Holy EYE

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Mercoledì 23 marzo, ci sarà la prima italiana di SFashion, un film sulla crisi come non l'avevano mai raccontata. Il film è la prima produzione cinematografica di respiro internazionale girata in Abruzzo.

Trama: Evelyn è un'imprenditrice di terza generazione e porta avanti una storica azienda di moda ereditata dal nonno, a cui era immensamente legata. Ha un legame molto umano con i suoi dipendenti che adora e chiama sempre per nome, dal primo all'ultimo. L'azienda è attualmente in profonda crisi finanziaria a causa della crisi e della pressione fiscale esagerata. Evelyn è addirittura arrivata a vivere all'interno dell'azienda pur di salvarla. La crisi dell'azienda di Evelyn si ripercuote fortemente nella sua vita affettiva e familiare. La vediamo single, sola e confusa, alle prese con un ex marito che ama ancora ma che oramai non la vuole più. la vita continua ed Evelyn continua a lavorare alacremente e a dormire in azienda, senza imbrogliare nessuno, fino a che non va incontro al suo destino fallimentare con grande dignità.

Dichiarazione di Mauro John Capece
"SFashion è un film che parla della solitudine di Evelyn (Corinna Coroneo), un'imprenditrice che lotta con i denti per tenere aperta la sua Azienda. È un film molto, molto emotivo, a mio parere, magistralmete interpretato  e girato. Non è un caso che alla sua premiere internazionale in Canada siamo stati accolti da un lungo, lungo applauso".

Miglior Film Straniero - Los Angeles Indipendent Film Festival
Miglior Film Straniero - Hollywood Boulevard Film Festival
Presentato al Festival Des Films Du Monde Montreal nella sezione Focus On World Cinema

Starring: Corinna Coroneo, Giacinto Palmarini, Randall Paul, Andrea Dugoni, Gabriele Silvestrini, Denis Bachetti
Regia: Mauro John Capece
Soggetto e Sceneggiatura: Mauro John Capece, Corinna Coroneo
Produzione: Giuseppe Lepore
http://imagodistribution.it/

https://www.maurojohncapece.it/

Il music video natalizio di Antonio Sorgentone è stato girato dai registi Mauro John Capece e Luca Torzolini (con il prezioso supporto di Francesca Casalena) su di un arrangiamento del noto pezzo White Christmas a metà strada tra il dixieland e il circense. Presenta un ardimentoso stile audiovisivo incentrato sui temi del burlesque e trasporta lo spettatore in un viaggio che va dal classico al moderno, giocando sulla distorsione comica dei character natalizi che gongolano in atmosfere di carattere felliniano.
Hanno partecipato alla realizzazione del video burlesque performer professioniste di stampo nazionale e internazionale (Dixie Ramone, Inés Boom Boom, Peggy Sue, Rita Lynch, Vampfire, Blanche Lenoir, Aria Anna Meeces Alessi), nonché uno dei primi boylesque performer italiani, Walter DandywOlly Forte. Il noto attore Fabiano Lioi suona il banjo sul palco e accompagna, insieme al basso tuba di Alberto Antonucci, l’estro estetico del cantante, che sembra quasi assurgere a bianco spirito del Natale contrapponendosi alla figura di Santa Claus (Riccardo Colasante), oramai commercializzata e sfinita dall’uso che ne viene fatto dai media e dall’economia.

di Mauro John Capece


Anno: 1986
Autori: Alan Moore; Dave Gibbons
Disegni e Inchiostro: Dave Gibbons
Colori: John Higgins

WatchmanWatchmen è probabilmente la più importante Graphic Novel mai concepita. Si tratta oggettivamente del più grande capolavoro a fumetti mai realizzato, una sorta di Divina Commedia dei comics. Gli autori di Watchmen sono Alan Moore e Dave Gibbons, entrambi britannici ed entrambi testimoni, per ragioni anagrafiche, del crollo dei favolosi anni sessanta e dei mitici anni settanta. Watchmen pur essendo ambientata negli Stati Uniti è la risposta introspettiva europea ai fumetti supereroistici statunitensi. La miniserie Watchmen è divisa in 12 albi ed è stata pubblicata per la prima volta nel 1986 dalla DC Comics. Watchmen ha avuto sin da subito un grande successo ed è uno dei pochi fumetti che, pur avendo un registro narrativo molto elaborato, è stato caro sia al grande pubblico, amante dei fumetti supereroistici, che agli amanti delle storie più ricercate e colte. Watchmen è stata stampata e ristampata in tutto il mondo e, recentemente, il regista Zack Snyder ha realizzato un film ispirato a quest'opera. Non mi va di anticipare nulla riguardo la trama dell’opera.
Vi dico solamente che la miniserie è ambientata in un mondo parallelo, molto simile a quello reale, in cui però esistono dei supereroi completamente diversi rispetto a come ce li possiamo immaginare. In questo mondo parallelo molti avvenimenti storici sono andati in un’altra direzione e dunque si tratta di un mondo che somiglia al nostro, ma ha preso un’altra piega. In questa miniserie, ambientata in un 1985 parallelo, si possono rivisitare e ripercorrere gli eventi e le sensazioni degli anni ottanta ma non solo.  In questa miniserie si parla della guerra fredda e lo si fa in maniera molto originale. In questa miniserie si affrontano numerosi temi di attualità, ma non solo. In Watchmen si fa veramente sul serio e si affrontano temi molto alti quali l'etica, la spiritualità, il progresso e, soprattutto,  lo smarrimento della generazione cresciuta negli anni sessanta/settanta. Questa generazione, per certi versi fortunata, è stata purtroppo testimone, nel corso degli anni ottanta, dello sfiorire di tutto ciò che la cosiddetta "controcultura" era riuscita a creare. Il simbolo che meglio riassume il senso di Watchmen è lo Smile (tipica rappresentazione di faccina sorridente molto in voga negli anni sessanta) che, nelle tavole del fumetto, diventa sporca di sangue, a simboleggiare la fine di un’epoca e l’inizio del grande declino che ci ha condotto alla crisi umana, economica e culturale, in cui il mondo si trova.

