Holy EYE

CERTIFIED

 

Che ne pensi dell'invidia?
Semplicemente non la penso affatto, l’invidia è un sentimento che non mi appartiene.
Per me ognuno ha quel che si merita, gode (nel bene e nel male) dei risultati per cui si è impegnato. Perché invidiare a qualcuno quello che non si ha, se non si è voluto? Amare, odiare o invidiare, portano via troppe energie, e siccome sono abbastanza pigro, le mie vorrei investirle solo per amare.

Ego: limiti e potenzialità.
Il limite dell’ego ci può essere solo quando scade nel narcisismo, altrimenti crea sempre potenziali opportunità, stimolando la crescita di ogni individuo.

Credi esistano regole essenziali nella fotografia?
Certamente! Se non conosci le regole, non sai neanche infrangerle. Se non sai fare fotografie tecnicamente perfette, non riesci a dominare e realizzare nemmeno quelle mosse. In quelle mosse ci sono tutti i dettagli e i contenuti di quelle tecnicamente perfette, sono solo messi in modo diverso. È come quando in scrittura togli le vocali alle parole, il nostro occhio abituato a quel codice di lettura, legge ugualmente senza problemi. Certo, per capire un’immagine bisogna avere il giusto grado di conoscenza visiva, altrimenti viene semplicemente percepita ma è comunque un risultato.

Qual è la dote più importante per un fotografo?
Di getto mi verrebbe da dire la curiosità, ma non basta. Quasi tutti siamo curiosi in modo maniacale, lo dimostrano le tante trasmissioni televisive girate (purtroppo) sulle disgrazie umane, ma la dote per un fotografo è quella di guardare dove gli altri non vedono. È talmente vera questa cosa che spesso due o più fotografi posti sulla stessa scena guardano e raccontano cose completamente diverse. L’abitudine a guardare con “occhio fotografico”, nel senso di inquadratura, composizione, equilibrio dell’immagine, ritmo e racconto dell’evento, è per me la dote fondamentale di un fotografo. Il fotografo, maturo e cosciente del suo modo di guardare, vede tante immagini e ne scatta solo alcune, quelle giuste.

E lo scatto cui sei più affezionato?
Un giorno il preside del liceo mi disse: “Quando dovrai scegliere le immagini per una tua mostra, sappi che sarò a tua disposizione e, conoscendoti bene, lo farò io per te. Tu non sei in grado di farlo. - e aggiunse - Come può un padre scegliere tra i suoi figli?”.

Forma o contenuto? Come le associ?
Sono inscindibili, per me la forma è la confezione del contenuto. Quando fotografo mi chiedo sempre “perché devo farlo?”. Se fotografo un prodotto, devo fare in modo che, per proporlo in vendita, il cliente non debba portarsi l’originale dietro. Devo, quindi, descriverlo, valorizzarlo e renderlo “appetibile”. Se fotografo una persona, devo renderla più bella, spontanea e comunicativa. Per tutti i generi di fotografia di cui mi occupo c'è sempre un fine con relativi mezzi e modi di fotografare.

Che cos'è la sperimentazione?
La sperimentazione spesso è figlia della casualità. A mio avviso, non decidi, a un certo punto, di fare sperimentazione ma, se osservi tutto quello che ti succede intorno, stai già sperimentando. Puoi solo codificare, archiviare e, successivamente, utilizzare tale ricerca.

Come si insegna a fotografare?
La mia idea è che si può insegnare a far fotografie ma non a fotografare. In matematica ci sono le quattro operazioni di base - addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni e divisioni - e, una volta assimilate e scoperto il modo di incastrarle, il gioco è fatto. In fotografia gli elementi sono solo tre: tempi, diaframmi e messa a fuoco; muovendo ed incastrando questi elementi secondo le regole, o contro di esse, si ottengono infinite visioni. La tecnica fotografica è molto semplice! In conclusione, si può insegnare la base tecnica della fotografia ma non a fotografare. Saper fotografare è la somma di esperienze, sconfitte e conquiste stratificate nel tempo.

Perché hai utilizzato il mosso per riprendere una partita di basket di altleti diversamente abili?
Abbiamo realizzato il progetto semplicemente per raccogliere fondi per l'associazione “Polisportiva Amicacci” e con un’idea abbastanza banale e scontata di un calendario da vendere. Per fare questo, come in ogni altro lavoro, dovevo documentarmi. Capire cosa avrei dovuto fotografare, interpretare il soggetto raccontandolo e rendendolo fruibile all'occhio di chi ne avrebbe avuto visione. Detta così sembra una cosa abbastanza semplice e di routine, eppure quando partecipi a una loro partita di campionato ti si scombussola il mondo, ricevi un pugno allo stomaco e le emozioni ti scaldano il cuore. Vai alla partita (siamo onesti ed ammettiamolo, con un senso di pietismo per la condizione degli atleti) e ne esci frastornato, scopri il vero senso dello sport, noti i tempi, le cadenze e le sue regole. Mi spiego meglio, gli atleti si danno battaglia senza esclusione di colpi, con una cattiveria agonistica quasi a rivendicare una rivalsa sulla loro condizione, ma appena uno di loro è in difficoltà tutto si ferma, solidalmente gli si da una mano a rialzarsi e subito dopo… botte più di prima. Ti esalti, ti lasci prendere, non esiste una squadra più dell'altra e tifi indistintamente in modo sportivo per un gesto atletico di qualsiasi giocatore, perché sei convinto che alla fine comunque vincerà il migliore. Ah scusa, ancora non ho detto che gli atleti corrono, dribblano, palleggiano e fanno tutto quello di cui c'è bisogno in una partita di basket, stando seduti su una carrozzina. Mi è sfuggito di sottolinearlo prima perché inconsciamente non lo ritenevo importante, loro sono atleti con una carrozzina “fusa” nella parte inferiore del loro corpo. Devi, assolutamente devi, inserire nelle immagini che realizzi tutto questo, il tintinnio metallico delle carrozzine, la loro velocità di esecuzione, l'odore del sudore e i ghigni degli sforzi fisici. Ho pensato che il mosso, insieme alla scelta di un bianco e nero deciso, potesse rappresentare gran parte di questi elementi.

Quale sarà la tua ultima fotografia?
L'ultima immagine che avrò dinanzi ai miei occhi prima di addormentarmi per sempre. Spero solo di scattarla il più tardi possibile.

Che cos'è eterno?
“Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. Siccome tutto quello che è sotto i nostri occhi è in continua evoluzione, nulla è eterno! Nel nostro settore, ad esempio, qualche anno fa era pensabile la scomparsa della Kodak? Assolutamente no! Eppure, riflettendoci un po', l'unico pensiero che possa essere eterno è l'amore per un figlio.

Intervista a Manuel Norcini 3Com è l'attore perfetto?
L'attore perfetto è una chimera, non esiste e forse non esisterà mai. Il compito di un attore consiste nel vivere emozioni e trasmetterle al pubblico ma come può un solo uomo conoscere ogni emozione esistente? Dovrebbe, anche in maniera ridotta, averle provate tutte e questo mi sembra improbabile. Quello che più si può avvicinare alla perfezione attoriale sarebbe un artista in grado di “rubare” le emozioni degli altri ed, attraverso la tecnica e la creatività, riproporle a noi spettatori.

Come ti rapporti con te stesso? Dove finisce l'ego?
Quando ero bambino sono sempre stato molto chiuso, non parlavo con nessuno e passavo intere giornate a disegnare. Disegnavo di tutto, improbabili super eroi, mostri squamosi con un occhio solo, scheletri a cavallo, angeli e demoni in lotta e altre creature, e quasi sempre il buono faceva una brutta fine. Non lo facevo per timidezza, come ho creduto per molto tempo, lo facevo perché il mondo al di fuori del mio non mi piaceva. Quando ho capito questo ho capito cosa volevo fare nella vita, far vedere a tutti il mondo in cui “realmente” vivo, che non è questo, e per farlo ho bisogno del cinema, che altro non è che uno strumento. Come un artigiano usa chiodi e martello, i miei ferri del mestiere sono la luce e un buon punto di vista. L'ego è una componente fondamentale della personalità, deve esserci ma come tutte le cose deve essere controllato e in equilibrio con l'amore verso gli altri oltre che di noi stessi.

Intervista a Manuel Norcini 9Forma e contenuto: in che ordine di importanza? Quali sono gli stili che prediligi? Quali i temi?
Se non hai una buona idea il film sarà deludente, eppure anche una buona idea se non è supportata dalla tecnica e dalla bellezza estetica rischia di non arrivare a destinazione, cioè lo spettatore. Non basta avere un buon soggetto per fare un buon film, altrimenti quasi chiunque potrebbe farlo, ma neanche avere una profonda conoscenza della tecnica è garanzia di successo senza l'idea. Le due cose viaggiano sul medesimo binario, alla stessa velocità. Basta che una delle due cose rallenti o non va al passo con l'altra per creare un disastro. Il cinema, come la vita in generale, è fatto di equilibri. Nel cinema, lo sappiamo, sono molte le figure che contribuiscono a crearlo, dal regista all'ultimo dei macchinisti tutti hanno la stessa importanza in questo grande meccanismo, basta che un solo pezzo funzioni male per rallentare o addirittura fermare tutto.
L'arte è lo strumento grazie al quale l'artista riesce ad esprimersi, a far vedere agli altri ciò che ha dentro, sono tanti i motivi che spingono a fare arte ma l'artista prima di essere tale è innanzitutto una persona ed in quanto tale prova tutte le emozioni che una persona può provare e si serve dell'arte per renderle visibili. Personalmente non posso credere che un artista abbia uno stile o un tema prediletto, vorrebbe dire provare sempre la stessa emozione, e questo è contro la nostra natura.
Ci sono artisti che passano tutta la vita sullo stesso stile o tema, lo fanno perché in quello sono bravi e non hanno voglia di mettersi in discussione.

