Holy EYE

CERTIFIED

di Marcello Arcesi

 

Sfogliando riviste e settimanali che si occupano degli eventi culturali di Roma e passeggiando per la capitale, ci si rende conto che il Giappone è da tempo arrivato in Italia. La terra del sol levante affascina artisti e curatori, tant’è che in poco più di un mese due mostre distinte hanno raccontato il Giappone.

Il 30 ottobre del 2010 è stata inaugurata Tokyo Landscape, mostra di fotografia e di scrittura. Antonio Saba ha disposto su grandi pannelli le immagini di Tokio, città simbolo di tradizioni millenarie e di un’economia modernissima e in continua evoluzione. Foto che descrivono soprattutto la gente: un elegante manager fra edifici di vetro e scintillanti; umili commercianti in piccole botteghe; adolescenti che spiccano nelle folle caotiche grazie a vestiti sgargianti. Le foto di Saba si caricano di maggior enfasi grazie alle parole che Gianluca Floris dedica a ogni scatto. Lo scrittore ferma l’attenzione sul rapporto intrigante tra le architetture e l’entità culturale, tra i colori e l’individuo.

Il Museo Carlo Bilotti di Roma ha offerto una prova affascinante dell’uso di segni diversi all’interno della mostra, una pratica ormai diffusissima che rimanda a quelle del movimento Fluxus, per il quale pittura, poesia, danza e musica dovevano essere gli elementi costituenti di un unico intervento artistico.

Il 7 dicembre 2010, il teatro Sala 1, centro internazionale d’arte contemporanea di Roma, ha messo in mostra nei propri spazi, e per la prima volta sui televisori di un negozio, la nona edizione del progetto Videozoom. La rassegna, dedicata alla video arte internazionale, intende promuovere il lavoro di giovani artisti provenienti dai paesi di tutto il mondo. Questa volta Sala 1 ha scelto il Giappone e si è affidata a Kenichi Kondo del Mori Art Museum di Tokyo per la selezione dei dieci artisti partecipanti. Scopo di Videozoom: Giappone è re-inquadrare il quotidiano, interpretarlo attraverso banali oggetti e analizzarlo tramite le azioni comuni che spesso sono sottovalutate, come nel caso di un pranzo tra un padre e una figlia, forse unico momento di un confronto serio e costruttivo durante la giornata di una vita frenetica (Have a meal with FATHER, di Mariko Tomomasa).

Con Videozoom: Giappone è stato rispettato il “credo” di Nam June Paik, precursore della video arte che afferma la necessità di un’arte contemporanea fatta per divertire. Nella mostra non manca poi la qualità espressiva e comunicativa dei giovani artisti.

Di particolare importanza è stato il tentativo di far uscire l’arte contemporanea dagli spazi canonici. Infatti, la galleria che da sempre si opera per il nuovo, ha deciso di “mandare in onda” i video anche all’interno di un grande negozio di elettrodomestici (Trony presso il centro commerciale Euroma 2). È chiaro il naturale legame tra la video arte e gli apparecchi televisivi; meno intuitiva ma altrettanto diretta è la relazione tra gli ambiti economici e lavorativi, che tanto influenzano le opere dal Giappone, e il luogo fisico dove si concretizzano i processi sociali e dell’economia del XXI secolo, cioè il centro commerciale (quello di Roma è, tra l’altro, uno dei più grandi del Sud Europa).

L’azione di portare l’arte contemporanea in un luogo diverso dalla galleria sembra seguire le intenzioni di Bill Viola, che ha dichiarato: “L’arte deve essere parte della vita quotidiana, altrimenti non vale la pena parlarne”.

Il futuro dell’arte risiede nell’evoluzione di linguaggi legati alla fotografia, alle videoinstallazioni e alle installazioni sonore; ciò che conta è che lo spettatore non si senta escluso da un’espressività troppo accademica o incomprensibile.

Intervista realizzata nell'ambito del festival Collisioni (www.collisioni.it)

Quali sono i punti di contatto tra la cultura giapponese e l'arte operistica?
In realtà molto pochi. Forse solo ill modo in cui uso il respiro: è lo stesso del canto giapponese e del karate.

Il Giappone è molto famoso per i propri esecutori musicali virtuosi, anche enfant prodige. Cosa hanno le scuole di musica giapponesi che le altre non hanno?
Non è tanto l'istruzione ad essere speciale: i giapponesi hanno il dono di mescolare bene la cultura occidentale con la propria. Per cui un giapponese dotato di talento dispone di una percezione dell'arte più ampia rispetto ad altri.

