Intervista realizzata nell'ambito del festival Collisioni (www.collisioni.it)

Partiamo dal tour “Onda Libera”. Qual è la novità e qual è il rapporto con i beni confiscati alle mafie?
“Onda Libera” è iniziato nell'ormai lontano 2009. È un progetto particolare, durante il tour abbiamo organizzato, insieme all'associazione “Libera”, una serie di concerti nei luoghi appartenuti alla mafia, come bar e hotel confiscati. Abbiamo suonato nella villa di Felice Maniero, in Veneto, anche per dimostrare che la mafia non è una cosa legata esclusivamente al Sud. Infatti abbiamo toccato regioni come la Lombardia, l'Emilia e la Toscana.
Ho visto che la copertina del CD è molto particolare. Com'è nata l'idea?
Diciamo che quella è la bandiera ideale. C'è un po' di Cuba, un po' di America; un mix dei colori del mondo, come del resto è l'album stesso.
Nel vocabolario dei Modena City Ramblers cosa c'è scritto accanto alla parola “libertà”?
Vita.
E accanto alla parola “censura”?
Non lo posso dire.
Voi credete che l'impegno politico da parte di un artista sia particolarmente importante?
La musica dev'essere prima di tutto divertimento, ma anche un modo per pensare, per veicolare dei messaggi e parlare di cose serie. Poi, girando molto e conoscendo tantissime persone, veniamo a contatto con una gran quantità di storie. È inevitabile che molte di esse colpiscano la nostra musica.
Quindi anche l'impegno sociale. Voi siete stati in Palestina...
In Palestina ci siamo stati tre volte, è stato molto bello. Con le vendite di un disco abbiamo finanziato la costruzione di un pozzo in un villaggio della campagna di Gerusalemme, presenziando alla sua inaugurazione. Abbiamo suonato in dei teatri e dopo abbiamo toccato con mano la realtà palestinese e quella israeliana, fatte di guerra e numerose crudeltà. Nel 2009 siamo ci siamo tornati per un evento bellissimo in cui abbiamo suonato con i ragazzi del conservatorio di Edward Said.
Mi ricollego al fatto che hai accennato alla guerra: nell'ultimo album avete parlato molto di guerra; guerra di vario tipo, come quella sul lavoro. Allora, tornando al vocabolario, cosa mettereste accanto a questa parola?
È una parola che non dovrebbe esistere. In un nostro brano, La ballata della dama bianca, parliamo delle morti sul lavoro. È una guerra non dichiarata, in Italia muoiono tre persone al giorno sul posto di lavoro.
Quali sono le principali influenze musicali nell'ultimo album?
In generale i Modena sono molto “irish”. L'ultimo CD è influenzato molto dalla musica del Sud: ci sono strumenti come mandolini e mandoloncelli, suoniamo in tre ottavi e ci rifacciamo alle tarantelle. Nel contempo ci sono band come i Gogol Bordello che ci ispirano sempre. Facciamo parte di una grande famiglia che parte dal folk e finisce al rock folk.

C'è anche una ricerca dialettale...
Sì. Ad esempio, nel brano Onda Libera il ritornello alterna frasi in napoletano e frasi in emiliano stretto.
Progetti futuri?
Siamo reduci di un tour europeo ed è ripartito il tour italiano, il nuovo disco è in lavorazione e poi... suonare, suonare, suonare!
Intervista realizzata nell'ambito del festival Collisioni (www.collisioni.it)

Quali sono i punti di contatto tra la cultura giapponese e l'arte operistica?
In realtà molto pochi. Forse solo ill modo in cui uso il respiro: è lo stesso del canto giapponese e del karate.
Il Giappone è molto famoso per i propri esecutori musicali virtuosi, anche enfant prodige. Cosa hanno le scuole di musica giapponesi che le altre non hanno?
Non è tanto l'istruzione ad essere speciale: i giapponesi hanno il dono di mescolare bene la cultura occidentale con la propria. Per cui un giapponese dotato di talento dispone di una percezione dell'arte più ampia rispetto ad altri.
In Italia l'opera lirica non gode di molta considerazione tra la gente comune, viene reputata come una forma d'arte di elìte. È lo stesso anche in Giappone?
