Holy EYE

CERTIFIED

di Luca Torzolini

Quando hai preso in mano la matita per la prima volta cosa hai disegnato?
Ricordo che la mia passione è nata insieme a me.
Quando ero bambino, i miei genitori si entusiasmavano perché disegnavo Pippo copiandolo dalla rivista “Topolino” in ogni minimo dettaglio e, spesso, da una semplice vignetta, tiravo fuori dei disegni enormi che poi appiccicavo sui muri della cameretta o sull’armadio… adesso non amo molto la Disney, ma comunque adoro ancora Pippo perché, con il suo modo di fare, mi fa pena e ridere allo stesso  tempo... mi ricorda un po’ il rag. Ugo Fantozzi prima maniera.
Tornando a noi… anzi a me, ho lasciato i “pupazzi” del “massone” Walt e sono passato ai supereroi Marvel e DC, alle Graphic Novel, all’Heroic Fantasy, al genere Sword and Sorcery e all’Horror!

Chi sono i tuoi punti di riferimento nel campo del fumetto e dell’illustrazione?
Ci sono veri e propri miti da cui imparo ogni volta che osservo una loro illustrazione: Frank Frazetta in primis (il mio dio!), Moebius, Alex Ross, Adam Hughes, Tanino Liberatore, Marko Djurdjevic, Brom, Gabriele Dell’Otto, Juan Gimenez, Massimo Carnevale, Jason Chan, James Jean, John Buscema, Frank Cho, Adi Granov, Frank Quitely, Travis Charest, Olivier Coipel...

Cosa significa per te disegnare?
Comunicare qualcosa e tenere la mente sotto continuo stimolo. Riuscire a capire meglio come si muove la società che ci sta intorno è sempre stato fondamentale, ma mai come adesso è importante svegliare  il cervello. Come dice mio padre: “per impostare il gioco ci vuole un buon centrocampo!”… filosofia calcistica, semplice e diretta, applicata nella vita di tutti i giorni. A volte le frasi più semplici sono le più indicative.

Si è evoluto il tuo tratto nel corso degli anni?
Molto! Soprattutto dopo l’incontro di alcuni anni fa con Adriano De Vincentiis che ha fatto rinascere in me la passione e la voglia di disegnare fumetti quando, in un periodo di confusione artistica, si stava affievolendo per motivi che adesso non credo sia il caso di elencare... da allora disegno ogni santo giorno, perfezionandomi e cercando di andare sempre oltre le mie potenzialità. Guardo molto i fumetti dei “maestri” e traggo ispirazione anche (e molto!) dal cinema.

Quali sono a tuo avviso le sceneggiature più interessanti nel panorama internazionale del fumetto? Perché?
Ho letto da poco All Star Superman di Grant Morrison e Frank Quitely... è davvero fantastico! Quasi dieci anni di lavorazione, storia geniale, disegni e inquadrature di Quitely che creano una nuova avanguardia del fumetto moderno.
La storia imbastita è il punto di partenza per tutti i lettori e gli addetti ai lavori per l’approccio al difficile personaggio di Superman ed è anche il punto di arrivo: praticamente la storia definitiva di Superman; tutti quelli che dovranno lavorare con il personaggio saranno costretti al confronto.
Morrison e Quitely hanno creato qualcosa al livello del Dark Night Returns di Frank Miller. Credo che, attualmente, sia il duo migliore del fumetto internazionale.
Per lo stesso motivo e per farla breve, consiglio tutti i maggiori lavori di Grant Morrison, Alan Moore e Alejandro Jodorowsky: hanno scritto i fumetti più belli che ho letto in vita mia e per questo li adorerò per sempre.

Quali sono le sequenze che ti hanno colpito maggiormente? Perché?
È difficile spiegare quello che si deve osservare.
A parte il lavoro del già citato Quitely, mi ha davvero impressionato il lavoro di Bryan Hitch sul primo story-arc di Ultimates (su testi di Mark Millar), nel quale sperimenta e mette in pratica il nuovo stile “widescreen”, vignette davvero impressionanti, cura maniacale dei dettagli, inquadrature mozzafiato e un ritmo perfetto di intervalli; praticamente un regista in piena regola. Anche la composizione per le cover è davvero spettacolare ed efficace allo sesso tempo.
Un artista! La Marvel ha aspettato che lui finisse di disegnare le tavole del numero conclusivo di Ultimates per un tempo pari a sei mesi o giù di lì, cosa davvero rara: di solito i disegnatori sono molto più veloci, ma quello che ha realizzato Hitch è davvero incredibile; basta sfogliare l’albo in questione per rendersi conto di quello che sto dicendo.
Questo è solo un esempio delle cose geniali che alcuni disegnatori riescono a inventarsi e a realizzare. Io consiglio di non prendere una singola vignetta o una sequenza, ma di mantenere sempre il concetto totale che l’autore o gli autori vogliono esprimere: è come se riducessimo Shining di Kubrick alla sequenza in cui Jack Torrance (Jack Nicholson) spacca la porta con l’ascia. È davvero molto riduttivo, giusto? Lo stesso vale per il fumetto di qualità.

