di Hanry Menphis e Giorgia Tribuiani
Verrà un tempo in cui un meteorite grande come l'Alaska si abbatterà violentemente sul nostro pianeta, deformandone l'assetto e mutandone radicalmente l'atmosfera. I cieli si oscureranno e l'aria diventerà irrespirabile; allora per la specie umana sarà finita. E in che modo avremo lasciato il segno in questo universo? Come potranno, un giorno, esseri di altre galassie sapere che l'uomo, in queste poche centinaia di migliaia di anni, ha saputo sfruttare il proprio cervello anche in maniera positiva?
Stefano Benni un'idea ce l'ha. Per lui sarà l'arte a rappresentare il meglio della storia umana e allora, accompagnato dal maestro Umberto Petrin al pianoforte (il tutto nel suggestivo allestimento scenico di Fabio Vignaroli), si è fatto portavoce di tutti gli uomini e, all'Auditorium Parco della Musica di Roma, il 21 gennaio 2011, ha selezionato per noi cosa portare su L'ultima astronave.
Dunque gli alieni si ritroveranno fra le mani il frutto tangibile dello storico desiderio umano di comunicare: dai graffiti paleolitici al genio di Leonardo Da Vinci, dall'immaginario fantastico di Hieronymus Bosch ai ritratti di Diego Velàsquez, da Vincent Van Gogh a Cy Twombly; ma anche Klee, Bacon e Walt Disney con i suoi elefanti rosa.
Benni non fa economia di sentimenti, buoni o cattivi che siano, per accompagnarci in questo viaggio interspaziale in cui verremo giudicati non per quello che siamo, ma per ciò che abbiamo creato, sia esso letteratura, musica o pittura. E quando giunge la conclusione, coinvolgente è la chiusura dell'artista, un crescendo che appare come una spasmodica ricerca del senso della vita e dell'arte e che approda in quei definitivi punti di sospensione che ancora lasciano l'umanità col fiato sospeso e che trovano espressione, per Stefano Benni, nelle parole di Van Gogh: “Sto ancora cercando”.
Lo spettacolo è finito, ma il sipario non si chiude: l'artista ha ancora un regalo per il suo pubblico. Un racconto, stavolta, una storia fantastica su quella vecchiaia fin troppo reale che ha il sapore della solitudine. Ma anche della speranza, racconta Benni, poiché al di là di cosa è reale e cosa no, al di là di cosa sia l'arte e di ciò che ci riserveranno il futuro e la fine del mondo, l'uomo - così come l'anziano del racconto - non cerca che una mano da stringere e un cielo dove poter volare.

di Hanry Menphis e Giorgia Tribuiani
Intervista realizzata nell'ambito del festival Collisioni (www.collisioni.it)

Quando hai iniziato a scrivere e quanto tempo ci è voluto prima che iniziassi a recitare i tuoi versi in pubblico?
Queste son due domande…
Ne faccio due a due così fingo di farne la metà.
Ho iniziato da subito. Appena ho imparato a scrivere mi è interessato subito mettere su carta le emozioni, anche quelle infantili. Credo sia una cosa che nasca da dentro. Per quanto riguarda i reading, invece, ho iniziato in maniera casuale: non avevo nessuna intenzione di diventare performer di quello che scrivo, tuttavia ho sempre amato la tradizione orale e quando mi son trovato per caso con Vinicio Capossela a recitare i versi di John Fante abbiamo colto l’occasione per vedere che effetto avrebbero fatto i nostri scritti recitati. Mi è piaciuto, ho scoperto che potevo pagare le bollette: perché non andare avanti?
Preferisci avere un lettore che si avvicini in maniera intima leggendo quello che scrivi oppure un ascoltatore che partecipi alla performance?
È uguale. Quando scrivo non penso a come sarebbe se le raccontassi io o se le leggesse qualcuno. Le mie emozioni sono le mie emozioni, mi piace l’idea che chiunque legga o ascolti le trasformi in sue.
Chi sono i tuoi maestri?
Il più grande maestro è Cesare Pavese. Amo molto Emanuel Carnevali, come tanti altri autori italiani dimenticati, ma anche Dostoevskij e l’Hemingway poeta. Mi piace spulciare.
Vincenzo Costantino e Chinaski sono la stessa persona?
Certo, è solo uno pseudonimo che mi diedero da ragazzino, dato che già allora bevevo molto. Bevevo e scrivevo: l’accostamento con Bukowski è stato immediato.

Come vedi l’attuale disfacimento culturale in Italia?
Vuoi un suono gutturale come risposta?
Andrebbe benissimo, purtroppo l’intervista sarà scritta…
Ti dico solo una cosa: l’Italia in questo momento si merita Federico Moccia.
Quindi è la domanda a stuzzicare l’offerta?
Il lettore intelligente fa il buon scrittore, non il contrario. Se uno scrive bene ha buoni lettori, se uno scrive male ha pessimi lettori.
Progetti nell’immediato?
Ad ottobre è uscita una mia raccolta di poesie e racconti brevi: Chi è senza peccato non ha un cazzo da raccontare.
di Hanry Menphis
e Luca Torzolini
Quali sono le tue tematiche preferite?
Non ne ho una in particolare: le storie che invento sono differenti. Le scelgo perché mi dicono qualcosa e spero che possa essere lo stesso anche per chi le legge. Ultimamente sono ossessionato dallo splatter; le mie storie sono piene di sangue e scene cruente. Mi piace molto cercare di rendere poetiche immagini efferate, le trovo molto evocative. Per il resto salto di palo in frasca: a volte parlo di me, a volte di attualità. Se proprio dovessi individuare un filo conduttore sarebbe sicuramente la vita di tutti i giorni, quello che vedo, che vivo, non necessariamente in prima persona. Poi lo trasformo e lo restituisco.
Come hai iniziato a fare fumetti?
Sicuramente leggendoli; dopo un po’ ti viene voglia di farne uno tu e cosi via, si comincia. Poi ho conosciuto l’universo delle fanzine e del fumetto underground e mi sono innamorato.

Dove hai pubblicato le tue prime tavole?
