Holy EYE

CERTIFIED

Intervista realizzata nell’ambito del festival Collisioni 2010.
www.collisioni.it

Nel fumetto giapponese ci sono varie categorie. Lei è divenuta famosa grazie ad uno shoujo manga, cioè un fumetto per ragazze. All’epoca, nel ’72, non c’erano altri esempi di manga per ragazze che trattassero temi storici. Anzi, lo stesso editore che ha pubblicato La rosa di Versailles aveva forti dubbi. Com’è nata l’idea di trasporre “La Storia” in un fumetto indirizzato alle ragazze giovani? Quali sono state le varie difficoltà?
Negli anni ’70 era veramente difficile per un’autrice di shoujo manga parlare di temi storici, poiché si rivolgeva a bambine dai 10 ai 14 anni. A me interessava principalmente creare un’opera innovativa, una cosa mai fatta prima. Inoltre volevo parlare di una donna che avesse un ruolo importante nella società. A quell’epoca in Giappone, una società supermaschilista, il problema della donna che lavorava era discusso dagli uomini. Quindi non volevo soltanto scrivere una biografia di Maria Antonietta, ma soprattutto affrontare la società maschile nei panni di Oscar e sperimentare quella realtà nei panni femminili. All’inizio non sapevo come sarebbe andata a finire e pian piano, insieme al personaggio, ho iniziato a vivere io stessa la storia che scrivevo.

Ciò che emerge da tutte le sue opere come La rosa di Versailles, La finestra di Orpheus e nelle altre biografie che ha realizzato, ad esempio quelle dell’imperatrice Caterina II di Russia e della regina Elisabetta I d’Inghilterra, si percepisce l’interesse per la condizione della donna all’interno della società nelle varie epoche. Voleva raccontare l’emancipazione della donna nel periodo storico esaminato o era lo specchio di quello che negli anni settanta stava avvenendo anche in Giappone?
Una scena di La rosa di Versailles per me molto importante è quando Oscar parla con suo padre e gli chiede “Ma se tu mi avessi cresciuta come una donna, avrei fatto come le mie sorelle, sposandomi, andando ai balli, indossando bei vestiti?” e lui dice “sì”: in quella scena lei lo ringrazia di averla cresciuta come un uomo. Per me la vita di Lady Oscar, questo personaggio tragico, è una vita pienamente soddisfacente e lo ritengo il mio modello ideale di vita femminile. Ai tempi di Oscar, se una donna voleva vivere autonomamente la propria vita doveva per forza trastiversi da uomo, mentre nel Giappone di quarant’anni fa c’era una sorta d’indipendenza apparente poiché la società era egualmente molto maschilista, e lo è anche adesso.

Altro elemento interessante di La rosa di Versailles e di La finestra di Orpheus è l’immagine di una protagonista donna che si traveste da uomo, quindi il travestitismo come elemento quasi di liberazione della sessualità per decretare l’affermazione personale. Ce ne può parlare?
Quando ho iniziato a scrivere Lady Oscar non avevo pensato al concetto di travestitismo: lei era vestita da uomo per necessità. Successivamente mi sono interessata a questo fenomeno, l’ho studiato e mi sono accorta che in Europa non era una cosa così strana. Anche Caterina di Russia disse che per fare un mestiere da uomo era necessario vestirsi come tale. Un’altra donna che si travestiva era Giovanna D’Arco; lei non fu messa al rogo perché ribellatasi al regno d’Inghilterra, ma perché andava in giro travestita da uomo. Anche per il fatto che la Chiesa condannasse duramente questa cosa, per una donna che voleva combattere per vivere la propria vita, aveva senso vestirsi da uomo. È un peccato che non valga il contrario, cioè che, per combattere, un uomo non debba travestirsi da donna.

Quando la Austen ha scritto Orgoglio e pregiudizio ha affermato che il signor Darcy rappresentava il suo uomo ideale. Nel personaggio di André, in La rosa di Versailles, c’è qualcosa che rimanda al suo ideale di uomo?
André è l’uomo ideale della donna lavoratrice. Sarebbe comodo avere un uomo come lui.