Le possibilità creative insite nell’arte del fumetto sembrano infinte. Ci sono dei limiti in realtà? Quali?
Il limite che ha il fumetto è solo il foglio di carta. Non ne ha altri. Praticamente il fumetto è il cinema su carta, è un libro di illustrazioni in sequenza, è arte. Se esce dal foglio di carta diventa cinema e se gli si tolgono le vignette diventa un libro. Il fumetto è il fumetto e, ripeto, non ha limiti se non il foglio di carta.

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi nel realizzare un fumetto in bianco e nero e uno a colori?
Se il fumetto deve essere pubblicato, dipende dalle esigenze della casa editrice; deciso questo, dipende da chi lo realizza, cioè dal disegnatore: molti prediligono (soprattutto in Italia) la tecnica del bianco e nero, disegnano a matita e poi inchiostrano a china la tavola definitiva; alcuni usano la mezzatinta.
Lo stesso procedimento si usa anche per il colore, aggiungendo un passaggio in più che è la colorazione (con acrilici, acquerelli, ma soprattutto col computer!).
Altri, come me, prediligono il fumetto a colori. Personalmente penso le vignette e le tavole direttamente con i toni di colore che voglio realizzare, disegno a matita le vignette, faccio una scansione e poi passo alla colorazione digitale utilizzando programmi come “Photoshop” o “Corel painter”; alcune volte disegno direttamente al computer, soprattutto quando faccio studi sui personaggi, ambientazioni ecc...
Quando ho più tempo dipingo su carta o tela.

Preferisci la continuity o le Graphic Novel?
Preferisco i cicli di storie. Leggo fumetti seriali ed è una vera e propria droga! Non si riesce a smettere! È allucinante! Quello che però ti tiene incollato al seriale e alla “continuity” sono i cicli di storie di autori diversi che s’intervallano fra le varie testate, i vari personaggi, le case editrici… non si finisce mai. Meno male, dico io!
Preferisco i cicli, dicevo, quindi anche la Graphic Novel, che ha il pregio di iniziare e finire a discrezione dell’autore. A livello artistico credo sia la via migliore, perché ti permette di racchiudere in uno, due, cinque o dieci volumi una storia che rimarrà lì dentro e nessuno potrà mai snaturare il lavoro dell’autore che diventerà immortale.
L’unico difetto della serialità è questo: a meno che l’autore non abbia scritto o disegnato (o scritto e disegnato) una storia memorabile o un ciclo memorabile, ha fatto solo lavoro dozzinale; per la Graphic Novel, invece, questo è secondario, perché se la storia non è bella, nessuno la comprerà e rimarrà nel dimenticatoio (spesso anche dello stesso autore).

Con chi collabori a livello artistico? Per quali testate lavori?
Collaboro con Carlo Mancini per Scorpion Bay (www.scorpionbay.com/It/Home/Home.aspx).
Illustro i libri di alcune collane pubblicate dalla Galaad Edizioni (www.galaadedizioni.com).
Collaboro saltuariamente con la Coniglio Editore (www.coniglioeditore.it).
Sono coninvolto anche nel progetto La Raje, antologia di fumetto indipendente ideato da Dimas
(alessandrodimassimo.blogspot.com) sotto l’etichetta Abruzzo Comics (www.myspace.com/abruzzocomics).
Da poco ho iniziato a fare qualcosa anche per Re-volver (www.re-volver.it) collaborando con te e sembra proprio che ci troviamo bene... o no?
Faccio anche altro, cose interessanti e altre meno...