Su una fanzine, Il Piatto, realizzata da me e due miei amici: Eugenio Migliore e Yuri Romagnoli. È durata un paio di anni ed è stata la mia prima esperienza nel campo dell’editoria indipendente. Sicuramente importante per collaudare il rapporto con il pubblico.
E poi?
Poi è arrivata La Raje, un salto nel vuoto che si è rivelato un divertentissimo volo con il paracadute... sono partito da zero: zero soldi e zero autori (forse solo io). Poi, grazie ad alcuni amici di una coraggiosa associazione culturale, “La Nuova Direzione” di Cellino Attanasio, che ha finanziato il progetto, sono riuscito a pubblicare il numero zero. Mi ha dato la possibilità di conoscere meglio altri autori della zona e soprattutto di collaborare con loro per creare una rete per il fumetto in Abruzzo. La cosa mi ha dato soddisfazione: abbiamo riscontrato un discreto successo e sono state scritte alcune recensioni niente male per un signor nessuno che fa una cosa in un mondo dove ce ne sono tante. Speriamo bene.
Scrivi sempre tu le tue storie?
Sì, non mi è mai capitato di lavorare con uno sceneggiatore; penso che non ne sarei capace. Le mie storie nascono già mescolate alle immagini: non le scrivo prima. Sono una cosa unica, prima di iniziare a disegnarle sono già formate nella mia testa.
I tuoi fumetti preferiti?
Attualmente Mr. Wiggles di Neil Swaab e le strisce di Tony Millionaire.
Progetti futuri?
Sicuramente portare avanti La Raje: dobbiamo far uscire il numero uno e speriamo di farcela entro l’anno.
Sappiamo che, oltre i fumetti, dipingi anche quadri e murales. Qual è stato il tuo percorso artistico? Cos’hai iniziato a fare prima?
Ho iniziato disegnando. Sono sempre stato un po’ “eclettico”: faccio sempre molte cose diverse insieme. Non so se sia bene o male; sono fatto così. Per quanto riguarda il mio percorso, preferisco che siano le mie opere a descriverlo... Si possono vedere sul mio blog (http:\www.alessandrodimassimo.blogspot.com).
Farai mai un cartone animato? Come ti poni di fronte a questa forma d’arte?
Il cartone animato è una cosa grossa, richiede professionalità, si tratta di un lavoro molto specifico. Io realizzo dei brevi filmati (visibili sul mio blog) e penso per il momento di ritenermi soddisfatto. Per quanto riguarda l’animazione in generale, penso che sia, oltre che un linguaggio a sé, una sorta di espansione del disegno che fornisce numerose possibilità espressive.
Quali sono a tuo avviso i limiti del fumetto e quali invece le possibilità proprie solo di quest'arte?
Penso che il fumetto stia tra il racconto e l’illustrazione e che questa posizione ambigua gli fornisca infinite possibilità narrative.
Un limite, forse, è la bassa considerazione che a volte gli viene riservata, anche se qualche passo avanti è stato fatto.

Intervista realizzata nell’ambito del festival Collisioni 2010.
www.collisioni.it
Nel fumetto giapponese ci sono varie categorie. Lei è divenuta famosa grazie ad uno shoujo manga, cioè un fumetto per ragazze. All’epoca, nel ’72, non c’erano altri esempi di manga per ragazze che trattassero temi storici. Anzi, lo stesso editore che ha pubblicato La rosa di Versailles aveva forti dubbi. Com’è nata l’idea di trasporre “La Storia” in un fumetto indirizzato alle ragazze giovani? Quali sono state le varie difficoltà?
Negli anni ’70 era veramente difficile per un’autrice di shoujo manga parlare di temi storici, poiché si rivolgeva a bambine dai 10 ai 14 anni. A me interessava principalmente creare un’opera innovativa, una cosa mai fatta prima. Inoltre volevo parlare di una donna che avesse un ruolo importante nella società. A quell’epoca in Giappone, una società supermaschilista, il problema della donna che lavorava era discusso dagli uomini. Quindi non volevo soltanto scrivere una biografia di Maria Antonietta, ma soprattutto affrontare la società maschile nei panni di Oscar e sperimentare quella realtà nei panni femminili. All’inizio non sapevo come sarebbe andata a finire e pian piano, insieme al personaggio, ho iniziato a vivere io stessa la storia che scrivevo.

Ciò che emerge da tutte le sue opere come La rosa di Versailles, La finestra di Orpheus e nelle altre biografie che ha realizzato, ad esempio quelle dell’imperatrice Caterina II di Russia e della regina Elisabetta I d’Inghilterra, si percepisce l’interesse per la condizione della donna all’interno della società nelle varie epoche. Voleva raccontare l’emancipazione della donna nel periodo storico esaminato o era lo specchio di quello che negli anni settanta stava avvenendo anche in Giappone?
Una scena di La rosa di Versailles per me molto importante è quando Oscar parla con suo padre e gli chiede “Ma se tu mi avessi cresciuta come una donna, avrei fatto come le mie sorelle, sposandomi, andando ai balli, indossando bei vestiti?” e lui dice “sì”: in quella scena lei lo ringrazia di averla cresciuta come un uomo. Per me la vita di Lady Oscar, questo personaggio tragico, è una vita pienamente soddisfacente e lo ritengo il mio modello ideale di vita femminile. Ai tempi di Oscar, se una donna voleva vivere autonomamente la propria vita doveva per forza trastiversi da uomo, mentre nel Giappone di quarant’anni fa c’era una sorta d’indipendenza apparente poiché la società era egualmente molto maschilista, e lo è anche adesso.
Altro elemento interessante di La rosa di Versailles e di La finestra di Orpheus è l’immagine di una protagonista donna che si traveste da uomo, quindi il travestitismo come elemento quasi di liberazione della sessualità per decretare l’affermazione personale. Ce ne può parlare?