L'arte come catarsi? E cos'altro?
Ogni singola persona su questa terra ha un talento, nessuno escluso, alcuni hanno il dono di comporre delle melodie indimenticabili, altri usano la pittura, altri ancora la danza, ma l'arte non è soltanto questo. Anche un muratore molto capace a suo modo è un artista se quello è il talento che gli è stato dato. Penso che il valore del nostro talento sia dato da come lo usiamo, se viene usato esclusivamente per se stessi allora non ha nessun valore, penso che l'arte nasca nel momento in cui si riesce a regalare un'emozione ad un altra persona.

Perché fotografi? Parlami del progetto sull'India.
Fin da bambino ho sempre avuto un contatto stretto con la fotografia perché mio padre ne è un appassionato. Ricordo che fotografava di continuo ogni volta in cui, nei fine settimana, giravamo l'Italia, essendo lui anche un grande viaggiatore. Probabilmente la prima volta che ho scattato una foto ero talmente piccolo che non lo ricordo. Quindi mio padre ha avuto un ruolo fondamentale nella coltivazione di questa passione, tutt'oggi ci divertiamo a vedere chi tra noi fa le foto migliori. Crescendo ho deciso di concentrarmi sul cinema ma essendo un fissato di fotografia cinematografica non ho mai messo da parte l'amore per la fotografia “classica”. Quello che mi affascina è il fatto di riuscire a catturare una porzione di realtà che non tutti riescono a vedere, perché distratti, o perché non è nella loro natura, perché la bellezza non va creata, è già lì alla portata di tutti, il difficile è riuscire a vederla. Il progetto Bhaarat, che in uno degli innumerevoli dialetti indiani vuol dire solo India, è nato dal desiderio di riportare in Italia una realtà di cui si parla tendenzialmente molto poco. Tutti conosciamo l'India per le sue bellezze naturali, gli straordinari templi e l'affascinante religione ma quanti la conoscono per essere il luogo più inquinato al mondo? Quanti la conoscono per essere il luogo in cui più di due milioni di bambini muoiono ogni anno per infezione? Quanti la conoscono per quello che è veramente? Sono stato tre mesi in India, ed ho a malapena scalfito la superficie di quel muro che nasconde la verità, ho lavorato come volontario nelle case di Madre Teresa e nello slum di Calcutta grazie a persone straordinarie che hanno deciso di dedicare la vita a quelle persone, come Marta Monteleone, fondatrice dell'associazione “a mano a mano”, che con le poche donazioni che riceve da istruzione e cure mediche di base a quella gente che è stata dimenticata dal sistema. Bhaarat è stato il tentativo di rendere le persone in questa parte del mondo un po' più consapevoli di ciò che accade al di là dei loro smartphone.

Intervista a Manuel Norcini 5Cos'è il cinema?
Oggi il cinema è semplicemente una macchina da soldi, è diventato una fabbrica di proprietà del capitalismo. Come ogni cosa bella è stata distrutta in nome del denaro. La responsabilità di questo non va attribuita al capitalista, che per sua natura non conosce altra forma di piacere che quella di accumulare soldi, ma a noi altri. Abbiamo deciso di attaccarci alla grassa mammella dell'industria senza porci nessuna domanda, siamo pecore che seguono altre pecore, esseri lobotomizzati addestrati a non pensare, perché il pensiero è un male per gli affari. Gli abbiamo lasciato fare un così buon lavoro che oggi non c'è più soluzione, e i pochi che ancora resistono vengono etichettati come pazzi. Ma la fortuna vuole che la speranza sia l'ultima a morire, perché finché questi “pazzi” continueranno a resistere l'arte vera non morirà. La domanda giusta sarebbe un'altra: cosa DOVREBBE essere il cinema?

Scrivere sceneggiature: che differenza c'è nello scrivere per se o su commissione?
Quando scrivo una sceneggiatura immagino subito come la scena andrà girata, il processo di scrittura della storia e l'aspetto tecnico nascono nello stesso momento. Questo è senza dubbio un bene quando sei il regista della storia che scrivi ma può essere fastidioso quando il regista è un altro. È come affidare la donna che ami ad un altro uomo sapendo che non la tratterà bene come faresti tu, è frustrante. Generalmente ho la tendenza a scrivere per gli altri quelle storie che io non realizzerei e tengo per me le più intime in attesa di poterci lavorare.

Cinema industriale e cinema indipendente...credi esista una via di mezzo?
Torno a ripetere che la vita è una questione di equilibri. Oggi, purtroppo, l'ago della bilancia pende dalla parte del cinema industriale, risponde meglio alle esigenze di un pubblico sempre più pigro che vuole solo distrarsi dai problemi della vita. Il cinema indipendente è l'ultima salvezza per chi vuole qualcosa di più che esplosioni e automobili che in realtà sono robot che originariamente erano automobili venuti da un altro pianeta (Il senso di confusione della frase detta poc’anzi è voluto: assomiglia alla superficialità del cinema attualmente distribuito in tutte le sale). Spesso però il regista indipendente non ha i mezzi per poter realizzare storie che varrebbe la pena di raccontare, così si è troppo spesso costretti a “ridimensionare” le ambizioni, andando a discapito della storia stessa. La via di mezzo esisterebbe se invece di ostacolarsi a vicenda gli artisti si aiutassero, in questo modo si crescerebbe insieme e ne guadagnerebbero tutti.

Intervista a Manuel Norcini 1E la perversione? Cos è la perversione nel cinema?
Viviamo in un mondo fatto di regole, schemi sociali e convenzioni, spesso non ne capiamo il senso ma accettiamo passivamente questi comportamenti e chiunque rompa questi codici viene definito “strano”. Seguiamo così tanto le regole che siamo arrivati al punto di non riuscire più a comunicare. Si è vero, siamo costantemente collegati, attraverso internet, i cellulari, i social network, ma abbiamo perso la capacità di parlare davvero alle persone. Una vecchia canzone diceva: "[...]le persone parlano senza dire niente, sentono senza ascoltare, lo senti il suono del silenzio?”.
La perversione è un comportamento diverso da quello dettato dal senso comune, ma non è proprio questo tipo di comportamento che ha portato l'uomo a fare scoperte sensazionali? La storia è piena di esempi di uomini che hanno infranto le regole per arrivare dove nessun altro era mai arrivato, anche a costo di essere emarginati o peggio. La perversione nel cinema sarebbe un gran bel traguardo, arrivare a conoscere in modo così accurato ogni regola, ogni schema, da permettersi di abbatterli tutti.

Dove sono finiti gli spettatori?
Siete mai stati in un allevamento industriale? Quando entrate in un posto del genere siete invasi da un senso di morte indescrivibile. Centinaia e centinaia di animali accalcati l'uno sull'altro, incapaci di muoversi e talvolta anche di stare in piedi. Tutte quelle bestie sono lì inconsapevoli in attesa di essere uccise per gonfiare le tasche al potente di turno. Non si ribellano, non lottano, non cercano di fuggire, hanno gli occhi vuoti e anche se gli mostri la via di fuga non si muovono perché non sono stati abituati ad essere liberi, non lo sono mai stati. Ora, non voglio arrivare a paragonare lo spettatore odierno al bestiame da allevamento intensivo ma dovete ammettere che, se ci pensate bene, non c'è molta differenza.

di Luca Torzolini

 

Ruggero Passeri 1

Errante tra esistenzialismo e possibilità dell’essere, Ruggero Passeri si ritrova di colpo immortalato in una suggestione, nel raffinato furto di decadenze sociali satirizzate grazie all’ingegnosa composizione o nella poesia dell’essere che contempla l’abbondanza o la mancanza dell’essere in altri esseri.
Livido dal tumulto del superficiale, vivido nella compostezza d’un monito a tratti pungente e a tratti quasi paterno, il fotografo narra tramite la raccolta di scatti intitolata “Kaput Mundi” il declino del mondo intorno a lui, un mondo che vorrebbe diverso e consapevole e cui dona la possibilità di osservare le proprie mancanze arrestando lo scorrere del tempo. Roma è una città decadente, spettacolarizzata tramite icone ad uso turistico, pornografica nell’assenza totale della capacità erotica e nell’indifferenza verso il sublime. È una città stanca, come una vecchia bagascia che conosce a menadito i vizi d’ogni suo cliente: gli scatti del fotografo ci mostrano spesso l’assenza di Roma dentro l’animo dei cittadini che ogni giorno dicono d’amarla in dialetto e con proverbi popolari.
Uscendo dalla capitale, la luce impressiona ciò che cuore e mente passano a setaccio, creando liasons refrattarie all’omologazione, riluttanti la subalternità di tecnica e moda del fotografare. E se in alcune immagini possiamo avvertire la punta d’un’amarezza che se ci trascinerà nei suoi burroni non lascerà scampo alcuno, sarà altresì possibile giocare d’anticipo quando l’eroismo degli occhi di un bimbo ci farà sentire nuovamente in fasce, capaci di commuoverci e imparare.