di Mauro John Capece


L'uomo che amava le donneL’uomo che amava le donne è senza ombra di dubbio uno dei film più interessanti di François Truffaut. Il film parla di Bertand Morane, interpretato da un impeccabile Charles Denner, che veste i panni di un dongiovanni francese degli anni settanta e passa da una conquista all’altra. Si tratta di un film molto intimo e, a detta del regista stesso, in parte autobiografico. In questa pellicola l’autore analizza la vita di un uomo che è innamorato dell’amore, ma non lo è di nessuna donna in particolare. Bertrand Morane approfondisce la conoscenza di una donna dopo l’altra e Truffaut, in maniera molto arguta, fa venire fuori la solitudine del conquistatore. La voce narrante del protagonista stesso ci parla delle sue abitudini, ci espone i suoi metodi di conquista e ci descrive impietosamente le sue donne. Nel film il regista cerca di analizzare anche le cause che si nascondono dietro all’ossessione per le donne di Bertrand Morand. Una curiosità: nel film si parla di un libro che si intitola come il film stesso. Ebbene, a suo tempo, Truffaut decise di pubblicare contestualmente sia il Film, sia il Romanzo (che non era altro che la storia di Bertrand Morane sullo schermo), dando vita a un procedimento autoriale decisamente olistico, autoreferenziale e di notevole dignità artistica. Il film ci parla anche di scrittura. “Non vi è nulla di più bello che veder pubblicato il libro che si è scritto, niente è più bello, salvo ovviamente mettere al mondo un figlio che si è tenuto nel grembo per nove mesi, ma di questo noi maschi non siamo capaci. Almeno non ancora”. L’uomo che amava le donne, rivisto oggi, è quasi un’opera profetica. Ambientato negli anni settanta e, per molti versi, specchio del suo tempo, conserva un’insolita freschezza e ci parla di un fenomeno di costume molto attuale: quello degli uomini che decidono di rimanere “single per scelta”. Consigliato caldamente a tutte le donne che vogliono conoscere profondamente la psicologia maschile.

Pensi che il Cinema sia l’Arte più elevata ed efficace. Spiega il motivo del tuo pensiero.
Mediante l’occhio della macchina da presa possiamo vedere quello che spesso, nella vita quotidiana, non riusciamo a percepire, o che non abbiamo mai avuto modo di vedere. Il cinema insegna a vedere il reale, è uno sguardo nuovo su realtà spesso inosservate. Il miracolo del cinema consiste proprio nel fornire quel  ‘qualcosa in più’ che nessun altra arte può dare: il cinema non riproduce la realtà (come la fotografia), ma la produce. Attraverso l’inquadratura svela, sottoforma di esperienza vissuta, le forme esistenti nel reale. È, si, un insieme di fotografie in movimento, ma con annesse lo sguardo e la coscienza del regista e dello spettatore, fruitore dell’immagine. Il cinema genera così un processo d’identificazione impossibile alle altre arti. Il cinema rende vivo quel qualcosa che in nessun modo può essere fotografato, dipinto, scolpito: un qualcosa d’invisibile e abitante nell’animo dello spettatore.  L’immagine filmica possiede sempre un qualcosa d’intangibile che va a stabilirsi nell’animo di chi vede, inducendo l’interazione, non la passività. Guardare lo sguardo, dunque. Inoltre, il cinema ha infranto la cornice dell’immobilità ottica. Un pittore può dipingere un volto arrossato, o un volto pallido. Egli non può dipingere un viso che da pallido improvvisamente arrossisce, a lui è precluso questo processo.

So che la tua passione originaria è la fotografia. Come sei approdato al cinema?
Potrei risponderti come sopra. Il processo è stato molto naturale. Amo molto la fotografia intesa come gioco soggettivo, come esperimento sul punto di vista. Ma quando fotografo il mio potere è limitato, nel cinema no: mediante lo sguardo filmico tutto è possibile e nulla mi è precluso. Entrare in sintonia con lo spettatore, per comunicargli il mio pensiero, la mia poetica, è possibile in maniera totale solo mediante il cinema.