Quando ho iniziato a scrivere Lady Oscar non avevo pensato al concetto di travestitismo: lei era vestita da uomo per necessità. Successivamente mi sono interessata a questo fenomeno, l’ho studiato e mi sono accorta che in Europa non era una cosa così strana. Anche Caterina di Russia disse che per fare un mestiere da uomo era necessario vestirsi come tale. Un’altra donna che si travestiva era Giovanna D’Arco; lei non fu messa al rogo perché ribellatasi al regno d’Inghilterra, ma perché andava in giro travestita da uomo. Anche per il fatto che la Chiesa condannasse duramente questa cosa, per una donna che voleva combattere per vivere la propria vita, aveva senso vestirsi da uomo. È un peccato che non valga il contrario, cioè che, per combattere, un uomo non debba travestirsi da donna.
Quando la Austen ha scritto Orgoglio e pregiudizio ha affermato che il signor Darcy rappresentava il suo uomo ideale. Nel personaggio di André, in La rosa di Versailles, c’è qualcosa che rimanda al suo ideale di uomo?
André è l’uomo ideale della donna lavoratrice. Sarebbe comodo avere un uomo come lui.
La rosa di Versailles è una storia romantica, una storia che riusciva a regalare speranze e sogni alle ragazze che la leggevano. Nei manga moderni si trovano disperazione e ansia nella rappresentazione delle ragazze di oggi. Cosa ne pensa?
Anche le altre forme di espressione oltre ai manga, ovviamente, descrivono l’epoca in cui nascono. Gli autori della mia generazione rappresentavano la società del momento; man mano che si va avanti, però, si capisce sempre meno dove stia andando questa società. La mia generazione ha combattuto per permettere alle donne di lavorare, ora le giovani ragazze giapponesi vogliono fare le casalinghe. Non possiamo fare altro che stare a guardare.
Quale crede sia il messaggio più forte che La rosa di Versailles è ancora in grado di dare alle giovani donne?
Un messaggio importante è nella frase che dice Oscar prima di morire, riguardo al vivere la propria vita pienamente, senza rimpianti; mentre dall’altra parte c’è Maria Antonietta, un esempio di come non diventare.
Lei ha dichiarato di non aver mai visto per intero la serie animata di La rosa di Versailles. Qual è il suo rapporto con l’anime e quant’influenza ha avuto sulla sceneggiatura?
In quel periodo stavo scrivendo La finestra di Orpheus, che usciva settimanalmente su una rivista, per cui non avevo tempo neanche per mangiare.
Il film di animazione che verrà realizzato in 3D su La rosa di Versailles rientra tra le sue preferenze?
Sì, sto collaborando per la realizzazione del film.
La storia Europea è ben presente nei suoi manga. Come si è sviluppato quest’interesse? Ha mai preso in considerazione l’idea di ambientare altre storie in contesti non europei, tipo la guerra d’indipendenza Americana?
Per scrivere la biografia di Maria Antonietta ho dovuto studiare la rivoluzione francese e studiando mi sono appassionata sempre di più. L’America ha una storia molto breve; mi interessano maggiormente Paesi con una storia lunga come quella ambientato in quei luoghi.
Quali sono gli autori che l’hanno influenzata maggiormente nello scrivere e disegnare fumetti?
Come per la maggior parte degli autori della mia generazione, Osamu Tetsuka è stato di certo il più influente.
Qual è il processo creativo per la realizzazione dei suoi personaggi?
È difficile rispondere a questa domanda perché non ci ho mai pensato. È una cosa che mi viene naturale.
Il Giappone e i manga sono molto cambiati nel tempo. Cosa ne pensa della situazione di oggi?
Da quando ho smesso di scrivere manga, quindici anni fa, non ne ho più letti.
Qual è il suo pensiero riguardo ai messaggi dei tipici cartoni disneyani rispetto a quelli più profondi e crudi degli anime giapponesi?
I cartoni animati della Disney sono incentrati sulla famiglia e sulla felicità domestica; hanno sempre il lieto fine. Tutto ciò non è realistico.
In Giappone ha realizzato illustrazioni utilizzate per fini commerciali. Che impatto ha l’arte del disegno sulla pubblicità?
Ho fatto disegni per delle pubblicità, ma ho dei dubbi sull’efficacia della cosa. Credo sia meglio utilizzare persone vere.
Lei ha scritto anche alcuni saggi, tra cui un’opera sulla vita oltre i quarant’anni, e adesso ha intrapreso una carriera musicale che l’ha portata a fare concerti in tutto il mondo. Perché ha scelto di affrontare queste nuove sfide?
Prima ancora di diventare autrice di manga il mio sogno era studiare musica. Quando sono arrivata a quarant’anni mi sono resa conto che la vita era ancora lunga, così ho deciso di accettare questa sfida. Ora che le aspettative di vita si sono allungate così tanto, cosa fare degli anni che restano è diventato un argomento importante sul quale riflettere; sarei contenta se le persone mi vedessero come un buon esempio da seguire su come utilizzare la propria vita.
Quali difficoltà ha dovuto affrontare per iniziare la carriera musicale a 47 anni?
Ho avuto difficoltà a livello fisico: per fare la cantante lirica occorre molta forza. Il baritono Yoshitaka Murata ha 37 anni e tutti i giorni si chiede quando dovrà andare in pensione.
Scriverà mai un’opera lirica in italiano?
La scriverei in giapponese per poi farla tradurre in italiano. Ovviamente sarebbe quella la versione ufficiale a livello internazionale.
Si sente realizzata o ha qualche altro sogno in sospeso?
Ho ancora tantissimo da studiare riguardo la musica e ora voglio concentrarmi su quello. Nella mia vita non ho alcun rimpianto perché ho fatto tutto quello che potevo, con tutte le mie forze. In Giappone si ha sempre paura di cosa pensi la gente, l’opinione altrui è molto pesante, per cui non è facile fare tutto ciò che si vuole. Io ho avuto la fortuna di essere sempre stata circondata da persone che mi hanno spronata. Ho sempre vissuto scegliendo ciò che credevo migliore per me, mi sono sempre assunta la responsabilità delle mie scelte, per questo non ho rimpianti.
Quali sono i suoi progetti futuri, sia in campo musicale che fumettistico?