In Giappone c'è lo stesso problema: solo una ristretta cerchia di persone si interessa all'opera. Tuttavia Riyoko Ikeda, con cui collaboro, ha una compagnia che aiuta i giovani ad emergere nel mondo della musica. Inoltre stiamo promuovendo un nuovo tipo di opera, metà narrata e metà cantata con i sottotitoli in bella vista. Così da estendere un po' la nostra arte a tutti.
Da parte delle istituzioni c'è un attenzione particolare per l'opera?
Il teatro dell'opera di Tokio è proprietà dello Stato, ma non hanno un'attività molto grande e lasciano esibire per lo più cantanti stranieri. Di tanto in tanto la televisione di stato trasmette l'opera nel fine settimana.
Devo dire che grazie ad alcuni manga molto famosi la gente comune si è avvicinata alla musica classica, però l'opera resta ancora qualcosa di troppo impegnativo.
Come ha iniziato la carriera operistica?
Di base ho la voce potente. Il mio maestro di musica mi ha convinto, senza alcuna preparazione, ad entrare nell'accademia di canto.
Quando mi sono diplomato non avevo lavoro, così ho iniziato a studiare opera in un laboratorio di ricerca musicale. Iniziando a recitare ho capito che avrei fatto questo per tutta la vita.
Quali sono le opere liriche che ha sentito più sue?
Da giovani, di solito, si hanno molti tormenti. Quando ho interpretato il Michele del Tabarro, un personaggio che diventa un omicida dopo essere stato tradito dalla moglie, mi sono reso conto che sul palco posso fare delle cose che non è possibile fare nella vita normale. È stata un'illuminazione, ho liberato il caos che avevo dentro.
Cosa del Giappone avrebbe voluto portare qui in Italia e cosa dell'Italia porterebbe in Giappone?
Dal Giappone sicuramente il riso, oltre ad un po' di cultura giapponese. Nel mio paese l'Italia è molto amata, più di quanto gli italiani possano immaginare; se fosse possibile prenderei una piccola chiesa ed un teatro: l'acustica qui in Italia è eccezionale.
Intervista realizzata nell’ambito del festival Collisioni (http://www.collisioni.it)

Partiamo dai tuoi inizi: come ti sei avvicinata alla musica lirica?
Io nasco come attrice di prosa, poi sulla mia strada si è infilata quasi per caso la lirica. Kuniaki Ida, il mio insegnante di recitazione della scuola “Paolo Grassi”, aveva come collaboratrice una cantante lirica che mi ha sentito cantare e mi ha incitato a provarci.
Spesso una forma d’arte come la lirica ha una scarsa visibilità rispetto ad altre più commerciali. Tu hai avuto difficoltà?
Di difficoltà ce ne sono state tante. Nonostante l’Italia sia la patria del bel canto e della tradizione operistica, non c’è spazio per iniziare una carriera. Se non hai fatto gavetta non lavori ad alti livelli. Purtroppo, però, non c’è la possibilità di fare questa gavetta. L’idea della “Compagnia Lirica di Milano” nasce proprio da questo presupposto. Eravamo un gruppo di persone con un’ottima capacità lavorativa ed eravamo stanchi di bussare a tante porte per poi lasciarci trattare in maniera poco carina. Se non hai tanti soldi da investire non riesci a entrare in questo mondo, è tutto mercificato e mercificante. Noi eravamo consapevoli di avere delle capacità, così abbiamo provato a fare qualcosa di diverso. Abbiamo fondato la Compagnia Lirica di Milano: oltre a me ci sono Alessandro Bares, direttore d’orchestra, e Marzia Scura, un altro soprano. Poi si è inserito anche Fernando Ciuffo, un baritono. Il nostro desiderio è di riportare l’opera ai teatri di provincia, poiché in Italia non c’è più quella via di mezzo che permetteva di far conoscere l’opera al grande pubblico.
Credi che manchi un’educazione all’opera?
Assolutamente. In Italia l’opera è un po’ come il cattolicesimo, mi si perdoni il paragone. Nel senso che anche chi non è cattolico conosce almeno in parte ciò che riguarda la religione, perché fa parte della nostra cultura. Tutti gli italiani conoscono l’opera, il problema sta nel fargliela sentire. Tutti amano ascoltare il tenore che canta “all’alba vincerò”, ma l’opera è considerata una cosa d’élite. Si è creata una spaccatura bizzarra.