Nel 2008 hai girato un cortometraggio dal titolo Chrysanthemum. Di cosa si tratta? Com’è nata l’idea? Qual è il linguaggio filmico che hai deciso di usare e per quale motivo?
L’obiettivo dell’opera è quello di analizzare il rapporto che l’essere umano ha con la propria emotività, e come questa influisce sulle sue azioni. Il concept è nato agli inizi del 2008. Ho sempre creduto che osservare le persone, la loro vita e le loro azioni sia fondamentale per la creazione delle idee. Per quanto mi riguarda il film è sempre figlio di un’acuta osservazione e reinterpretazione del reale. Mi affascinava molto l’idea di rappresentare la realtà emotiva di noi esseri umani, la sua irrazionalità. Trattandosi di un argomento molto complesso ho impiegato circa un anno per la stesura della sceneggiatura, cinque giorni per le riprese e tre mesi per la post-produzione, ma il risultato finale è stato soddisfacente. Per quanto riguarda il linguaggio stilistico ho avuto da subito la necessità di rappresentare la stasi del personaggio mediante l’uso della camera fissa. La narrazione, sin dall’inizio, prende subito una piega allegorica. La semantica di oggetti apparentemente insignificanti, che si ripetono nel corso della visione, va a costituire una parte imprescindibile della struttura narrativa. Anche l’uso del colore è determinante: diverso per ogni sequenza, come quello del montaggio. Alle sequenze in cui le azioni sono poche (o assenti) corrisponde sempre un’inquadratura fissa, un colore freddo e un montaggio quasi impercettibile. Scelte opposte si riferiscono a momenti dinamici, in cui lo stile deve per forza di cose riflettersi nelle vicende narrate e divenire forma espressiva. La ripetizione d’inquadrature già viste spinge lo spettatore attento a chiedersi se si tratta di impressionismo soggettivistico (della protagonista? dell’autore? dello spettatore?) o di “visione oggettiva”  collimante con la realtà soggettiva della protagonista. La riflessione sulle vicende umane diviene così riflessione sull’immagine filmica e sull’arte cinematografica, sulle possibilità e potenzialità del punto di vista della telecamera, che al suo variare, genera da sempre grandi potenzialità.

Oltre a Chrysanthemum hai girato in co-regia con il regista Mauro John Capece il cortometraggio Les nouvèlles frontières de la sexualité. Per quale motivo è in francese?
Il progetto Les nouvèlles frontières de la sexualitè nasce dall’attenzione che da sempre io e il mio collega e amico Mauro John Capece nutriamo per le vicende umane. Il tema della vita di coppia è da sempre affascinante, con le sue dinamiche e problematiche. Fare un film sull’amore rimanendo aderenti alla realtà e non sconfinando nel romanticismo smielato non è cosa facile. In quest’opera abbiamo deciso di concentrarci sulla vita sessuale di una giovane coppia di sposi nella civiltà del consumismo. Le statistiche dicono che il 40% delle coppie hanno gravi problemi sessuali: da qui nasce il soggetto. Il film non è legato a una nazionalità particolare, poiché tratta problematiche globali. Abbiamo tuttavia deciso di ambientarlo in Francia, che da sempre è considerata la patria dell’amore, con la sua Parigi e i suoi amori da cartolina. Per l’impietà e la freddezza dello sguardo credo si tratti di un film scomodo e molto interessante.

So che recentemente si è chiusa la lavorazione di un altro cortometraggio, Letteratura contemporanea, per la regia dello scrittore abruzzese Luca Torzolini. Tu sei stato l’autore della fotografia: raccontaci questa esperienza.
Devo dire che Letteratura contemporanea è stato un progetto molto interessante. Abbiamo dovuto fronteggiare diverse difficoltà produttive e non. Il budget ridotto di cui la produzione disponeva ci ha costretto a girare interamente fra Marche e Abruzzo, scelta della quale non ci siamo pentiti, grazie alla grande disponibilità e cordialità degli abitanti dei vari luoghi. Il soggetto del cortometraggio analizza in modo critico la letteratura contemporanea, ponendo l’attenzione su tutti i meccanismi narrativi in voga, le mode e gli iter dello scrittore d’oggi. La pochezza linguistica degli scrittori odierni si evince chiaramente da quest’opera, come anche il taglio politically incorrect dell’autore. So che il film ha accompagnato Luca Torzolini a numerosi reading letterari, e che gli spettatori lo hanno notevolmente apprezzato. Sono molto contento di questo: vuol dire che il pubblico ha recepito il messaggio e che gli sforzi necessari alla realizzazione non sono stati vani.

Intervista a Claudio Romano 1Per Chrysanthemum hai pensato a uno stile allegorico, pieno di simboli e dalla difficile fruizione, mentre Les nouvèlles frontières de la sexualité ha un taglio quasi mockumentaristico (documentario di finzione). Stai sperimentando vari filoni narrativi o si tratta semplicemente di adattare lo stile al tema da trattare?
Lo stile è sempre figlio del contenuto. Per ogni tema trattato, per ogni vicenda, bisogna valutare bene quale codice visivo applicare. Il linguaggio cinematografico è costituito da un “vocabolario” vastissimo, senza confini. Ma bisogna tener sempre presenti le regole. Lo sguardo con il quale osservo deve essere in sintonia con il prodotto filmico che poi mostro. Per Chrysanthemum ho utilizzato il linguaggio formale più idoneo secondo il mio punto di vista: concepirlo in maniera differente forse avrebbe dato vita ad un’opera meno efficace. È stato un lavoro complesso, perché dovevo tener presente contemporaneamente vari aspetti: il tempo diegetico, il tempo del discorso, le azioni, le diverse atmosfere e i diversi messaggi. Per Les nouvèlles frontières de la sexualité, invece, il discorso è totalmente differente. L’idea era di mostrare una determinata situazione di stasi e di presentarla nel miglior modo possibile. Ci siamo concentrati sull’indugio: riprendere lentamente la lentezza è stato a mio avviso un procedimento stilistico molto interessante.

