Holy EYE

CERTIFIED

Bando Inedito 2015

Trasformiamo in Edito tutto ciò che è

XIV Edizione 2015
per opere inedite

POESIA | NARRATIVA | TEATRO | CINEMA | MUSICA

È uscito il bando della XIV edizione del concorso letterario nazionale InediTO - Premio Colline di Torino 2015, organizzato dall'Associazione culturale Il Camaleonte di Chieri (TO), inserito nell’ambito della manifestazione Il Maggio dei libri promossa dalCentro per il Libro e la Lettura del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, che scadrà il 31 gennaio 2015. Il Premio, presieduto dal poeta Davide Rondoni, è diventato un punto di riferimento in Italia tra i concorsi per opere inedite, e si pone l’obiettivo di scoprire e promuovere nuovi autori attraverso sezioni dedicate alla narrativa, alla poesia, al teatro, al cinema e alla musica, dando la possibilità ai vincitori delle sezioni Narrativa-Romanzo e Poesia, grazie a un ricco montepremi, di pubblicare l’opera, confermandosi sempre di più quale concorso talent scout e traghettatore verso il mondo dell’editoria.
InediTO avrà da quest’anno per la prima volta il patrocinio della Città di Torino, della Città Metropolitana di Torino e di ben 10 comuni delle Colline di Torino, mentre ottiene da diverse edizioni la sponsorizzazione di Aurora Penne per il premio speciale InediTO Young ad un autore minorenne promettente, la partnership con il M.E.I. (Meeting delle Etichette Indipendenti) di Faenza e con la Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura di Torino attraverso l'inserimento nelle iniziative del Salone OFF, ed è gemellato con il concorso letterario U.G.I. (Unione Genitori Italiani contro il tumore dei bambini a cui sarà devoluto parte del ricavato delle iscrizioni).
La premiazione si terrà a maggio al Salone Internazionale del Libro di Torino.

Il bando si può scaricare dal sito:

http://www.ilcamaleonte.info/inedito-premiocollineditorino-2015

di Lorenzo Agosti

Viaggio di Lavoro - Lorenzo Agosti

Sento il vento accarezzarmi il volto sino a stordirmi.
Stranamente non percepisco quel classico gonfiore ai piedi gravati dal peso del corpo, e le tempie non pulsano gonfie di sangue.
Un emozione mista a paura si fa spazio divampando come un incendio.

Ho freddo…
Non indosso i pantaloni e nemmeno una maglia, ora capisco … sono nudo!
Sotto di me il nulla, sopra di me un altrettanto nulla, cromaticamente più intenso certo ma pur sempre nulla, destra e sinistra faccio fatica a distinguerle.
Sto volando!
E lo sto facendo a gran velocità libero da impedimenti, capace di sfidare le più elementari leggi della fisica … sono felice, sento di essere per la prima volta padrone del mio corpo!
E’ fantastico!
L’improvviso cambio di pressione mi fa fischiare le orecchie … ho la mente completamente vuota.
Aspetta! … Non sto volando, sto precipitando!

E’un incubo!
Troppo assurdo perché sia la realtà.
Tutto quello che devo fare è aspettare di svegliarmi martellato dal fastidioso suono della mia sveglia.
Quanto la odio … prima o poi la prendo e la cestino con tanto di batterie ancora inserite.
Son talmente innervosito da sentire il sapore salato del sangue in bocca.
Qualcosa di caldo e viscoso si fa strada tra i capelli, la reazione è nervosa, mi tocco,  immediatamente intuisco … sono ferito sulla nuca e gran parte della fronte è colorata di rosso.

Voglio che finisca, non mi sto divertendo … è strano come tutto appaia cosi vero e tangibile, ma al tempo stesso fuori da ogni logica.
Anche se terrorizzato mi affascina … è demoralizzante, in una situazione simile persevero ad essere un controsenso vivente.
- Cosa voi George ? – mi chiedeva, - Ordina tu per me, non ho poi tanta fame – rispondevo, gia sapendo che qualsiasi cosa avrebbe scelto non sarebbe mai stata di mio gradimento a priori.
- Manchi di convinzioni – era solito ripetermi qualcuno a cui probabilmente ero affezionato, anche se l’ho sempre ignorato, un po’ per orgoglio, un po’ per pigrizia.
Rinnovarsi, correggendosi cosi da  migliorarsi non è semplice … e quando riesci a trovare le forze per farlo risulta essere immancabilmente troppo tardi.
Devo ammettere, questo percorso mentale si sta rivelando utile, adesso ricordo il mio nome e una parte del mio orribile carattere … davvero una magra consolazione, quasi quasi preferivo rimanere lo sconosciuto nudo e ferito di pochi attimi fa.
Tutto ciò che devo fare ora è..OUCH ! Che diavolo è stato ?
Cristo santo, ho sbattuto contro un uccello, il rumore delle sue ossa che si sbriciolano contro il mio tallone destro è raccapricciante, non sento dolore, ma il cuore mi batte talmente forte da non seguire più un ritmo sincopato.
Sto piroettando come una trottola impazzita.
Lo stomaco mi si rivolta nel vedere le piume bianche incollate dal sangue sulla mia fronte.
Ho capito, sono morto e questa è la punizione per tutte le colpe commesse … se solo ne rammentassi una … sarei più comprensivo verso questa follia allucinante.
Se devo presentarmi davanti al padre eterno, lo voglio fare dignitosamente, in barba alla paura e a quello che io penso di me stesso … ripudio il mio passato, qualunque esso sia, e da ora in avanti voglio essere una persona diversa, forse non migliore, ma sicuramente diversa.
Lo grido a pieni polmoni cosi che cielo e terra siano testimoni della nascita di:
Johnatan, uomo libero a cui piace il caffè e il liquore alla menta, per moda corrente senza  particolari tendenze politiche e forte sostenitore del concetto di riuscire a plasmare il corso della propria vita con la sola forza di volontà, perchè “volere è potere” e nessuno mai potrà negarlo, ne ora, ne mai!

Sono patetico, come questo tentativo di tirarmi su il morale.
Mi sa che ho esagerato nel sottolineare il liquore alla menta … nemmeno credo di averlo mai assaggiato.
Godiamoci il paesaggio, non c’è nulla di meglio da fare … pur sapendo di dovermi schiantare orribilmente al suolo, inizio ad annoiarmi.
E’ strano come l’essere umano si adatti cosi facilmente  … è una maledizione incapacitante non riuscire a provare prolungate emozioni, si diviene apatici e impassibile verso qualsiasi cosa, dalla più meravigliosa, alla più atroce … sto precipitando e non me ne frega un accidenti di nulla, esattamente come la mia personalità, pur non sopportandola, ci convivo, nutrendo sempre più questa frustrazione interiore che intorpidisce i sensi e la mente, lasciandomi in totale indifferenza al cospetto di questo indesiderato me stesso.
Scopro di avere ancora l’orologio grazie alla nevrotica abitudine di guardarmi il polso quando sono annoiato … segna pochi minuti prima delle sette … ma allora sto ancora dormendo!
Difficilmente mi sveglio prima delle otto.
Su Gorge alzati dal letto cosi questo delirio ha una fine !
Avanti…
Dai …
Nulla … quanto sono stupidamente pigro !
Se non fosse di trovarmi a metri e metri da terra, giurerei di aver appena addocchiato qualcun altro nelle mie stesse condizioni.
Si tratta di una donna … sbraccia in silenzio, probabilmente deve essersi resa conto di cosa le sta accadendo … quasi provo pena per lei dimenticandomi di me e della mia autocommiserazione.
E’ ufficiale sono un mostro perverso … dentro la mia testa balenano impulsi sessuali, stento a crederci.
Sbraccio freneticamente anche io, mosso da questi primitivi istinti, voglio avvicinarmi a lei, ce la sto facendo, mi manca davvero poco; piange tenendo gli occhi ermeticamente chiusi dalla paura, i pugni sono stretti al petto e il viso è contratto in una smorfia di terrore.
Non è fisicamente attraente, ma il contesto fa si da renderla una visione celestiale, oserei dire quasi paradisiaca, o più semplicemente è la divisa da hostess di volo a renderla molto sexy ai miei occhi.
Di botto cala l’oscurità, buio, non c’è più nulla intorno a me.
Tutto diventa silenzioso, il fischio alle orecchie è passato e il dolore alle tempie se ne è andato, percepisco solo un insopportabile sensazione di umido e appiccicoso.
Devo essermi svegliato … un vero peccato, alla fine non mi sarebbe dispiaciuto riuscire finalmente a cambiare quella parte di me che proprio non digerisco, ma di cui al tempo stesso non riesco a farne a meno in quanto mi compone e completa nella totalità.
Certo sarei morto da li a poco … ma mi sarei sentito realizzato e felice, indipendentemente dal nessuno tempo a disposizione per godermi quel benessere.
Almeno adesso potrò bermi un caffè … quello veramente mi piace … non come il liquore alla mente.
Strano che la sveglia non abbia ancora suonato e tutto continui ad essere buio…

di Guido Fabrizi

http://guidofabriziraccontibrevi.wordpress.com

 