In Italia l'opera lirica non gode di molta considerazione tra la gente comune, viene reputata come una forma d'arte di elìte. È lo stesso anche in Giappone?
In Giappone c'è lo stesso problema: solo una ristretta cerchia di persone si interessa all'opera. Tuttavia Riyoko Ikeda, con cui collaboro, ha una compagnia che aiuta i giovani ad emergere nel mondo della musica. Inoltre stiamo promuovendo un nuovo tipo di opera, metà narrata e metà cantata con i sottotitoli in bella vista. Così da estendere un po' la nostra arte a tutti.

Da parte delle istituzioni c'è un attenzione particolare per l'opera?
Il teatro dell'opera di Tokio è proprietà dello Stato, ma non hanno un'attività molto grande e lasciano esibire per lo più cantanti stranieri. Di tanto in tanto la televisione di stato trasmette l'opera nel fine settimana.
Devo dire che grazie ad alcuni manga molto famosi la gente comune si è avvicinata alla musica classica, però l'opera resta ancora qualcosa di troppo impegnativo.

Come ha iniziato la carriera operistica?
Di base ho la voce potente. Il mio maestro di musica mi ha convinto, senza alcuna preparazione, ad entrare nell'accademia di canto.
Quando mi sono diplomato non avevo lavoro, così ho iniziato a studiare opera in un laboratorio di ricerca musicale. Iniziando a recitare ho capito che avrei fatto questo per tutta la vita.

Quali sono le opere liriche che ha sentito più sue?
Da giovani, di solito, si hanno molti tormenti. Quando ho interpretato il Michele del Tabarro, un personaggio che diventa un omicida dopo essere stato tradito dalla moglie, mi sono reso conto che sul palco posso fare delle cose che non è possibile fare nella vita normale. È stata un'illuminazione, ho liberato il caos che avevo dentro.

Cosa del Giappone avrebbe voluto portare qui in Italia e cosa dell'Italia porterebbe in Giappone?
Dal Giappone sicuramente il riso, oltre ad un po' di cultura giapponese. Nel mio paese l'Italia è molto amata, più di quanto gli italiani possano immaginare; se fosse possibile prenderei una piccola chiesa ed un teatro: l'acustica qui in Italia è eccezionale.

Intervista realizzata nell’ambito del festival Collisioni 2010.
www.collisioni.it

Nel fumetto giapponese ci sono varie categorie. Lei è divenuta famosa grazie ad uno shoujo manga, cioè un fumetto per ragazze. All’epoca, nel ’72, non c’erano altri esempi di manga per ragazze che trattassero temi storici. Anzi, lo stesso editore che ha pubblicato La rosa di Versailles aveva forti dubbi. Com’è nata l’idea di trasporre “La Storia” in un fumetto indirizzato alle ragazze giovani? Quali sono state le varie difficoltà?
Negli anni ’70 era veramente difficile per un’autrice di shoujo manga parlare di temi storici, poiché si rivolgeva a bambine dai 10 ai 14 anni. A me interessava principalmente creare un’opera innovativa, una cosa mai fatta prima. Inoltre volevo parlare di una donna che avesse un ruolo importante nella società. A quell’epoca in Giappone, una società supermaschilista, il problema della donna che lavorava era discusso dagli uomini. Quindi non volevo soltanto scrivere una biografia di Maria Antonietta, ma soprattutto affrontare la società maschile nei panni di Oscar e sperimentare quella realtà nei panni femminili. All’inizio non sapevo come sarebbe andata a finire e pian piano, insieme al personaggio, ho iniziato a vivere io stessa la storia che scrivevo.

Ciò che emerge da tutte le sue opere come La rosa di Versailles, La finestra di Orpheus e nelle altre biografie che ha realizzato, ad esempio quelle dell’imperatrice Caterina II di Russia e della regina Elisabetta I d’Inghilterra, si percepisce l’interesse per la condizione della donna all’interno della società nelle varie epoche. Voleva raccontare l’emancipazione della donna nel periodo storico esaminato o era lo specchio di quello che negli anni settanta stava avvenendo anche in Giappone?
Una scena di La rosa di Versailles per me molto importante è quando Oscar parla con suo padre e gli chiede “Ma se tu mi avessi cresciuta come una donna, avrei fatto come le mie sorelle, sposandomi, andando ai balli, indossando bei vestiti?” e lui dice “sì”: in quella scena lei lo ringrazia di averla cresciuta come un uomo. Per me la vita di Lady Oscar, questo personaggio tragico, è una vita pienamente soddisfacente e lo ritengo il mio modello ideale di vita femminile. Ai tempi di Oscar, se una donna voleva vivere autonomamente la propria vita doveva per forza trastiversi da uomo, mentre nel Giappone di quarant’anni fa c’era una sorta d’indipendenza apparente poiché la società era egualmente molto maschilista, e lo è anche adesso.

