco. Non avere la proprietà di uno stabilimento brassicolo, invece, potrebbe apparire un “contro”, ma a ben vedere non è così.
Quando aprirai il tuo birrificio?
Non lo aprirò mai, così potrò produrre le mie birre preferite senza far fronte agli obblighi di un'azienda convenzionale.
Eri un home-brewer prima?
Sì, utilizzavo la mia piccola cucina e, come tutti, ho iniziato facendo cose mediocri. Come suole fare ogni mastro birraio provetto, acquistavo gli estratti da unire all'acqua; poi ho via via utilizzato le materie prime per birre sempre più complesse e ben strutturate.
Quanto è importante che i tuoi bevitori siano coscienti di ciò che bevono?
È molto importante che i bevitori sviluppino un proprio giudizio, sia attraverso la conoscenza delle materie prime, sia tramite lo studio dei processi di lavorazione della birra. Il solo scopo di ritrarmi sulle mie etichette è quello di far loro associare il prodotto a colui che l'ha creato. Voglio, in altre parole, che riconoscano cosa stanno bevendo.
Pensi che un domani i bevitori sceglieranno la loro birra a seconda dello stile o, come oggi, solo per il marchio?
Personalmente vorrei che scegliessero in base alla storia del prodotto e alla conoscenza degli ingredienti. Vorrei farli specializzare.
Pensi che in Italia ci sia questo tipo di consumatore?
Ho bevuto buone birre qui. La mia esperienza in questo paese, fino ad oggi, mi spinge a pensare che il consumatore italiano sia cosciente di ciò che beve, in misura maggiore rispetto alla Danimarca. Gli italiani sembrano davvero interessati a cosa c’è nel bicchiere di fronte a loro.

Hai trascorso qualche giorno in Italia. Potresti già dire quale sia lo scenario delle birre artigianali in Italia?
Ho provate molte di birre e posso dire che siamo ancora agli inizi. Come in Danimarca, la percentuale di coloro che abbinano la passione al talento è molto bassa. L’imperativo dovrebbe essere “faccio birra perché ho passione” e non “faccio birra perché ho una licenza”.
Sei molto orientato verso l’esportazione?
Sì. In primo luogo perché il paese da cui provengo non è abbastanza grande da assicurare un consumo considerevole; in secondo luogo ritengo che sia molto importante, per ogni consumatore in erba, potersi orientare in un mercato internazionale che metta a disposizione del consumatore un vasto numero di birre artigianali, provenienti dai più disparati paesi del mondo. L'80% delle mie birre viene consumato in un paese diverso da quello di produzione.
Tu sei internazionale poiché viaggi molto, visiti e produci nei paesi che hai visitato. Quante buone birre nostrane ci sono, in media, nei paesi che conosci?
Non saprei dirlo esattamente. Posso dire che, ad esempio, in Danimarca il numero di buoni produttori è piuttosto esiguo. In Germania ci sono tanti buoni produttori, ma molti di loro concentrano le proprie risorse sempre sugli stessi stili, dando origine a birre molto somiglianti tra loro; pensiamo solo alla città di Colonia. In Belgio ci sono grandi produttori e grandi imitatori. Quelli bravi, come nella maggior parte dei casi, riempiono una piccola percentuale. L'Inghilterra e la Scozia sono grandi interpreti di stili, oggi divenuti internazionali. Anche qui i prodotti, pur vestendo etichette diverse, hanno troppi punti in comune l'una con l'altra.
Esistono paesi innovativi e paesi tradizionalisti. Quali annovereresti tra i primi, in fatto di birre artigianali?
Tra i paesi più sperimentatori annovererei gli USA, poiché non potendo vantare – al contrario dell'Europa – un retaggio secolare, investono le proprie energie creative su prodotti e stili inediti, forgiando ibridazioni che risultano talvolta davvero felici. In Europa si tende di più alla valorizzazione e alla reinterpretazione di stili convenzionali.
Quale criterio ti guida nella scelta dell'impianto per la produzione di una specifica birra? Quali impianti si adattano a quali birre?
La scelta degli impianti è direttamente collegata a quella della birra da produrre. Scelgo gli impianti di produzione a seconda di come si adattano allo stile di birra che voglio produrre. Il Belgio per birre speziate, gli USA per birre dalla massiccia luppolatura.
C'è competizione tra birrifici?
Certo che c'è, ma per me non è importante. Per quanto mi riguarda, cerco di fare del mio meglio; non amo annoverarmi tra i migliori. Esistono molti buoni produttori e i migliori sono quelli che ci mettono passione. Una sana competizione è necessaria e non essere tra i migliori spinge al perfezionamento. Come potrebbero mai migliorare i migliori?
Qualità contro quantità. È possibile produrre grandi birre in grandi quantità?
Ho brassato 35.000 litri in una sola cotta con un buon risultato. Tuttavia penso che il miglior posto rimanga la cucina di ciascuno, un posto che si presta molto alla sperimentazione, poiché si utilizzano minimi quantitativi per grandi standard qualitativi.

Perché le tue birre sono tutt'altro che economiche?
