Holy EYE

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di Luca Torzolini

La poesia è monosemica o polisemica? Perché?
La poesia, almeno per come la intendo io, non può e non potrà mai essere monosemica. La poesia è l’anima che si mescola con il tutto che ci circonda e di conseguenza essendo il tutto che ci circonda eterno ed immortale, la poesia è per sua natura polisemica. Se una poesia ha un solo significato vuol dire che quella poesia è destinata a morire nel tempo. Al contrario, quando una poesia si muove su piani differenti, quando riesce a sintonizzarsi ovunque attraverso le giuste frequenze che poi non sono altro che mente e cuore all’unisono, allora, l’immortalità dell’anima è la giovinezza eterna della poesia stessa.

Come si diventa poeti?
Il poeta esiste ancor prima di nascere e questo mio pensiero non è un’iperbole, ma un pensiero frutto di un mio studio ben accurato, ovvero, lo studio della mia anima fragile/forte, e contorta. Il poeta non “ diventa “ poeta, ma “ è “ poeta. Tutto nasce dal capire quanta sensibilità riesce a sprigionare la nostra anima e per farlo, bisogna guardarsi dentro come un raggio di luce che penetra nella foresta. Noi siamo più profondi dell’Universo e siamo molto di più di ciò che crediamo di essere realmente. Il poeta, in tutto questo, ha la consapevolezza delle proprie capacità e la padronanza assoluta del suo unico mezzo; l’utensile del poeta è l’anima. Mentre la sua dote più rara, è la curiosità.

Sono più utili l'emarginazione, l'ossessione, la sofferenza e la rabbia o la serenità, l'allegria, l'amore e la passione per creare una poesia?
Per creare una poesia ci vogliono pochi ingredienti, anzi, pochissimi. Tutto ciò che serve è capire che ancor prima di essere uomini o poeti noi siamo un pezzettino di mondo che non vive nel mondo, ma dentro al mondo. Noi siamo il respiro di questo meraviglioso pianeta e il cuore è il nostro metronomo, il nostro ritmo perfettamente naturale. La poesia, quando trova un fertile terreno, sboccia per inerzia; nulla è più naturale della poesia anche oggi che di naturale c’è ben poco. La poesia ha quel dono meraviglioso di fermare il tempo guardando al futuro con la nostalgia di un presente in movimento.

Quali sono i tuoi temi più cari e perché ne parli?
I temi a me più cari sono: la vita e la morte. Sembra scontato ma sono due temi a cui non possiamo sottrarci in nessun modo. Siamo imbrigliati in questa ragnatela fin dall’inizio delle nostre origini e ci portiamo dietro questo flusso di energia come fossimo un tutt’uno. Mi piace parlare della vita, esplorarla, entrarci dentro come un carro armato, oppure come un leggero vento che sa perfettamente dove deve andare. Mi piace la vita perchè sono incuriosito della morte: nessuno la conosce, ma tutti la temono, anche se sono convinto che la morte sia più poetica della vita proprio perchè avvolta in quel suo mistero così tombale e nebuloso. Mentre la vita la paragono a un abile romanziere incuriosito del suo stesso romanzo, la morte mi da la vaga impressione di assomigliare ad una perfetta poesia scritta da un imperfetto poeta di periferia. In ogni caso, io sono affascinato da quelle situazioni di penombra; è lì che la poesia si nutre della vita e della morte. È lì che stuzzica l’anima del poeta tormentato.

Nell'arte e nella vita, quando si può infrangere una regola e quando si deve?
Non esistono regole, nè esistono momenti per infrangerle. Tutt’al più possiamo pensare che esistono le buone intenzioni ma poi, sappiamo benissimo che succederà tutto e il contrario di tutto. Nella vita, come nell’arte, bisogna osare; adoro questo verbo, mi fa capire che sono vivo e che vivrò ancora a lungo.

“[...] Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” con questo verso Montale chiudeva un famoso componimento. Dimmi cosa non sei, cosa non vuoi.
Io non sono quello che sono oggi, ma probabilmente, sarò quello che sono stato molto tempo fa. Cosa voglio? Con tutta onestà, vivere senza regole, e morire con l’unica regola possibile: “ vietato morire “.