Sogni nel cassetto?
Molti, ma per scaramanzia non li dico...

di Hanry Menphis

Parliamo dei tuoi inizi: a che età hai cominciato a disegnare fumetti?
Ricordo di aver  sempre disegnato, sin da piccolissimo. Alle elementari i miei compagni mi chiedevano continuamente se potevo realizzare un disegno per loro. La cosa strana è che a me piacevano i loro di  disegni.  Ricordo anche che i primi disegni ispirati ai fumetti (sempre negli anni delle elementari) li  ho fatti copiando i personaggi della Disney. La cosa più difficile era il becco dei paperi, visto che è per tre quarti composto da un’unica linea continua che, tramite una precisissima curva, ne delinea la profondità. Erano personaggi difficilissimi!!! Questo è forse il mio primo approccio verso il fumetto, il principio…

Inizialmente ti sei ispirato a qualche fumettista in particolare? Avevi un personaggio preferito?
Sin da piccolo ho sempre amato Diabolik, Kriminal, Satanik, Dylan Dog, i personaggi Marvel e i cartoni giapponesi alla tele. Però, se devo pensare ad un autore particolare che mi abbia segnato, bisogna andare ai primi anni della scuola superiore (istituto d’arte, fine anni Novanta). A quel tempo leggevo solo manga e tuttora continuo a pensare che avevano un notevole spessore; uno in particolare mi  “solcò” a mo’ di tela di Fontana (non so se mi spiego). Quel fumetto era Fortified School di Shinichi Hiromoto. Fu una storia che mi prese molto, forse perché era al tempo della scuola. Ma se parliamo dello stile grafico dell‘autore, per me, a quel tempo e forse anche ora non ci sono paragoni. Il segno fine, con quelle pennellate che trasmettevano azione e violenza, era estremo, chiaro; sembrava che i personaggi del fumetto saltassero fuori da ogni vignetta, ti prendessero per il collo della camicia e ti trascinassero dentro la tavola per riempirti di pugni. È stata davvero una grossa fonte di ispirazione, ma anche di condivisione: si tratta di pensarla allo stesso modo, si tratta di parallelismo.

Che tipo di tecnica usi per disegnare i tuoi fumetti?
Mi piacciono molto pennello e china, però a proposito di questo vorrei sfatare il mito della tecnica, che a mio parere varia a secondo dell’umore o della stagione. E poi le tecniche sono tali per sperimentare… e non si finisce mai di sperimentare. Soprattutto la tecnica non determina lo stile di disegno, che è innato e davvero difficile da cambiare. Il mio Topolino, per quanto mi sforzi di farlo uguale, sarà sempre un po’ diverso da quello di Walt Disney.

Hai mai lavorato con uno sceneggiatore o hai sempre scritto da solo le storie?
Ho avuto a che fare con brevi sceneggiature di cui non ero l’autore e devo dire che mi sono pure divertito a portarle a termine, anche se non mi sono mai attenuto al 100% a quello che c’era scritto. L’ultima  che ho disegnato è stata scritta da un altro talentuoso “fumettista per passione” pieno di idee: il suo nome è Marco Rocchi e l’ho conosciuto ad una certa folle maratona del fumetto chiamata 24-hour comics. Presente?? Adesso quella storia è chiusa nei nostri cassetti.

Passiamo ai tuoi quadri: da dove nasce l’atmosfera cupa che li contraddistingue?
I quadri non sono una grossa produzione: dico così perché ne ho fatti pochissimi. Me li chiese un amico perché suo fratello gestiva un bar;  mi disse:  “mi dai qualcosa da appendere?”. Feci una serie di pitture acriliche su legno che non penso piacquero molto alla clientela del locale: rimasero appese soltanto per due settimane, poi me li restituirono.
Riguardo all’atmosfera, non trovo siano tanto cupi, ma volutamente consumati. Un po’ come la società  attuale, quella in cui viviamo: sbiadita, arrugginita, umida e forse anche un po’ puzzolente!!
Trovo che l’arte stessa sia sempre stata, lungo la storia, lo specchio delle società; questi volti appannati, infatti, li ho realizzati con molta disinvoltura e naturalezza, senza nemmeno pensarci troppo.
È una vita che non dipingo più: dovrei provvedere a fare qualcos’altro; a parlarne mi sta venendo voglia…

Hai mai esposto le tue opere al pubblico?
Beh, nel caso delle pitture, appunto, nel locale. Nel caso dei fumetti, in seguito ai concorsi ci sono state le esposizioni dei lavori; però ti trovi in mezzo ad una massa infinita di altri fumettisti emergenti più bravi e più interessanti.

Hai qualche sogno in particolare?
L’idea della professione del fumettista ha sempre aleggiato nella mia soffice mente, ma ormai ho quasi trent’anni, mi  basta non perdere la passione.

Sto per mettermi a piangere…

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