Per quanto riguarda la musica, nonostante la mia età, sono ancora alle prime armi, per cui voglio cogliere tutte le occasioni per fare esperienza il più possibile. Quest’anno è il bicentenario dalla nascita di Chopin: la televisione nazionale Giapponese ha in progetto uno sceneggiato su di lui e io sto scrivendo la sceneggiatura. Inoltre, da Gennaio, c’è una collana di manga che racconta la storia del Giappone e io sto scrivendo la storia di Hatsu Hime, la suocera dell’ultimo Shogun.

Quella sera eravamo strafatti di Ketamina e MDMA, io e Menphis. Era la sera adatta per l’invenzione di una nuova rubrica. - Cosa serve per scrivere una rubrica? - chiese Hanry Menphis. - Non so, forse alcol. Vuoi dell’alcol? - risposi. Sapevo già che avrebbe accettato e gliene versai. Poi mi misi a sedere sulla grande poltrona di giaguaro. - Sai Menphis, in questo periodo le storie mi escono dalle dita come se dovessi pisciare. Sono delle vescicone piene di piscio con forti problemi di ritenzione. Menphis rimase in piedi, con il suo bicchiere in mano - Ti capisco Luca, a volte ho la sensazione che il mio cervello sia troppo grande per il cranio. Sento la corteccia cerebrale premere prepotentemente sulla ossa. Forse sto diventando un dobermann. I due continuarono a parlare e la storia d’un colpo passò ad essere narrata in terza persona: le trame, signori miei, non accettano di farsi calpestare dall’ordinario. Allorché, mentre i due sorseggiavano alcol e la notte passava, una creatura astratta prendeva vita: la rubrica. E lei non riusciva a sopportare l’ignorante voce con cui il primo si rivolgeva all’altro, ancora più ignorante . Ma era nata dal loro bisogno di parlare di qualcosa, di qualsiasi cosa, purché riempisse quel dannato silenzio. Era una rubrica che non esprimeva alcun concetto, quasi a volersi dire sopra le parti. Ma in effetti sentiva un profondo e viscerale disagio per la sua inutile esistenza. Rubrica senza senso, almeno apparentemente simile al resto della popolazione, ma cosciente della mentalità comune che l’avrebbe connotata come rifiuto. Decise di suicidarsi. Il difficile stava nel trovare un modo. Poteva sperare che i due, risvegliandosi il giorno dopo, si rendessero conto della cazzata che avevano fatto. Ma il giorno dopo prevedeva un equivalente dosaggio di MDMA e Ketamina. Sarebbe rimasta in vita, reduce di cicatrici cerebrali di due venticinquenni che non accettavano la realtà. Troppo banale, sarebbe troppo banale ridurre la sua infinita superficialità a del semplice “troppo banale”. Troppo umana. E allora che senso aveva tendere alla perfezione per sapersi alla fine comunque incompleti? Che senso aveva laurearsi in economia per poi non vedere neanche un soldo? Non aveva senso cercare un senso fittizio se alla fine della giornata la morte sarebbe venuta lo stesso, travestita da preoccupazioni per il giorno seguente, mentre della Marlboro non sarebbe rimasto che il filtro, e il catrame nei polmoni sarebbe stato sempre più forte di qualsiasi menzogna si potesse usare per giustificarlo. Così i due decisero di non cercarlo, quel senso; di non inventare un’arte che si arrogasse il diritto di spiegare tutto, ma limitarsi a passare il tempo, scrivere per riempire quel grasso disagio interiore, figlio del terzo millennio. Hanry Menphis e Luca Torzolini alternavano letture di elevatissimo spessore a cose totalmente demenziali, Popper ai Monty Python, Happy Tree Friends a Pasolini. Quindi cosa poteva fare la loro creatura? Le sembrava impossibile abituarsi all’idea di quella vita, trascorsa tra l’essere un abominio dell’editoria e la rubrica preferita di tanti imbecilli. All’improvviso, nell’affermazione di uno dei due su un certo Gurdjieff, prese la direzione della rubrica esoterica. Ma ad un chiasmo romantico recitato dall’altro si sentì subito sturmunddranghiana. Il lungo silenzio a venire le tolse di dosso il grande fardello: i due stavano pensando ora ad ammucchiate selvagge; ognuno nella propria testa scopava un numero indecifrato di ragazze mulatte, asiatiche, caucasiche. Prendendo esempio dalla facoltà femminile di sincronizzare il giorno del mestruo con le donne con cui si convive, le menti funamboliche dei due scrittori si diressero verso il medesimo punto, al centro di quell’orgiastico universo, per incontrare la stessa fanciulla. Una telepatia sincronica l’incollò per sette minuti e quaranta all’identico, infimo pensiero sconcio: la presero, Juliette, 21 anni, la presero e legarono il suo corpo al letto. Lei protestava, impotente, mentre i due indossavano i loro abiti di scena. Luca Torzolini , da carismatico Zorro , cavalcava la puledra imbizzarrita e, con grevi colpi di fianco, assestava potenti penetrazioni nel foro anale. Hanry Menphis, alias Aquaman, esplorava ogni condotto fino a sverginare anche il foro lacrimale. All’unisono vennero con urla e gesta inconsulte sul corpo esanime di colei che - nonostante fossero fatti come muli - avrebbero ricordato per sempre. La fantasia finì. La realtà, in tuta mimetica e berretto verde, li attendeva pronta all’agguato. - Oh, ma questa rubrica? - disse Torzolini. - Alcol, serve alcol! - rispose Menphis. E i due se ne versarono ancora. La rubrica era rediviva, come un vampiro risvegliato da un lungo torpore, e si stava avviando con profondo disagio verso le strazianti rotte della rubrica a tema. Nulla di più inquietante poteva capitare, dalla sua nascita, ad un rubrica. Etichettata, identificata in un pericoloso modello che riproponeva di volta in volta lo stesso schema esplicativo per narrare aneddoti di Rimbaud, Diogene o chiunque altro, o per intersecare fra loro periodi storici e correnti artistiche , facendo ciò che alla fine dei conti può essere letto come un semplice sproloquio soggettivo senza alcuna attinenza con la realtà. - Si potrebbe chiamare “Ma chi sono io per fare una recensione critica su un quadro?”. - disse Torzolini. - Sì - rispose Menphis - in realtà parliamo solo del pittore e del suo escursus artistico, senza scrivere nulla sul dipinto. -