Altro elemento interessante di La rosa di Versailles e di La finestra di Orpheus è l’immagine di una protagonista donna che si traveste da uomo, quindi il travestitismo come elemento quasi di liberazione della sessualità per decretare l’affermazione personale. Ce ne può parlare?
Quando ho iniziato a scrivere Lady Oscar non avevo pensato al concetto di travestitismo: lei era vestita da uomo per necessità. Successivamente mi sono interessata a questo fenomeno, l’ho studiato e mi sono accorta che in Europa non era una cosa così strana. Anche Caterina di Russia disse che per fare un mestiere da uomo era necessario vestirsi come tale. Un’altra donna che si travestiva era Giovanna D’Arco; lei non fu messa al rogo perché ribellatasi al regno d’Inghilterra, ma perché andava in giro travestita da uomo. Anche per il fatto che la Chiesa condannasse duramente questa cosa, per una donna che voleva combattere per vivere la propria vita, aveva senso vestirsi da uomo. È un peccato che non valga il contrario, cioè che, per combattere, un uomo non debba travestirsi da donna.

Quando la Austen ha scritto Orgoglio e pregiudizio ha affermato che il signor Darcy rappresentava il suo uomo ideale. Nel personaggio di André, in La rosa di Versailles, c’è qualcosa che rimanda al suo ideale di uomo?
André è l’uomo ideale della donna lavoratrice. Sarebbe comodo avere un uomo come lui.

La rosa di Versailles è una storia romantica, una storia che riusciva a regalare speranze e sogni alle ragazze che la leggevano. Nei manga moderni si trovano disperazione e ansia nella rappresentazione delle ragazze di oggi. Cosa ne pensa?
Anche le altre forme di espressione oltre ai manga, ovviamente, descrivono l’epoca in cui nascono. Gli autori della mia generazione rappresentavano la società del momento; man mano che si va avanti, però, si capisce sempre meno dove stia andando questa società. La mia generazione ha combattuto per permettere alle donne di lavorare, ora le giovani ragazze giapponesi vogliono fare le casalinghe. Non possiamo fare altro che stare a guardare.

Quale crede sia il messaggio più forte che La rosa di Versailles è ancora in grado di dare alle giovani donne?
Un messaggio importante è nella frase che dice Oscar prima di morire, riguardo al vivere la propria vita pienamente, senza rimpianti; mentre dall’altra parte c’è Maria Antonietta, un esempio di come non diventare.

Lei ha dichiarato di non aver mai visto per intero la serie animata di La rosa di Versailles. Qual è il suo rapporto con l’anime e quant’influenza ha avuto sulla sceneggiatura?
In quel periodo stavo scrivendo La finestra di Orpheus, che usciva settimanalmente su una rivista, per cui non avevo tempo neanche per mangiare.

Il film di animazione che verrà realizzato in 3D su La rosa di Versailles rientra tra le sue preferenze?
Sì, sto collaborando per la realizzazione del film.

La storia Europea è ben presente nei suoi manga. Come si è sviluppato quest’interesse? Ha mai preso in considerazione l’idea di ambientare altre storie in contesti non europei, tipo la guerra d’indipendenza Americana?
Per scrivere la biografia di Maria Antonietta ho dovuto studiare la rivoluzione francese e studiando mi sono appassionata sempre di più. L’America ha una storia molto breve; mi interessano maggiormente Paesi con una storia lunga come quella ambientato in quei luoghi.

Quali sono gli autori che l’hanno influenzata maggiormente nello scrivere e disegnare fumetti?
Come per la maggior parte degli autori della mia generazione, Osamu Tetsuka è stato di certo il più influente.

Qual è il processo creativo per la realizzazione dei suoi personaggi?
È difficile rispondere a questa domanda perché non ci ho mai pensato. È una cosa che mi viene naturale.

Il Giappone e i manga sono molto cambiati nel tempo. Cosa ne pensa della situazione di oggi?
Da quando ho smesso di scrivere manga, quindici anni fa, non ne ho più letti.

Qual è il suo pensiero riguardo ai messaggi dei tipici cartoni disneyani rispetto a quelli più profondi e crudi degli anime giapponesi?
I cartoni animati della Disney sono incentrati sulla famiglia e sulla felicità domestica; hanno sempre il lieto fine. Tutto ciò non è realistico.