Quali sono i tuoi punti di riferimento nell’arte della fotografia?
Sono molti i maestri che hanno dato un contributo essenziale. Ad esempio Henri Cartier-Bresson, ritenuto il più grande fotografo del suo secolo, ha inventato uno stile tutto suo, basato su simboli e tratti grafici; Henry Peach Robinson, il quale poco più che ventenne anticipò di 150 anni il montaggio digitale, creando complesse immagini, frutto d’interessanti combinazioni; Man Ray, uno dei più grandi innovatori nel campo della sperimentazione (scattava foto anche senza macchina fotografica!); Eugene Atget, che con i suoi scatti anticipò il surrealismo; Joel Meyerowitz e il suo impietoso sguardo sull’America; Alfred Steiglitz, che contribuì non poco allo sviluppo della fotografia come arte meditativa; Robert Frank, grande foto-reporter della vita quotidiana americana; Andre Kertesz, grande maestro nella composizione delle immagini; Robert Mapplethorpe, che per eseguire uno scatto impiegava due giorni; Richard Avedon, il più grande ritrattista di tutti i tempi. Potrei andare avanti ancora per molto…

Quali nell’ambito cinematografico?
La perfezione formale di Tsai Ming-Liang; la poesia visiva di Kim Ki-duk; la capacità di cogliere l’interiorità di Michelangelo Antonioni; la stasi e la mimica di Robert Bresson; l’onirismo e l’irrazionale di David Lynch; i dialoghi di John  Cassavetes; la grande micro-fisionomia di Clint Eastwood; la ferocia e il surrealismo di Luis Buñuel; le decine di punti di vista di Quentin Tarantino; il genio disarmante di Stanley Kublick; la visionarietà di Takashi Miike; i primi piani di Ingmar Bergman; il lirismo di François Truffaut; la non-narrazione di Krzysztof Kieslowski; la vita intera di Edgar Reisz, spesa per il suo Heimat; il cervello di Claude Chabrol; l’irriverenza di Jean-Luc Godard. Anche qui potrei andare avanti ancora per molto… 

Che progetti hai per il futuro?
Sto lavorando alla pre-produzione del mio primo lungometraggio, Annabelle; per ora sono impegnato della stesura della sceneggiatura e nell’analisi delle possibilità distributive, attività che assorbiranno le mie energie per almeno un anno. Inoltre in cantiere ci sono altri due cortometraggi, che vorrei realizzare entro il 2009. Purtroppo però, devo dire che dopo le terribili vicende che hanno coinvolto noi abruzzesi, il mio progetto principale è di tornare presto all’Accademia Internazionale per le Arti e le Scienze dell’Immagine de L’Aquila, presso la quale studio. Purtroppo, i danni che il terremoto le ha inferto sono notevolissimi. Mi auguro che possa essere ricostruita e riattivata molto presto.

di Giorgia Tribuiani


Evoque Reality ShowSe i reality show fossero tutti così, la televisione potrebbe salvarsi dall’impoverimento di contenuti in cui è scivolata negli ultimi decenni. Nel film di Mauro John Capece, infatti, gli “abitanti della casa” non si metteranno in mostra con perizomi e tresche, ma attireranno spontaneamente l’attenzione attraverso l’arte.
L’attrice Cris, il fotografo Marcheffe, l’artista Vru, lo scrittore John, tutti nel film daranno prova delle proprie doti artistiche, insegnando che lo spettatore può essere attratto dalla magia della creazione, oltre che con i mezzi che i media usano per alzare il livello degli ascolti.
Particolare tensione, la si ha nelle scene che vedono l’ipnotista Blonde alle prese con il tumore di Sabi, di origine psicopatologica. Portata avanti così come verrebbe realmente eseguita nella realtà, l’ipnosi occupa le scene più emotivamente forti del film, con un aumento di phatos che culminerà nella drammatica scelta finale di John.
Evoque Reality Show, in quanto a tecniche cinematografiche, guadagna a pieno titolo il suo posto tra i film Dogme ‘95, attenenti al decalogo che Lars Von Trier e Thomas Vinterberg firmarono a Copenaghen nel ’95: riprese on location, assenza di luci addizionali, camera tenuta a mano, assenza di trucchi ottici e filtri, sono alcune delle imposizioni di questo tipo di film, degli operatori e degli attori stessi. Il rimando ai “reality show”, a questo punto, è pura ironia.