Oscar Wilde diceva che l'arte non deve mai tentare di farsi popolare, è il pubblico che deve cercare di diventare artistico. Condividi?
Ma Oscar Wilde se non erro ha anche detto che “ tutta l’arte è completamente inutile “. In ogni caso il mio pensiero è molto più semplice; dico che il pubblico debba essere coinvolto nell’arte e che l’artista debba in qualche modo essere umile perchè solo attraverso l’umiltà l’arte sincera potrà penetrare nei cuori puri degli uomini.

Nella seconda strofa della poesia "Natale", Fernando Pessoa dice "Cieca, la Scienza ara gleba vana. Folle, la Fede vive il sogno del suo culto. Un nuovo Dio è solo una parola. Non credere o cercare: tutto è occulto". Commenta questi versi e dammi la tua opinione in merito.
In queste parole viene racchiuso quello che ho sempre pensato anche io: il mistero, ciò che è nascosto, ciò che è dietro ad una nuvola, è molto più importante di tutto ciò che possiamo e siamo in grado di vedere a occhi nudi. Quello che davvero conta è quello che riusciamo a vedere con la nostra anima, i nostri sensi: le nostre percezioni sensoriali hanno la straordinaria capacità di farci toccare con l’anima ciò che altrimenti non potremmo mai toccare con le nostre mani. E la poesia si nutre dell’occulto e vive nell’ombra come noi che siamo uomini di luce adoriamo la notte ancor più della penombra.

Che caratteristiche dovrebbero avere gli intellettuali che comunicano alle folle?
La caratteristica principale è l’onestà. Quando si ha a che fare con le parole c’è in gioco una grossa responsabilità e quando si parla alle folle bisogna essere se stessi, ma prudenti. Le tempistiche giocano un ruolo fondamentale. Non credo che l’intellettuale sia colui che sappia usare bene la penna, ma l’intellettuale è colui che sa parlare alle folle senza la penna.

Le lezioni americane di Calvino ti sono state utili? Quali altri testi possono insegnare a scrivere?
“Chi è ciascuno di noi se non una combinatoria di esperienze, di informazioni, di letture, di immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.” ( Italo Calvino, Lezioni Americane )

Devo ammettere con tutta onestà che Lezioni Americane mi hanno fatto capire l’unicità dell’individuo, la sua capacità di racchiuderne tanti pur mantenendo la sua struttura di unicità assoluta. In sostanza, l’individuo è unico, è tanti pensieri, sentimenti e stati d’animo diversi. Calvino in quest’opera mette in risalto alcuni valori della letteratura: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, coerenza. Noi siamo tutto questo, forse, anche molto di più. Sinceramente ci sono molti testi che possono insegnare come scrivere, ma sono pochi quelli che rimangono nel nostro cuore per l’eternità.

Cos'è eterno?
Eterna è la poesia, eterna è la vita.

 

di Giorgia Tribuiani

Provate ad accendere e spegnere la luce utilizzando un interruttore. Non ci riuscite? Bene. A meno che la lampadina non si sia fulminata, siete addormentati e state facendo un "sogno lucido", ovvero un sogno nel quale siete coscienti di essere addormentati.
Waking life, riportandoci alle teorie di pensatori come Castaneda, Jodorowsky o Stephen LaBerge, ci presenta un personaggio costantemente intrappolato in uno stato onirico che lentamente riesce a rendersi conto della sua condizione, divenendo così un "onironauta": il protagonista di un "sogno lucido", appunto. Questa consapevolezza viene raggiunta a poco a poco, attraverso dialoghi surreali con strani personaggi che toccano temi come l'esistenzialismo, il linguaggio e la memoria collettiva.
Diretto da Richard Linklater (Prima dell’alba, School of rock), il film utilizza una singolare tecnica di animazione: alle immagini realmente filmate alcuni animatori hanno successivamente sovrapposto colori e linee stilizzate per ottenere un surreale paesaggio onirico. Questo distingue il film da altre produzioni che hanno analizzato il tema del "risveglio", del "sogno" o della "consapevolezza", come L'arte del sogno, Vanilla sky o anche la trilogia di Matrix in cui non ci si vuole fermare al sogno, ma si tende a legare la consapevolezza onirica a quella esistenziale, risvegliando non solo il momento onirico, ma anche la vita.
D'altra parte, il titolo del film, Waking life, fa riferimento ad una massima del filosofo George Santayana: "L'essere sani è una forma di follia usata per scopi giusti; la vita da svegli è un sogno sotto controllo".