Forse si è creato un meccanismo perverso. Se da un lato l’opera è considerata una cosa d’élite, dall’altra viene associata alla pubblicità…
Queste operazioni pubblicitarie partono dal fatto che anche la casalinga conosce le arie di Mozart o di Prokofiev. Solo che, estrapolate dal proprio contesto, finisce che vengono ricollegate ai pelati.
L’opera sta risentendo dei tagli del governo fatti alla cultura?
Per quanto mi riguarda, di soldi non ne ho mai visto neanche l’ombra. Tantissimi fondi vanno a pochissimi enti, non c’è una distribuzione sensata. Manca una regolamentazione logica.
Quali sono stati i tuoi maestri? A chi ti sei ispirata?
Io ho ricevuto un consiglio preziosissimo all’inizio dei miei studi: prendi meno riferimenti possibili, almeno tra i grandi nomi. Ascoltare tanta musica fa bene, prendere più spunti possibili anche, l’importante è non ancorarsi a un’immagine in particolare. Il voler assomigliare a qualcuno di famoso è un errore grossolano che fanno tanti.

Quali sono state le opere che hai preferito interpretare?
Sogno da una vita di essere una Mimì nella Bohème, ma purtroppo non ne ho ancora avuto la possibilità. Amo molto Mozart: è comodo per la mia vocalità. Adesso stiamo girando con il Don Giovanni e mi diverte molto essere Donna Elvira. La mia è una formazione da teatro di prosa, quindi mi piace molto il lato dell’interpretazione attoriale, cosa che viene spesso tralasciata. Per risolvere questo problema abbiamo scelto non un regista di opera ma uno di prosa. È stata una mossa sana.
Allora sei favorevole a una commistione di arti?
Certamente, proprio da questo nasce Masca in Langa, un festival di arte e cultura. Più si dialoga, più c’è la possibilità di inventare qualcosa di nuovo. Credo molto in questo.
Che tipo di consiglio daresti a chi volesse dedicarsi alla tua arte?
Tanta pazienza e apertura mentale. La mia prima insegnante diceva che per cantare ci vuole cervello, cervello e poi ancora cervello. Capire che il mondo non inizia e finisce con la lirica.
di Marco Sigismondi

Nel 1612, dopo diciannove anni di sudore uscito dai venerabili pori di trentacinque accademici, venne alla luce il Vocabolario degli Accademici della Crusca: il primo vocabolario della lingua italiana. Centoquarantanove anni prima dell’unità d’Italia, si era cercato di unificarne la lingua – o perlomeno far sì che il fiorentino lo parlassero un po’ tutti, una specie di unificazione all’itagliana – e il perché è chiaro: bastano poche parole, scelte con cura, per fare qualsiasi cosa. Dopo trecentonovantotto anni dalla storica impresa, eccoci a fare i conti con il nostro italiano, non quello degli acronimi e delle kappa, ma quello delle parole vere spogliate del loro significato. In che senso? Handicap: inglese, originariamente ‘gioco nel quale la posta era tenuta con la mano (hand) in (in) un berretto (cap)1’. Gioco nel quale c’era l’usanza di rendere la partita un po’ più equa svantaggiando il giocatore più forte in favore del più debole. La parola viene data al popolo, inizia ad essere usata e immancabilmente finisce tra gli insulti. Non per qualcosa, ma tutto diventa un insulto prima o poi. Anche “giacobino” lo è diventato. Fatto sta che non va più bene, bisogna inventarne un’altra: invalido: di chi non può svolgere un’attività lavorativa a causa dell’età, di malattia o di infortunio2. Insomma, se prima eri uno cui dare qualche punto di vantaggio a cricket, ora sei uno che non produce, un peso per la società. Quanto tempo ci vuole affinché diventi
anche questa un’offesa? Pochissimo tempo, ora siete: diversamente abili. Cioè? Sempre un peso, ma visto che a forza di dirvelo ci siete rimasti male, non è più vero che non siete buoni a niente, anzi, siete bravissimi a fare un fottìo di cose. Quali? Gli accademici moderni si astengono dal precisare, roba da tecnici. Ma non prendetevela, la mannaia delle parole cade su tutti. I poveri non sono più tali, ma “meno abbienti” (meno ricchi insomma); uno spazzino diventa un “operatore ecologico” (non spazza, ma opera); un bidello un operatore scolastico (insegna ai cessi a rimanere puliti) e un criminale diventa… diventa un pregiudicato. Così non fa più tanto schifo e lo si può anche mettere dietro a una scrivania; tanto è pregiudicato, è finito di fronte al giudice e la parola non specifica se assolto o meno. Io, da parte mia, mi adeguo alla nuova lingua (buonanotte accademici) e per questo non sarò più morto, ma diversamente vivo.