Beh, posso dire che il prezzo finale sia il risultato di due fattori principali: la qualità delle materie prime scelte ed i costi di produzione a cui devo far fronte nelle mie vesti di gipsy-brewer. Dovendo brassare in birrifici altrui, tutto mi ricade addosso a costi maggiori. Tuttavia non do alcuna considerazione econometrica alle mie birre: punto fondamentalmente alla qualità e guardo al prezzo come ad una mera conseguenza di pura marginalità.
Cosa pensi di Rate beer?
Credo che un sito come Rate beer sia di grande utilità sopratutto per i neofiti: sapere, conoscere, essere aggiornati sul panorama internazionale delle birre non è cosa da poco, anche se da addetti ai lavori ci si accorge che a volte vengono pubblicate cose non proprio aderenti alla realtà.
Qual è stata la birra che ha segnato una svolta nella tua storia di produttore?
Si chiama beer Geek breakfast ed è una birra con una piccola percentuale di caffè; per metterla a punto mi sono avvalso della consulenza di un mastro birraio americano. È una birra che ha suscitato stupore fra molti e per cui sono stato contattato e interrogato molte volte.
Qual è il tuo stile preferito?
Direi che non ce n'è uno in particolare, poiché per me è molto importante dare origine a cose mai fatte prima. Prediligo le ibridazioni, pur mantenendo un certo rispetto per gli stili tradizionali.
Che birra porteresti con te per un giro nello spazio sulla navicella spaziale di Star Trek?
Forse la più adatta risulterebbe essere la Black Hole (“Buco Nero”, n.d.r.), poiché mi permetterebbe di comunicare con il resto dell'universo. In realtà la Orval, birra trappista belga, è quella che sceglierei davvero: è una birra straordinaria, non riconducibile a nessuno stile. Un'altra birra che porterei via con me è la It's alive, una mia personale reinterpretazione della Orval.
Perché hai iniziato a fare birra?
Ho iniziato 10-12 anni fa, dopo l'assaggio con amici di birre più o meno conosciute… ricordo la Budweiser…
Svolgi un'altra professione?
Si, sono un professore part-time.
Cosa prevedi per il futuro? Hai programmi particolari? Avrai nuovi collaboratori?
Penso alla Norvegia, alla Scozia, all'Inghilterra e ad altri paesi che non ho ancora conosciuto. In linea generale spero di poter perfezionare la mia attività, anche se allo stesso tempo spero che vi sia sempre qualcuno migliore di me, che mi spingerà sempre a migliorare. Nei grandi paesi emergenti come gli USA e l'Italia, spero di poter lavorare con persone con la mia stessa passione, così da poter continuare questa pazza corsa cominciata quasi per scherzo.
Quante Mikkeller ci sono nel mondo?
Non saprei dirlo esattamente, io prediligo la qualità.
di Denis Bachetti
Dai carrugi di Genova al pontino di Livorno, Ciampi, -Piero L'ITALIANO come lo conoscevano a Parigi- risale a quel gruppo di cantautori acquatici che sembrano aver attinto all’aria e al dolce-salmastro degli acquitrini delle case portuali la loro linfa poetica. Al pari di De André, e più sotto o più sopra come oggi si suol classificare il talento di ciascuno, Ciampi lega il peso alla caviglia e disarciona l’ormeggio scalando volutamente la classifica dei più bravi per ascoltarli da laggiù, dove più chiara giunge la loro voce. Piero Ciampi, per chi non lo conoscesse ancora, è un cantautore livornese nato nel ‘34 e vissuto nella speranza di diventar famoso. Gli riuscì dopo la morte sopraggiunta nell’‘80, perché nel frattempo gli amici discografici gli erano tornati un po’ antipatici a causa della loro stridente incompatibilità ad un talento naturale, dotto e compiacente cosi poco da vedersi rosicchiare l’anima e la carriera da quel mostro oscuro dell’amore che egli si illuse di scovare nelle donne che sciattamente frequentò e maldisperse e che altrettanto disperatamente rimpianse nelle sue canzoni.
E’ un cantautore che ha coltivato suo malgrado un rapporto singolare con la solitudine ed il malessere, solitudine che egli dichiarò di conoscere di persona irridendo ed irridendosi ogni qualvolta la melodia ed il canto gli permettessero di scansarla. Vedete, credo che pochi possano permettersi di scrivere di un bohemien senza peccare di retorica gonfiando a dismisura l’etichetta ormai abusata degli scapigliati e dei maledetti e nascondendo ad ogni parola scritta il ribrezzo e la paura che questi susciterebbero se, come per incanto, ci trovassimo piantati sulla moquette unta delle loro stamberghe; ma nel caso di Ciampi il ribrezzo è un ombrello roteante tra arie di satira e lussuria, le sue vicende macchie di goliardia sulle braghe alla rovescia, i suoi rutti gemme di sottosuolo, tutto cosi armonicamente avvolto in fatti e vicende incresciosi ed avulsi alla morale da non trovare più le parole per gonfiare un po’ la sua figura. E’ un cantautore da ascoltare per capire come ci si sente quando ai favori degli amici si sostituisce l’elemosina e l’artista fiero fissa quel luccichio per terra sperando sia una cento lire. Piero Ciampi, insoddisfatto del comparto dell’imprenditoria musicale italiana, e provato dall’insuccesso, viaggiò a lungo e visse disfatte di egual proporzione in Inghilterra, Irlanda, Francia (dicono sia stato avvistato anche in Svezia e in Giappone) concedendosi al suo rientro lo sberleffo di rifiutare la fortuna quando giunse alla sua porta, negandosi ad inviti che avrebbero potuto cambiare la sua vita.