La rosa di Versailles è una storia romantica, una storia che riusciva a regalare speranze e sogni alle ragazze che la leggevano. Nei manga moderni si trovano disperazione e ansia nella rappresentazione delle ragazze di oggi. Cosa ne pensa?
Anche le altre forme di espressione oltre ai manga, ovviamente, descrivono l’epoca in cui nascono. Gli autori della mia generazione rappresentavano la società del momento; man mano che si va avanti, però, si capisce sempre meno dove stia andando questa società. La mia generazione ha combattuto per permettere alle donne di lavorare, ora le giovani ragazze giapponesi vogliono fare le casalinghe. Non possiamo fare altro che stare a guardare.

Quale crede sia il messaggio più forte che La rosa di Versailles è ancora in grado di dare alle giovani donne?
Un messaggio importante è nella frase che dice Oscar prima di morire, riguardo al vivere la propria vita pienamente, senza rimpianti; mentre dall’altra parte c’è Maria Antonietta, un esempio di come non diventare.

Lei ha dichiarato di non aver mai visto per intero la serie animata di La rosa di Versailles. Qual è il suo rapporto con l’anime e quant’influenza ha avuto sulla sceneggiatura?
In quel periodo stavo scrivendo La finestra di Orpheus, che usciva settimanalmente su una rivista, per cui non avevo tempo neanche per mangiare.

Il film di animazione che verrà realizzato in 3D su La rosa di Versailles rientra tra le sue preferenze?
Sì, sto collaborando per la realizzazione del film.

La storia Europea è ben presente nei suoi manga. Come si è sviluppato quest’interesse? Ha mai preso in considerazione l’idea di ambientare altre storie in contesti non europei, tipo la guerra d’indipendenza Americana?
Per scrivere la biografia di Maria Antonietta ho dovuto studiare la rivoluzione francese e studiando mi sono appassionata sempre di più. L’America ha una storia molto breve; mi interessano maggiormente Paesi con una storia lunga come quella ambientato in quei luoghi.

Quali sono gli autori che l’hanno influenzata maggiormente nello scrivere e disegnare fumetti?
Come per la maggior parte degli autori della mia generazione, Osamu Tetsuka è stato di certo il più influente.

Qual è il processo creativo per la realizzazione dei suoi personaggi?
È difficile rispondere a questa domanda perché non ci ho mai pensato. È una cosa che mi viene naturale.

Il Giappone e i manga sono molto cambiati nel tempo. Cosa ne pensa della situazione di oggi?
Da quando ho smesso di scrivere manga, quindici anni fa, non ne ho più letti.

Qual è il suo pensiero riguardo ai messaggi dei tipici cartoni disneyani rispetto a quelli più profondi e crudi degli anime giapponesi?
I cartoni animati della Disney sono incentrati sulla famiglia e sulla felicità domestica; hanno sempre il lieto fine. Tutto ciò non è realistico.

In Giappone ha realizzato illustrazioni utilizzate per fini commerciali. Che impatto ha l’arte del disegno sulla pubblicità?
Ho fatto disegni per delle pubblicità, ma ho dei dubbi sull’efficacia della cosa. Credo sia meglio utilizzare persone vere.

Lei ha scritto anche alcuni saggi, tra cui un’opera sulla vita oltre i quarant’anni, e adesso ha intrapreso una carriera musicale che l’ha portata a fare concerti in tutto il mondo. Perché ha scelto di affrontare queste nuove sfide?
Prima ancora di diventare autrice di manga il mio sogno era studiare musica. Quando sono arrivata a quarant’anni mi sono resa conto che la vita era ancora lunga, così ho deciso di accettare questa sfida. Ora che le aspettative di vita si sono allungate così tanto, cosa fare degli anni che restano è diventato un argomento importante sul quale riflettere; sarei contenta se le persone mi vedessero come un buon esempio da seguire su come utilizzare la propria vita.

Quali difficoltà ha dovuto affrontare per iniziare la carriera musicale a 47 anni?
Ho avuto difficoltà a livello fisico: per fare la cantante lirica occorre molta forza. Il baritono Yoshitaka Murata ha 37 anni e tutti i giorni si chiede quando dovrà andare in pensione.

Scriverà mai un’opera lirica in italiano?
La scriverei in giapponese per poi farla tradurre in italiano. Ovviamente sarebbe quella la versione ufficiale a livello internazionale.