1 Fonte: Vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli, Zanichelli, 2001
2 Fonte: Vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli, Zanichelli, 2001.
Dopo essere rimasti incantati da una serata intensa (La voce del Golem, 10 Febbraio Teatro Sala Uno, Roma) e suggestiva, dove musica e immagini si fondevano in un intricato arabesco simbolico, abbiamo scambiato una chiacchierata con l’ideatore del progetto: Maurizio Gabrieli. Artista, titolare della Cattedra di “Armonia, Contrappunto, Fuga e Composizione” presso il Conservatorio "S.Cecilia" di Roma e del Corso di “Storia della Musica” presso il Corso di Laurea Triennale in “Scienza dei Media presso la Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali” dell’Università di Tor Vergata a Roma. Lo spettacolo da lui presentato e incentrato sul mito del Golem ci ha lasciato scioccati, tanto da non poter evitare di andare più a fondo…
Come è nata la sua passione per la musica elettronica?
La musica strumentale, sebbene insuperabile per fascino e ricchezza di contenuti, fa uso di parametri che hanno naturalmente dei limiti (l’estensione, il timbro, l’ambito dinamico, ecc.). Al contrario, la musica elettronica non soffre molto di tali restrizioni. Ecco perché la mia predilezione va a quest’ultima forma di linguaggio: poter esplorare un mondo sonoro in grado di riflettere la nostra capacità di immaginazione e dal potenziale quasi illimitato è una sfida che mi coinvolge e mi affascina enormemente. Riuscire a trasformare il pensiero e sublimarlo in forme sempre nuove stimola enormemente la mia creatività.
Chi sono i miti che l’hanno ispirata?
K. Stockhausen, del quale ho seguito i corsi per un breve periodo e che, personalmente, reputo il musicista più affascinante del XX secolo. I lavori da lui portati a termine fra gli anni Cinquanta e i primi anni Ottanta hanno rappresentato per me un modello di esplorazione del suono, della struttura e della forma, e tutt’ora mi fornisce suggestioni. Un’altra importante figura di riferimento è Brian Eno, del quale apprezzo la capacità di essere originale e allo stesso tempo facilmente fruibile per tutti. La lista di compositori non finisce certamente qui: anche il rock, la musica etnica o i più disparati generi, apparentemente distanti dal mio linguaggio, mi forniscono un’occasione di riflessione personale, mi suggeriscono idee da sviluppare e mi stimolano il senso di ricerca.
Nell’arco della serata l’abbiamo vista usare parecchi strumenti. Ce li può descrivere?
Il più innovativo tra tutti è senz’altro il “Monome”. Si tratta di un controller che, sfruttando le moderne tecnologie hardware (ad esempio è dotato di un accelerometro) e software (è completamente programmabile in ambiente MAX/MSP) permette di controllare in tempo reale la sintesi e l’organizzazione dei suoni come forse nessuno strumento aveva fatto finora. Per le sue caratteristiche e per il fatto di distaccarsi dalle tecnologie precedenti (non è né una tastiera, né un’evoluzione di altri strumenti) mi piace pensarlo come il primo autentico strumento del XXI secolo.
Perché il Golem?
Il Golem è il mito dell’uomo che da vita alla materia inerte. Più o meno inconsciamente vi ho identificato le figure dell’esecutore e del compositore di musica elettronica, che per loro azione riescono a trasfondere la loro voce nel proprio mezzo. Nella capacità di produrre energia sonora e di farla vibrare, rendendola percepibile, fanno vivere apparececchiature altrimenti morte, compiendo un atto creativo.