 

La mia penna ha le ore contate

Dopo una nottata passata ad imprecare e lamentarsi a causa di un vecchio molare marcio, Aldo decise di recarsi in farmacia all’apertura mattutina per fare una cospicua scorta di antidolorifici, di cui era rimasto sprovvisto, di quelli che spaccano il fegato, perforandolo da parte a parte come una revolverata consigliata dalle migliori case farmaceutiche. Per tutto il percorso premette con l’indice sulla guancia, in corrispondenza del dente agonizzante, sperando di annientare il dolore con una brutale pressione, quasi cercando di cavarsi il dente dall’esterno. Gli occhi marci, la bocca fetida, la pelle unta dal sudore ed un odore d’ammoniaca, simile a quello di un cadavere. Barcollante, scese dalla sua vecchia Fiat Ritmo, parcheggiandola di traverso rispetto alle altre auto. Entrò in farmacia dondolante e a fatica; dopo aver preso il numeretto raggiunse una poltroncina bassa dove, lasciandosi sedere, trascinò con sé lo scaffale dei preservativi. Mentre imbarazzato raccoglieva le decine di scatolette, gli apparve una donna dalla bellezza eterea, slanciata, elegante, come se da sempre i suoi geni fossero stati nobili, raffinati, appartenenti di diritto ad una realtà superiore, elitaria, fuori dal comune e dai canoni di bellezza. Quando si dice “una classe innata” che immediatamente ti fa comprendere l’appartenenza ad un livello sociale elevato e abbiente di denaro, cultura e potere. Lunghi capelli lisci e biondi come il grano e morbidi come la seta. Che luogo comune… Aldo avrebbe voluto definirli come un punto di biondo fra Barbie e la Principessa Sissi, ma preferì un “biondo paradiso”. Un volto dai lineamenti perfetti e dagli occhi espressivi, quasi regali. Un sorriso di stampo positivo e affascinante che lasciava delicatamente affiorare una dentatura di perle tahitiane. Un’anima non appartenente al mondo brutto, sporco e cattivo della miseria, delle beghe, delle nevrosi, della povertà dalle incolmabili solitudini, della disperazione di una vita che scorre senza riuscire a darle un senso. Una mannequin dell’anima e dell’estetica, vestita di savoir faire e Chanel, comprato in ogni angolo dei continenti. Insieme a lei le sue due piccole figliole di sei anni circa, gemelle dagli stessi capelli della mamma, biondo regale, vestite con gli stessi graziosi vestitini. Vivaci come l’intelligenza della madre che, di tanto in tanto, proferiva una nota di moderazione, probabilmente in madre lingua inglese, mentre parlava con la dottoressa che si trovava dall’altra parte del bancone. Le piccole si rincorrevano così velocemente che ad Aldo era quasi impossibile vederne i lineamenti. Solo di una, che si era fermata e seduta su di una poltroncina di fronte alla sua, ne vide la bellezza principesca, simile a quella materna. Un’adeguata delfina dagli occhi tristi… L’altra, in continuo movimento, girava e rigirava intorno ad una colonna della farmacia e veniva richiamata di frequente dalla mamma, alla quale non dava molto ascolto. Ad un certo punto la piccola, non più alta del bancone, si avvicinò alla madre per chiederle insistentemente qualcosa: iniziò a tale scopo a strattonarla dalla manica del trench maxi Armani alta moda. Tirava come chi cerca di attirare su di sé qualcosa di più di una semplice attenzione. In questo tira e molla disperato, ad un tratto, mentre la dottoressa si allontanava per prendere le medicine richieste, con un gesto fulmineo, quasi invisibile, come un camaleonte cattura la sua preda con la lingua, la madre cambiò espressione e, digrignando i denti come un animale all’attacco, diede una sberla micidiale sul volto della bambina. Uno schiaffo che non finiva nel suo naturale gesto, ma continuava a comprimere il piccolo viso contro il bancone contundente, fino all’arrivo della dottoressa che ritrovò un’atmosfera di serenità sorridente, contraddetta solo dagli occhi bassi della piccola. Quasi come se non fosse successo nulla, dopo aver accennato ad una espressione repressa di pianto, la bambina si avviò verso Aldo che aveva osservato tutta la scena. Man mano che si avvicinava, Aldo si rese conto che la gemellina aveva qualcosa di diverso dall’altra. Pur essendoci una somiglianza generale a livello somatico e fisico, gradualmente focalizzò che la bambina era affetta da nanismo. Con un contraccolpo scomparve il dolore al molare, mentre la bambina quasi di fronte a lui, guardandolo fissamente negli occhi, gli digrignò i denti che teneva serrati, in un’espressione d’odio, proveniente dal dolore. Due richiami della madre e le figliole la seguirono, saltellando e distogliendosi da quella noiosa sosta in farmacia. Aldo si alzò dalla poltroncina, risvegliandosi come da un sogno e, barcollando meno del solito, dopo essersi guardato intorno, si rimise apposto la camicia che gli fuoriusciva dai pantaloni. Visto che il dolore al dente gli era passato, decise di  ritornare a casa per andare ad accompagnare a scuola il figlio di sette anni, cosa che non faceva da molto tempo.

di Lisa Gyongy

Un giorno ci sei - Lisa Gyongy

Un giorno ci sei. Un giorno non ci sei più.