Si sente realizzata o ha qualche altro sogno in sospeso?
Ho ancora tantissimo da studiare riguardo la musica e ora voglio concentrarmi su quello. Nella mia vita non ho alcun rimpianto perché ho fatto tutto quello che potevo, con tutte le mie forze. In Giappone si ha sempre paura di cosa pensi la gente, l’opinione altrui è molto pesante, per cui non è facile fare tutto ciò che si vuole. Io ho avuto la fortuna di essere sempre stata circondata da persone che mi hanno spronata. Ho sempre vissuto scegliendo ciò che credevo migliore per me, mi sono sempre assunta la responsabilità delle mie scelte, per questo non ho rimpianti.

Quali sono i suoi progetti futuri, sia in campo musicale che fumettistico?
Per quanto riguarda la musica, nonostante la mia età, sono ancora alle prime armi, per cui voglio cogliere tutte le occasioni per fare esperienza il più possibile. Quest’anno è il bicentenario dalla nascita di Chopin: la televisione nazionale Giapponese ha in progetto uno sceneggiato su di lui e io sto scrivendo la sceneggiatura. Inoltre, da Gennaio, c’è una collana di manga che racconta la storia del Giappone e io sto scrivendo la storia di Hatsu Hime, la suocera dell’ultimo Shogun.

di Chiara Di Biagio


Se questo è un uomo, si chiedeva Primo Levi. Art Spiegelman gli rispose alla prima vignetta. E l’effetto della sua risposta fu così dirompente che nel 1992, al Premio Pulitzer, dovettero creare uno “Special Award” per poterla premiare: fu il Big Bang del mondo del fumetto, l’evento che diede inizio all’era della Graphic Novel. Perché Maus è un fumetto, ma è anche un capolavoro che andrebbe posto nelle librerie affianco a opere come I racconti della Kolyma di Salamov, Arcipelago gulag di Solženicyn e Se questo è un uomo, naturalmente. Per non storcere il naso davanti a questa affermazione bisogna liberarsi di tutti i pregiudizi che relegano il fumetto a mero intrattenimento per adolescenti, andare oltre il mezzo usato, capire che le immagini hanno la stessa dignità della parola scritta; anzi, forse questa è zoppa – rimane sempre un passo indietro – a suo confronto. Perché l’immagine ha qualcosa che la parola non ha: l’immediatezza, la capacità di comunicare tutto in un solo istante, prima ancora che il cervello abbia avuto il tempo di comprendere con la ragione. Basta una sola vignetta a dare un volto – quello di un topo – all’orrore dell’olocausto. Il topo, animale ripugnante per molti (compreso Hitler che pensò bene, per uno dei suoi filmati di propaganda, di utilizzare immagini di orde di ratti per descrivere la minaccia ebraica), ma che qui si fa veicolo di un transfert emotivo intenso e struggente. Come ebbe a dire anche Umberto Eco: “Quando questi due topolini parlano d’amore, ci si commuove, quando soffrono si piange. A poco a poco si entra in un linguaggio di vecchia famiglia dell’Europa orientale, in questi piccoli discorsi fatti di sofferenze, umorismo, beghe quotidiane, si è presi da un ritmo lento e incantatorio, e quando il libro è finito, si attende il seguito con disperata nostalgia di essere stati esclusi da un universo magico.” Maus sa essere un capolavoro per questo: perché narra una storia fatta di uomini e di topi, di uomini come topi. Non conosce la freddezza dei libri di storia che sanno parlare solo per numeri, cifre piene di zeri che nascondono sofferenze uniche di singoli uomini: la crudeltà nazista che uccide le identità, prima ancora dei corpi, non ha ancora fine. È una tragedia Orwelliana costruita come una scatola cinese: c’è un padre che narra la sua terribile verità a un figlio, Art, che a sua volta la racconta a noi (ecco, Maus è anche questo: è un passaggio di consegne, un dono. Ascoltare non è forse farsi carico del fardello altrui?) e silenziosamente, sotto i nostri occhi, pagina dopo pagina, prende vita Maus: il libro racconta se stesso. È una storia che in fondo gravita attorno ad un unico perno: l’incomprensione. L’incomprensione di un figlio per il padre, incapace di vivere se non in quel passato che riaffiora continuamente, squarciando la realtà, sottoforma di infinite manie; l’incomprensione per il gesto scellerato della madre, suicidatasi nel silenzio (forse uccisa dalla ferocia subita, forse oppressa dal dolore di madre che è stata incapace di proteggere i suoi figli, l’uno dalla bestia nazista, l’altro dalla depressione); l’incomprensione per un orrore più grande di ogni loro forza, quell’olocausto che ha segnato la fine della Civiltà Occidentale, dopo il quale non abbiamo più potuto considerarci uomini. Ma come diceva Primo Levi: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. E Maus assolve il suo dovere alla perfezione

di Luca Torzolini

 