Che ne pensa del connubio tra arti e stili artistici diversi?
Tutto il bene possibile. L’apertura all’integrazione significa arricchimento: una poetica muore se non prende linfa intorno a sé, e il diverso fornisce suggestioni e rende vario un linguaggio che, se incapace di rinnovarsi, è destinato inesorabilmente a collassare su se stesso.
Progetti futuri?
Ad Aprile 2009 andrò a Istanbul per alcune lezioni sulla composizione algoritmica. Riguardo all’attività compositiva, nell’immediato devo realizzare le musiche per alcuni spettacoli di teatro, di cui uno legato a un progetto sulla filosofia Zen.
Molti pensano che la musica “ambient” possa considerarsi figlia, se non addirittura prosecutrice, della musica classica. Qual è la sua posizione in merito?
Mi sembra corretto, se pensiamo alla Musique d'Ameublement di Erik Satie che, in un’epoca in cui la riproduzione musicale fonografica era agli albori, produsse brani esplicitamente destinati a un ascolto non attento, cioè per essere utilizzati come sottofondo. D'altronde, la musica con funzione di “arredo” non è rintracciabile anche, per esempio, nella musica all’aperto che le società termali offrivano ai loro ospiti e che ha coinvolto compositori del calibro di Mozart?
Durante il programma televisivo X Factor si può ascoltare spesso il Dies Irae tratto dal Requiem di Giuseppe Verdi. Un artista in fondo populista come lui, secondo lei, si starà rigirando nella tomba?
O, se ancora vivo, gioirebbe per gli introiti che gli deriverebbero dal diritto d’autore? Al di là della battuta, l’uso che spesso viene fatto di frammenti da brani di repertorio è stato efficacemente analizzato dalla musicologa polacca Zofia Lissa. Nel suo Ästhetik der Filmmusik (1959) la studiosa elenca undici possibili funzioni della musica da film e una di queste è proprio “la musica simbolo”. E’ noto come alcuni passaggi tratti dal repertorio della musica classica, quali ad esempio La Marcia funebre dalla Sonata n. 2 per pianoforte di Frédéric Chopin, i Carmina Burana di Carl Orff, le Marce Nuziali di Felix Mendelssohn-Bartholdy e Richard Wagner, siano spesso utilizzati per il valore simbolico che nella nostra cultura gli abbiamo attribuito. Estrapolati dal contesto nel quale sono stati concepiti, questi brani sono diventati delle vere e proprie icone musicali. E ciò senza nulla togliere alla grandezza dei loro autori.
di Marco Sigismondi
Soltanto un genio visionario poteva comporre un’opera simile. Non è possibile rappresentare in musica le sensazioni provate guardando una mostra di quadri che descrive le sensazioni del pittore. Tuttavia, Modest Musorgskij, è riuscito nell’impresa in modo magistrale. La struttura dell’opera è semplice quanto geniale: i quadri vivono, Via Crucis inframmezzata da “Promenade” (dal francese “passeggiate”) che illustrano il passaggio da un quadro all’altro variando sullo stesso tema. Un’opera vera! Reale in ogni nota, nella forza raffigurante il Bydlo, l’antico carro per trasporti polacco; nella nitidezza descrittiva di Samuel Goldenberg e Schmuyle, dove un ebreo ricco ed arrogante ascolta la supplica di un ebreo povero; nell’oscura Gnomus e nella struggente Il vecchio castello. L’opera si chiude con un colosso: Il grande cancello di Kiev, dove la grandiosità di tutta una storia prende piede fino alle ultime battute dove arriva la perla. Stesso giro di accordi, ma la seconda volta, una nota, una sola singola nota, entra ad allargare il tutto conferendogli una maestosa imponenza. Questa per me è genialità, descrivere immagini in musica con perfezione emotiva assoluta; cambiare una sola nota in una battuta per rendere tanto indimenticabile un’opera da renderla finalmente viva! Non vi consiglio di ascoltare quest’opera per me, o per Musorgskij stesso, ma per voi, perché non farlo, sarebbe come morire senza aver mai volto lo sguardo a guardare il cielo.