Ruggero Passeri 2

Così, spogliandosi dell’austerità di chi prende tutto per gioco, Ruggero ci prende in giro, si prende in giro e ci gira intorno: non è il sussiego estetico perfezionista o la macchina fotografica utilizzata a creare lo scatto, ma la capacità di aumentare o azzerare le distanze fra l’osservante e l’osservato.
Simili esortazioni in diversi linguaggi e su altre tematiche provengono da alcuni degli artisti e degli intellettuali che Passeri ha incontrato nel proprio cammino. Il fotografo ha deciso di ritrarne fisicità, mimica, gestualità e gestione dello spazio svestendoli di ogni artificio della posa, cogliendo ciò che di analogo c’è fra lui e tutte queste belle menti: l’unicità.

di Luca Torzolini

Intervista a Marco Valerio Nati 1

Che cos'è la fotografia?
La fotografia per me è nata come mezzo di espressione.
Sentivo di aver bisogno di fare dell'arte e la fotografia era il mezzo a me più congeniale.
Il primo libro di fotografia mi è stato regalato da mia madre, era lei la "fotografa di famiglia", era lei, e prima di lei mio nonno che costringevano me e le mie sorelle, durante le vacanze, ad estenuanti ed infinite pose sotto caldi soli estivi per immortalarci davanti ad un qualsivoglia, ormai stanco, monumento!! Si sa, la fotografia è anche precisione e mia madre e' una che non lascia niente al caso!!!
Con il tempo ho comprato nuovi libri, ho studiato, finche all'eta' di 22 anni non ho deciso di comprare la mia prima reflex con la quale mettere in pratica tutte le nozioni che avevo imparato sui libri nei mesi precedenti . In quel momento mi si è aperto un nuovo mondo ed è nata una vera e propria passione dalla quale sono stato rapito completamente.
Ho cominciato a fotografare quello che mi sembrava più' semplice, quello che mi aveva dato sempre grandi emozioni senza chiedere nulla in cambio, la mia città, Roma.
Con lei ho sempre avuto un forte legame emotivo, così sulle note di " il cielo su roma" dei "colle der fomento" ho deciso che meritava la giusta ricompensa.

Perché prediligi la fotografia, moda e fashion?
Più il tempo passava e più mi rendevo conto che anche fotografare soggetti animati mi stuzzicava, ho iniziato così a scattare ritratti a chiunque si prestasse alle mie stressanti sperimentazioni, finché non ho cominciato a ricevere i primi apprezzamenti da amici e parenti, poi in rete, su i forum dedicati alla fotografia.
Da quel momento ho iniziato a concentrarmi sulla fotografia in studio ho frequentato dei workshop e mi sono tolto lo sfizio di fare una sessione con la mia prima modella professionista nello studio di un fotografo per professione.
Alla fine della sessione, incantato dalle infinite possibilità di giocare con l'illuminazione e dal feeling che si era creato durante lo shooting, avevo deciso che quello sarebbe stato il genere di fotografia che avrei continuato.

Che cosa sarebbe la fotografia senza la tecnica?
Il risultato di una fotografia è "arte", ma alla base c'è una scienza!
Conoscere ed imparare ad applicare le regole per poi sapere quando è il momento di superarle è per me un concetto alla base di ogni buon fotografo!

Intervista a Marco Valerio Nati 2

È possibile realizzare una foto, spontanea , quando si tratta di fotografia fashion?
La bellezza la vivo in maniera pura, quello che voglio trasmettere nelle mie foto è la bellezza viva, un corpo o un viso bello non sono sufficienti! Dev’essere un mix di più elementi…quello che cerco è quel tipo di immagini che trasmetta la bellezza vissuta, in modo da percepire lo stato d’animo, i sentimenti della persona e quella sensualità elegante, che coinvolge più mentalmente.
Quindi perché no, la spontaneità non potrebbe che arricchire il contenuto emotivo di un immagine dando maggiori possibilità all'utente di apprezzarne il messaggio.

Quali sono le difficoltà nel fotografare oggetti?
Dal momento dell'allestimento del set fino alla pressione sul pulsante che genera il classico "click", le cose di cui tener conto e conseguentemente le difficoltà, fotografando un oggetto, sono molteplici. Il materiale di cui è composto ad esempio. Un oggetto in metallo sarà più difficile da immortalare rispetto tessuto, nel primo caso dovremmo preoccuparci di più che le luci non creino riflettenze spiacevoli  e che lo stesso risulti gradevole alla vista dell'utente.
D'altro canto non dovremmo preoccuparci dell'imbarazzo che si viene a creare tra "modello" e fotografo, non dovremmo preoccuparci di "stressare" il soggetto con lunghe sessioni di scatto sotto luci molto calde e trucchi colanti, e soprattutto, cosa molto importante, una pentola non ci dirà mai che "non si piace".

Cosa è giustificabile e cosa no nel voierismo fotografico?
Al giorno d'oggi il limite tra foto-giornalismo e foto-cannibalismo è molto labile. E' difficile capire dove finisca la notizia e dove inizi il voyeurismo.
La fotografia al giorno d'oggi non è più solo una forma di espressione artistica ma viene spesso messa al servizio di scopi non propriamente nobili. Certo è che in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo le persone sentono spesso la necessità di distogliere l'attenzione dai problemi propri per riversarla nelle "disgrazie" altrui, quasi come fosse un modo per esorcizzare la paura. In questo senso la fotografia in quanto prodotto non fa altro che il suo dovere dando all'utente quello di cui ha bisogno.La macchina fotografica diventa il mezzo per intromettersi, trasgredire e distorcere una realtà.
Grazie alle nuove tecnologie, a nuovi telefoni cellulari dotati di obiettivi fotografici ed a macchine digitali sempre più piccole, siamo testimoni costanti di quello che accade. Se, tuttavia, per molti l’atto di fotografare si riduce in una semplice attestazione di un’esperienza e nella riduzione della stessa in immagine, per altri la fotografia non è solo il frutto di un incontro tra evento e fotografo, ma uno scambio tra tale incontro e l’evento in sé.

Quanto la letteratura e il cinema hanno influenzato la tua fotografia?
Devo molto ad entrambe per diversi motivi. La letteratura per me è stata una compagna, molto spesso un'amica, è stata lo stimolo a dare voce ai miei pensieri. Il cinema anche mi ha sempre affascinato e a lui forse devo la passione per "l'inquadratura", la scelta dei piani, delle luci e la voglia di narrare con le immagini.

Che rapporto si viene a creare fra fotografo e modella? questo rapporto può inficiare la riuscita di scatti creativi?? come cambia una persona di fronte all'obbiettivo?
Il rapporto con le modelle, che siano esse professioniste oppure alle primissime armi, è un aspetto molto importante per la buona riuscita dello shooting. Un piccolo sbaglio o una frase malintesa potrebbe mettere a disagio la modella e rovinare il rapporto di complicità e di conseguenza l'intera sessione nonché la reputazione. Le persone e i loro caratteri variano e non è sempre facile entrare subito in contatto e trovare il giusto feeling, per il resto  essere gentili e cortesi, informali ma professionali allo stesso tempo. Ridere e scherzare per rompere la tensione e per dare alla sessione il giusto grado di divertimento e piacere, cercando di non esagerare. Si deve comunque tenere un comportamento di fondo professionale.

Intervista a Marco Valerio Nati 3

Postproduzione: quando e perché?
Penso che questo sia un argomento molto controverso sul quale si debba fare una fondamentale distinzione, esistono due tipologie di fotografia, fotografia intesa come documentazione, come ad esempio la fotografia di reportage, e la fotografia cosiddetta interpretativa come può essere la fotografia pubblicitaria, di moda, oppure nel paesaggio.
Nel primo caso non è ammesso nessun tipo di fotoritocco che ne possa in qualche modo inficiare la veridicità e renderla così inattendibile, nel secondo caso ben venga l’intervento creativo perché essenzialmente ci permette di dare spazio alla creatività, di mostrare la nostra visione del mondo. Personalmente una lieve correzione del colore, delle piccole imperfezioni, che possono andare dai pori della pelle in un ritratto alla rimozione di piccoli elementi di disturbo nei paesaggi, amo sempre farla per dare alle foto quel tocco in più.

Cosa significa per te sperimentare?
tutto… o quasi ! da buon fotografo cresciuto sui libri e sul campo più che a scuola posso dire che per me la sperimentazione resta uno dei pochi, se non l'unico mezzo per conoscere. La fotografia è per me ancora in continua evoluzione, ogni giorno scopro tecniche nuove e nuovi modi per giocare con la luce, e ogni esperimento è una nuova emozione.
Quello che consiglio a tutti gli aspiranti fotografi è di sperimentare il più possibile, confrontare e perché no anche "copiare". Quante volte ho visto immagini strabilianti e ho cercato di replicarne l'atmosfera e l'illuminazione ottenendo spesso risultati differenti perché comunque intrisi del mio stile e del mio modo di vedere il mondo.