Marta, fisico esile, capelli bruni sempre raccolti in una coda tirata stretta al centro della nuca. Occhi castani, grandi, leggermente sporgenti. Denti perfetti. Dodici anni compiuti da un mese e due settimane. La mia migliore amica, la mia gemella d’anima. Noi, separate solo da una semplice “T”.
Non si hanno sue notizie da due settimane.
La polizia mi ha interrogata. Sono stata l’ultima a vederla e l’ultima a ricevere una sua chiamata.
Io e lei, nel cortile della scuola, alle quattro e mezza di due settimane fa.
Dopo le lezioni siamo rimaste a chiacchierare del ragazzo che le piace, il biondo Antonio, perché le aveva lanciato un bigliettino sul banco durante l’ora di matematica ed era tutta eccitata. Diceva: “Venerdì cinema con Davide. Tu e Mara venite?”.
T. indossava la maglietta azzurra con il sorriso di un gatto fatto di brillantini, jeans neri attillati e Converse nere. La più bella di tutte.
Le brillavano gli occhi. Stavamo architettando di andare a farci l’orecchino al naso... Io avrei falsificato la firma per lei, e lei per me.
Quel venerdì doveva essere il nostro venerdì. Il primo bacio...
Non che a me Davide piacesse particolarmente, ma il fatto di poter condividere un momento così importante con lei... beh, con chi avrei avuto il mio primo bacio era solo un dettaglio.
Il giorno dopo avevamo il test di scienze, ma non ne abbiamo parlato, troppo impegnate a pianificare i nostri piccoli intrighi.
Siamo partite da scuola che erano le quattro e quarantotto, lo so perché mi ha chiamato mia mamma per dirmi che stava tornando dal supermercato e che se eravamo ancora a scuola poteva darci un passaggio. Non l’abbiamo voluto... volevamo parlare ancora un po’ senza orecchie indiscrete.
Abbiamo percorso via Galileo fino a via Marconi, poi all’incrocio con via Dante ci siamo fermate a definire gli ultimi piani. Ci siamo abbracciate e ci siamo separate, io verso casa mia, lei verso casa sua.  Tanto ci saremmo sentite da li a poco su internet.
Era allegra, mi ripeto, non c’era niente di sospetto nel suo atteggiamento, niente che mi avesse messa in allarme. Era la mia solita Marta.
Sono arrivata a casa che erano le cinque e un quarto. Tullio era già piazzato davanti al computer, quindi dopo averci litigato un po’ ho mandato un messaggio a Marta per dirle che non avevo accesso a internet e mi sono messa a mangiare una barretta di cereali e cioccolato davanti alla televisione. Poi mi sono ricordata del compito di scienze, ho preso il libro e ho cominciato a ripassare, stando sempre davanti alla televisione.
Alle cinque e trentadue è arrivata mia mamma, che nel frattempo si era attardata al supermercato perché aveva incontrato un’amica. L’ho aiutata a mettere via la spesa, mi ha rimproverato per il fatto che studiavo davanti al televisore e mi ha raccontato dei pettegolezzi freschi freschi.
Alle cinque e quarantadue Marta mi ha telefonato. Avevo la vibrazione, la televisione accesa, mia mamma che mi raccontava le cose e mio fratello Tullio con la musica accesa.
Non l’ho sentito...
Alle cinque e cinquantuno ho visto la chiamata e l’ho richiamata con il telefono di casa un minuto dopo. Il telefono suonava occupato, o spento. Le ho mandato un messaggio spiegando perché non avevo risposto e di squillarmi appena era libera.
Alle sei e quindici ho riprovato a chiamare. Poi alle sei e mezza, e alle sei e trentanove ho chiamato a casa sua.
Ha risposto sua madre. Appena le ho chiesto di passarmi Marta è rimasta in silenzio per qualche secondo, poi ha detto: “Ma non è con te?”
“No... ci siamo separate all’incrocio.”
“Aspetta un secondo, magari è chiusa in camera e non l’ho vista entrare. Arrivo subito.”
Suono dei suoi passi verso la camera di Marta, bussa, apre.
“No, non c’è... pensavo che ripassavate scienze insieme... Ma l’hai chiamata sul cellulare?”
“Certo, tre volte, ma sembra occupato, oppure spento... per quello ho chiamato a casa.”
Silenzio.
“Ok, provo a chiamarla anch’io. Fammi sapere se ti risponde.”
Abbiamo messo giù. Ho aspettato qualche secondo prima di richiamare, non volevo rubare la linea a sua madre. Suono di telefono spento. Riprovo dopo qualche minuto.
Ho comunicato la mia preoccupazione a mamma e le ho detto che volevo uscire a vedere se non si fosse fermata da qualche parte per strada, forse era per quello che mi aveva chiamata e poi la batteria del telefono si era scaricata.
Ho pensato: “se ha incontrato Antonio e l’ha baciato non le parlo mai più.”
Mia madre ha detto che veniva con me.
Siamo uscite, abbiamo camminato veloce fino all’incrocio con via Dante e abbiamo proseguito per via De Piscopo, poi via Serafino Uberti camminando lentamente e guardando dentro tutte le traverse. Io tenevo il telefonino in mano, pregandolo di farmi arrivare un messaggio di Marta. Ho chiamato Alice, tanto per sapere se l’aveva sentita e mi ha detto di no e perché.
Ho mandato un altro messaggio a Marta: “T dove6? Ci stiamo preoccupando. Risp!!!!”.
Alle sette e dieci eravamo davanti a casa di Marta. In quel momento sua madre mi ha richiamata e le ho detto che eravamo li davanti. Ha aperto la porta e ci ha fatto entrare.
Aveva l’aria molto preoccupata.
Ha chiamato suo marito. No, non aveva sentito Marta. Ha chiamato la nonna, no Marta non era con lei.
Alle sette e mezza la mamma di Marta ha pronunciato per la prima volta la parola polizia. Mia mamma ha cercato di sdrammatizzare.
Alle otto la mamma di Marta ha chiamato la polizia. Le hanno detto di stare calma, le hanno chiesto le generalità di Marta e hanno detto che spesso questo tipo di sparizioni si risolvono nel giro di dodici ore.
Mamma ha chiamato papà a lavoro dicendogli che ci fermavamo a casa di Marta e ha chiamato Tullio dicendo che papà arrivava presto.
Ho chiamato Luisa, Marco, Dalila e ho esitato sul numero di Antonio. Alle nove è arrivato il papà di Marta.
Alle nove e dieci abbiamo richiamato la polizia. Alle nove e quaranta sono arrivati due poliziotti. Si sono fatti dare una foto di Marta, gli ho descritto come era vestita. Sono usciti a fare un giro, poi sono tornati e hanno chiamato altri poliziotti.
Alle undici e mezza ci hanno detto di andare a casa. Ho fatto promettere alla mamma di Marta di chiamarmi a qualsiasi ora.
Ho provato a chiamare Marta altre dieci volte, se non di più, finché non sono crollata addormentata verso l’una di notte.
Mi sono svegliata alle sette, ho pianto per frustrazione non trovando nessun messaggio e nessuna chiamata, ho riprovato a chiamare,.
Alle sette e mezza mi ha scritto un messaggio Alice, per sapere se avevo trovato Marta. Non le ho risposto. Alle sette e quaranta ho chiamato a casa di Marta, ha risposto il fratello dicendo che non avevano sue notizie. Era sconvolto, avevano passato tutti la notte in bianco.
La polizia iniziava a girare per il quartiere con i cani. E poi fuori dal quartiere, e poi nelle campagne.
Alle nove ho ricevuto un messaggio di Marco, mi sfotteva per non essere a scuola a fare il compito di scienze. Non gli ho risposto.
Ho chiamato Marta a scadenze irregolari fino all’una, le ho mandato tre mail, poi ho ripercorso la strada verso casa sua e sono rimasta a guardare il viavai di gente nel suo salotto fino alle sei di sera. Poi è arrivata mia madre, mi ha sgridata per il fatto di essere uscita di casa senza dirlo, mi pensava a scuola... poi mi ha abbracciata.
Ho mandato un messaggio ad Antonio. Nel frattempo la polizia mi ha riconosciuta come ultima persona ad aver visto Marta. Gli ho raccontato tutto, più volte. Poi hanno chiamato Antonio e sono andati a casa sua.
Filippo, il fratello di Marta, mi ha raccontato che durante il giorno hanno interrogato tutti i famigliari, compresa la nonna, e alcuni vicini.
Ho riletto tutti gli ultimi messaggi scambiati con Marta, ho guardato le foto che abbiamo fatto insieme.
Volevo andare in camera sua, ma non me l’hanno permesso.
Alle otto sono tornata a casa. Ho acceso internet, ma niente.
Ho passato la notte in mezzo agli incubi. Marta mi chiamava, ma non aveva voce.
Il giorno dopo mia madre mi ha detto che era meglio andare a scuola. Mi sono rifiutata. L’ho pregata di portarmi a fare un giro in macchina per la città. Sono rimasta incollata al finestrino, sussultando ogni volta che vedevo il colore azzurro.
Venerdì ho ricevuto un messaggio da Antonio, chiedeva come stavo e se sapevo niente di Marta. Gli ho detto che non sapevo niente... e gli ho chiesto come stava lui. Mi ha mandato “:(“.
La sera hanno parlato di Marta in televisione. Marta ha sempre sognato di andare in televisione...
Lunedì ho litigato con mia madre perché non volevo andare a scuola, ma poi mi ha convinta, anche perché mi aveva scritto Alice dicendo che dovevamo organizzare una ricerca personale, che aveva già coinvolto quasi tutta la nostra classe e la B.
Mia madre si danna per non aver insistito a venirci a prendere. Io mi danno per non aver detto di si.
Soprattutto... alle cinque e quarantadue mi ha chiamata. Io non ho risposto.
Sono passate due settimane.
La polizia non ha trovato niente. Al telegiornale parlano sempre meno di Marta, niente scandali, niente di marcio nella sua famiglia o in quelle dei vicini. Non hanno nemmeno trovato il suo cellulare, o un pezzo di vestito, un libro, una matita... da nessuna parte...
C’è un poliziotto che mi piace molto, si chiama Claudio Rotolo. Buffo come nome. E’ stato il primo a interrogarmi. E’ molto gentile e spesso, con la scusa di chiedermi qualche altro dettaglio, mi chiama per aggiornarmi sull’indagine in modo discreto e per mostrarmi il suo sostegno e la sua dedizione nella ricerca di Marta.
Sta iniziando la terza settimana.
La chiamo ancora, ogni giorno. La mattina appena sveglia, nella pausa pranzo e la sera prima di andare a dormire.
C’è una nostra foto che amo particolarmente. Era il giorno prima del suo compleanno. Eravamo andate in riva al lago con l’intento di farci delle belle foto da mettere sul nostro profilo internet.  Avevamo finito per farne tantissime e una più scema dell’altra.
Marta sorride mostrando tutti i denti e strizzando gli occhi, con il collo allungato. Io rido di rimando per la sua faccia buffa e ho gli occhiali tutti storti. Dietro di noi il lago scintillante e un pezzo della panchina verde su cui eravamo sedute.
L’ho stampata grande e l’ho messa sulla mia bacheca con frasi di magica preghiera: “Marta torna”, “Marta so che stai bene”, “Marta sei la mia T.” “So che ti troverò presto”. Le ho scritte lentamente, ripassando ogni lettera dieci volte... mi dicevo, al decimo giro Marta mi chiamerà. Alla prossima lettera Marta mi chiamerà. Se ripasso questa lettera dieci volte senza uscire dai bordi Marta mi chiamerà.
Il gruppo di ricerca creato da Alice non ha avuto molto successo. Siamo usciti un fine settimana correndo per tutte le strade, fermando la gente e chiedendo se avessero mai visto questa ragazza. Ci rispondevano “Sì, in televisione”. Marta! Sei famosa! Come devi essere orgogliosa!
Marco aveva portato anche il cane di sua madre, un perfetto segugio che non smetteva un attimo di abbaiare in modo isterico. Anche Antonio era venuto con noi, e Davide, e la stronza della B che voleva solo far vedere quanto fosse brava a venire con noi sfigati a cercare Marta.
Avevamo iniziato con entusiasmo, eravamo sicuri del nostro successo, tanti piccoli investigatori. Ma dopo qualche ora i miei compagni avevano iniziato a strascicare i piedi, a inviare messaggi dicendo che avevano guardato dappertutto, chiesto ovunque, ma niente.
“Marta, se leggi questi messaggi, fammi uno squillo...”
“T, ti voglio bene, sappi che ti stiamo cercando!!”
“Mi manchi.”
“Se qualcuno ti sta facendo del male giuro che se ne pentirà tantissimo!!! Sai quando mi trasformo in ragno viscido e puzzoso, ecco!!”
“T torna da me.”