di Marco Sigismondi
Esaltarsi di fronte ad una nuova scoperta è una di quelle caratteristiche che mi rende un fanatico della musica. Se poi la nuova scoperta è anche una nuova uscita e addirittura di un gruppo giovane, l’esaltazione è completa. Il metal ci ha più volte abituato, e il metal estremo più di tutti gli altri generi, a grandi gruppi venuti fuori da posti incredibili: questo è uno di quei casi. Nativi della controversa Gerusalemme, i Melechesh ci forniscono un disco fresco e potente. Emissaries è intriso di un sapore mistico ed orientale che traspare tanto nelle tematiche, incentrate sulle origini mitologiche della loro terra, quanto nelle melodie. Potente e sulfureo, riesce a trasportare l’ascoltatore in quei luoghi che i media ci mostrano distrutti dalle bombe, ma dei quali una volta tanto, possiamo godere per la storia e il fascino che i Melechesh riescono a raccontarci.
di Marco Sigismondi
Il mondo lo stava aspettando e lui lo sapeva, occhi e orecchie puntate su di lui. Vienna, 1824. Un’ultima sinfonia. Il mondo aspetta, ascolta e promette: immortalità.
Beethoven diresse la prima della sinfonia che sarebbe rimasta nel cuore di tutti, amanti della musica e non. Un vecchio schiacciato dalla vita e dalla sua stessa sordità allora totale: un genio. Recentemente si sta tendendo un po’ a screditare l’opinione collettiva della Nona come capolavoro, anche alla luce del debutto cinematografico di Alessandro Baricco con Lezione Ventuno, film che considera l’opera come una tra le più sopravvalutate della storia. Discernere la verità è cosa piuttosto complicata ma in questo arduo compito ci viene fortunatamente in aiuto Maurizio Gabrieli, docente di Composizione presso il conservatorio Santa Cecilia di Roma. Mi spiega la difficoltà che ebbero i compositori post-Beethoveniani di rapportarsi con la sua opera e il senso di incapacità che avvertirono nel proseguire la scrittura di un lavoro sinfonico qualunque dopo l'ascolto e l'analisi della Nona Sinfonia. Un’opera maestosa, complessa, lucida e travolgente che chiuse il sipario su un artista ritenuto ai suoi tempi “troppo originale” e quindi spesso incompreso. Può sembrare che i tempi ancora non siano maturi per comprenderlo pienamente, o forse è un problema di cultura. Ed ancora una volta, il professor Gabrieli, mi spiega: “mi piacerebbe citarle un ultimo libro: Le sorgenti della musica di Curt Sachs (Bollati Boringhieri, 1979). In questo testo, l'eminente etnomusicologo cita un incontro con un musicista albanese al quale viene fatta ascoltare la musica di Beethoven. Il suo commento è: "Lepo ali presprosto", che dovrebbe voler dire "bello, ma troppo semplice". Cito questo esempio per dire che i valori della musica non sono assoluti ma assolutamente soggettivi, in quanto si adattano alla sensibilità ed alla cultura di chi ascolta e può capitare che quello che per una società (o per un singolo individuo) sia un capolavoro, per un'altra sia "troppo semplice" oppure "incomprensibile".
di Marco Sigismondi
Corsero troppo forse, per questo si stentava a capirli. Ma come biasimare chi storse il naso? Immaginate di andare ad una concerto che si fregia del nome di King Crimson. Immaginate di cercare con lo sguardo il tanto atteso leader Robert Fripp ed immaginate di scorgerlo finalmente seduto dando il fianco al pubblico semi-coperto da strumenti e marchingegni vari. Sì, forse anche voi avreste storto il naso e li avreste lasciati lì a suonare per quelle cinquanta persone in estasi. Poi vi sareste chiesti cosa ci vedessero quelle cinquanta persone nella loro musica.
La risposta l’avreste avuta solo trent’anni dopo. Quelle cinquanta persone non riuscivano certo a stare al passo con i Crimson già proiettati nel futuro, ma qualcosa intuivano. A sentirli oggi sembrano ancora troppo originali, troppo tecnici, troppo complessi. Difficile era per il concertista di turno stare dietro alle manie di perfezionismo di Robert Fripp ed altrettanto difficile sembra esserlo per l’ascoltatore. Come si fa ad ascoltare una musica dove il rock di Rolling Stones e Jimi Hendrix si mescola alla musica classica di Gustav Holst e Bela Bartòk? Come si fa a star dietro alle loro tematiche, alle poesie onirico-visionarie di Peter Sinfield (per i primi quattro album, quegli più rappresentativi)? Forse non è ancora possibile, forse ci hanno lasciato indietro i King Crimson. Alla musica semplice.