In Giappone ha realizzato illustrazioni utilizzate per fini commerciali. Che impatto ha l’arte del disegno sulla pubblicità?
Ho fatto disegni per delle pubblicità, ma ho dei dubbi sull’efficacia della cosa. Credo sia meglio utilizzare persone vere.

Lei ha scritto anche alcuni saggi, tra cui un’opera sulla vita oltre i quarant’anni, e adesso ha intrapreso una carriera musicale che l’ha portata a fare concerti in tutto il mondo. Perché ha scelto di affrontare queste nuove sfide?
Prima ancora di diventare autrice di manga il mio sogno era studiare musica. Quando sono arrivata a quarant’anni mi sono resa conto che la vita era ancora lunga, così ho deciso di accettare questa sfida. Ora che le aspettative di vita si sono allungate così tanto, cosa fare degli anni che restano è diventato un argomento importante sul quale riflettere; sarei contenta se le persone mi vedessero come un buon esempio da seguire su come utilizzare la propria vita.

Quali difficoltà ha dovuto affrontare per iniziare la carriera musicale a 47 anni?
Ho avuto difficoltà a livello fisico: per fare la cantante lirica occorre molta forza. Il baritono Yoshitaka Murata ha 37 anni e tutti i giorni si chiede quando dovrà andare in pensione.

Scriverà mai un’opera lirica in italiano?
La scriverei in giapponese per poi farla tradurre in italiano. Ovviamente sarebbe quella la versione ufficiale a livello internazionale.

Si sente realizzata o ha qualche altro sogno in sospeso?
Ho ancora tantissimo da studiare riguardo la musica e ora voglio concentrarmi su quello. Nella mia vita non ho alcun rimpianto perché ho fatto tutto quello che potevo, con tutte le mie forze. In Giappone si ha sempre paura di cosa pensi la gente, l’opinione altrui è molto pesante, per cui non è facile fare tutto ciò che si vuole. Io ho avuto la fortuna di essere sempre stata circondata da persone che mi hanno spronata. Ho sempre vissuto scegliendo ciò che credevo migliore per me, mi sono sempre assunta la responsabilità delle mie scelte, per questo non ho rimpianti.

Quali sono i suoi progetti futuri, sia in campo musicale che fumettistico?
Per quanto riguarda la musica, nonostante la mia età, sono ancora alle prime armi, per cui voglio cogliere tutte le occasioni per fare esperienza il più possibile. Quest’anno è il bicentenario dalla nascita di Chopin: la televisione nazionale Giapponese ha in progetto uno sceneggiato su di lui e io sto scrivendo la sceneggiatura. Inoltre, da Gennaio, c’è una collana di manga che racconta la storia del Giappone e io sto scrivendo la storia di Hatsu Hime, la suocera dell’ultimo Shogun.

di Walter Matteo Micucci


Autore cartone animato: A.A. V.V.
Numero episodi:
12
Genere:
Letteratura

Per il centenario della nascita del famosissimo scrittore di romanzi giapponese Osamu Dazai, il gruppo Madhouse gli rende onore trasponendo in animazione non solo alcuni dei suoi più importanti lavori, ma anche quelli di alcuni autori che hanno fatto parte della sua stessa corrente letteraria. Il risultato è una serie di cinque differenti racconti costituiti in tutto da dodici episodi. Personalmente li ritengo dei veri e propri capolavori, tranne il secondo racconto, che appare meno bello esteticamente nel charadesigner confrontato con gli altri. All’inizio di ogni episodio troviamo una prefazione-presentazione del racconto fatta dall’attore giapponese Masato Sakai, che ci illustra la vita, lo stile, le pene e le vicissitudini dell’autore, spiegandoci di conseguenza il collegamento col racconto stesso. Al primo racconto, tratto dal romanzo Ningen Shikkaku (Non più umano), sono dedicati ben quattro episodi, forse perché è il racconto più autobiografico dell’autore giapponese. Sinceramente lo trovo il più bello in assoluto, i disegni e le animazioni sono stupendi (parliamo degli stessi disegnatori e dello stesso regista del celebre Death Note) e riescono veramente a trasmettere il senso di vuoto e la disperazione del protagonista. Tutti gli altri racconti sono costituiti da due episodi l’uno. Spicca tra questi altri Kokoro, che tratta del rapporto tra due amici e una donna tra di loro contesa, in cui il romanzo è trasposto in una sola puntata per dedicare la seconda all’adattamento della storia dal punto di vista personale del regista, raccontata attraverso gli occhi dell’antagonista. Non penso sia possibile discutere delle trame dei vari racconti. Non sono delle serie come le altre: vanno visti e basta. Qui siamo davanti ad un vero e proprio capolavoro dell’animazione che si mette al servizio della letteratura classica per rivisitarla, ridarle vita e ri-analizzarla con gli occhi di poi. Non stiamo parlando di un cartone da guardare con gli amici in una serata qualsiasi, o per passar del tempo guardando qualcosa. Aoi Bungaku è da guardare e seguire con attenzione, riflessione, sul vostro computer nel buio silenzio della vostra camera.