Primo mese.

... Ho solo dodici anni! Cosa posso fare!? Oggi mi sono messa a piangere al telefono con Claudio. Mi ha detto di non perdere la fiducia. E come faccio? Come faccio?
La famiglia di Marta ha organizzato una fiaccolata in suo onore. C’era tantissima gente. Foto di Marta su grandi cartelloni, frasi dolci dedicate a lei. Marta, sei una star.

Due mesi.

Ho aperto un blog, me l’ha consigliato il mio psicologo.  In realtà mi ha consigliato di scrivere un diario, dove scrivere tutte le cose che voglio dire a Marta...
Sto ricevendo molta solidarietà, da posti anche molto lontani. Marta, la gente ti vuole bene.
Grazie.

Tre mesi.

Alice mi sta molto vicina, ci vediamo spesso e mi parla di tutto. Molto più di prima. Le ho urlato contro e le ho detto che non prenderà mai il posto di  T.
Inizio a perdere i contorni del suo viso. Quando chiudo gli occhi e li strizzo non riesco più a vederla per intero. Cerco di seguirne i contorni con le dita... Vedo un suo occhio, il lobo dell’orecchio, i capelli tirati vicino alla coda di cavallo...
Non la vedo più intera.
“T. T. T. T. T. T...”

Quattro mesi.

Antonio mi ha confessato che quel bigliettino l’aveva scritto a Marta, sì, ma che era rivolto a me... era me che voleva invitare al cinema. Gli ho urlato contro, dicendo che non aveva il diritto di rovinare l’ultimo sogno di Marta.

Cinque.

A scuola Marta sta diventando un argomento da evitare. Nessuno mi guarda in modo diretto, nessuno mi guarda dritto negli occhi, è come se fossi sparita anch’io...

Sei.

Hanno fatto una messa per Marta... come se fosse morta. Non ci volevo andare, ma mia madre mi ha fatto ragionare e mi ha convinta per rispetto alla sua famiglia. Il prete ha detto che Dio è con lei, non è da sola. Gli  ho urlato contro e gli ho detto che è di noi che Marta ha bisogno.

Sette.

La nonna di Marta è morta. Il suo cuore era troppo pieno di dolore.
“T., noi ti aspettiamo sempre”.

Otto.

Nove.

Dieci.

È il suo tredicesimo compleanno. Le piaceva il tredici, diceva che a tredici anni si inizia a diventare donne.
“Buon compleanno sorella mia! Ti ho comprato una cosa bellissima, sono stata tre ore dentro al tuo negozio preferito! Volevo comprare tutto! Vieni a prenderla, ti aspetto.”

Undici.

Dodici.

Marta, ti vedo come una statua di cera, immobile, liscia, eternamente bella e fragile allo stesso tempo. Ti sogno. Faccio incubi.
“T. non mi lasciare sola. Ti prego...”
Altra fiaccolata per questo anniversario che non vorrei ricordare. Meno gente della prima volta. Marta. Hai deciso di sparire, e l’hai fatto in modo delicato, come il tuo carattere. Niente colpi di scena, niente scandalo.
Niente.

Due anni.

Vorrei solo sapere cosa ti è successo. Dove sei. Cosa fai. Come sei diventata... Chi è stato.

Tre.

Vorrei solo sapere se sei ancora viva.

Quattro.

Vorrei.

Cinque, sei. Sette. Otto. Nove.

Dieci.

