Holy EYE

CERTIFIED

di Eclipse.154


Il divoC'è un uomo che soffre di terribili emicranie e arriva anche a contornarsi il volto con l'agopuntura pur di lenire il dolore. È la prima, grottesca immagine di Giulio Andreotti ne Il divo. Siamo negli Anni Ottanta e quest'uomo freddo e distaccato, apparentemente privo di qualsiasi reazione emotiva, è a capo di una potente corrente della Democrazia Cristiana, ed è pronto per l'ennesima presidenza del Consiglio. L'uccisione di Aldo Moro pesa però su di lui come un macigno impossibile da rimuovere. Passerà attraverso morti misteriose (Pecorelli, Calvi, Sindona, Ambrosoli) in cui lo si riterrà a vario titolo coinvolto, supererà senza esserne scalfito Tangentopoli, per finire sotto processo per collusione con la mafia. Processo dal quale verrà assolto. Paolo Sorrentino torna a fare cinema politico in Italia, compiendo una scelta difficile pur decidendo di colpire un obiettivo facile: Andreotti. L'Andreotti di Sorrentino è un uomo che ha consacrato tutto sé stesso al Potere. Un politico che ha saputo vincere anche quando perdeva. Un essere umano profondamente solo che ha trovato nella moglie l'unica persona che ha creduto di poterlo conoscere. La sequenza in cui i due siedono mano nella mano davanti al televisore in cui Renato Zero canta I migliori anni della nostra vita entra di diritto nella storia del cinema italiano. Una vita in cui, come afferma lo stesso Andreotti (interpretato da un Servillo capace di cancellare qualsiasi remota ipotesi di imitazione per dedicarsi invece a uno scavo dell'interiorità del personaggio), “è inimmaginabile per chiunque la quantità di Male che bisogna accettare per ottenere il Bene.”

Intervista a Marco Fracassa 1Spiegaci l’importanza del Direttore della Fotografia. Che ruolo riveste?
Beh, ovviamente un ruolo fondamentale, dietro ogni grande regista c’è un grande direttore della fotografia… Come dice il maestro Rotunno è facile per un regista scrivere un’alba “livida”, bisogna poi tradurre il pensiero in materia, e molto spesso non è facile.

A questo proposito, quali sono i colleghi che ammiri di più? Citaci qualche opera rilevante.
Ci sono moltissimi “cinematographer” bravi, un genio indiscusso sicuramente è Janusz Kaminski

Come hai iniziato questo lavoro? E perché continui a farlo?
Ho iniziato a fotografare all’età di 10 anni, quando mio zio  mi regalò la prima compattina scoprii per caso la mia passione, e da allora sono andato avanti.

Recentemente hai lavorato ad un documentario molto interessante, incentrato sulle vicissitudini dell’Uomo Plasmon. Raccontaci com’è andata.
Sicuramente uno dei lavori più interessanti dal punto di vista umano, “Gabriellino” è un uomo dalla vita straordinaria, positivamente o negativamente che la si voglia intendere, ed stato un piacere lavorare con lui. Spero che il documentario abbia la visibilità che merita.

So che hai lavorato anche ad un film appartenente al controverso manifesto Dogma’95 (Von Trier – Vintenberg), che quest’anno ha partecipato al Roma Intervista a Marco Fracassa 3Film Fest ’08. Cosa ne pensi delle regole stilistiche che hai dovuto seguire? Credi siano limitanti?
Sicuramente lo è, e come hanno detto molti forse il Dogma95 è stato un escamotage inventato da un giovane regista per girare senza soldi. In ogni modo le suddette regole da seguire molto spesso hanno dato vita a film molto ma molto interessanti, che magari non avrebbero mai visto la luce se avessero dovuto attraversare i canali normali.

Perché il cinema italiano è, nella maggior parte dei casi, fotograficamente ripugnante (contenuti a parte)? Direttori della fotografia inetti o sistema produttivo sbagliato?
Per fortuna gli italiani sono sempre stati dei “maestri” nella fotografia, e i film che vengono fatti secondo me raramente sono brutti fotograficamente parlando, basti pensare al lavoro di Bigazzi ne Il Divo. Quindi non credo che i film italiani siano ripugnanti da questo punto di vista, lo sono molto di più le sceneggiature. Nella fiction il discorso cambia, ma per problemi produttivi che dettano velocità, e non perché i direttori siano degli inetti.

La crisi del cinematografo è sempre più in crescita. La cultura delle masse non è quasi mai adatta a recepire l’arte del cinema e dei suoi contenuti. Che ne pensi?
Forse la crisi del cinema è direttamente proporzionale a quella mondiale, e se la gente perde la casa da un giorno all’altro forse il cinema viene all’ultimo posto…

Recentemente ha riscosso molto successo una serie per la tv chiamata Boris. Non è agghiacciante che un telefilm che dipinge (in modo assolutamente verace) la realtà negativa del cinema italiano abbia tanto successo?
Boris descrive ciò che avviene durante la lavorazione di una tipica fiction italiana, quello che avviene al cinema è qualcosa di diverso ma simile nelle dinamiche se vogliamo. Il suo successo? La sua assoluta realtà, posso dire che rido “amaro” vedendo Boris, perché purtroppo è quasi tutto vero.

Qual è il futuro della fotografia?
Sicuramente il digitale. Si apriranno e si sono già aperte nuove discussioni estetico/pratiche sul mezzo.

E quale vorresti fosse il tuo? Che progetti hai?
Ce ne sono diversi, ma sai quanto la scaramanzia domini il nostro mestiere…

cartmagnifiercrossmenucross-circle linkedin facebook pinterest youtube rss twitter instagram facebook-blank rss-blank linkedin-blank pinterest youtube twitter instagram