- Esatto - si esaltò Luca mentre stappava altre due bottiglie di alcol - e concludiamo ogni volta la rubrica scrivendo “All’interpretazione del quadro, a questo punto, pensateci voi”... Bene, visto che è un’idea figa lasciamola per un’altra Racconti di Luca Tor zolini e Hanr y Menp his rubrica. Adesso pensiamo a questa. - continuò Torzolini, che frettolosamente si dirigeva verso il bagno per vomitare. Hanry Menphis, rimasto solo, contemplava con avidità la luce scarna della lampada da cucina, affezionato all’arcaico impulso elettrico che dominava un tempo le scimmie nel circo dei fratelli Watislava. Di colpo si destò dal suolo l’editor, che ore prima era stramazzato a terra a causa di una sfida leggendaria: tracannare una damigiana di vino rosso non fermentato, da due litri e mezzo. Tassoni Stefano, questo era il suo nome, cominciò da subito a sparlare della rubrica in modo saccente e viperino. - La rubrica sarà sulla storia culturale dell’Italia centromeridionale! O no, meglio ancora, sarà invece sulle disquisizioni sopra i Paralipomeni della Batracomiomachia!! - Dopodiché perse di nuovo i sensi. Era l’unico acculturato del gruppo. Poverino, avrebbe fatto una brutta fine. Loro là a cercare di sbarcare il lunario con la rivista più cazzona della storia editoriale italiana e lui imprigionato con loro, in quella litote d’impertinenza che mitragliavamo contro il genere umano. Eppure nel frattempo qualcuno prendeva appunti, là, nell’angolo della stanza. Una donna saggia senza età scriveva senza sosta le lettere che ora v’imbocca a viva forza senza le giuste precauzioni. Più tardi sarebbe morta, per non avervi fatto usare il preservativo. Hanry Menphis e Luca Torzolini l’avrebbero seppellita in giardino, scrivendo sulla sua lapide:
“FANTASIA, NATA IL 00/00/00, MORTA IL 21/05/10”
Sarà difficile senza lei creare,
cercare motivazioni scomposte
che le vostre proposte
potessero stupire.
Magari andare avanti di poesia,
purché non rubino a vossia
talento e grazia.
L’artista ipocrita ringrazia
e s’inginocchia umile ma sapiente
al vostro dio penitente
che presto invecchiare v’ha fatto
con “l’identico” a contratto.
A tempo indeterminato.
A quel punto le idee stavano per finire. Nelle menti dei due scavava con forza il proprio rifugio Il Grande Vuoto. Presi dalla scintilla dell’ultimo impulso vitale, due neuroni sull’orlo del collasso incrociarono i propri assoni per dare un senso al finale. - Quale credi sia l’unico modo in cui una rubrica possa suicidarsi? - chiese Hanry Menphis. Torzolini rispose - trasformandosi in un semplice racconto - poi si alzò e se ne andò da casa dell’amico, portandosi via le sue buste piene di piscio
Non troppo distante dalla terra un essere la osservava. Era verde, con le classiche antennine. Uno di quegl’alieni che parlano sempre di come conquistare altri pianeti. - Che ne dici, ci mischiamo in mezzo a loro? - disse ad un suo simile, seduto accanto a lui nella comoda astronave. L’altro alieno era più verde, come se la pigmentazione della pelle avesse fatto indigestione di bile.
- Ma no, dai, lasciamo perdere -
- Ma sei pazzo?! Guarda che solo sulla terra puoi trovare della fresca Vodka Watislava! - I due esserini verdi si guardarono tra loro e dissero all’unisono - Vodka Watislava, la vodka che lo stomaco ti lava! -
- Stop, ciak buono! - disse il regista. La troupe cominciò a disfare la scenografia e le luci; gli alieni si tolsero le facce. Hanry Menphis era quello più verde. Quel mese i due non avevano trovato nulla di meglio. In fondo il lavoro era buono, la paga alta e l’esigenza di trovare dei soldi davvero esagerata. Luca Torzolini ed Hanry Menphis avevano speso tutto il compenso del lavoro precedente a puttane e alcol. Sembrava facessero a gara nel cercare sempre nuovi metodi idioti per sperperare i loro averi. - Che ci compriamo? - chiese Hanry Menphis. - Potremmo acquistare quella macchinetta fotografica gigante - rispose Torzolini - oltre all’alcol, ovviamente. -
- Mi piace! - Ribatté Menphis - Così grande da dover usare due mani per schiacciare il pulsante e scattare una foto - Andarono in uno di quei grandi centri commerciali, dove la gente trascorre i week-end a riempire le tasche degli altri. Cosicché i pezzenti restano sempre più pezzenti, con la casa piena di cose inutili. I due lo sapevano bene, Mazzarò era stato un idiota e loro non volevano portarsi dietro nemmeno un gallo. - Credi che il padrone di queste mura ci guardi dall’alto mentre spendiamo nei suoi negozi? - chiese Torzolini mentre cercava di comprare una commessa con 70 euro. - È probabile che abbia uno di quei teleschermi giganti da dove ci osserva, masturbandosi con entrambe le mani. Nel frattempo una sessantenne platinata gli porge di tanto in tanto una sputacchiera - rispose Menphis palpandosi il pene. Continuarono a camminare. Il primo, disinvolto, insisteva nell’importunare il personale femminile; il secondo, colto dalla sindrome dell’“Ok il prezzo è giusto”, conduceva insulsi discorsi con gli oggetti contrattando sul loro effettivo valore. Dopo due ore si ritrovarono nel reparto cosmetici e si consultarono nuovamente sulle possibilità di spesa. - Abbiamo 300 euro sonanti - disse Menphis. - T’immagini a vincere il superenalotto? Ottanta milioni di euro. Con un milione ci finanzio la rivista Re-volver. La facciamo uscire gratuita e senza pubblicità. Al posto del prezzo mettiamo il quoziente intellettivo che abbisogna per leggerla. Te la vedi la scena? Tutti a prendere Re-volver pensando di essere dei geni. Con tre milioni apro un megabar in un paese dell’entroterra abruzzese, solo per il gusto di osservare l’alone di tristezza di quella gente, una mandria di buoi che trangugia anacardi e sorseggia amari, dolci in confronto alle loro vite. Con il resto dei soldi ci finanziamo i film di quel regista indipendente, Mauro John Capece! - Si sapeva che questa era una lista totalmente fittizia. Ma loro credevano in quelle sparate senza meta, anche se in realtà, ad avere ottanta milioni di euro, si sarebbero giocati tutto a puttane e alcol. - Giochiamo al superenalotto! - ribatté Menphis esaltato. Si avvicinarono a lunghi passi al dipendente di uno di quei barettini da centro commerciale dove la gente finge di bere un caffè pur di incontrarsi. Dopo anni trascorsi all’interno di quelle strutture, inizi a riconoscere con pochi sguardi mirati quali fra quei figli di puttana che lavorano là dentro ti farà penare per trovare una tuta da sci, per illuminarti sulle caratteristiche di un portatile, per farti un cazzo di semplice caffè. Per loro sfortuna quel dipendente era uno di questi. - 300 euro di schedina dell’enalotto - disse Luca Torzolini. - 300 euro, ma sei matto? - esplose il dipendente - Con tutti quei soldi ci fai un viaggio in Marocco di una settimana, pesce pranzo e cena. -
- Non rompere il cazzo e gioca quella schedina! - lo interruppe Hanry Menphis.