di Ettore Zanca

Livello zero - Ettore Zanca 1

Ho vinto.  Mamma diceva che perdevo solo tempo, ma io stavolta mi sono messa di buzzo buono. Detesto arrivare a un passo dall’ultimo livello e perdere tutto.
Mi piacciono i videogiochi l’ho detto anche alla professoressa che somigliano un po’ alla vita. Ne ho trovato uno che mi piace tanto. C’era un Orco che prendeva una principessa e la portava in un castello diroccato, un cavaliere affrontava un sacco di piccoli mostriciattoli, ostacoli, spine infernali, fuoco fiamme, per salvarla. Mamma si arrabbia se passo troppo tempo davanti alla mia Playstation, “maledetta me e quando te l’ho comprata!” mi dice sempre.
Invece non immagina quanto mi è stata utile. L’orco che prende la principessa mi ha sempre fatto ammattire. Sembra non ci sia modo per sconfiggerlo. Il cavaliere prova a parlare con maghi e saggi dei villaggi che percorre, cerca di capire come può sconfiggerlo, ma tutti gli dicono che non deve parlare ma essere coraggioso, trovare l’arma segreta e uccidere quel mostro orribile con quella. Così ho cercato l’arma segreta, livello per livello. A papà sembro triste quando viene a trovarmi in camera. Non capisce perché quando abbiamo i suoi amici a cena mangio di fretta e scappo in camera. Mamma è preoccupata perché a scuola le hanno detto che sono molto silenziosa, sono cambiata. La psicologa della scuola e la professoressa dicono due cose diverse. “è colpa di questi videogiochi” dice la prof, “no, la ragazza sta crescendo, il fisico cambia e non tutte le ragazzine lo accettano” replica la psicologa.
Io non devo ascoltarle, sono come le streghe maligne che fermano il cavaliere e gli indicano la strada sbagliata per non farlo arrivare dalla principessa. Io invidio quella principessa che ha un cavaliere che risolve i suoi problemi, che si fa in quattro per lei e non accetta la realtà che i nemici provano a fargli vedere. Lui va oltre e lei lo aspetta. Sa che sconfiggerà l’orco. Quando troverò l’arma segreta so che sarò felice. È il mio unico obiettivo. Anche a scuola ormai non penso ad altro. Certo un po’ ne risente lo studio, ma poi recupero. Anche le mie amiche mi trovano un po’ strana. Anzi mi giudicano infantile, loro osservano e ammiccano i ragazzi della classe, ma mirano a quelli più grandi e invidiano Marina che è ripetente e ha il fidanzato con la macchina vera. Mica quelle lattine ambulanti che i genitori iperprotettivi comprano ai figli al posto del motorino.
Ieri mio padre ha parlato con i professori, è tornato nero. Non ha neanche provato ad ascoltarmi; “o studi e recuperi, o ti scordi questo schifo di console!”, ha ruggito. Stava per prendermela e portarmela via. Dopo mesi di silenzio e di passività, oggi ho reagito. Devo averlo guardato male, molto male, perché si è preoccupato, gli ho detto solo “fammela tenere per un giorno, domani te la do e non ci giocherò mai più”.
Non mi ha creduta. Mi ha lasciato la Play, ma sottovoce ha detto a mia madre che domani avrebbe chiamato una psicologa per cercare di capire, per farmi curare “da una che ne capisce”. Se avesse ascoltato almeno una volta avrebbe già capito.  Stanotte ho fatto le ore piccole, per vedere dove si trovava questa benedetta arma segreta. L’ho trovata, ho capito come si sconfigge l’orco. Ho salvato il livello, pronta allo scontro l’indomani. Ero molto stanca e volevo affrontarlo tranquilla. La mattina dopo ho fatto colazione, sono uscita per andare a scuola.
Papà mi ha detto che di pomeriggio saremmo andati “da una loro amica che voleva parlarmi”, “va bene” ho risposto contenta, mio padre mi guardava come se fossi pazza. Sono arrivata davanti scuola e sono andata oltre, volevo affrontare il livello finale, avevo l’arma segreta e sapevo come sconfiggere l’orco. È stato più semplice del previsto. Basta andare dagli uomini vestiti di blu, proprio accanto alla scuola. Nel mondo reale si chiamano poliziotti, dire il proprio nome e cognome e raccontare di come, per tre volte, il migliore amico di papà approfittando dei pomeriggi che i miei erano al lavoro fosse venuto a casa. Io mi fidavo, mi teneva sulle ginocchia da piccolina, lo chiamavo zio. Ma zio non mi ha tenuto sulle ginocchia, stavolta, per tre volte, ha fatto inginocchiare me. Sarò ancora piccola per certe cose come dice mio padre, ma anche da grande credo che mi faranno schifo.
Poi mi ha detto di non parlare, che era una cosa nostra. Per tante sere è venuto a cena da noi con sua moglie e i suoi figli piccoli. Io sentivo scorrere addosso la stessa sensazione appiccicosa della bava vomitata dall’orco al cavaliere per impedirgli di arrivare alla principessa. Così ho giocato alla play. All’inizio era perché non volevo stare a pensare, quando l’orco andava via dopo le porcherie che mi aveva fatto fare, era per scacciare i fantasmi. Ma poi ho capito che il cavaliere dalla principessa ci deve arrivare.  Perché  l’orco vuole convincerla a essere sua e dice che è amore, che gli altri non capirebbero.
L’amore però non può fare lo schifo che sento io, non è nelle parole inascoltate dai miei, quando insistevo per non restare a cena quelle sere, quando non volevo che mi facessero accompagnare da lui a danza. Ho giocato per liberare la principessa, ora so che c’è l’arma segreta. Si chiama denuncia. L’orco viene sconfitto, ma la principessa non ha tanta voglia di festeggiare, anzi, diciamo che dopotutto si sente anche morire dentro un po’.

Quella sera eravamo strafatti di Ketamina e MDMA, io e Menphis. Era la sera adatta per l’invenzione di una nuova rubrica. - Cosa serve per scrivere una rubrica? - chiese Hanry Menphis. - Non so, forse alcol. Vuoi dell’alcol? - risposi. Sapevo già che avrebbe accettato e gliene versai. Poi mi misi a sedere sulla grande poltrona di giaguaro. - Sai Menphis, in questo periodo le storie mi escono dalle dita come se dovessi pisciare. Sono delle vescicone piene di piscio con forti problemi di ritenzione. Menphis rimase in piedi, con il suo bicchiere in mano - Ti capisco Luca, a volte ho la sensazione che il mio cervello sia troppo grande per il cranio. Sento la corteccia cerebrale premere prepotentemente sulla ossa. Forse sto diventando un dobermann. I due continuarono a parlare e la storia d’un colpo passò ad essere narrata in terza persona: le trame, signori miei, non accettano di farsi calpestare dall’ordinario. Allorché, mentre i due sorseggiavano alcol e la notte passava, una creatura astratta prendeva vita: la rubrica. E lei non riusciva a sopportare l’ignorante voce con cui il primo si rivolgeva all’altro, ancora più ignorante . Ma era nata dal loro bisogno di parlare di qualcosa, di qualsiasi cosa, purché riempisse quel dannato silenzio. Era una rubrica che non esprimeva alcun concetto, quasi a volersi dire sopra le parti. Ma in effetti sentiva un profondo e viscerale disagio per la sua inutile esistenza. Rubrica senza senso, almeno apparentemente simile al resto della popolazione, ma cosciente della mentalità comune che l’avrebbe connotata come rifiuto. Decise di suicidarsi. Il difficile stava nel trovare un modo. Poteva sperare che i due, risvegliandosi il giorno dopo, si rendessero conto della cazzata che avevano fatto. Ma il giorno dopo prevedeva un equivalente dosaggio di MDMA e Ketamina. Sarebbe rimasta in vita, reduce di cicatrici cerebrali di due venticinquenni che non accettavano la realtà. Troppo banale, sarebbe troppo banale ridurre la sua infinita superficialità a del semplice “troppo banale”. Troppo umana. E allora che senso aveva tendere alla perfezione per sapersi alla fine comunque incompleti? Che senso aveva laurearsi in economia per poi non vedere neanche un soldo? Non aveva senso cercare un senso fittizio se alla fine della giornata la morte sarebbe venuta lo stesso, travestita da preoccupazioni per il giorno seguente, mentre della Marlboro non sarebbe rimasto che il filtro, e il catrame nei polmoni sarebbe stato sempre più forte di qualsiasi menzogna si potesse usare per giustificarlo. Così i due decisero di non cercarlo, quel senso; di non inventare un’arte che si arrogasse il diritto di spiegare tutto, ma limitarsi a passare il tempo, scrivere per riempire quel grasso disagio interiore, figlio del terzo millennio. Hanry Menphis e Luca Torzolini alternavano letture di elevatissimo spessore a cose totalmente demenziali, Popper ai Monty Python, Happy Tree Friends a Pasolini. Quindi cosa poteva fare la loro creatura? Le sembrava impossibile abituarsi all’idea di quella vita, trascorsa tra l’essere un abominio dell’editoria e la rubrica preferita di tanti imbecilli. All’improvviso, nell’affermazione di uno dei due su un certo Gurdjieff, prese la direzione della rubrica esoterica. Ma ad un chiasmo romantico recitato dall’altro si sentì subito sturmunddranghiana. Il lungo silenzio a venire le tolse di dosso il grande fardello: i due stavano pensando ora ad ammucchiate selvagge; ognuno nella propria testa scopava un numero indecifrato di ragazze mulatte, asiatiche, caucasiche. Prendendo esempio dalla facoltà femminile di sincronizzare il giorno del mestruo con le donne con cui si convive, le menti funamboliche dei due scrittori si diressero verso il medesimo punto, al centro di quell’orgiastico universo, per incontrare la stessa fanciulla. Una telepatia sincronica l’incollò per sette minuti e quaranta all’identico, infimo pensiero sconcio: la presero, Juliette, 21 anni, la presero e legarono il suo corpo al letto. Lei protestava, impotente, mentre i due indossavano i loro abiti di scena. Luca Torzolini , da carismatico Zorro , cavalcava la puledra imbizzarrita e, con grevi colpi di fianco, assestava potenti penetrazioni nel foro anale. Hanry Menphis, alias Aquaman, esplorava ogni condotto fino a sverginare anche il foro lacrimale. All’unisono vennero con urla e gesta inconsulte sul corpo esanime di colei che - nonostante fossero fatti come muli - avrebbero ricordato per sempre. La fantasia finì. La realtà, in tuta mimetica e berretto verde, li attendeva pronta all’agguato. - Oh, ma questa rubrica? - disse Torzolini. - Alcol, serve alcol! - rispose Menphis. E i due se ne versarono ancora. La rubrica era rediviva, come un vampiro risvegliato da un lungo torpore, e si stava avviando con profondo disagio verso le strazianti rotte della rubrica a tema. Nulla di più inquietante poteva capitare, dalla sua nascita, ad un rubrica. Etichettata, identificata in un pericoloso modello che riproponeva di volta in volta lo stesso schema esplicativo per narrare aneddoti di Rimbaud, Diogene o chiunque altro, o per intersecare fra loro periodi storici e correnti artistiche , facendo ciò che alla fine dei conti può essere letto come un semplice sproloquio soggettivo senza alcuna attinenza con la realtà. - Si potrebbe chiamare “Ma chi sono io per fare una recensione critica su un quadro?”. - disse Torzolini. - Sì - rispose Menphis - in realtà parliamo solo del pittore e del suo escursus artistico, senza scrivere nulla sul dipinto. -