di Luca Torzolini


Terrorism!Mauro John Capece espone la situazione italiana del terzo millennio con la chiarezza di un aforisma.
Marco Epucea (provocatoriamente l’anagramma dell’autore), il protagonista del romanzo, è “uno di noi”, un uomo come tanti: 800 euro al mese per morire di fame e sigarette e alcol, psicofarmaci dell’occidente. Le sue riflessioni fanno da sfondo agli avvenimenti narrati. Esse scaturiscono da un’osservazione disincantata delle ingiustizie sociali, perpetrate nell’Italia: I tribunali nel caos; i servizi sociali scadenti; lo strapotere delle multinazionali; le case farmaceutiche che speculano sulla ricerca; l’economia in crisi; la tv spazzatura; etc…
I tratti con cui viene abilmente costruito il personaggio trasmettono fallimento, depressione e crisi. Il vuoto della civiltà occidentale viene trasmesso come un coma nero, un fluttuare nel buio senza riuscire a pensare o a percepire niente. Sogni, aspettative e illusioni si sciolgono in una vasca di acido solforico mentre il killer osserva soddisfatto: la realtà non ammette meritocrazia. Lo stato non esiste più, esistono solo i soldi.
Raymond Carver, Michel Houellebecq, Bret Easton Ellis, si amalgamano in un raschio forte e deciso contro l’Italia contemporanea, un panorama contraddistinto da rutti moralisti e sesso virtuale. Una pollock action printing decisamente calcolata costruisce il degradante scenario politico del bipolarismo senza via d’uscita.
L’Italia è un paese dell’est Europeo: vizio, gioco, alcol, feccia e puttane.
Epucea ha trent’anni, è single, usa internet per chattare e lavora in un centro commerciale. Sta attraversando un periodo duro e non riesce a reagire. Il suo unico amico è Ottavio, un programmatore di videogames che non esce mai di casa. La depressione lo catapulta in uno stile di vita sterile, tenebroso. L’incontro con Pamela (sessuale e intellettuale) migliora momentaneamente il suo equilibrio emozionale e lo coinvolge nel volontariato in un associazione per handicappati, la Down’s Worksgroup. Ma il tedio e la crisi sono sempre dietro l’angolo…
Uno stile secco, diretto, teso alla comunicazione oggettiva e maniacale del suo pensiero. Pensiero sintomo di rabbia e rinnovamento, una bestia oscura che lo divora.
Paratassi, poesia e dialogo si alternano in un saliscendi che delinea l’anima di Marco : due gemelli siamesi, Nichilismo e Sensibilità Sociale. I dialoghi trasmettono la vacuità e la difficoltà del relazionarsi, le poesie squarciano la sobrietà della paratassi. L’esposizione del concept di Terrorism! è un originale stratagemma per viaggiare nella violenza della storia italiana dagli anni ‘70 ad oggi.
Tra di voi, tra voi si nasconde il terrorista; tra voi che vi state appestando in una chiesa, tra voi che nei bar boccheggiate affogando nella noia, tra voi che sul divano rigurgitate sangue mentale di fronte a reality e talk show.
Adesso basta con la perestroica: è l’ora di TERRORISM!

Intervista a  Simone Del Grosso 7Caro Simone, come si è sviluppata la tua passione per la regia documentaria?
Più che di passione per la regia direi che ho sempre sentito pulsare in me la necessità naturale di osservare certe cose. Il cinema documentario si è rivelato immediatamente lo strumento più idoneo per soddisfare ed esternare questo mio bisogno interiore. Tuttavia, solo dopo un’esperienza di qualche anno come montatore, e dopo aver conosciuto e collaborato con un maestro come Luigi Di Gianni, uno dei maggiori documentaristi italiani viventi, ho deciso di cimentarmi anche nella regia.

Sono a conoscenza che la tua carriera di regista documentarista sta andando a gonfie vele. Le tue opere sono apprezzate in Italia e all'estero.
Sì, qualche soddisfazione ogni tanto arriva, soprattutto dai festival, i quali, che piacciano o no, nel nostro Paese sono forse l’unico circuito possibile per i documentari di creazione. Diciamo che il “premio” è più che altro una conferma del fatto che il tuo lavoro è stato recepito anche da altre persone, sicuramente diverse da te per cultura, estrazione sociale, sensibilità, etc.…Insomma ricevere un premio per me vuol dire che una qualche “comunicazione” tra il tuo lavoro e chi l’ha giudicato è avvenuta…e questo non è poco.

Parlaci del lavoro di ricerca, di documentazione e creativo, che usi nei tuoi documentari. In poche parole, come nascono?
Ogni progetto nasce da un impulso differente. Sostanzialmente si tratta di essere profondamente attratti da una data realtà, da un personaggio, da una situazione o più semplicemente da un paesaggio. Dopodiché, per capire quale configurazione il film possa avere, bisogna mettersi “in ascolto”. Se la motivazione è profonda, il film si farà da sé. In effetti, in tale pratica, il percorso è spesso più illuminante del risultato finale. Il film non potrà che riflettere “soltanto” un frammento di quello che si è vissuto nel processo realizzativo/creativo. Nel mio metodo, il lavoro di regia coincide quindi con l’ideazione stessa del soggetto, con la ricerca dei materiali, con i sopralluoghi e tutte le altre pratiche che rendono possibile la realizzazione del film. Si tratta per me di una pratica “immersiva” nella quale, in un secondo momento, cerco di far entrare gli eventuali collaboratori, primo tra tutti il direttore della fotografia (che spesso è lo stesso operatore alla macchina), poiché egli deve diventare “l’ombra” del mio sguardo. Tra me e chi sta alla macchina deve avvenire una sorta di transfert, altrimenti il film non prende forma. Per questo cerco di lavorare sempre con lo stesso operatore, Antonio Rosano, col quale ormai ci capiamo al volo. Per quanto riguarda la post-produzione, posso dire che finora ho sempre montato da solo i miei lavori, un po’ per convenienza, un po’ perché il montaggio è molto spesso parte integrante di quella pratica totalizzante di cui dicevo prima. Tuttavia non nego che, avendone la possibilità, affiderei molto volentieri il montaggio a qualche professionista, in modo da poter avere una visione più distaccata del materiale che ho a disposizione, concentrandomi in definitiva più sulla regia. Inoltre, curo molto da vicino anche la colonna sonora che, in alcuni casi, può avere un’importanza pari a quella delle immagini. Mi sono rivolto varie volte a musicisti locali d’indubbio talento, come Graziano Caprioni o Gionni Di Clemente. Per Venga Medusa, un doc in fase di montaggio, stiamo elaborando un design sonoro piuttosto interessante.