di Giorgia Tribuiani

 

Jacob, il protagonista di questa storia, è un reduce della guerra del Vietnam. Per cui, il fatto che le sue terribili esperienze lo portino ad arrendersi alla vita, non ci stupisce. E per lo stesso motivo non ci stupiscono nemmeno i suoi incubi e i continui flashback. Ma cosa succede nel momento in cui le visioni di strane figure diventano per Jacob sempre più reali, quando personaggi deformi e ammassi di putrescente carne umana al confine tra realtà e immaginazione cominciano a perseguitarlo, trascinandolo in un tunnel allucinogeno che non sembra avere via d'uscita?
Jacob scopre presto che tutti i suoi ex-compagni di guerra soffrono dei suoi stessi problemi e decide di indagare su cosa sia veramente successo in Vietnam: è forse vero che durante il conflitto molti soldati siano stati sottoposti alla sperimentazione di un agente chimico così potente da trasformare gli uomini in vere e proprie macchine da guerra? E cosa significa la strana lettura della mano che gli fa una donna seduta su una scala, sostenendo che lui sia "già morto"?
Allucinazione perversa, diretto da Adrian Lyne, fonde il genere drammatico con quello dell'orrore, farcendo il tutto con elementi del thriller e della rievocazione storica. Lentamente, però, è l'horror psicologico a prendere il sopravvento, culminando nella scena in cui un uomo senza occhi fa un'iniezione nella testa di Jacob per mostrargli la realtà. L'orrore suscitato nello spettatore, creato attraverso un clima di angoscia crescente, ha portato spesso a considerare Allucinazione perversa come il precursore di film come Il sesto senso.

di Giacomo Ioannisci

Ha due divorzi e un soggiorno in galera alle spalle. Poi è arrivato il Vietnam, ma è fuggito in Messico per evitare di rimetterci la pelle. Neanche lì è poi andata tanto bene: due anni di calci in culo e cazzotti un po’ ovunque. Per Willie (Billy Bob Thornton) la bottiglia è da sempre la sua miglior amica e preferirebbe scolarsi un intero negozio di liquori che lavorare come un onesto e rispettato cittadino. Ogni Natale, però, con il suo compare, un nano di colore, mette in scena un grazioso teatrino vestendosi da Babbo Natale nei centri commerciali. Ma lui odia i centri commerciali, odia il Natale e i marmocchi con la puzza del latte appena ciucciato dalla tetta della mamma. Odia anche essere sobrio e preferisce fare sesso nei camerini delle taglie forti. Quando è sul lavoro, se non riesce a trattenersi, si tocca il culo come fosse un gratta e vinci. E sì, ogni anno è sempre la stessa storia. L’ultimo giorno di lavoro, infatti, svaligiano il centro commerciale e riprendono la bella vita di sempre in attesa del Natale successivo. Willie nel frattempo torna alle sue sbronze nei motel di periferia e ai rapporti sessuali occasionali. Con il ritorno delle festività tutto ricomincia: è sempre la stessa storia. A Phoenix, però, le cose vanno diversamente. Willie non è più quello di un tempo. L’amore e un marmocchio convinto che sia davvero Babbo Natale lo aiutano a ritrovare la diritta via, quella smarrita da sempre.
Babbo bastardo è una fottuta e dissacrante commedia senza regole, nata da un’idea geniale dei fratelli Coen e realizzata in maniera eccellente da Terry Zwigoff (Ghost world). C’è un po’ di Lebowski certo, ma Billy Bob Thornton è la grande sorpresa. E il Natale finalmente non vi apparirà più come prima. Era ora. Certo che è curiosa la vita, c’è da crepare dal ridere, non credete?

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