- Esatto - si esaltò Luca mentre stappava altre due bottiglie di alcol - e concludiamo ogni volta la rubrica scrivendo “All’interpretazione del quadro, a questo punto, pensateci voi”... Bene, visto che è un’idea figa lasciamola per un’altra Racconti di Luca Tor zolini e Hanr y Menp his rubrica. Adesso pensiamo a questa. - continuò Torzolini, che frettolosamente si dirigeva verso il bagno per vomitare. Hanry Menphis, rimasto solo, contemplava con avidità la luce scarna della lampada da cucina, affezionato all’arcaico impulso elettrico che dominava un tempo le scimmie nel circo dei fratelli Watislava. Di colpo si destò dal suolo l’editor, che ore prima era stramazzato a terra a causa di una sfida leggendaria: tracannare una damigiana di vino rosso non fermentato, da due litri e mezzo. Tassoni Stefano, questo era il suo nome, cominciò da subito a sparlare della rubrica in modo saccente e viperino. - La rubrica sarà sulla storia culturale dell’Italia centromeridionale! O no, meglio ancora, sarà invece sulle disquisizioni sopra i Paralipomeni della Batracomiomachia!! - Dopodiché perse di nuovo i sensi. Era l’unico acculturato del gruppo. Poverino, avrebbe fatto una brutta fine. Loro là a cercare di sbarcare il lunario con la rivista più cazzona della storia editoriale italiana e lui imprigionato con loro, in quella litote d’impertinenza che mitragliavamo contro il genere umano. Eppure nel frattempo qualcuno prendeva appunti, là, nell’angolo della stanza. Una donna saggia senza età scriveva senza sosta le lettere che ora v’imbocca a viva forza senza le giuste precauzioni. Più tardi sarebbe morta, per non avervi fatto usare il preservativo. Hanry Menphis e Luca Torzolini l’avrebbero seppellita in giardino, scrivendo sulla sua lapide:

“FANTASIA, NATA IL 00/00/00, MORTA IL 21/05/10”

Sarà difficile senza lei creare,
cercare motivazioni scomposte
che le vostre proposte
potessero stupire.
Magari andare avanti di poesia,
purché non rubino a vossia
talento e grazia.
L’artista ipocrita ringrazia
e s’inginocchia umile ma sapiente
al vostro dio penitente
che presto invecchiare v’ha fatto
con “l’identico” a contratto.
A tempo indeterminato.

 

A quel punto le idee stavano per finire. Nelle menti dei due scavava con forza il proprio rifugio Il Grande Vuoto. Presi dalla scintilla dell’ultimo impulso vitale, due neuroni sull’orlo del collasso incrociarono i propri assoni per dare un senso al finale. - Quale credi sia l’unico modo in cui una rubrica possa suicidarsi? - chiese Hanry Menphis. Torzolini rispose - trasformandosi in un semplice racconto - poi si alzò e se ne andò da casa dell’amico, portandosi via le sue buste piene di piscio

Non troppo distante dalla terra un essere la osservava. Era verde, con le classiche antennine. Uno di quegl’alieni che parlano sempre di come conquistare altri pianeti. - Che ne dici, ci mischiamo in mezzo a loro? - disse ad un suo simile, seduto accanto a lui nella comoda astronave. L’altro alieno era più verde, come se la pigmentazione della pelle avesse fatto indigestione di bile.

- Ma no, dai, lasciamo perdere -

- Ma sei pazzo?! Guarda che solo sulla terra puoi trovare della fresca Vodka Watislava! - I due esserini verdi si guardarono tra loro e dissero all’unisono - Vodka Watislava, la vodka che lo stomaco ti lava! -

- Stop, ciak buono! - disse il regista. La troupe cominciò a disfare la scenografia e le luci; gli alieni si tolsero le facce. Hanry Menphis era quello più verde. Quel mese i due non avevano trovato nulla di meglio. In fondo il lavoro era buono, la paga alta e l’esigenza di trovare dei soldi davvero esagerata. Luca Torzolini ed Hanry Menphis avevano speso tutto il compenso del lavoro precedente a puttane e alcol. Sembrava facessero a gara nel cercare sempre nuovi metodi idioti per sperperare i loro averi. - Che ci compriamo? - chiese Hanry Menphis. - Potremmo acquistare quella macchinetta fotografica gigante - rispose Torzolini - oltre all’alcol, ovviamente. -

- Mi piace! - Ribatté Menphis - Così grande da dover usare due mani per schiacciare il pulsante e scattare una foto - Andarono in uno di quei grandi centri commerciali, dove la gente trascorre i week-end a riempire le tasche degli altri. Cosicché i pezzenti restano sempre più pezzenti, con la casa piena di cose inutili. I due lo sapevano bene, Mazzarò era stato un idiota e loro non volevano portarsi dietro nemmeno un gallo. - Credi che il padrone di queste mura ci guardi dall’alto mentre spendiamo nei suoi negozi? - chiese Torzolini mentre cercava di comprare una commessa con 70 euro. - È probabile che abbia uno di quei teleschermi giganti da dove ci osserva, masturbandosi con entrambe le mani. Nel frattempo una sessantenne platinata gli porge di tanto in tanto una sputacchiera - rispose Menphis palpandosi il pene. Continuarono a camminare. Il primo, disinvolto, insisteva nell’importunare il personale femminile; il secondo, colto dalla sindrome dell’“Ok il prezzo è giusto”, conduceva insulsi discorsi con gli oggetti contrattando sul loro effettivo valore. Dopo due ore si ritrovarono nel reparto cosmetici e si consultarono nuovamente sulle possibilità di spesa. - Abbiamo 300 euro sonanti - disse Menphis. - T’immagini a vincere il superenalotto? Ottanta milioni di euro. Con un milione ci finanzio la rivista Re-volver. La facciamo uscire gratuita e senza pubblicità. Al posto del prezzo mettiamo il quoziente intellettivo che abbisogna per leggerla. Te la vedi la scena? Tutti a prendere Re-volver pensando di essere dei geni. Con tre milioni apro un megabar in un paese dell’entroterra abruzzese, solo per il gusto di osservare l’alone di tristezza di quella gente, una mandria di buoi che trangugia anacardi e sorseggia amari, dolci in confronto alle loro vite. Con il resto dei soldi ci finanziamo i film di quel regista indipendente, Mauro John Capece! - Si sapeva che questa era una lista totalmente fittizia. Ma loro credevano in quelle sparate senza meta, anche se in realtà, ad avere ottanta milioni di euro, si sarebbero giocati tutto a puttane e alcol. - Giochiamo al superenalotto! - ribatté Menphis esaltato. Si avvicinarono a lunghi passi al dipendente di uno di quei barettini da centro commerciale dove la gente finge di bere un caffè pur di incontrarsi. Dopo anni trascorsi all’interno di quelle strutture, inizi a riconoscere con pochi sguardi mirati quali fra quei figli di puttana che lavorano là dentro ti farà penare per trovare una tuta da sci, per illuminarti sulle caratteristiche di un portatile, per farti un cazzo di semplice caffè. Per loro sfortuna quel dipendente era uno di questi. - 300 euro di schedina dell’enalotto - disse Luca Torzolini. - 300 euro, ma sei matto? - esplose il dipendente - Con tutti quei soldi ci fai un viaggio in Marocco di una settimana, pesce pranzo e cena. -

- Non rompere il cazzo e gioca quella schedina! - lo interruppe Hanry Menphis.