Come "leggi" una fotografia?
La prima cosa che faccio è guardarla nell'insieme, se non mi colpisce al primo impatto è difficile che io possa cambiare idea, superato questo primo passaggio analizzo prima la tecnica e il messaggio, se ne contiene uno.

Qual è il tuo ultimo progetto?
E' un connubio fra reportage e moda. Sono delle doppie esposizioni in cui sovrappongo gli interni delle sfilate di moda alla vita quotidiana spesso cruda e soprattutto lontana.
Un gioco di luci e ombre.
E' il mondo incantato della moda che si scontra con la vita di tutti i giorni.
Allo stesso tempo è il mondo crudo della moda che si insinua all'interno della quotidianità.

Perché hai deciso di fotografare interni ed esterni della sfilata?
L'idea mi è venuta durante la settimana della moda di Milano, avevo la mia analogica con me, che permette di fare questo tipo di esposizioni, e ho pensato che sarebbe stato interessante mettere a confronto, anzi scontrare i due mondi, spesso lontani e spesso molto vicini.

Quale sarà' il tuo ultimo scatto?
Non so dirti quale sarà, posso solo dirti che finchè sarò in grado di meravigliarmi, ci sarà sempre qualcosa di interessante da fotografare.

Il corso è stato pensato per coloro che, pur possedendo un apparecchio fotografico digitale, continuano ad avere incertezze sul suo utilizzo, ovvero non sono soddisfatti dei risultati ottenuti. Poiché la realizzazione di buone immagini presuppone nozioni tecniche chiare, ma anche una paziente educazione dell’occhio, il corso procederà, attraverso incontri bisettimanali, allo studio del funzionamento delle moderne macchine fotografiche e, contemporaneamente, percorrerà, con l’aiuto di materiali audiovisivi, e in maniera semplice ed esauriente, la strada dei grandi esempi dell’arte pittorica e fotografica. Si intende così valorizzare questi incontri non solo come lezioni tecniche, ma anche come momenti di crescita culturale.
Tra gli argomenti: principi di fotografia, apparecchio fotografico, messa a fuoco, tempi, diaframmi, uso delle ottiche; inquadratura, uso della luce ambiente, uso del flash; ritratto, paesaggio, reportage; correzione dei comuni difetti, uso corretto di una stampante, correzione del colore, breve storia della fotografia d’arte, tendenze fotografiche moderne.
Sarà possibile organizzare anche eventuali uscite domenicali per la messa in pratica sul campo di quanto appreso; parte del tempo sarà infine dedicata al commento e alla critica tecnica delle foto dei partecipanti.

Durata del corso: 14 incontri il martedì e giovedì, dalle 18 alle 20, a partire da giovedì 23 febbraio 2012

Luogo dove si svolge il corso: Sala multimediale della Parrocchia di S. Maria delle Grazie, Via della Bufalotta 674- Roma,

Costo di partecipazione: € 95,00.

INFO: 329-0632554 mail: culturadellafotografia@gmail.com

Ruggero Passeri è nato e vive a Roma. Ha iniziato ad interessarsi di fotografia alla fine degli anni sessanta, come autodidatta. Ha esposto le sue prime opere nel 1983 alla Galleria Il Fotogramma di Roma. Ha presentato da allora diverse mostre personali in Italia.
Nell’agosto 2008 ha esposto una sua serie di 40 ritratti di artisti e intellettuali italiani al Museo Comunale di Arte Moderna e dell’Informazione di Senigallia, raccolta poi acquisita nella collezione del Museo, che vanta, tra l’altro, opere di Mario Giacomelli e dei fotografi senigalliesi del Gruppo Misa. Passeri ha pubblicato sue foto e articoli su vari quotidiani, periodici e riviste specializzate.
Dal 2009 collabora al progetto dell’Osservatorio della Fotografia della Provincia di Roma, per il quale è responsabile del laboratorio di fotografia e stampa digitale. Viaggiatore appassionato, ha realizzato negli ultimi anni reportages fotografici in Arabia Saudita, in India e in Cina.
Nel 2010 è stato premiato con la Targa Città di Senigallia per il suo reportage sugli artisti italiani contemporanei.
Nel mese di settembre 2011 si è svolta la sua mostra “Kaputmundi” all’Istituto Italiano di Cultura a Vienna. La mostra è attualmente in svolgimento a Salisburgo, presso la Società Dante Alighieri.
Da diversi anni Passeri utilizza esclusivamente fotocamere digitali, anche per il bianco e nero, che costituisce il nucleo principale del suo lavoro.

di Luca Torzolini

Lo vedo. È lì dietro il muretto che attende da chissà quanto tempo. Ha rubato la pazienza a Giobbe o forse, più semplicemente, l’arte è al primo posto per lui. Se riuscirete a vederlo, sarà già troppo tardi: veloce come un fulmine, avrà rubato un istante che vi ritrarrà per sempre come vuole lui. Poi sparirà, continuerà a cercare altrove un’appetibile mossa falsa.

La mossa che vi mostrerà umani agli occhi di uno spettatore futuro che, guardando le sue foto, ci penserà due volte prima di mettersi le dita nel naso in luogo pubblico: potrebbe finire in una mostra di fotografia, con sotto una recensione critica; come didascalia, la spiegazione di quanto cazzo sia perfetto il livello di tensione muscolare dello sternocletomastoideo rispetto alla debole contrazione dei muscoli facciali, quasi annoiati nell’atto informale.
Protesa a una scoperta abissale della natura umana, la fotografia di Michele Di Giacomo esplora quella superficie sociale che intesse, nello scorrere del tempo, fotogrammi di ordinaria follia. Istantanee in grado di mettere a nudo le radici di modelli comportamentali che si perpetuano nelle più svariate culture e si mescolano nel rapporto ego/alter, dando vita a “paesaggi umani”, perfetti solo se osservati nella loro più intima imperfezione. La tecnica fotografica è quindi elevata a regia teatrale, fissante sul palcoscenico della composizione gli attori che recitano lo spettacolo della vita. Sarete posti di fronte alla ricerca metodica e al contempo furibonda dell’attimo irripetibile, diretto a mostrare le più profonde pieghe del sodalizio fra uomo e realtà: dal maestoso monologo della solitudine di una vecchia canuta che si affaccia alla finestra, alle carezze predatrici di un morboso amante che si accinge ad esplorare la concubina in pubblico. Dal contrasto fra il filo teso di un aquilone che cerca la libertà quasi per gioco e il guinzaglio teso nel rapporto tra cane e padrone che sottende la tensione verso una libertà primordiale. Dall’effimero all’immortale: unica intermediaria, la luce.
I personaggi delle foto esigono uscire dal loro contesto, animati da forza empatica, per essere reinterpretati dallo spettatore, il quale scoverà nello studium la deflagrazione del punctum a lui destinato.
Analizzando gli scatti è certo possibile rintracciare suggestioni bressoniane e giacomelliane sul piano stilistico, analogie con Eisenstaedt e Doisneau. Ma laddove lo studio dello scatto si adorna dei grandi della fotografia, più chiaro e forte si manifesta una sorta di “voyage privé” che ridisegna i contorni del “vangelo secondo Michele”.
Lo scatto non è pensato: è. Carico di tutte le nozioni apprese e poi dimenticate, perché acquisite e mescolate al proprio bagaglio spirituale. L’artista concepisce la vita in modo unico e irripetibile, diverso da ciò che è stato concepito e da quanto verrà sperimentato dopo di lui. E nessun critico potrà rinchiudere, nei limiti della parola, le sceneggiature della luce: rimarrà a bocca aperta, in silenzio, a contemplare l’amore per l’arte. Così ossessivo e gaudente, romantico fino al malato.
Michele Di Giacomo: una vita immolata alla fotografia, dove l’uomo si lascia andare e l’arte si dispera per aver superato il ruolo d’intrattenitrice ed essersi arrogata il diritto di volerlo come amante, in una storia al limite dell’esasperazione, un Ultimo tango a Parigi.

Chi è Ferdinando Scianna? Ci parli di lei.
Ho quasi sessantasette anni e faccio il fotografo. Da oltre quarantacinque. Questo mi ha portato a lasciare la Sicilia, a fare il fotoreporter, il giornalista e a fare esperienze diverse nel mio mestiere che mi hanno fatto campare e mi hanno anche fatto pubblicare una trentina di libri. Una buona vita, tutto sommato. Molto fortunata, forse. Certo, ho avuto dalla fotografia molto più di quanto abbia dato alla fotografia.

Nelle sue opere possiamo riscontrare svariati temi, quali la guerra, il viaggio, la religione. Cosa la spinge a indagare in queste direzioni?
L’antropologia, nel senso dell’interesse per quello che succede ai miei simili intorno a me, mi ha spinto, ancora ragazzo, a occuparmi delle feste religiose in Sicilia, che è un po’ diverso dall’occuparsi di religione. Il mio mestiere mi ha poi portato a viaggiare. Per un reporter, viaggiare e fare il fotografo sono quasi sinonimi.

Cos’è la fotografia?
Per me è una maniera di vivere, di entrare in relazione con il mondo, di guardare cercando di vedere, di capire. Un grande diario della mia esistenza.