Ormai era passato al di là, tra coloro che si fanno caldo stando vicini e ai quali non importa il “cosa sarebbe potuto succedere se…”. Ciampi lo davano più volte al giorno le emittenti radiofoniche istriane e lo ascoltavano in molti, alcuni gli pagavano la cena, altri volevano interpretare le sue canzoni proprio quando egli si convinceva sempre più che infondo i soldi e la fama non facessero l’uomo; un po’ come accade oggi alla grande poetessa Alda Merini che esorto il mio amico Luca a contattare ed intervistare prima che l’acqua del naviglio milanese ce la porti via*. Questo disgraziato 2009 è stato l’anno della morte di Fernanda Pivano come l’80 fu quello di Ciampi (mi si conceda l’improbabile paragone), l’una traduttrice italiana dei grandi scrittori americani, l’altro un cantante marginale, insoluto; entrambi monoliti fossilizzati che il tempo ricorda negando a volte quello che fu camminare stretti verso il porto sottobraccio e celermente nel caso della Nanda e tronfi d’alcool nottetempo a mo’ di Piero Ciampi che dalla sua Livorno vedeva Genova defilata, laggiù dove le navi scompaiono in quel buio acquatico ove si spengono le manie dell’uomo e l’economia è una nassa riversa, divelta da un’elica. Io non ho incontrato Ciampi ma credo lo riconoscerei se mi si parasse dinnanzi un tipo che, sigaretta alla bocca, aspettava il mio arrivo da un angolo di strada scrutandomi come fa chi, prima di farsi offrir da bere, decide già che non hai stoffa quanto lui. Le sue frasi celebri: nessuna. Tra le sue massime: “la solitudine va capita solo se si è in due oppure serve qualcuno che te la spieghi” , “l’amore e’ il marito della vita” , “ho scritto queste 12 canzoni per delle donne che ho amato ed ho perduto. Queste 12 canzoni sono i bastioni del mio cuore. Le mie donne ora non ci sono più. Rimangono solo 12 canzoni”. Alcune frasi cantate: “io ti compro una pelliccia di leone con l’innesto di una tigre” , “il denaro per te è un giornale di ieri”, “il vino contro il petrolio grande vittoria, grande vittoria, grandissima vittoria!”, “sono secoli che ti amo, cinquemila anni” , “sono vestito non so come, i pantaloni alla rovescia la gamba destra non funziona, chi mi incontra scappa via…”. Spero di avervi resi curiosi, di sicuro sento di avervi fatto un favore, conoscere Piero Ciampi e la sua musica vale molto di più di un soldo dato per cambiar canale, lui un soldo l’avrebbe speso bene.
di Stefano Tassoni
Il 13 Novembre è uscito l’ultimo lavoro di Franco Battiato dal titolo Inneres Auge – Il tutto è più della somma delle sue parti contenente solo quattro inediti, oltre a brani del passato completamente rivisitati. Ecco forse spiegata la filosofica allusione del sottotitolo; mentre la copertina dell’album è chiarita dalla fantomatica teoria delle “linee orizzontali e verticali” che ci spingono rispettivamente verso la materia o verso lo spirito.
Inneres Auge (trad: “sguardo interiore”) -il primo singolo-, con il quale Battiato ha voluto esprimere tutta l’indignazione cui il cantante siciliano ci ha abituati contro la politica attuale, conferma l’indole sperimentale del musicista più ascetico a noi contemporaneo. Sonorità techno-dance armoniosamente fuse alla sua adorata musica sinfonica barocca, per lo più archi e pianoforte, di cui fu maestro Arcangelo Corelli (citato nel testo). Non proprio inedita, Inverno, stupenda versione riarrangiata di una delle canzoni più cupe di De André in perfetta sintonia con la linea dell’album del collega di Catania. Si prosegue con Tibet, il terzo inedito dell'album. Il tema in evidenza è rappresentato dalla dura (e armata) repressione cinese contro i monaci tibetani. L’ultima perla è ‘U Cuntu (trad: “il racconto”), interamente in siciliano e in latino, cantata insieme all'inseparabile Manlio Sgalambro. “Stiamo perdendo il senno”, dice la canzone, ed è forse questo il vero significato dell'intero album. Un album nero, pessimista, si potrebbe credere, ma non si dimentichi che l’autore offre la sua personale soluzione: rivolgere il proprio sguardo interiore ai maestri del passato in modo da riconoscere la giusta prospettiva per ri-stupirci del creato, nonostante tutto.