- Con 300 euro affitti una Mercedes-Benz con cui rimorchiare fica per un week-end, facendo credere alle pollastrelle che il tuo portafoglio è rigonfio di denaro. Ti fanno una pompa e quando arrivano a esplorarti le tasche tirano fuori la targhetta dei pantaloni in affitto. -

I due si guardarono per alcuni secondi, poi si diressero verso l’uscita. Arrivati a un concessionario in cui affittano automobili Luca Torzolini esordì con uno dei venditori - una Lamborghini Murcielago, abbiamo 300 euro! - Il tizio porse le chiavi dicendo - riportatela entro un’ora - abituato a ragazzi testosteronici in cerca di potenti mezzi acchiappa-gnocca. Menphis e Torzolini si avviarono trotterellando verso la sgargiante autovettura. - Abbiamo un’ora per rimorchiare delle pollastrelle - disse Torzolini, con la voce che sembrava aver preso la tonalità caratteristica dei maniaci sessuali. - Sono le due di pomeriggio, le donne sono tutte a pranzare - rispose Menphis.

- Bene, sfondiamo una casa. Attraversiamo il muro con la macchina per metà, così da ricreare una scenografia classica da pub americano, dove la macchina è incastonata nella parete. -

- Dannazione, ci servirebbe una Cadillac per fare queste cose... -

- Vabbe’, allora sai che ti dico? Passiamo dalla fruttivendola a far vedere questo gioiello, poi dalla fornaia e infine davanti casa della mia ex. Appena vedrà questo macchinone si pentirà di avermi scaricato per Mimmo “Il Zozzo”. -

- Perché non passiamo da tua madre? È un sacco di tempo che voglio farmela... - Passò un’ora e il venditore tornò a reclamare le chiavi della macchina. I due non erano ancora partiti. - Ma che cazzo vuole! La macchina è nostra per un’ora dalla partenza… -

- Nessuno aveva parlato di partenza - rispose il venditore - era un’ora e basta, come si fa con le puttane. Anche se non consumi, paghi! -

- Brutto frocio di merda!!! Questa macchina è mia per un’ora ho detto! - a queste parole di Torzolini, i due si allacciarono le cinture iniziando a urlare insulti sconnessi. - Signori, mi costringete a chiamare la polizia. -

- Chiami chi cazzo le pare, noi da qui non usciamo - rispose Hanry Menphis guardandolo dallo specchietto. I carabinieri arrivarono e per un’ora il maresciallo non fece altro che pregare i due di venire fuori con le mani alzate. Ma Torzolini e Menphis continuavano a ripetere a voce alta: - Vogliamo un elicottero e dei passaporti falsi! - minacciando con un accendisigari i venti agenti fuori dalla macchina. L’auto s’accese d’un colpo come un grande mostro atavico dei teatri greci, che sembrava animarsi di forza empatica. Il pedale, in un crescendo di giri, stuzzicava il motore. La macchina sarebbe andata a finire contro quei carabinieri, che per una volta non si sarebbero trovati di fronte piccoli drogatelli con due canne in tasca, da accusare come se fossero il principale problema del mondo. Il maresciallo cambiò espressione, di colpo la sua faccia s’annerì di serietà brutale: diede l’ordine e i suoi bravi fecero fuoco. Un uragano di colpi investì la scintillante autovettura; in breve fu silenzio e canne fumanti e volti sbiancati. La portiera cigolò e poi cadde, riversa sul pavimento come Che Guevara, tradito e colpito sotto il cielo boliviano. Un rivolo di sangue scese dal sedile in pelle blu attraverso la carena e poi la gomma, fino a creare una pozza magnifica di metafore morenti. Poi, con un suono gommoso venne giù la faccia dell’alieno meno verde.

di Luca Torzolini

«[…] L'odio è per i deboli: questo ho sempre pensato. Il sotterfugio, il compromesso, la menzogna sono le armi del fragile, lo scudo dell'impotente. E non li giustificherò.
Non dirò, come fanno in molti, "che gran figlio di puttana!" con accezione positiva guardando un potente che si fa beffe di un ingenuo; l'invidia verso l'operato furbesco di queste infime persone è per esseri della stessa specie schifosa.
È deleterio per persone come me guardarsi intorno e scoprire quanto poco meritevoli siano gli altri di una solida considerazione. E non mi fermo, perché la mia bocca non conosce timore né sfinimento di sorta e solo la morte aggrada come unica avversaria.
Il silenzio è una bestemmia: non cambiare le cose per l'incapacità e la paura di farlo...
Sputeranno. E la chiameranno arte.
Ci saranno la corrente del catarro, quella del moccio e la corrente delle feci. Gli “-ismo” saranno applicati a tutte le parole e l'uomo ne inventerà di nuove pur di vendere la propria incapacità.
L'uomo è la pubblicità del business.
E quando legalizzeranno l'omicidio e lo stupro non venite da me, quando il mondo giustificherà tutte le macchie dello spirito perché "il sabato sera" sarà stato più importante di sapere cosa si nascondeva dietro la formula di un acido nucleico.  La definizione di homo sapiens sapiens sarà dunque finalmente invalidata; ci saranno solo ingiustizie, soprusi, violenze e nessuno potrà porvi rimedio: non pretenda una parola in sua difesa chi non ha mai mosso un dito per difendere la cultura.
Un giorno le donne smontabili di Dalì non saranno più soltanto un delirio solipsistico e stiperanno nei loro cassetti la curiosità di Pandora e il Mondo Nuovo di Huxley. Le protesi tecniche domineranno tutte le arti e l'uomo non saprà fare un calcolo: non ci sarà alcun pensiero originale, neanche un solo pensiero umano. Il mio urlo sarà allora l'indignazione colta di chi non sa che farsene della vostra stupida e sottomessa e aberrante e oscena e putrida educazione alla vita moderna e ai suoi immondi meccanismi. Unitevi a me, ora, nella schiera di chi pratica la via della conoscenza e della sensibilità, immergendosi in una vita piena d’interessi e di affetti: non c’è bilancia più esatta e in grado di soppesare le vostre azioni del ritorno che da esse avrete indietro. Il mondo fa schifo ed è colpa vostra e solo le vostre azioni lo potranno cambiare».

L'assessore alla cultura riprese fiato, poggio il foglio sul comodino vicino all’assegno da dodicimila euro; si guardò allo specchio ma non si riconobbe. Non ricordava più che le parole appena pronunciate erano davvero parole sue, parole dette in passato, piene e potenti parole dell’intellettuale di un tempo. Un intellettuale che aveva combattuto contro il potere e l’ignoranza e infine, stanco dell’indifferenza del prossimo, aveva perso la fiducia nell’onestà.
Mentre annodava una cravatta firmata sul colletto di una camicia firmata, la moglie lo abbracciò da dietro e  disse «Con questo romantico e rabbioso discorso sulla giustizia e sulla meritocrazia riuscirai ad affascinarli tutti! Sai benissimo, amore mio, quanto gli uomini di questo secolo siano suggestionabili...»

di Luca Torzolini

Gli occhi di lei lo guardavano, immobili, da lì.