Un suo celebre aforisma è “Credo che la massima ambizione per una fotografia sia di finire in un album di famiglia”. Qual è il motivo di questa sua convinzione?
Adesso si vuole considerare la fotografia come fosse una semplice immagine, una pittura, un disegno; ma non è questo la fotografia. La sua novità, il suo scandalo, in un certo senso, consiste nel fatto che le immagini fotografiche, per la prima volta nella storia dell’umanità, ci hanno fornito immagini non fatte, ma ricevute, piccoli strappi di esistenza. Per questo le incolliamo nei nostri album di famiglia. Farle, usarle e guardarle togliendogli questo misterioso senso di frammento di vita è rinunciare, buttare via la polpa della fotografia per accontentarsi della buccia formale.

Se dico Leonardo Sciascia, lei cosa risponde?
La persona determinante della mia vita. Padre, amico, maestro. Mi ha insegnato a pensare e a distinguere l’autentico dalla paccottiglia, lo stile dallo stilismo.

E se dico Henri Cartier Bresson?
Maestro e punto di riferimento, già da molto tempo prima di incontrarlo. Ho visto i suoi due grandi libri a casa di Sciascia. Poi è diventato uno dei grandi amici nella mia vita. Gli devo moltissimo. È stato con me di una generosità esagerata.

L’arte come testo: come vanno lette le sue immagini?
Ogni immagine contiene implicitamente un testo. Quello di chi la fa, quello di chi la usa, quello di chi la guarda. Il massimo che ti possa succedere, come fotografo e come uomo, è che altri, guardando le tue foto, ci leggano lo stesso “testo” che ci avevi messo tu, o meglio ancora lo arricchiscano con un testo nuovo nutrito, della propria esperienza e sensibilità.

Come s’inserisce la memoria nel procedimento fotografico?
Proprio perché la fotografia è quello strappo di vita di cui parlavo, la sua irruzione nella cultura occidentale ha profondamente trasformato la nostra stessa maniera di concepire e usare la memoria. La fotografia dà l’illusione di potere risalire nel tempo; siamo i primi a sapere che aspetto avevamo da bambini e come da bambini erano i nostri genitori. Ha cambiato il nostro sentimento del tempo. Proprio perché da l’illusione che se ne possa fermare un istante. Ci parla della morte, nutre la nostra memoria.

Che significato riveste per Ferdinando Scianna la città di Bagheria?
È il mio paese, quello in cui sono nato e vissuto fino a ventidue anni, nel quale si è costruito il mio immaginario e la mia educazione sentimentale di uomo, i miei amori, i miei rancori. La cassapanca della memoria da cui incessantemente si cavano i frammenti per costruire il proprio presente.

In una delle sue ultime conferenze a Roma ha spiegato che mettere insieme un libro di fotografie equivale a raccontare una storia. In che senso?
Un libro è la messa in prospettiva e la materializzazione di una scrittura, con parole come con immagini. Io ho una concezione molto letteraria della fotografia e questo determina, ovviamente, la mia maniera di concepire un libro con fotografie.

Che differenza c’è, in termini di qualità di resa, fra una fotografia in bianco e nero e una fotografia a colori?
Nessuna. Ognuno usa la lingua che meglio esprime quello che vuole dire.

Qual è la situazione in Italia per quanto riguarda la fotografia? Nel tempo il ruolo sociale del fotografo è mutato?
Era un artigiano. Lo si vuole trasformare in artista. Cattivo segno. Nessuno sa più che cosa sia l’arte. Allora che me ne importa di essere chiamato artista? Questa divinizzazione assomiglia a un funerale.

Cosa consiglia a chi vuole intraprendere questo mestiere?
Di farlo, appunto, come mestiere. Credendoci, divertendosi. Di non pensarlo come una carriera.

di Luca Torzolini

La lettura dell'articolo è consigliata ai fragili di spirito e ai deboli di cuore

luca-torzolini-cervello-narghile-ldNel secolo ventesimo primo di vostro signore (e non scusate l'auto-esclusione), ogni bene, primario o secondario, ha da tempo assunto un valore commerciale. Prendendo come riferimento un qualsiasi modello, dal comunismo al capitalismo, dovremmo considerare necessario il rispetto dei diritti umani: non mi riferisco ai dettami che elencano le leggi, modificabili a piacimento dai nostri “sovrani”, ma a quelli che ogni essere umano dovrebbe garantire all'altro senza troppo togliere a se stesso.
Resta da stabilire quale sia la linea di confine tra ciò che può essere prezzato e ciò che, concernendo la sfera della dignità umana, esula dalla possibilità di avere un equivalente in denaro. Ma la storia non ci ha insegnato questo, le strazianti urla di miliardi di schiavi riecheggiano da tutte le ere per il commercio bestiale che se ne fece. Poi fu la volta della chiesa: stabilì elevate tariffe per le differenti tipologie d’indulgenze, così come oggi si paga il peso di esistere tramite la voglia di bere una bevanda energetica dopo una corsa.
Perché il bicchiere d’acqua non basta più? Troppo semplice, scontato, insapore. Eppure è un bene che rischia di rimanere gratuito ancora per poco: presto privatizzeranno l’acqua. Poi verrà la volta dell’aria. E infine l’umanità, inginocchiata, elemosinerà qualche spicciolo ai potenti per trovare il fiato che gli consenta di continuare a leccargli le scarpe.
Resterebbero le stelle in cui sperare. Peccato! Sono in vendita. Giovani innamorati si sono affannati a donare a caro prezzo il nome delle loro metà agli astri più splendenti e, se oggi ci si limita a battezzarli, probabilmente domani chi vorrà far sostare il proprio desiderio su essi dovrà pagare una tassa al proprietario, similmente al giocatore di Monopoli che versa l’imposta al possessore del territorio su cui indugia. Poi, a proposito di battesimo, si sente addirittura parlare (forse provocatoriamente) di bambini in carne ed ossa venduti tramite annunci comprati sulle riviste al modico prezzo di un’assenza di senso di colpa. Per salvaguardare la vostra salute, invece, che ne dite di due anni come ignare cavie per farmaci d’avanguardia tumorale? D’altra parte opinion makers pagati dalle industrie farmaceutiche scriveranno i discorsi in difesa del medicinale assassino. Arringhe non troppo dissimili, d’altronde, dagli aulici discorsi che critici senza rispetto per la cultura imbastiscono per un ingente versamento sul loro conto bancario: vi prego, donateci ancora pseudointellettuali!
E se in passato si vendeva l’anima al diavolo per raggiungere vette intellettuali o artistiche, oggi la si vende insieme alla sapienza e all’arte al miglior offerente; troppi intellettuali e scienziati hanno messo il sapere nelle mani di ricchi industriali.

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L’industria genetica si sta spingendo oltre i propri limiti e in parte sarebbe un bene, se questa branca scientifica fosse monitorata da una deontologia eretta a salvaguardia dell’essere umano. Ma immagino già il giorno in cui si vedranno negli shop organi creati in laboratorio appositamente per trapianti utili ad aumentare capacità che potrebbero essere usate positivamente o meno e altri organi non necessari, “Organi di Marca” che seguono la moda. Sperando di indurre ad una riflessione sulla vita e sul suo significato, ho prodotto con la collaborazione di Ulderico Fioretti, Michele Di Giacomo e Adriana Collura una serie di opere ambigue e polisemiche che riproducono immagini pubblicitarie degli organi prodotti dalla futuribile LT Corporation. Ho inoltre impaginato un catalogo pubblicitario e scritto gli appositi testi che ne enunciano proprietà anatomiche e fisiologiche innovative.
Il modello più richiesto del catalogo sarà sicuramente il cuore LT 417.

“Ultimo prodotto dell’industria genetica moderna, il cuore LT 417 è necessario per chi voglia assaporare sensazioni piene e grandi amori. L’elevato numero di coronarie garantisce una durata maggiore rispetto ai vecchi modelli e la produzione di particolari molecole anfifiliche da parte dell’apparato di Stronks, presente nelle cellule del ventricolo sinistro, impedisce la formazione di coaguli nel cuore assicurandone un risciacquo interno. Necessario menzionare il meccanismo vocale per interrompere l’attività dell’organo: settando anticipatamente al trapianto un piccolo congegno in titanio sarà possibile ottenere degli infarti a comando in modo da avere sempre l’eutanasia in tasca”.

In che modo e per quale motivo ti sei avvicinata all'arte della fotografia?
Ho iniziato tutto per gioco, inconsapevole di ciò che stessi realmente facendo. Era un’azione spontanea. Mi creava un particolare tipo di sensazioni il “click” della macchina fotografica; catturare la mia visione delle cose e osservarla. Inizialmente fotografavo per il puro gusto di racchiudere gli attimi sulla pellicola; ma man mano che diventavo cosciente di ciò che facevo, di come lo facevo, ho traslato la mia attenzione verso soggetti del tutto differenti. Prima la scena dei miei lavori era dominata da figure umane; ora sono presa quasi esclusivamente dalle trasformazioni della natura, con particolare attenzione ai paesaggi, e dalla vita quotidiana: oggetti, attimi di vite altrui, inconsapevoli di essere inquadrati dalla mia macchina. Non amo creare l'immagine, non voglio set o pose, tutto deve seguire il proprio corso vitale senza mie interferenze. Una caratteristica che mi rappresenta e che da, forse, l'idea di ciò che faccio è il totale rifiuto di "studiare fotografia". Niente scuole, corsi o lezioni private. Alcun manuale su come fotografare. Con tutto il rispetto per i grandi artisti del passato comunque presi in considerazione. Nessuno può insegnarmi a esprimere le emozioni. Agisco in modo personale e quasi istintivo.

