di Federica Lamona
Cito testualmente “uno dice, che male c’è ad organizzare feste private con delle belle ragazze per allietare primari e servitori dello stato?… non ci siamo capiti e perché mai dovremmo pagare gli extra dei rincoglioniti?”. Questo è quanto canta il maestro Battiato nel suo nuovo singolo Inneres auge. I riferimenti non sono puramente casuali, tuttavia in questa sede non si vuole trattare il fatto in sé come ci si aspetterebbe. In realtà urge la necessità di un’analisi di coscienza mediatica; ovvero rivendicare la libertà di stampa è un diritto costituzionale e non si discute: ma che uso si sta facendo di questa tanto sospirata e clandestina libertà? L’artista citato sfodera come al solito tutta la sua classe raffinatamente colta ma quanti sono in grado di trattare gli stessi argomenti in maniera intelligente senza cercare di sfruttare il clamore solo per le ragioni della “borsa”? La situazione è questa: il povero diavolo che va a lavoro ed esce di casa al mattino ( e siamo ottimisti pensando che il nostro ipotetico signor Nessuno ce l’abbia ancora un impiego), va comprare un qualsiasi quotidiano e finisce per trovarsi fra le mani un giornaletto scandalistico di quart’ordine che conserva solo l’aspetto del quotidiano. Perché? Perché siamo caduti così in basso? Innanzitutto, a quanto pare, fanno più notizia le prodezze, l’orientamento o l’impotenza sessuale di qualche politico piuttosto che la reale situazione economica di questo Paese (da sottolineare il termine “reale”); reale”); ma la cosa che desta maggiore stupore è il fatto che coloro che reclamano la libertà di stampa sono i primi a farne un pessimo uso. Il moralismo nell’attuale stato di cose non serve a nessuno; ce ne sbattono in faccia a quintali in modo spudorato ma a nessuno viene in mente di rimboccarsi le maniche e proporre positivamente… quanto dispendio gratuito di energie. Sono tempi bui, miei cari, più bui del tanto stigmatizzato Medioevo. Dante Alighieri, autore vissuto fra il Duecento e il Trecento, fu costretto ad elemosinare il “salato pane altrui” nelle corti d’Italia per tutta la vita o per lo meno nelle corti che ancora lo accoglievano con benevolenza, perché non fustigate dalla sua penna inclemente. Quest’uomo, nel suo capolavoro, ha collocato un papa all’Inferno, nella condizione più abbietta tra tutti i dannati: quella degli ignavi! Di certo Dante non peccava di ignavia e l’aspra critica alla società contemporanea era accompagnata dalla fiducia propositiva in un nuovo progetto politico imperiale di pace, di giustizia, di netta separazione tra potere spirituale e temporale. La verità, per il poeta, valeva la persecuzione perpetua. A questo punto viene da dire: i finti martiri della carta stampata in circolazione si preoccupano di recitare una parte che comprende prese di posizione assolutamente improduttive per il bene comune, o lottano per la verità capace di migliorare il mondo?
di Stefano Tassoni
Il 13 Novembre è uscito l’ultimo lavoro di Franco Battiato dal titolo Inneres Auge – Il tutto è più della somma delle sue parti contenente solo quattro inediti, oltre a brani del passato completamente rivisitati. Ecco forse spiegata la filosofica allusione del sottotitolo; mentre la copertina dell’album è chiarita dalla fantomatica teoria delle “linee orizzontali e verticali” che ci spingono rispettivamente verso la materia o verso lo spirito.
Inneres Auge (trad: “sguardo interiore”) -il primo singolo-, con il quale Battiato ha voluto esprimere tutta l’indignazione cui il cantante siciliano ci ha abituati contro la politica attuale, conferma l’indole sperimentale del musicista più ascetico a noi contemporaneo. Sonorità techno-dance armoniosamente fuse alla sua adorata musica sinfonica barocca, per lo più archi e pianoforte, di cui fu maestro Arcangelo Corelli (citato nel testo). Non proprio inedita, Inverno, stupenda versione riarrangiata di una delle canzoni più cupe di De André in perfetta sintonia con la linea dell’album del collega di Catania. Si prosegue con Tibet, il terzo inedito dell'album. Il tema in evidenza è rappresentato dalla dura (e armata) repressione cinese contro i monaci tibetani. L’ultima perla è ‘U Cuntu (trad: “il racconto”), interamente in siciliano e in latino, cantata insieme all'inseparabile Manlio Sgalambro. “Stiamo perdendo il senno”, dice la canzone, ed è forse questo il vero significato dell'intero album. Un album nero, pessimista, si potrebbe credere, ma non si dimentichi che l’autore offre la sua personale soluzione: rivolgere il proprio sguardo interiore ai maestri del passato in modo da riconoscere la giusta prospettiva per ri-stupirci del creato, nonostante tutto.