- Amore, perché non rispondi? Non sarà la paura di usare parole troppo grandi a essere più grande di loro e soffocarle, stanziandosi dinanzi la bocca come un masso all'entrata di una caverna? Non sarà quell'amore che non si chiama amore ma infinito rispetto e sdegno per essere incapace di possedere le capacità dell'altro?
Ricordi il nostro primo incontro? Sul lungomare: in piena notte, nella passeggiata solitaria perpetuata per mancanza di comprensione da parte del mondo? Mia di lui e sua di me. Eri anche tu una passeggiata, non serviva dire nulla, e nessuno dei due spalancò la bocca fino al bacio incandescente che ebbe l'implacabile potenza di creare, come le mani elettriche dell'essere che generò dal non essere il suo stesso inganno.
Amore, perché mi guardi così? La vita ci ha interrogato e noi non eravamo preparati a tanta saccenza. È un insegnamento che sovrasta gli imperatori, quando ammirando l'orizzonte sanno che non c'è nulla più da conquistare. Il lavoro tuo, notturno, quello di fare marchette per il piacere della mia perversione; il mio, diurno, di banchiere oscurante il suo destino, troppo piatto per avere il coraggio di mostrarsi: l'incontro tra le due vite, schiacciate dal silenzio sottostante il vociare muto della televisione. Non c'è uomo che abbia imparato ad umanare.
Sei arrabbiata forse per com'è morto nostro figlio? Pendolante dal balcone, con una sciarpa troppo ruvida per ammazzare il freddo; impiccati noi, nella comprensione del gesto dovuto ad un'assenza dittatoriale dopo un’adozione ricercata disperatamente per l'impossibilità di procreare. Amore, perché non rispondi? -.

Era lì da giorni, vicino a lui il cadavere di un transessuale. La putrefazione è una legge che la Natura inventò per separarli. Ma lui vomitò, innumerevoli volte vomitò, con gran ritegno. Poi morì.

di Luca Torzolini e Giorgia Tribuiani

Zaino in spalla.
Salto il titolo. Sfido il catenaccio, riesco a passare. Mi ritrovo in un articolo di politica e lo attraverso a stento: ci sono dei veri e propri macigni tra le righe. Arrivo al punto. Non dell'articolo, al punto della storia: devo intervistare l'Intervista. Ma prima.

Quando il caporedattore di Re-volver mi diede questo compito, pensai che sarebbe bastato aprire una rivista qualsiasi per trovarmela di fronte. Ma non ci sono interviste autentiche nei giornali italiani.
Mi avventurai nelle free press anni '70: ben presto le nuvole di THC mi buttarono fuori strada e... uscii dalle righe. Finii in un articolo di costume di un mensile glamour: un mare di articoli firmati che parlavano di firme. Certo, sempre meglio di editoriali sturm und drang o di articoli d'opinione che calunniano tutti e tutto senza dare alcuna soluzione allo stato di cose.
A tentoni cercai di sorpassare un articolo di cronaca nera e, brancolando nel buio, sentii un calpestio d’interiora sotto i miei passi. Subito dopo inciampai nell'arma del delitto e un senso di inadeguatezza sociale mi s’iniettò in vena. Il labirintico errare, soltanto a tratti illuminato dal bianco e nero della foto, continuò a lungo. Vidi solo l’ombra del colpevole finché un famoso ispettore fece luce sul caso.
Completamente ubriacato dai profumi "Catarro di Giò", "Cagòr" e "Wc N°5", decisi di voltare pagina. Feci fatica a causa dell'orecchietta.

Materializzato nel Mc Solald presi a testate il pagliaccio mentre la carta passava i tre stadi dell’usura: sgualcito, logoro, perforato. Purtroppo i Mc menù sono irresistibili: andai via con una dozzina di quintuplo burger con carne di topo alieno e ketchup sintetico.
Sorpassate altre dieci pagine di sponsor, mi ritrovai nella sezione sportiva e decisi di superare il record del salto in lungo uscendo da una rivista per saltare in un rotocalco: 2D - 3D - 2D.
Il quotidiano in cui ero passato era vecchio di tre giorni. Niente, neanche lì c'era l'intervista. Solo annunci di bordelli privati, necrologi e l’oroscopo. In un paese di morti gli uomini credono di poter sopravvivere dialogando con le stelle. Non sanno che le stelle hanno un portafoglio.

Portafoglio, dicevo: come tutti i veri giornalisti della storia apro il mio ed infine eccomi qui! Nel mondo del business. Vinco l'asta con gli sponsor, i direttori, i propagandisti politici. Sono povero, ma adesso lei è mia.
Ora che gli altri offerenti se ne sono andati mi avvicino curioso come mai e le pongo dinanzi il microfono. Adesso è mia, è mia, è mia.
"No Comment" è la sua risposta. E io non ho nemmeno aperto bocca.

di Luca Torzolini

1940. Mani. Di Joanne.
Vecchie e affusolate. Mani che accarezzavano con forza placida un collo quasi trasparente. Un’ergonomica coordinazione oculo-manuale le permetteva una produzione limitata di rumori.
La stanza era quasi buia. Il separè ospedaliero non la separava dalla sua coscienza. Fu la prima tra le innumerevoli volte che il bambino riuscì a respirare prima di finire nell’acqua. Fu il dottore a chiudere il cordone ombelicale stavolta. Era un compito che di solito spettava a lei.
Il collo taurino le ricordava per associazione antitetica il pollo arrosto che la madre riportava dal mercato, quando era poco più che bambina. Carne flaccida e ossa burrose. La madre doveva comperarlo, anche se in famiglia non c’erano molti soldi. Ogni sabato il padre accarezzava Joanne come fanno i bambini precoci con le gonne delle bambole di pezza. La madre doveva comperarlo. Joanne finì per odiare il pollo.
Il collo. Del padre. Si spezzò malamente. Così.
- Come sta il bambino? – disse l’infermiera nuova facendo carta bianca dei pensieri di Joanne. Il suo camice era troppo sbottonato, lei ancora nubile. Non poteva certo capire. Non aveva ancora avuto bambini, lei.
- È nato morto – disse Joanne, con la faccia impietrita in una smorfia indecifrabile, la faccia insegnata dalle stelle ai poveri quando hanno la certezza che quel giorno non sarà possibile mangiare.

- Oh mio Dio! Oh Dio! – singhiozzò la giovane tirocinante con le lacrime affacciate su questo mondo di merda. Le lacrime caddero, la merda rimase. Divenne più salata. Joanne aveva versato le sue nei 24 anni di vita dedicati alle strazianti cure verso il figlio.
Il dottore annunciò la notizia alla madre che lo aveva partorito. Fu il rumore secco della ghigliottina per il fratello di Robespierre. Scoppiò in un pianto immortale che uccise tutto quel che aveva dentro.
Joanne sentì la disperazione della donna, sapeva che in qualche modo la vita avrebbe di nuovo giocato con lei. Era solo un bisticcio. Momentaneo.
Il corpo fu seppellito, insieme al suo cromosoma in più.

di Marco Sigismondi


Freddo.
Lo senti sul viso: ti schiaffeggia, ti punge, ti sveglia. Allacci di più il cappotto, stringi la sciarpa, le mani in tasca. Guardi i tuoi piedi mangiare l’asfalto, scandire il tempo al ritmo del tuo passo. La mente avvinghiata alle idee cerca di non crollare, di non cedere il passo al corpo che reclama vita. La mente cerca di portarti via, ma non andrai molto più in la di dove vorranno i tuoi anfibi.
Il mondo è fatto di colori, sempre gli stessi: nero, giallo, rosso, blu. La notte avanza presto: è già lì ad aspettarti quando ti svegli. I tuoi piedi continuano a mangiare l’asfalto.
Gli occhi, lo sguardo, lo specchio di un cielo vuoto. Poche nuvole, pochi soli, poche stelle, molti lampi. Tuoni nella mente che sovrastano le onde esauste dei tuoi pensieri. Fottuta solitudine.
Un paio di cuffie per chiudere ogni entrata al tuo cervello, per lasciarlo piangere sull’Étude op.25 n.12 di Chopin, per piangere sulle note di quel pazzo polacco. Combatti il mondo con dei tasti d’avorio: fai come lui, fottitene ancora, fottitene e basta. Prendi la spada e vomita altro inchiostro e altro sangue. E che si mischino. Vomita ancora, svuotati di tutto, di alcol e pizza, di fumo e rabbia. Vomita inchiostro e mangia l’asfalto.
Corri. Finché la strada cesserà di avere forma, finché il mondo intero cessi di avere forma. Il vento e il freddo ora ti spingono addosso ai passanti. Scansali senza una parola di scusa, le mani in tasca, il cuore pure.

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