Spesso definito “letteratura disegnata”, il fumetto esprime un pensiero, una visione o a volte semplicemente un’emozione dell’autore tramite un particolare codice narrativo. Esso è costituito da sequenze illustrate montate a ricreare il tempo in cui si vuole raccontare la storia. La Raje, progetto dell’etichetta Abruzzocomics, è un magazine finanziato dall’associazione culturale no profit L.N.D. di Cellino Attanasio. Nata dal desiderio di rendere noti i talenti dell’entroterra abruzzese, si presenta sottoforma di raccolta di fumetti disegnati e sceneggiati da diversi autori. Il nome, ripreso da una canzone di Lou X, simboleggia gli abruzzesi che restano e non se ne vanno, nella speranza di seminare un futuro florido e creativo. Nel numero zero è possibile visionare una rabbia sottile, giocata a rimbalzo, come quella di Ulderico Fioretti, che presenta cinicamente i retroscena surreali del confessionale di una chiesa attraverso uno stile realistico, a tratti quasi fotografico. O ancora la rabbia diretta e ironica dei disegni di Alessandro di Massimo (“Dimas”) che dona tentacoli a un fricchettone-pianta per fare a pezzi il classico poliziotto invasato; qui la matita underground richiama il mito dei fumetti indipendenti da fanzine, esplorando uno scenario splatter. È presentata poi una rabbia evocativa, quella di Simone Zaccagnini, che racconta tramite le parole di Nicola Di Giansante il senso di vuoto ridondante regalato da una vita comune tramite una notte insonne, resa tale dal pulsare sistematico di un dente; l’utilizzo di una tecnica mista fa da banditore per l’entrata di un genere insolito che uniforma in un’unica trama fotoritocco, utilizzo di pastelli e pittura a olio. C’è inoltre la rabbia disperata di Aurora Canfora che immagina il fantasma di un morto-suicida galleggiare nel tempo perché non ci si può ammazzare una seconda volta; lo stile dark-underground con la particolare impaginazione crea, in accordo con la storia, una netta sensazione di spaesamento. E infine Fabrizio Di Nicola ci proietta nella sua rabbia comico-demenziale, dove il “Tottor Zozzenstain” cercherà di conquistare il mondo tramite la distruzione delle lettere S, R e C; surrogato di un nonsense portato ai limiti dell’inverosimile, il fumetto si presenta in stile cartoon, con accenni a Cavazzano ed altri. L’utopia del fumetto ancora una volta fa da padrona, scavalcando le case editrici e imponendo i propri prodotti senza sentire ragioni. Questa grande arte visiva ha un’anima, radici ben conficcate nell’identità di chi trae dalla propria storia e dal proprio bagaglio culturale la linfa che lo porterà a comunicare al mondo il proprio messaggio. Che La Raje sia con voi!