Assistiamo oggi come oggi a un utilizzo puramente estetico dell'immagine. I fotografi moderni tendono sempre più a stupire il pubblico senza che vi sia un vero messaggio dietro ogni foto, o addirittura, come possiamo vedere dagli scatti dei grandi maestri della fotografia tipo Diane Arbus o Robert Frank, una vera e propria ricerca. Qual è il messaggio che ti proponi di dare al pubblico con le tue foto? Limiti per ora la ricerca a un'evoluzione tecnica o hai già in mente la strada che intendi percorrere?
Un messaggio unico per quanto mi riguarda non esiste. Tutte le mie fotografie arrivano a ogni singolo soggetto del pubblico che le interpreta in maniera personale. Non voglio che le persone debbano restare inchiodate di fronte alle immagini per comprendere il mio pensiero; vorrei piuttosto che tutti facessero considerazioni proprie, mettendo in funzione la mente e viaggiando “nella” foto mediante la propria vita personale, non la mia! Non chiedo agli altri di capirmi o cogliere un'emozione determinata. Ognuno può trovare all'interno delle mie immagini ciò che desidera vedere: questo è il compito di chi osserva! E' una strada senza una destinazione predefinita. Non è fissata, per mia scelta. Non voglio creare un percorso da seguire, piuttosto opto per il dare vita alla strada stessa che percorro passo per passo assieme alla mia crescita. Lo stesso vale per l'evoluzione tecnica: prosegue parallelamente alla mia quotidiana trasformazione. Essendo io una persona istintiva non programmo nulla, sono consapevole di poter capovolgere tutto in pochi secondi; inutile quindi perder tempo a progettare il domani.

Che differenza c’è secondo te tra pittura e fotografia?
Vedo la pittura come un modo più singolare, e in un certo senso "caldo", di rappresentare ciò che si vede o si immagina. E' un lavoro puramente manuale. Si realizza l'opera con le proprie mani ed è secondo me un ponte più vicino all'interiorità dell'individuo. La fotografia invece nasce grazie alle macchine, al progresso. Questo raffredda l'opera a priori. La "macchina" in sé distrugge lo stretto legame tra mente e corpo. Per di più nel quadro è possibile concepire l'infinito, la propria immaginazione, le proprie idee anche del tutto astratte. Mentre una fotografia cattura comunque qualcosa di concreto.

Nelle tue opere si nota un grande amore per le simmetrie e la tendenza a ricercare una forma geometrica particolare. Quanto credi sia importante rispettare "le linee" e "le forme" al fine di ottenere una fotografia valida?
Ricercare e rispettare. Io non seguo nessuno schema, nessuna logica, o almeno non lo faccio con lucidità. Ciò che creo è dettato dalla mia mente e dai miei occhi; è un'evoluzione personale. Non mi pongo il dovere di obbedire a un qualunque schema. Amo tuttavia le forme e le linee che quindi cerco spontaneamente. Non vuol dire però che una fotografia sia scadente senza questi parametri.

Sperimentazione o regole accademiche?
Sperimentazione sempre e comunque. Come ho già detto in precedenza non studio la fotografia, creo uno stile personale dettato esclusivamente dalla mia natura. Qualsiasi opera deve essere lo specchio dell’artista, senza interventi esterni.

Che rilevanza dai all'illuminazione?
La luce è fondamentale in una foto, credo sia l'elemento che le da vita. Bisogna però saperla sfruttare al meglio per i propri intenti. Prediligo i forti contrasti tra luce e ombra, le quali delineano e sopratutto risaltano i soggetti che vado a fotografare.

Quanto è influente l'uso di Photoshop o di altri programmi che modificano i valori dell'immagine per un fotografo del ventunesimo secolo?
Diciamoci la verità, oramai la maggior parte dei fotografi modifica i propri lavori con metodi digitali; il che, in fondo, non sarebbe un male se si limitassero esclusivamente a "ritoccarla" e non ad alterarla del tutto. Questo è però un discorso complesso dato che dipende da ciò che si vuole ottenere. Per esempio rappresentando una persona, un volto, penso sia sbagliato manipolarne l'immagine, con ritocchi per di più, a mio parere, insensati. Preferisco l'autenticità della foto; faccio uso di programmi per mutare i miei lavori, ma per lo più modifico i colori ed i contrasti senza manomettere il contenuto.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Da quando mi sono trasferita a Londra le opportunità si sono allargate a vista d'occhio. Il passaggio da una piccola cittadina come quella di Alba Adriatica a una metropoli ha giovato  considerevolmente alla mia vita, dandomi una marcia in più nel mondo della fotografia. Il mio progetto attuale riguarda appunto Londra, sto raccogliendo immagini della città soffermandomi su determinati luoghi e persone. Prossimamente ho in programma delle esposizioni dei miei lavori nelle strade di Soho. Nel futuro chi lo sa? Sono imprevedibile in ogni caso!

Da dove nasce la passione per la fotografia e perché?
Seppure una certa predisposizione per le immagini credo di averla sviluppata fin dall’infanzia, una tappa importante del mio percorso artistico è iniziata circa dieci anni fa dallo studio del collage. Trovavo molto divertente tagliare sagome di carta colorata, incollarle su un supporto, tela o tavola, per comporre una figura, quasi sempre soggetto erotico, come fosse un puzzle. Successivamente in parte la curiosità, in parte la necessità di ampliare le prospettive o raggiungere una maggiore precisione con un minore spreco di mezzi, mi hanno spinto inevitabilmente ad avventurarmi nel mondo della fotografia digitale scoprendo le sue sconfinate possibilità. Conservando la stessa tecnica del “taglia-incolla”, con il fotoritocco digitale ho raggiunto un impatto visivo di gran lunga superiore.

Dalle tue composizioni si evince una predilezione per soggetti inquietanti (o resi tali mediante elaborazione elettronica). Spiega il motivo delle tue scelte.
Sono un grande amante dell’animazione dei paesi ex-sovietici, capolavori assoluti di stop motion dalle ambientazioni surreali-oscure, che hanno ispirato successivamente autori geniali come Brothers Quay o Tim Burton e che a mio avviso ritrovo, seppur con un tono leggermente diverso, nei film e nella pittura di David Lynch. Vivendo in una civiltà sempre più stupidamente ottimista, sempre meno abituata a vedere il brutto, non è raro che il mio lavoro faccia uno strano effetto sulle persone. In ogni epoca ci sono stati canoni di bellezza da rispettare e in quella odierna regna un esagerato perfezionismo, dove esempi di uomini e donne che compaiono in tv, su internet o sulle pagine delle riviste, sembrano esseri disumani perfettamente proporzionati, del tutto esenti dai segni del tempo. Se solitamente la fotografia digitale, in tutti i suoi settori, ha consentito passi da giganti e viene sfruttata per meglio rappresentare questo superficiale immaginario perfezionista, io ho sentito il bisogno di riflettere su quegli aspetti sepolti dell’essere umano, rivelando quello che di più naturale possiede: i suoi umori, le sue contraddizioni, la sua fragilità , la sua morte. Oltretutto credo che il bene e il male si trovino dove tentiamo di sfuggirli. Avere il coraggio di guardare le nostre inquietudini, i mostri che popolano i nostri incubi o quello che non vogliamo essere, significa imparare a conoscerli, illuminare l’oscurità per smettere di temerla. Questo significa anche ampliare il concetto di bello, riuscirlo a trovare laddove si creda estinto, osservando con curiosa ammirazione una piaga o una ruga, cioè l’effetto dell'eterno divenire, di nascere e morire nel medesimo istante.

Ho avuto modo di notare che spazi anche nel campo dell'audiovisivo. Hai infatti realizzato diversi cortometraggi con la particolare tecnica dello stop motion. Parlaci delle tue opere.

Si potrebbe parlare di tecnica dello stop motion, sia per quanto riguarda la ripresa fotografica del movimento, sia per la frequenza dei fotogrammi per secondo (e quindi il suo tipico movimento leggermente scattante). Dal momento in cui costruisco con Photoshop fotogramma dopo fotogramma l’intera sequenza del film, con tempi di lavorazione esageratamente lunghi, potrei anche, da un certo punto di vista, paragonare questo metodo alle tradizionali tecniche di animazione disegnate a mano. Se lavorassi su immagini modellate mediante software di animazione 3d, non avrebbe lo stesso senso e non risulterebbe così fortunatamente imperfetto. Pur sfruttando i vantaggi della tecnologia, preferisco conservare una certa manualità.

Cosa ne pensi dell'attuale situazione artistica nella nostra regione, l'Abruzzo?
A parte gli ultimi fatti di cronaca, non occorre ricordarci della solita indifferenza riservata alla nostra regione sia da parte di tutta Italia (fino a qualche mese fa in molti ignoravano la collocazione geografica del nostro capoluogo!) e sia dal mondo intero. Nonostante ciò, per quanto riguarda il panorama artistico, non posso negare l’importanza e l’impegno esercitato da alcuni addetti ai lavori. Purtroppo, tutto questo è un eroico sforzo non sufficiente a sensibilizzare e a consentire uno sviluppo culturale di molti abitanti e istituzioni abruzzesi. Personalmente ho scelto di viverci perché mi permette di lavorare in tranquillità senza troppi stress.