- Con 300 euro affitti una Mercedes-Benz con cui rimorchiare fica per un week-end, facendo credere alle pollastrelle che il tuo portafoglio è rigonfio di denaro. Ti fanno una pompa e quando arrivano a esplorarti le tasche tirano fuori la targhetta dei pantaloni in affitto. -
I due si guardarono per alcuni secondi, poi si diressero verso l’uscita. Arrivati a un concessionario in cui affittano automobili Luca Torzolini esordì con uno dei venditori - una Lamborghini Murcielago, abbiamo 300 euro! - Il tizio porse le chiavi dicendo - riportatela entro un’ora - abituato a ragazzi testosteronici in cerca di potenti mezzi acchiappa-gnocca. Menphis e Torzolini si avviarono trotterellando verso la sgargiante autovettura. - Abbiamo un’ora per rimorchiare delle pollastrelle - disse Torzolini, con la voce che sembrava aver preso la tonalità caratteristica dei maniaci sessuali. - Sono le due di pomeriggio, le donne sono tutte a pranzare - rispose Menphis.
- Bene, sfondiamo una casa. Attraversiamo il muro con la macchina per metà, così da ricreare una scenografia classica da pub americano, dove la macchina è incastonata nella parete. -
- Dannazione, ci servirebbe una Cadillac per fare queste cose... -
- Vabbe’, allora sai che ti dico? Passiamo dalla fruttivendola a far vedere questo gioiello, poi dalla fornaia e infine davanti casa della mia ex. Appena vedrà questo macchinone si pentirà di avermi scaricato per Mimmo “Il Zozzo”. -
- Perché non passiamo da tua madre? È un sacco di tempo che voglio farmela... - Passò un’ora e il venditore tornò a reclamare le chiavi della macchina. I due non erano ancora partiti. - Ma che cazzo vuole! La macchina è nostra per un’ora dalla partenza… -
- Nessuno aveva parlato di partenza - rispose il venditore - era un’ora e basta, come si fa con le puttane. Anche se non consumi, paghi! -
- Brutto frocio di merda!!! Questa macchina è mia per un’ora ho detto! - a queste parole di Torzolini, i due si allacciarono le cinture iniziando a urlare insulti sconnessi. - Signori, mi costringete a chiamare la polizia. -
- Chiami chi cazzo le pare, noi da qui non usciamo - rispose Hanry Menphis guardandolo dallo specchietto. I carabinieri arrivarono e per un’ora il maresciallo non fece altro che pregare i due di venire fuori con le mani alzate. Ma Torzolini e Menphis continuavano a ripetere a voce alta: - Vogliamo un elicottero e dei passaporti falsi! - minacciando con un accendisigari i venti agenti fuori dalla macchina. L’auto s’accese d’un colpo come un grande mostro atavico dei teatri greci, che sembrava animarsi di forza empatica. Il pedale, in un crescendo di giri, stuzzicava il motore. La macchina sarebbe andata a finire contro quei carabinieri, che per una volta non si sarebbero trovati di fronte piccoli drogatelli con due canne in tasca, da accusare come se fossero il principale problema del mondo. Il maresciallo cambiò espressione, di colpo la sua faccia s’annerì di serietà brutale: diede l’ordine e i suoi bravi fecero fuoco. Un uragano di colpi investì la scintillante autovettura; in breve fu silenzio e canne fumanti e volti sbiancati. La portiera cigolò e poi cadde, riversa sul pavimento come Che Guevara, tradito e colpito sotto il cielo boliviano. Un rivolo di sangue scese dal sedile in pelle blu attraverso la carena e poi la gomma, fino a creare una pozza magnifica di metafore morenti. Poi, con un suono gommoso venne giù la faccia dell’alieno meno verde.

di Hanry Menphis
Primo album da solista per l’ex chitarrista di Marilyn Manson, Vertigo ci presenta 13 tracce strumentali, alternando i generi che hanno maggiormente influenzato la carriera di John 5. È evidente una predominanza industrial metal, specialmente in brani come Feisty Cadavers e Flatlines, Thin lines, tornando però anche indietro nel tempo con pezzi rock’n’roll, tra i quali Zugg Island Convinct, e bluegrass, come Sugar Foot Rag, 18969 Ventura Blvd e la cover Sweet Georgia Brown, solo per citarne alcuni. Con virtuosismi di banjo e mandolino, infatti, Mr. 5 ci dimostra di non disdegnare affatto il proprio passato da musicista country. Saltando in questo modo da un genere all’altro è impossibile restare indifferenti di fronte alla title track Vertigo, una ballata dark che sa di sofferenza, e a Dead Man’s Dream, un potente brano che mescola sonorità industrial e blues con un utilizzo di effetti che farebbe impallidire Steve Vai. Ci troviamo così di fronte ad un’opera che non oserei definire “per tutti”, sicuramente capace di entusiasmare gli appassionati delle sei corde, ma vittima di una frammentazione che non rende del tutto facile l’ascolto. Tuttavia si tratta di un album che di certo riesce a non annoiare e sento di rivolgermi anche ai tanti che, ascoltando un qualsiasi pezzo strumentale, dicono: “ma non canta mai?”.