di Micucci Walter Matteo


Nazionalità: Giappone
Anno: 2004
Durata: 119’
Regia: Hayao Miyazaki
Genere: Animazione, fantastico, SteamPunk
Distribuzione: Studio Ghibli

Il castello errante di HowlLungometraggio animato, ambientato nell’Inghilterra di fine ottocento dove sta’ imperversando una spaventosa guerra, Il castello errante di Howl si presenta come una vera e propria perla dell’animazione contemporanea. Tratto dall’omonimo romanzo di Diana Wynne Jones (scrittrice inglese), questo lungometraggio narra le vicende di una giovane di nome Sophie, una specie di cenerentola, che lavora nel negozio di cappelli della non affettuosissima madre.
Un giorno, mentre è fuori per commissione, s’imbatte in dei tipacci; viene salvata da un bellissimo giovane, anch’egli inseguito da strane creature.
La sera stessa Sophie riceve la visita della Strega Delle Terre Desolate, mandante dei tipacci che inseguivano il suo salvatore, che la trasforma in una povera vecchietta con un potentissimo incantesimo.
La nostra protagonista si trova quindi costretta a scappare di casa e ad intraprendere un viaggio che la porterà dal temutissimo mago Howl, il cui castello è una specie di grottesco (ma bellissimo) gigantesco rospo meccanico, con sopra case, torri e torrette da guerra. È mosso dalla magia del demone del fuoco di nome Calcifer che si presenta come una fiammella ardente nel camino di casa e sembra avere un misterioso legame col mago.
Miyazaki, come in tutti i suoi film, parla col linguaggio dell’amore, capace di trasformare i cattivi in buoni, spezzare incantesimi, far finire guerre e far palpitare cuori.
Un lavoro di una tenerezza e bellezza disarmanti. È impossibile non rimanere a bocca aperta e non finire la visione con un enorme sorriso disegnato sulla bocca. Adatto ai più piccoli per la sua semplicità e ai più grandi per il forte messaggio che il regista intende lanciare come in tutte le sue opere: “Siamo esseri umani, creature dalle potenzialità infinite, quindi possiamo essere molto meglio di quello che siamo, ci serve solo…Amore…!!”
Dopo questo film Miyazaki ha ricevuto il leone d’oro alla carriera, che lo ha reso l’unico regista di cartoni animati al mondo ad aver vinto un Oscar e un Leone d’oro.

di Sara Ciambotti


Fuoco nella PolvereFuoco nella polvere è un romanzo uscito negli Stati Uniti nel 2001 e pubblicato, solo quest’anno, in Italia.
Tentare di attribuire un genere alle opere di Lansdale è un’impresa assai ardua, che raramente dà i frutti sperati. Uscirebbero generi quali lo splatter, il noir, il western, fantascienza, tutti attendibili ma non perfettamente calzanti.
Fuoco nella polvere parla di una compagnia circense, la Wild West Show, che si dirige con il suo zeppelin in Giappone per una missione diplomatica. L’America, infatti, sostiene economicamente gli armamenti giapponesi in cambio della cessione delle terre costiere. Ed il Wild West Show fa le veci degli Stati Uniti per reclamare ciò che gli spetta. A bordo ci sono: Wild Bill Hickock, Toro Seduto, Annie Oakley e Buffalo Bill Cody. O meglio, la sua testa.
In realtà il loro viaggio ha uno scopo ben meno nobile: rubare ai giapponesi il corpo di Frankenstein per studiarne il funzionamento e restituire al cacciatore un degno corpo.
Fuoco nella polvere è un vero e proprio valzer che ci guida tra i personaggi illustri della letteratura classica mondiale e ci fa vedere con disillusa chiarezza che anche i nostri miti sono in realtà uomini normali.
Una parodia che va dal Mago di Oz a La fattoria degli animali. Senza mai risultare pesante, anzi. Sfatando i luoghi comuni dei benpensanti e rincarando la dose per i più cinici.
Solamente Lansdale poteva provare a miscelare il mondo fantastico con la clonazione e tanto, tanto sangue. E solamente lui poteva riuscirci in maniera tanto magistrale.

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