Con l'avvento delle nuove video reflex in alta risoluzione si rischia l'annullamento delle distinzioni fra operatore video e fotografo. Cosa ne pensi?
Dal punto di vista concettuale l’ambiguità tra fotografia e video non credo si possa considerare una novità. Degli esempi significativi potrebbero esserci forniti dall’opera di Bill Viola basata su video istallazioni apparentemente immobili; dall’uso delle immagini fotografiche che si susseguono lentamente con cui Chris Maker realizza un film; per non parlare dei colossali light box di Jeff Walls il quale per raggiungere la massima dinamicità nella fotografia, si avvale letteralmente delle tecniche di ripresa cinematografica. Francamente, non avendo ancora avuto l’occasione di sperimentare nessuna di queste nuove fotocamere in grado di realizzare video ad alta definizione, mi astengo dal fare alcuna valutazione. Ovviamente, non posso negare di sentirmi un pochino sfiduciato guardandomi intorno, osservando la legge del mercato dell’usa e getta, di prodotti che ininterrottamente esordiscono con clamore e poi crollano svalutandosi pesantemente nel giro di pochi mesi, in un contesto generale disorientante.

Competenza tecnica o creatività?
Sono del parere che la creatività è l'espressione della personalità di un individuo, e dal momento in cui questa può stravolgersi da epoca ad epoca, da cultura a cultura, da persona a persona, trovo assurdo tentare di stabilirne un valore universale. Trovo altrettanto banale, l’esibizionismo tecnico da parte di alcuni operatori, sempre pronti a mostrare i propri muscoli e (visto i costi esagerati degli strumenti adoperati) il loro portafoglio. Come della tecnica non te ne fai nulla se non sai come sfruttarla, nemmeno le idee servono a qualcosa se poi, per superficialità o per incapacità, non ci si sforza minimamente di sporcasi le mani. Preferisco la sana umiltà di chi si sa arrangiare.

A cosa lavori attualmente e dove possiamo seguirti prossimamente?
Attualmente ho sotto i ferri svariati progetti sia video che fotografici. Per facile associazione raggruppo tutto questo lavoro sotto il titolo di Anthropomorphos, nome tratto dall’omonimo cortometraggio concluso pochi mesi fa, il quale per la realizzazione mi ha impegnato quasi un anno. Sarà presente ad alcuni Festival in giro per l’Europa. Per ogni informazione è possibile visionare i miei lavori e contattarmi su www.alessandrovitali.com

di Eclipse.154

Il sogno della cultura occidentale è da sempre quello di produrre immagini identiche alla realtà. Anche se l’immagine fotografica è finta il fruitore è indotto ad attribuirvi caratteristiche legate alla realtà. Vediamo il rappresentato e non il rappresentante. Il reale sembra la materia prima dell’immagine fotografica, come i colori per la pittura. La fotografia unisce il mondo dei segni a quello reale. Da sempre l’uomo è alla ricerca della mimesi, sin dall’antichità, mediante la creazione d’imitazioni di fenomeni naturali o esseri viventi estesa oltre la morte. Ad esempio, imbalsamare un corpo era come cercare di vincere la morte fissando le apparenze fisiche. La fotografia segue lo stesso principio: l’estensione di un gesto o di un evento il più a lungo possibile, ma per esaltarne la caducità e i suoi limiti, esaltando la memoria del modello. Se la forma invece regredisce a simulacro torniamo al mito del sosia, ovvero creare un immagine assolutamente uguale al modello. In alcuni periodi della storia dell’arte ciò si nota. Nel Rinascimento, ad esempio, erano due le intenzioni: collocare il soggetto ritratto in un mondo spirituale e creare un doppio illusorio della vita. Il cinema, a differenza della fotografia immobile aggiunge all’immagine il movimento nel tempo. Di conseguenza esso si divide in cinema spettacolare e cinema critico-espressivo. Il primo cerca di ricreare simulacri e si affida al loro fascino, cercando di eliminare la differenza fra finzione e vita reale. Il secondo evidenzierà l’artificiosità delle immagini, per sottolineare la differenza con la vita reale.

In Shining di Kubrick il protagonista è affascinato dalla presenza di immagini appartenenti al passato; per lui i simulacri sono più reali della realtà. Questo richiamo al mondo degli spettri ci fa desiderare la fuga, suggerita da quella del bambino, inseguito dal padre. Pasolini, dal canto suo, disse che il cinema rappresenta la realtà attraverso la realtà. Un oggetto reale, quando viene ripreso genera sullo schermo lo stesso oggetto reale. Per il cinema però, la realtà è quella del gesto e dell’evento, non dell’essenza del soggetto. Questo vale anche per il mondo dei sogni. Anche la realtà dei sogni è costituita da gesti simbolici e non dal significato assoluto. Dunque possiamo dire che anche il cinema ha base onirica: osservazione inconscia dell’ambiente, mimica, memoria, sogni. La realtà cinematografica appartiene ad uno strato profondo dell’essere, esteriore ed interiore, oggettivo e soggettivo. Questo dipende dal “sordo caos delle cose”, come disse Pasolini, e genera un secondo film, che scuote il film in superficie e instilla nello spettatore sensazioni non legate agli schemi percettivi abituali. Dunque da una parte il cinema è scritto mediante la realtà, dall’altra si basa su uno strato sotterraneo dove dominano le leggi dei sogni, come nel caso del senso della morte, presente in ogni cosa. E’ solo morendo che l’essere viene pietrificato nella storia. La fotografia cinematografica rende i gesti eterni, li sottrae al tempo. Mentre il cinema spettacolare cerca di nascondere la natura mortale delle cose (anche con il montaggio), il cinema critico-espressivo esibisce la sua distanza dalla vita. Le immagini sono simboliche e non riproduttive. La mimesi e la riflessione sono tuttavia entrambe presenti. Devono coesistere in totale contrapposizione. Il fotografo è legato al realismo del soggetto per poterlo rappresentare, non ha la libertà della visione intima. Egli riproduce passivamente i fatti oggettivi (lo studium di Barthez). Ma in fotografia esiste anche quel momento espressivo nel quale la rappresentazione trascende dalla documentazione, per favorire i rapporti simbolici. (Il punctum di Barthez o lo stato di cose di Flusser) Un qualcosa lascia un segno e la foto non è più una foto qualunque, l’immagine diviene simbolica. Anche nel cinema accade la stessa cosa. Un primissimo piano può suggerire materie indecifrabili. L’immagine cinematografica non ha nulla a che vedere con la vista reale. La prospettiva dell’obiettivo è differente da quella dell’occhio umano. Il nostro campo visivo è illimitato, quello della macchina da presa no. Inoltre la vista è sempre collegata agli altri sensi. Nel cinema l’immagine è interamente dominata dall’intenzione visiva. Ma come può allora l’immagine cinematografica essere così simile ad un simulacro?

Platone distingue le arti imitative in due blocchi: il primo è caratterizzato da quelle arti che cercano di imitare totalmente il modello, rispettandone le proporzioni. Ma a causa della deformazione prospettica, più una scultura, ad esempio, tenta di essere simulacro, tanto più non lo è. Per ottenere un’apparente somiglianza col modello bisogna alterare le proporzioni iniziali, caratteristica del secondo blocco, l’arte dell’apparenza. Generare un’illusione. Se nel cinema voglio mostrare cosa accade in una strada, non posso filmarla semplicemente così com’è. Otterrei solo un fluire indistinto di persone e cose e non riuscirei a percepire il fluire delle singole emozioni. Dovrò badare a come mostro ciò che accade, badando che lo spettatore non avverta il montaggio, rispettando le forme della visione. Così otterrò un’apparenza, e creerò comunque un simulacro.

Pensi che il Cinema sia l’Arte più elevata ed efficace. Spiega il motivo del tuo pensiero.
Mediante l’occhio della macchina da presa possiamo vedere quello che spesso, nella vita quotidiana, non riusciamo a percepire, o che non abbiamo mai avuto modo di vedere. Il cinema insegna a vedere il reale, è uno sguardo nuovo su realtà spesso inosservate. Il miracolo del cinema consiste proprio nel fornire quel  ‘qualcosa in più’ che nessun altra arte può dare: il cinema non riproduce la realtà (come la fotografia), ma la produce. Attraverso l’inquadratura svela, sottoforma di esperienza vissuta, le forme esistenti nel reale. È, si, un insieme di fotografie in movimento, ma con annesse lo sguardo e la coscienza del regista e dello spettatore, fruitore dell’immagine. Il cinema genera così un processo d’identificazione impossibile alle altre arti. Il cinema rende vivo quel qualcosa che in nessun modo può essere fotografato, dipinto, scolpito: un qualcosa d’invisibile e abitante nell’animo dello spettatore.  L’immagine filmica possiede sempre un qualcosa d’intangibile che va a stabilirsi nell’animo di chi vede, inducendo l’interazione, non la passività. Guardare lo sguardo, dunque. Inoltre, il cinema ha infranto la cornice dell’immobilità ottica. Un pittore può dipingere un volto arrossato, o un volto pallido. Egli non può dipingere un viso che da pallido improvvisamente arrossisce, a lui è precluso questo processo.