di Hanry Menphis
Un Natale di tanti anni fa mio zio mi regalò un CD: si trattava di Paranoid, uno dei primi album dei Black Sabbath. Ricordo che corsi subito verso lo stereo, affascinato dall’assurdo soldato ritratto in copertina; quando l’oscuro suono della chitarra di Tony Iommi arrivò per la prima volta alle mie orecchie, decisi inconsciamente che avrei ascoltato doom metal per tutta la vita. Per anni ho cercato sonorità simili a quelli di Ozzy e compagni, passando dalla Gran Bretagna all’America, per poi tornare in Europa, più precisamente a Barcellona, dove dal 2003 gli amplificatori degli Eight Hands for Kali fanno tremare le pareti dei locali. Il loro è un tetro sludge metal, con trovate psichedeliche che scuotono il cervello. In questa unica traccia, di 55:22 minuti, ci schiantiamo contro un muro di suoni che risvegliano i nostri demoni più reconditi. Veniamo catapultati in un incubo, scandito da una batteria lenta ed inesorabile, in cui un riff infinito di basso e chitarra si insinua dentro di noi senza chiedere il permesso; in tutto ciò urla deformi e strazianti. “Non è roba per femminucce”, mi verrebbe da dire, ma rischierei di sembrare un maschilista. La trovo comunque una descrizione adeguata.
di Hanry Menphis

Attraverso un mosaico composto da tasselli autobiografici e surreali, Hesse pone il suo personaggio, Harry Haller, in un mondo borghese che da tanto tempo non gli appartiene più. L’ambiente banale e ipocrita che lo circonda ha reso il protagonista un “lupo della steppa”, incapace di relazionarsi al mondo in cui vive, compensando la solitudine con un profondo amore per la cultura e per l’arte. Ed è proprio questo alternarsi tra “l’uomo” e il “lupo” che Harry esamina a lungo, arrivando ad abbandonarsi a se stesso. Giunto ad un punto di non ritorno si ritrova ad un passo dal suicidio, ma viene salvato dall’inaspettato incontro con Erminia, una donna esperta e seducente che lo riporta ad apprezzare le piccole gioie della vita comune. Con lei impara a ballare e frequenta locali in cui conosce persone che dapprima non riesce a comprendere, ma dalle quali, con il trascorrere del tempo, impara qualcosa che i libri non gli possono insegnare. Ma Harry dovrà prima o poi ricambiare esaudendo un doloroso desiderio di Erminia, e lo farà nell’onirico epilogo in un “teatrino magico”. Questo romanzo, scritto in un periodo di crisi dello scrittore, parla sì di sofferenza, ma indirizzata verso un futuro ottimista; in uno spaccato della società in cui Hesse viveva, lo stesso autore tratta i temi della solitudine e della multiformità della personalità umana.
di Hanry Menphis
La puzza del mio cervello in decomposizione impregna la carta da parati cellule cerebrali affogate in lacrime dense di rabbia pensieri ucronici riempiono le assurde giornate piegate su loro stesse. Guardo gli altri: scimmie in amore. Io iena in gabbia. Animale che provoca disgusto, nessuno si ferma a guardare si tira dritto cercando di non sentire l'odore della merda e con il passare del tempo e di persone riesco solo ad odiare me stesso per primo, che ogni occasione mando a puttane. Nessuno. E' la figura che più mi si addice. Ventiquattr'ore di nulla che si ripetono senza sosta una ferita sulla quale non cresce neanche più la crosta non ho nemmeno più voglia di indossare la mia maschera color morte. Vittima. Della mia stessa inutilità, uno zero senza distinguere il falso dal vero semplicemente faccio finta aspettando che sia finita.di Hanry Menphis
Mr. Flurry quella mattina si svegliò molto presto, come sempre. Era ogni giorno il primo a recarsi al lavoro, lui teneva più di chiunque altro alla sua fabbrica.
Considerato da tutti un grand'uomo, Mr. Flurry lavorava insieme agli altri operai, nonostante la sua attività gli garantisse un reddito da sceicco. Aveva un unico grande vizio: le prostitute. Ma questo passava in secondo piano per l'opinione pubblica, a maggior ragione dopo che in Italia le perversioni di politici e uomini di chiesa erano state sfruttate dalla televisione, per cercare di enfatizzare la ormai discendente parabola che vedeva il popolo italiano come uno dei più virili al mondo.
Difatti, prima di raggiungere l'imponente struttura costruita da suo nonno con immani fatiche, si recò nel cosiddetto "quadrilatero delle puttane". Scelse la più giovane, Nadine, una cecoslovacca di 19 anni. Lei salì sulla scintillante Bentley con entusiasmo, era la prima volta che vedeva un cliente così facoltoso, per lo meno all'apparenza. Lui era sempre molto cordiale con le ragazze che sceglieva, le offrì la colazione in un bar di lusso e poi la portò alla fabbrica.
Quando entrarono nel suo ufficio e fece per spogliarsi Mr. Flurry la bloccò.
- Aspetta - le disse - devo accendere le macchine prima che arrivino gli altri operai. Tu fai come se fossi a casa tua. -
Così dicendo uscì dalla stanza socchiudendo la porta. Nadine si sedette sulla comoda poltrona in pelle posta dietro la scrivania, lasciandosi sfuggire un gridolino di gioia di fronte a quella parvenza di lusso che per un attimo le sembrò appartenere. Poi l'occhio le cadde su un mucchio di volantini poggiati sopra un vecchio mobile, ad un angolo dell'ufficio. "MANGIMI PER MAIALI FLURRY - TENIAMO ALLA QUALITA' PIU' DI QUALSIASI ALTRA COSA". Così diceva la brochure, con un suino sorridente che mangiava con il cucchiaino da una ciotola d'oro. La ragazza lesse distrattamente quel volantino pubblicitario, poi fu colta da improvvisa euforia quando vide al muro la foto di Audrey Hepburn. Era da sempre stata la sua attrice preferita; ricordò quando era bambina, e sua madre le fece vedere per la prima volta "Colazione da Tiffany". Ricordò anche che quella notte sognò di essere Holly, seduta sul davanzale della finestra a cantare Moon River, mentre un innamorato George Peppard la guardava incantato. Poi le mani di suo padre su di lei, come sempre.