Sono una persona che si vanta di apprezzare musica complessa, che digerisce Rachmaninoff e Sostakovič, ma ammetto che la prima volta che mi misi di fronte a In the court of the King Crimson rimasi piuttosto sconvolto e dovetti impiegare almeno 10 ascolti per poter dire di cominciare ad apprezzarli. Forse rimangono ancora troppo avanti per i nostri tempi, o perlomeno lo sono stati per i loro; ma l’essere avanti è una qualità che condividono con gente quale Beethoven, mica il primo che capita.
di Marco Sigismondi
Freddo.
Lo senti sul viso: ti schiaffeggia, ti punge, ti sveglia. Allacci di più il cappotto, stringi la sciarpa, le mani in tasca. Guardi i tuoi piedi mangiare l’asfalto, scandire il tempo al ritmo del tuo passo. La mente avvinghiata alle idee cerca di non crollare, di non cedere il passo al corpo che reclama vita. La mente cerca di portarti via, ma non andrai molto più in la di dove vorranno i tuoi anfibi.
Il mondo è fatto di colori, sempre gli stessi: nero, giallo, rosso, blu. La notte avanza presto: è già lì ad aspettarti quando ti svegli. I tuoi piedi continuano a mangiare l’asfalto.
Gli occhi, lo sguardo, lo specchio di un cielo vuoto. Poche nuvole, pochi soli, poche stelle, molti lampi. Tuoni nella mente che sovrastano le onde esauste dei tuoi pensieri. Fottuta solitudine.
Un paio di cuffie per chiudere ogni entrata al tuo cervello, per lasciarlo piangere sull’Étude op.25 n.12 di Chopin, per piangere sulle note di quel pazzo polacco. Combatti il mondo con dei tasti d’avorio: fai come lui, fottitene ancora, fottitene e basta. Prendi la spada e vomita altro inchiostro e altro sangue. E che si mischino. Vomita ancora, svuotati di tutto, di alcol e pizza, di fumo e rabbia. Vomita inchiostro e mangia l’asfalto.
Corri. Finché la strada cesserà di avere forma, finché il mondo intero cessi di avere forma. Il vento e il freddo ora ti spingono addosso ai passanti. Scansali senza una parola di scusa, le mani in tasca, il cuore pure.
Bene, ce la possiamo fare. Abbiamo il telefono, abbiamo il numero, carta e penna non ci mancano, abbiamo le sigarette, possiamo intervistare Stefano Bollani. Ci diciamo, ok: è Stefano Bollani, scherza sempre e non manca di prendersi in giro ma tentiamo di darci un contegno e facciamo un’intervista professionale. Alzo il telefono e faccio il numero. Squilla. Mi presento al grande pianista jazz italiano, nonché simpatico showman. Sì, ciao - ci fa lui - ma diamoci del tu ok? Perfetto, l’intervista può iniziare.
Oscar Wilde diceva "L'arte non dovrebbe mai divenire popolare. E' il popolo che dovrebbe divenire artistico". Tu cosa ne pensi?
Beh, ma Oscar Wilde era un tipino snob… Penso che esistano infinite vie di mezzo, come la storia ci ha insegnato. Esistono artisti molto popolari senza che per questo siano commerciali. L’arte può essere apprezzata dal pubblico senza dover per forza diventare nazional-popolare, e penso ad esempio a Chopin.
Cosa manca alla musica italiana?
Posso dirti cosa manca all’Italia in generale verso l’arte e cioè attenzione da parte delle istituzioni, manca una glorificazione dell’artista. In altri paesi assistiamo ad un impegno costante, un aiuto non per forza economico ma a volte anche solo di immagine. C’è bisogno di investire nella cultura, ma quando si devono fare dei tagli si taglia nell’istruzione. L’Italia deve cominciare a guardarsi allo specchio: è una nazione che vive di turismo culturale, che vive in un certo senso della cultura del passato e non valorizza quella attuale.