Per parlare di ciò che ti piacerebbe fare, preferiresti definirti un documentarista scientifico del reale, un documentarista politico sociale o un documentarista autoriale? Intervista a  Simone Del Grosso 3(ovviamente illustra le ragioni)
Per parlare di scientificità nel cinema dovremmo fare riferimento al documentario etnografico o all’antropologia visuale. Per quanto siano pratiche che ho studiato e trovo molto interessanti, direi che c’è ben poco di scientifico nei miei lavori. A parte la fase della ricerca del materiale, che eseguo sempre con un certo rigore, poi è l’istinto a lavorare, la pura emotività. Non c’è mai un’idea politica precostituita dietro ai miei film, perché è l’atto stesso del fare artistico a divenire immediatamente anche gesto politico, e quindi sociale. Certo, se vado a documentare le condizioni indicibili dei tagliatori di canna haitiani o dei nostri pescatori, penso che si capisca subito da che parte sto. Per me il documentario è una questione creativa in cui inevitabilmente confluisce anche uno sguardo sul mondo. In definitiva, tra i vari generi di film documentario, quello che prediligo è senz’altro il cosiddetto “documentario di creazione”, o “autoriale”.

Qual è il tuo punto di vista sul futuro del documentario in Italia?
Nessun futuro concreto all’orizzonte. Al momento sono solo registrabili una certa “moda” del documentario e una notevole crescita di festival specializzati. Quel che mi stimola è l’idea che questa paradossale situazione di mercato renda certi documentari indipendenti ancora più preziosi, forse gli unici esempi di cinema dove ancora si può scorgere una creatività libera, svincolata da regole “mercantili” avvilenti. Mi piace pensare che molti di questi “piccoli” film, entreranno di merito nelle future storie del cinema. Tuttavia, a conferma di un crescente interessamento culturale al genere documentario, mi piace segnalare che è recentemente uscita, con un importante editore, la prima Storia del Documentario Italiano, di Marco Bertozzi, noto storico del documentario e regista. Un libro che tutti dovrebbero leggere perché, tra gli altri meriti, pone fine all’insensato occultamento cui il cinema documentario italiano è stato finora sottoposto.

Intervista a  Simone Del Grosso 8Hai qualche progetto in cantiere? Se sì, quale?
Sto lavorando a due produzioni, più un progetto in pre-produzione. Uno è un mio lavoro, prodotto dalla Logic Film, neonata società con cui collaboro da circa un anno. Il progetto è tra i finalisti nel Premio Solinas, Documentario per il cinema. Si tratta di un progetto ambizioso e complesso, su cui sto lavorando già da un anno e più. Il titolo è La vera storia dell’Uomo Plasmon, e riguarda la parabola straordinaria di Fioravante Palestini, l’ex testimonial della nota marca di biscotti che, come molti sanno, anche dalle sue recenti apparizioni in trasmissioni televisive importanti, ha trascorso ben vent’anni di carcere duro in Egitto per una storia di droga.
Gli atri due sono lavori su commissione in cui ho però un ampio margine di autonomia, e questo è per me imprescindibile. Uno è una sorta di documentazione “socio-poetica” sulla nostra marineria, Venga Medusa. L’altro, in pre-produzione, è un documentario sociale che affronta il tema complesso delle mutilazioni genitali femminili tra le popolazioni migranti in Abruzzo.

Perchè non dai dei consigli agli aspiranti registi che ci leggono?
Non mi sento di dare consigli. Posso solo dire che se c’è un sentimento profondo che ci muove: si deve nutrire e perseguire pienamente. Credo che il resto sia un processo naturalissimo.

A Re-volver servirebbe un critico per le recensioni di documentari, vuoi diventare dei nostri?
È andata.

Hai dei sogni? (Se non ne hai, spiegaci la motivazione per cui sei senza sogni. Se sì, dicci quali sono)
Proprio l’altra notte ho sognato di aggirarmi tra le scenografie sghembe del Gabinetto del Dottor Caligari… Che sia quella la mia vera visione della realtà!?