So che la tua passione originaria è la fotografia. Come sei approdato al cinema?
Potrei risponderti come sopra. Il processo è stato molto naturale. Amo molto la fotografia intesa come gioco soggettivo, come esperimento sul punto di vista. Ma quando fotografo il mio potere è limitato, nel cinema no: mediante lo sguardo filmico tutto è possibile e nulla mi è precluso. Entrare in sintonia con lo spettatore, per comunicargli il mio pensiero, la mia poetica, è possibile in maniera totale solo mediante il cinema.

Nel 2008 hai girato un cortometraggio dal titolo Chrysanthemum. Di cosa si tratta? Com’è nata l’idea? Qual è il linguaggio filmico che hai deciso di usare e per quale motivo?
L’obiettivo dell’opera è quello di analizzare il rapporto che l’essere umano ha con la propria emotività, e come questa influisce sulle sue azioni. Il concept è nato agli inizi del 2008. Ho sempre creduto che osservare le persone, la loro vita e le loro azioni sia fondamentale per la creazione delle idee. Per quanto mi riguarda il film è sempre figlio di un’acuta osservazione e reinterpretazione del reale. Mi affascinava molto l’idea di rappresentare la realtà emotiva di noi esseri umani, la sua irrazionalità. Trattandosi di un argomento molto complesso ho impiegato circa un anno per la stesura della sceneggiatura, cinque giorni per le riprese e tre mesi per la post-produzione, ma il risultato finale è stato soddisfacente. Per quanto riguarda il linguaggio stilistico ho avuto da subito la necessità di rappresentare la stasi del personaggio mediante l’uso della camera fissa. La narrazione, sin dall’inizio, prende subito una piega allegorica. La semantica di oggetti apparentemente insignificanti, che si ripetono nel corso della visione, va a costituire una parte imprescindibile della struttura narrativa. Anche l’uso del colore è determinante: diverso per ogni sequenza, come quello del montaggio. Alle sequenze in cui le azioni sono poche (o assenti) corrisponde sempre un’inquadratura fissa, un colore freddo e un montaggio quasi impercettibile. Scelte opposte si riferiscono a momenti dinamici, in cui lo stile deve per forza di cose riflettersi nelle vicende narrate e divenire forma espressiva. La ripetizione d’inquadrature già viste spinge lo spettatore attento a chiedersi se si tratta di impressionismo soggettivistico (della protagonista? dell’autore? dello spettatore?) o di “visione oggettiva”  collimante con la realtà soggettiva della protagonista. La riflessione sulle vicende umane diviene così riflessione sull’immagine filmica e sull’arte cinematografica, sulle possibilità e potenzialità del punto di vista della telecamera, che al suo variare, genera da sempre grandi potenzialità.

Oltre a Chrysanthemum hai girato in co-regia con il regista Mauro John Capece il cortometraggio Les nouvèlles frontières de la sexualité. Per quale motivo è in francese?
Il progetto Les nouvèlles frontières de la sexualitè nasce dall’attenzione che da sempre io e il mio collega e amico Mauro John Capece nutriamo per le vicende umane. Il tema della vita di coppia è da sempre affascinante, con le sue dinamiche e problematiche. Fare un film sull’amore rimanendo aderenti alla realtà e non sconfinando nel romanticismo smielato non è cosa facile. In quest’opera abbiamo deciso di concentrarci sulla vita sessuale di una giovane coppia di sposi nella civiltà del consumismo. Le statistiche dicono che il 40% delle coppie hanno gravi problemi sessuali: da qui nasce il soggetto. Il film non è legato a una nazionalità particolare, poiché tratta problematiche globali. Abbiamo tuttavia deciso di ambientarlo in Francia, che da sempre è considerata la patria dell’amore, con la sua Parigi e i suoi amori da cartolina. Per l’impietà e la freddezza dello sguardo credo si tratti di un film scomodo e molto interessante.

So che recentemente si è chiusa la lavorazione di un altro cortometraggio, Letteratura contemporanea, per la regia dello scrittore abruzzese Luca Torzolini. Tu sei stato l’autore della fotografia: raccontaci questa esperienza.
Devo dire che Letteratura contemporanea è stato un progetto molto interessante. Abbiamo dovuto fronteggiare diverse difficoltà produttive e non. Il budget ridotto di cui la produzione disponeva ci ha costretto a girare interamente fra Marche e Abruzzo, scelta della quale non ci siamo pentiti, grazie alla grande disponibilità e cordialità degli abitanti dei vari luoghi. Il soggetto del cortometraggio analizza in modo critico la letteratura contemporanea, ponendo l’attenzione su tutti i meccanismi narrativi in voga, le mode e gli iter dello scrittore d’oggi. La pochezza linguistica degli scrittori odierni si evince chiaramente da quest’opera, come anche il taglio politically incorrect dell’autore. So che il film ha accompagnato Luca Torzolini a numerosi reading letterari, e che gli spettatori lo hanno notevolmente apprezzato. Sono molto contento di questo: vuol dire che il pubblico ha recepito il messaggio e che gli sforzi necessari alla realizzazione non sono stati vani.

Intervista a Claudio Romano 1Per Chrysanthemum hai pensato a uno stile allegorico, pieno di simboli e dalla difficile fruizione, mentre Les nouvèlles frontières de la sexualité ha un taglio quasi mockumentaristico (documentario di finzione). Stai sperimentando vari filoni narrativi o si tratta semplicemente di adattare lo stile al tema da trattare?
Lo stile è sempre figlio del contenuto. Per ogni tema trattato, per ogni vicenda, bisogna valutare bene quale codice visivo applicare. Il linguaggio cinematografico è costituito da un “vocabolario” vastissimo, senza confini. Ma bisogna tener sempre presenti le regole. Lo sguardo con il quale osservo deve essere in sintonia con il prodotto filmico che poi mostro. Per Chrysanthemum ho utilizzato il linguaggio formale più idoneo secondo il mio punto di vista: concepirlo in maniera differente forse avrebbe dato vita ad un’opera meno efficace. È stato un lavoro complesso, perché dovevo tener presente contemporaneamente vari aspetti: il tempo diegetico, il tempo del discorso, le azioni, le diverse atmosfere e i diversi messaggi. Per Les nouvèlles frontières de la sexualité, invece, il discorso è totalmente differente. L’idea era di mostrare una determinata situazione di stasi e di presentarla nel miglior modo possibile. Ci siamo concentrati sull’indugio: riprendere lentamente la lentezza è stato a mio avviso un procedimento stilistico molto interessante.

Quali sono i tuoi punti di riferimento nell’arte della fotografia?
Sono molti i maestri che hanno dato un contributo essenziale. Ad esempio Henri Cartier-Bresson, ritenuto il più grande fotografo del suo secolo, ha inventato uno stile tutto suo, basato su simboli e tratti grafici; Henry Peach Robinson, il quale poco più che ventenne anticipò di 150 anni il montaggio digitale, creando complesse immagini, frutto d’interessanti combinazioni; Man Ray, uno dei più grandi innovatori nel campo della sperimentazione (scattava foto anche senza macchina fotografica!); Eugene Atget, che con i suoi scatti anticipò il surrealismo; Joel Meyerowitz e il suo impietoso sguardo sull’America; Alfred Steiglitz, che contribuì non poco allo sviluppo della fotografia come arte meditativa; Robert Frank, grande foto-reporter della vita quotidiana americana; Andre Kertesz, grande maestro nella composizione delle immagini; Robert Mapplethorpe, che per eseguire uno scatto impiegava due giorni; Richard Avedon, il più grande ritrattista di tutti i tempi. Potrei andare avanti ancora per molto…

Quali nell’ambito cinematografico?
La perfezione formale di Tsai Ming-Liang; la poesia visiva di Kim Ki-duk; la capacità di cogliere l’interiorità di Michelangelo Antonioni; la stasi e la mimica di Robert Bresson; l’onirismo e l’irrazionale di David Lynch; i dialoghi di John  Cassavetes; la grande micro-fisionomia di Clint Eastwood; la ferocia e il surrealismo di Luis Buñuel; le decine di punti di vista di Quentin Tarantino; il genio disarmante di Stanley Kublick; la visionarietà di Takashi Miike; i primi piani di Ingmar Bergman; il lirismo di François Truffaut; la non-narrazione di Krzysztof Kieslowski; la vita intera di Edgar Reisz, spesa per il suo Heimat; il cervello di Claude Chabrol; l’irriverenza di Jean-Luc Godard. Anche qui potrei andare avanti ancora per molto… 

Che progetti hai per il futuro?
Sto lavorando alla pre-produzione del mio primo lungometraggio, Annabelle; per ora sono impegnato della stesura della sceneggiatura e nell’analisi delle possibilità distributive, attività che assorbiranno le mie energie per almeno un anno. Inoltre in cantiere ci sono altri due cortometraggi, che vorrei realizzare entro il 2009. Purtroppo però, devo dire che dopo le terribili vicende che hanno coinvolto noi abruzzesi, il mio progetto principale è di tornare presto all’Accademia Internazionale per le Arti e le Scienze dell’Immagine de L’Aquila, presso la quale studio. Purtroppo, i danni che il terremoto le ha inferto sono notevolissimi. Mi auguro che possa essere ricostruita e riattivata molto presto.

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