Quali sono stati gli artisti che ti hanno dato la spinta a diventare un musicista?
Mah, a diventare musicista mi sono spinto da solo. A sei anni mi sono seduto ad un pianoforte e non mi sono più fermato.
Qual è secondo te il picco massimo della creazione artistica? Scegli un'opera.
E’ difficile. Ce ne sono così tanti che sarebbe comunque una scelta troppo personale, sono gusti.
La tua carriera musicale ti porta inesorabilmente nel campo jazz. Tuttavia i forti riferimenti a Prokofiev in "Piano Solo" denotano un tuo background classico. Chi tra i pianisti classici apprezzi di più?
Ammiro molti pianisti classici, ma sarebbe piu' facile rispondere riguardo ai compositori, dove sono piu' selettivo. Dovendo rispondere citerei quantomeno due imprescindibili: Pollini e la Argerich.
Nello "Zibaldone del dottor Djembe" assistiamo ad una vera e propria campagna contro il "giro di do". Ne sei mai rimasto vittima?
(Ride n.d.r.) No, mai. Lo Zibaldone del dottor Djembe, come hai visto è un libro molto giocoso, ci sono giochi molto attivi all’interno. Ad esempio quando è nato il personaggio del dottor Djembe con David Riondino volevamo invitare Gino Paoli per fare “Il Gino di Do” ma lui non è venuto. Il libro è pieno di umorismo. Una cosa che mi piace molto fare è giocare con i miei miti.
Si può dire che anche te come il tuo personaggio Simpliciano sia un amante della contraddizione?
Sì, assolutamente. Anche se spesso non condivido quello che dico.
Oltre che della contraddizione sembri anche essere un amante della metascrittura. Quali sono stati i tuoi riferimenti in questo ambito?
Beh, qui posso essere precisissimo: alcuni hanno visto un collegamento con Rodari, ma di grande ispirazione sono stati per me Calvino e Queneau. Infatti nel libro avrai notato molti discorsi surreali.
Allora Stefano, mi rimane solo un’ultima domanda da farti e devo fartela per forza.
Oddio, credo già di sapere qual è…
Mi elenchi i nomi dei sette nani?
(ride n.d.r.) Ah, ma allora non vale perché li so tutti. Brontolo, Dotto, Pisolo, Mammolo, Eolo, Cucciolo e naturalmente il nostro preferito: Gongolo.
di Marco Sigismondi
C’è stato un tempo, e qualcuno di noi ancora ne serba il ricordo, in cui non si faceva musica, si componeva. Un tempo in cui alcuni artisti studiavano anni in conservatori rigidi per poi uscirne e riprendere la spontaneità delle usanze popolari. A quei tempi la musica sconfinava l’arte, diventava rimedio e male, malattia e cura. Oggi i tempi sono cambiati, non c’è più posto per l’arte figurarsi per i romantici. Oggi la musica deve essere sempre un supporto per qualcosa; una pubblicità, un film, una cazzo di vendita. Quanti di noi parlano della colonna sonora di quel film o di quell’altra pubblicità, ma se si va a fondo si scopre che uomini hanno lavorato a quelle musiche e le hanno concepite, create. Yann Tiersen è sicuramente conosciuto per aver reso magico un film già di suo incantevole come “Il favoloso mondo di Amelie”, ma l’uomo che sta dietro all’artista non ha niente da invidiare a quella magia. Nella Parigi di fine millennio ha studiato musica classica per poi sfogare il proprio estro in alcune rock band.
Ha preso le basi impettite del classicismo per darne sfogo in musica popolare. Se ne è andato in giro da polistrumentista ad ammaliare un mondo scevro di arte portandosi sulle spalle l’etichetta del minimalismo, un genere dedito alla ripetizione di scarni motivi in molteplici sequenze di arrangiamenti. Ha incantato il mondo descrivendo una Parigi fatta di fisarmoniche, pianoforti e carillon. Ha indossato i panni del compositore e del concertista, è salito nel tempio austero della musica classica per rubarne il fuoco e portarlo nei concerti, tra la gente. Eccolo il nostro Prometeo. Un figlio della Francia e delle sue contraddizioni, dell’amore per il volgo e per l’arte; quella che ti distende in un letto d’erba e pietra nel giardino di “Père Lachaise”.