di Luca Torzolini
foto di Silviano Scardecchia

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Alba Adriatica, Tortoreto.
Nella notte tra il 6 e il 7 ottobre un’alluvione colpisce la costa nord dell’Abruzzo. L’acqua irrompe nelle case senza chiedere permesso. Trascina, abbatte, distrugge. Le macchine vengono sepolte dalla melma, trasportate dalle correnti, sbattendo come palline da flipper contro marciapiedi, cartelli e quant’altro. I garage sotterranei degli edifici di recente costruzione fanno scorta di acqua e fango, mentre sulle spiagge si accumulano macerie fatte venir giù dalle colline.
Le cause sono note. Varie. A noi non interessano. A noi importa degli uomini, del loro futuro: cosa faranno ora? Ci sono persone che non hanno una casaladri di biclette dove vivere, gente onesta che ha perso negozi o uffici. C’è chi ha perso solo ricordi, ma anche quelli sono importanti. Ora è necessario non dimenticare. È facile per chi è lontano da ciò che è successo dire “tutto si sistemerà”. Loro non sanno.
Non sanno cosa significa svegliarsi nella notte perché la porta di casa viene infranta da un’onda di un metro e mezzo che non ne vuole sapere nulla di chi sei e che cosa stavi facendo.
Non sanno che non puoi scappare perché una sedia a rotelle manovra la tua realtà come un burattinaio del cazzo.
Non sanno cosa significa vedere una figlia di sei mesi che scivola nel fango quasi fosse un sassolino che cade in uno stagno. O un figlio con un armadio addosso, urlando aiuto, mentre non puoi fare nient’altro che aspettare il soccorso dei sommozzatori.
peopleNon sanno cosa significa perdere il lavoro di una vita, l’unica cosa a cui tenevi veramente.
Loro non sanno. E così ti trovi da un giorno all’altro a non avere più un letto dove fare sogni tranquilli, la possibilità di dire a tua moglie “vado a lavoro!preparami qualcosa di buono quando torno!”; non puoi seguire la partita della domenica sera con gli amici e hai paura per il futuro dei tuoi bambini. Però, puoi ammirare i tuoi quadri e le fotografie che sono diventate magnifiche opere astratte aventi come tema comune il fango. La tua macchina è ormai marrone, come l’hai sempre desiderata. E se eri stanco del tuo lavoro, tutto è risolto: ora non c’è l’hai più.
Non mi venite a dire che non bisogna incazzarsi per “piccolezze del genere”. Se non c’è il morto, la televisione passa giusto per farsi un giro turistico. Ma la sofferenza e l’insicurezza sono rimaste qui e non ci lasceranno troppo presto, anzi si sono già affezionate a noi e a questi posti.
Non servirà mettere da parte nulla. Lasciate pure vuote la cantina e l’armadio, per ricordare la tragedia non c’è bisogno di alcun aiuto. Il dolore incide nella mente suoni tormentosi e immagini infuocate. Queste sono solo lettere che urlano quel dolore, così, tanto perché tutti possano ascoltarlo e non dimenticare.

di Luca Torzolini


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In principio eri uno scrittore. Perché hai deciso di passare alla regia?

Il passaggio dalla scrittura alla regia cinematografica è stato un’evoluzione molto naturale. Ero amante della scrittura e ho iniziato a scattare fotografie a sette anni. Quando facevo le foto provavo un brivido… sentivo il gusto di stare dietro, di osservare, di catturare le emozioni, di immortalare. Quando ho iniziato a narrare le mie storie usando le immagini in movimento, mi sono sentito subito a mio agio. Dirigere un film non è come scrivere un libro. Il cinema ha regole più rigide e meccanismi completamente diversi (anche, ahimé, produttivi). In compenso, sia che si stia scrivendo un libro, sia che si stia girando un film, si tratta pur sempre di narrare una storia e di farlo usando una visione personale. Del cinema apprezzo molto il fatto che si tratta di un’arte più internazionale della letteratura. […] Nella parola scritta le cose funzionano diversamente, perché ti rivolgi necessariamente a gente colta che, a causa dell’imbarbarimento generale in cui è sprofondata la società italiana, scarseggia. Sono poche le persone in grado di finire di leggere un libro in Italia. Le persone che leggono libri colti sono una cerchia ristretta di individui (per come la vedo io, di “Eletti”). Il cinema è un’arte che coinvolge tutte le altre. Si lavora in gruppo, non da soli. Non è solamente grazie al regista che un film viene bene. Con la scrittura, in compenso, puoi ottenere un’esperienza magica che girando un film non puoi sperimentare. Lo scrittore può chiudersi in una stanza ed immergersi in un mondo fatto di personaggi, di relazioni, di storie e fatti creati da solo. Il tutto senza bisogno di budget. La scrittura è l’unica azione umana che ci fa assomigliare, seppur lontanamente, ad una divinità.

Infatti continui a pubblicare libri e sta per uscire Terrorism!. Parlaci di questo libro.

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È un libro molto particolare, una sorta di romanzo noir sul terrorismo individuale. È ambientato nella contemporaneità, cioè in un Italia decadente, una nazione in cui la gente ha perso ogni speranza e in cui la politica non riesce più a governare il paese. Ho scritto questo libro perché mi piacerebbe che l’Italia fosse diversa. Senza dubbio si tratta di un libro politico, inutile nasconderlo. In assoluto è la prima volta che parlo di vicende che riguardano la politica. Lo stile, come negli altri libri che ho pubblicato, è secco. In un centinaio di pagine ho condensato irriverenza pura e antipolitica, nel senso più ruvido del termine. Terrorism! non è un libro per signorine. Il protagonista del libro si scaglia contro la seconda Repubblica, la analizza e la fa a pezzi da ogni punto di vista, è un individuo marcio come l’Italia di oggi. Per come la vedo io, la lettura di questo libro dovrebbe essere vietata ai minori.

Come ti trovi a lavorare nella tua città?