Lucca comics 2008Se vi trovate nei pressi di Lucca durante l’ultimo week-end di ottobre, dovete stare molto attenti. Potreste imbattervi in Mazinga che vi prende per il collo e vi lancia dentro un padiglione. O in Ken il guerriero, che con la mossa di Hokuto Hyakuretsu Ken, vi trancia in mille pezzi e vi spedisce nell’area Games.
Si, perché nell’ultimo week-end di ottobre, a Lucca, si svolge una fiera speciale. La fiera di Lucca Comics and Games. Con un centinaio di migliaio di persone, centinaia di cosplayers e decine di manifestazioni, Lucca si trasforma in una mostruosa macchina di divertimento, in cui tutti, dai grandi ai piccoli, trovano ciò che cercano. I loro idoli.
Non c’è da stupirsi se ci si imbatte in un uomo in giacca e cravatta con sotto braccio le ali di Sailor Moon. O in un bambino che si muove sull’inconfondibile Rat-Mobile.
O se V (per Vendetta) vi sbatte dietro la schiena e vi chiede scusa.
Lucca Comics and Games è questo. E’ la fiera di fumetti più grande d’Italia che ammalia, stupisce e diverte.
Usciti dalla stazione, seguite la fiumana di gente e vi ritroverete all’interno delle mura della città. Nell’area Comics. Dove decine di padiglioni esplodono da Piazza San Michele a Piazza Napoleone. Da Piazza San Giusto a Piazza San Giovanni.
Migliaia di fumetti sono esposti sugli stand, lungo i vicoli di tutta la città. Così come magliette, action-figures, peluches e gadgets. Oggetti che si trasformano da inutili prendi polvere di tutto l’anno, ad unica ragione di vita.
Lucca comics 2008 2Il centro propulsore dell’area Comics è il padiglione Napoleone, nell’omonima piazza. Questo è il padiglione dei padiglioni, dove sono allocati gli editori italiani che presentano le nuove uscite e propongono le vecchie. Qui è possibile incontrare sceneggiatori e disegnatori, scambiare quattro chiacchiere e, perché no, mostrare i propri lavori.
Ed è proprio qui che i fans più accaniti sono disposti a fare ore di fila per conquistare uno sketch di Leo Ortolani o dei Paguri (Daniele Caluri ed Emiliano Pagani).
E non è impossibile incontrare un viso famoso. Magari un musicista, o uno scrittore, o un conduttore televisivo.
Come Ligabue, ad esempio. Che quest’anno ha presentato Chiedi alla Neve. Fumetto tratto dal suo ultimo libro. O Dario Argento che ha partecipato alla giuria del concorso Gran Guinigi. O Carlo Lucarelli, che, evitando la conferenza stampa del sabato mattina, si è presentato solo il pomeriggio, attirando allo stand della Star Comics centinaia di affezionati e facendo esaurire nel giro di pochi minuti tutti i numeri di Cornelio.
Uscendo dalle mura cittadine ed imboccando il viale alberato, si arriva ad un immenso capannone. Piantato, come ogni anno, in una vasca di fango. E’ la zona Games.
Lucca comics 2008 3Complici le piogge dei primi due giorni di fiera, il 2008 è stato un anno particolarmente nefasto per i seguaci dei giochi di ruolo.
Al contrario della sezione Comics, il Games è allestito sotto un unico, gigantesco capannone. Dove si dipanano stands dalle esigue dimensioni che offrono dadi, manuali, carte, giochi da tavola, draghi, fate, ninja ed action-figures.
Al centro dell’attenzione, quest’anno, ci sono stati due anniversari. Il ventennale del Fantacalcio ed i quindici anni di Magic the Gathering. Ed è proprio per quest’ultimo evento, che quest’anno è giunto in Italia il disegnatore di alcune delle carte da gioco più importanti: Mark Tedin.
Presente in fiera insieme all’amico illustratore Anson Maddocks, hanno distribuito decine di sketchs ad adulti e bambini, appassionati e curiosi.
Proseguendo la passeggiata nel padiglione, si arriva alla Cittadella: un luogo meno caotico dove poter incontrare e scambiare quattro chiacchiere con tutti i personaggi partoriti dalla letteratura fantasy. E respirare i dolci effluvi della cucina orientale e medievale.
In questa zona, ciotole di carta rossa strabordano dai cestini dell’immondizia e fanno inciampare chiunque cammini. Sono i Cupnoodles. Che contengono gli spaghettini giapponesi famosi in tutto il mondo, che si preparano in acqua bollente facendovi sciogliere gli aromi in bustina. Molto buoni, ma anche molto chimici.
Dalla Cittadella si accede direttamente all’uscita, dove coraggiosi e improvvisati guerrieri si affrontano in duelli all’ultimo respiro. E, nel caso si dovessero ferire con le spade di plastica, un’ambulanza è pronta a dar loro soccorso. La nostra passeggiata è finita. La fiera di Lucca Comics and Games è tutto questo. File da rispettare e caos a cui resistere. Tanto fango, tanta pioggia e tanto caldo. Divertimento, sorrisi e sorprese. Una città che in quattro giorni si trasforma in una cittadella, dove incontrare scrittori, sceneggiatori e disegni viventi. Dove vivere in un altro mondo. Un mondo parallelo, fatto di carta, chine ed inchiostri. Fatto di carne e di ossa.

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