Distolse subito la mente da quell'orrido pensiero, ma in fondo, cos'era cambiato? Magari a volte era qualcuno di gentile e affascinante come Mr. Flurry a possedere il suo corpo. C'era davvero tanta differenza? Eppure Nadine era felice. Sapeva di non potersi aspettare di meglio se non avesse incontrato un giorno chi sarebbe stato in grado di portarla via da quel mondo così squallido e televisivo. Ma era una vacua speranza, sapeva anche questo.
Nonostante questa malinconia non smise di sorridere, abituata com'era a godere di ogni momento piacevole delle sue giornate. Ora, si trovava in uno sfarzoso ufficio di un uomo bello ed elegante, e forse il sudaticcio amplesso che l'aspettava non sarebbe stato neanche così male.
Mr. Flurry tardava a tornare. Lei notò una porta che non aveva ancora visto. La maniglia era completamente arrugginita, totalmente in disaccordo con il lusso del resto della stanza. Nonostante ciò quel contrasto creava qualcosa di velatamente misterioso. Non dovette pensarci molto prima di mettere le mani su quell'ammasso di ruggine e tirare piano. Con sua sorpresa la porta si aprì facilmente, ma quello che vide di certo non lo comprese. C'era un muro, un semplice muro non ancora intonacato. Iniziò a toccare i mattoni, forse presa dall'improbabile sentimento di chi tasta una parete certo di trovare un passaggio segreto, come in un racconto di Conan Doyle. Infine, dato che non successe nulla, chiuse la porta delusa. Se al posto del muro ci fosse stato uno specchio, Nadine si sarebbe accorta dell'ingresso di Mr. Flurry nella stanza: ormai il suo cliente era dietro di lei. Troppo tardi. Quando la ragazza si voltò, lui era già con l'accetta levata sopra la sua testa. Indossava un camice bianco, un paio di guanti di gomma e una mascherina da chirurgo. Lei non fece in tempo a notare tutto questo. Riuscì solo a spalancare la bocca per gridare, ma non un fiato uscì dalla sua gola. Quando la lama penetrò nel suo cranio, quando affondò nel suo cervello, quando anche il naso era perfettamente diviso a metà, quella fu l'espressione che le restò impressa sul volto: deformata dal terrore e da un'accetta di cinque chili che le aveva quasi separato in due parti la faccia.
Mr. Flurry estrasse con fatica l'arma del suo ennesimo delitto e la gettò a terra. Non si curò del sangue che ancora schizzava, di tanto in tanto, dalla testa di Nadine. A quello avrebbe pensato Giovanna, la sadica donna delle pulizie che anni prima aveva massacrato suo marito e i suoi figli, a cui Mr. Flurry pagò un esercito di legulei per farla scarcerare. La colpa di quel terribile omicidio plurimo fu data ai rom, come si usava fare in quel periodo.
La ragazza fu trascinata per le gambe nella stanza di fianco all'ufficio e posta supina su un tavolo d'acciaio. Da un armadietto Mr. Flurry tirò fuori una sega circolare e, senza troppi indugi, iniziò a dividere in pezzi la giovane prostituta. Adorava il suono stridente che produceva la lama a contatto con le ossa. Gli ricordava il trenino giocattolo che aveva da bambino, quando un giorno si ruppe una piccola asticella che teneva unite le ruote da un lato e il suono che emetteva sui binari.
Quando ebbe finito, mise tutto in un sacco di plastica e si diresse verso la macinatrice, al piano inferiore. Salì sul ripiano più alto e svuotò il suo fagotto in un grande imbuto metallico. Dopodiché accese la macchina e insieme ad essa una sigaretta. Intanto iniziavano ad arrivare i primi operai. Uno di loro notò Mr. Flurry e si diresse verso di lui.
- Buongiorno signore - gli disse indicando le macchie di sangue sul camice - non sapevo che oggi avremmo ucciso di nuovo i maiali -. Il frastuono generato dalla macchina, sotto la quale i due conversavano, non permetteva un facile ascolto.
- Cosa? - rispose Mr. Flurry ad alta voce - parla più forte -
- Non sapevo che oggi avremmo ucciso i maiali - ripeté Vito, l'operaio, alzando il tono.
- Ah! - l'uomo sorrise - non preoccuparti amico mio, questo era l'ultimo - poi lo invitò a spostarsi da lì e insieme si diressero verso la macchinetta del caffè.
- Vedi Vito - continuò - mio padre mi diceva sempre che non possiamo contare sulle piccole gioie quotidiane e che dietro ognuna di essa si cela una grande e continua sofferenza - inserì un euro e digitò il codice del caffè macchiato senza zucchero, poi riprese a parlare - pensa ad esempio a una puttana; una giovinezza trascorsa tra problemi familiari e un mestiere degradante, nonché molto, molto pericoloso. Giorno dopo giorno questa puttana deve cercare qualcosa di buono anche dove non ci sarà mai, per tentare di sopravvivere al suo mondo. Non è triste tutto questo? -
- Oh, sì signore, lo è. Davvero triste. - rispose Vito, mentre prendeva il bicchierino di caffè che Mr. Flurry gli stava porgendo. Lo bevve tutto d'un fiato e si diresse al suo posto di lavoro.
Mr. Flurry invece tornò alla macinatrice, aprì il cassone di alluminio alla base della macchina e ne versò il contenuto in un sacco di iuta con su scritto "MANGIMI FLURRY".
Come diceva la pubblicità, quell'uomo teneva alla qualità più di qualsiasi altra cosa.