È sempre un’esperienza meravigliosa. Alba Adriatica e la Val Vibrata hanno accolto me e la troupe in maniera molto calorosa. Mi sono sempre trovato bene a girare film in Abruzzo. La gente è meravigliosa, sempre gentile. La popolazione mi ha sempre fornito ogni genere di aiuto. Il calore umano quando giri un film è fondamentale. Il cinema è un’arte che ha bisogno di calore, di amore. Se non fosse stato per la gentilezza degli abruzzesi probabilmente i miei film sarebbero stati imprese molto più complesse. Ho girato in parecchie località e, devo dire, che in Abruzzo si lavora molto bene. In certi posti del Sud, se le persone vedono una troupe cinematografica si chiudono in casa e diventano timorose. Nel Nord, invece, sono meno pazienti e creano problemi (non ovunque). A Roma, stranamente, il cinema viene ostacolato. Pensa che per far poggiare una telecamera sul cavalletto, anche se sei un regista indipendente con budget minimo, ti fanno pagare dai 500 euro ai 1500 euro al giorno. Moltiplica questa somma per almeno venti giorni di lavorazione in esterni e ti rendi conto di quanto sia ingiusto! È una forma di protezionismo imposta dai vecchi cinematografari (e dalle grandi società) e dalle istituzioni. Poi ci si lamenta che i film italiani sono brutti e che in Italia non ci sono bravi registi. Come direbbero a Roma: “Fatece lavorà!”. In Abruzzo, invece, le istituzioni non negano mai i permessi, perché si tratta di girare in località, Pescara a parte, “a dimensione umana”.

Com’è la situazione in Abruzzo e quali sono le difficoltà che deve affrontare un filmaker?

Le difficoltà sono soprattutto logistiche, nel senso che riguardano la carenza, ovvia, di maestranze locali. Da noi non si fa cinema, dunque non ci sono gli strumenti basilari (economici, tecnici e professionali). Ma è così anche altrove. Il cinema, in Italia, lo si fa in prevalenza a Roma, a Milano, a Torino e in Friuli Venezia Giulia (un’eccezione costata ai politici anni di studio e duro lavoro). Il finanziamento dei film che si producono in quelle zone è assolutamente corporativo. Le sovvenzioni vere, quelle importanti, sono solo lì e vanno a quelle quattro o cinque società. Tutti i soldi li beccano loro, mentre per gli altri devi arrangiarti da solo. Per come la vedo io, comunque, se un filmaker vuole definirsi tale, le difficoltà le deve rimuovere e le sovvenzioni devono essere il grasso che cola. Un vero regista è in grado di girare ovunque, senza perdere “tempo di vita” a lamentarsi di questo o di quello. Se sei un filmaker e hai pochi soldi per girare, il film lo fai lo stesso. Se vuoi davvero fare un film, devi tirare fuori gli attributi e creare le condizioni per iniziare e finire il tuo film. Ho conosciuto aspiranti registi che avevano paura di produrre i propri lavori, ma non avevano timore di comprarsi la macchina costosa o di buttare i soldi per uno stile di vita troppo oneroso. Se credi nei tuoi film, puoi anche trovare i soldi per produrli, anche a costo di dover elemosinare ovunque o di vendersi un rene (come ha fatto Robert Rodriguez per prodursi El Mariachi).

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La tua ultima esperienza nel campo cinematografico è stata Alieno, l’uomo del futuro insieme al regista Pierpaolo Moio. Parlami del titolo del tuo ultimo film.

Il film Alieno, l’uomo del futuro si intitola così perché il protagonista del film è un uomo che non è in grado di provare emozioni (alieno, per l’appunto). Secondo la nostra comune visione delle cose (mia e di Pierpaolo, il coregista del film) gli uomini non emotivi sono destinati a diventare i padri delle future generazioni. L’emotività corrompe e logora, l’assenza di emozioni ci preserva dalle sofferenze. L’alienazione nella vita può rivelarsi come un valore aggiunto. Si tratta ovviamente di una provocazione...

Qual è il futuro previsto per il film (Festival, distribuzione)?

Il presente del film è che è stato selezionato presso festival molto prestigiosi. I festival sono importanti, perché esserci significa che hai lavorato bene e che il tuo film verrà visto da un pubblico scelto e dai critici. Portare Alieno, l’uomo del futuro ai Festival è stata una via crucis. Il mondo dei lungometraggi è pieno di insidie e di gente che ha fatto film con budget a sei zeri, mentre il nostro film è costato pochissimo. A Montreal era l’unico low budget della rassegna. Gli altri cinque film italiani selezionati erano dei ”colossi produttivi”. Mi limito a dire che i film a basso costo sono dei guastafeste… perché catalizzano delle attenzioni che “devono” finire altrove. Il mondo del cinema, in Italia, funziona peggio della politica e, citando le parole tratte dal film, “la meritocrazia non esiste”.

A quale progetto stai lavorando in questo momento?

Sto lavorando al montaggio di un film documentario che si intitola Fango. Si tratta di un documentario no-profit sull’alluvione che ha colpito Tortoreto, Alba Adriatica e comuni limitrofi. Si tratta di un lavoro molto interessante che sto portando avanti anche grazie a una collaborazione con la Rai, che mi ha fornito del materiale davvero prezioso. Lo devo girare per forza: primo perché ad Alba Adriatica ci vivo; secondo perché a causa dell’alluvione ho perso tutti i miei filmati girati dal 1992 al 1999 e buona parte della mia produzione letteraria.

Una curiosità. Chiacchierando ho capito che non rispetti la segnaletica stradale. Perché?

Forse perché non so guidare o, molto più probabilmente, perché ho la testa altrove… Chissà, magari sto pensando a qualche scena del mio prossimo film.

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