di Marco D’Amelio
Le dinamiche si instaurano tra bene e male, confine notoriamente sottilissimo. Questa è la principale tematica di questo splendido noir diretto da Orson Welles. Il titolo originale, certamente migliore e maggiormente esplicativo è Touch of Evil, Il tocco del diavolo. Il diavolo in questione è il capitano Hank Quinlan, interpretato dallo stesso Welles, poliziotto di dubbia moralità che si veste da burattinaio per giostrare l’evolversi della sua sfida con il poliziotto messicano Vargas, interpretato da Charlton Heston. Vargas è un esperto segugio dell’antidroga ed è in viaggio di nozze con la moglie, interpretata da Janet Leigh, negli Stati Uniti. La trama, ispirata ad un mix di alcune tragedie shakespeariane, è solo un pretesto per scandagliare il complesso animo di un uomo che in ogni sua azione è subdolo e quanto mai scorretto. A fare da corollario al rapporto tra i due poliziotti ci sono un’infinita serie di personaggi misteriosi tra i quali spicca quello della chiromante interpretata da una matura Marlene Dietrich. Le scelte registiche sono insolite, proprio perché l’idea non è quella di un film di narrazione ma di una pellicola che ricorda più un saggio di psicanalisi: inquadrature sghembe, infiniti piani sequenza cambiamenti di fuoco da un soggetto ad un altro utilizzando costantemente una focale molto corta. La scelta di un bianco e nero madido di grana e con tonalità estremamente profonde rimandano proprio alla scelta di Welles di raccontare quel lato scuro e imperscrutabile del capitano Quinlan. Il film fu letteralmente stravolto in fase di post produzione dalla Universal poiché riteneva che così com’era, con infiniti dialoghi e una trama fittissima, il film non sarebbe risultato appetibile al pubblico americano; negli ultimi anni è stata però riproposta la pellicola senza tagli, esattamente coma l’aveva pensata Orson Welles.
di Domenico Pantone
Considerare la cattiva accoglienza di un’opera d’arte da parte di pubblico e critica come sinonimo di incomprensione per un capolavoro può essere spesso fuorviante. Nel caso di La regle du jeu di Jean Renoir, tuttavia, tale osservazione pregiudiziale risulta perfettamente funzionante. Abbiamo a che fare con uno spartiacque anomalo, un’imprescindibile pietra miliare, riscoperta e celebrata con decenni di ritardo, negli anni sessanta, dai registi-intellettuali della Novelle Vague. Un week-end mondano nella tenuta di campagna del marchese La Chesnaye cui partecipano squallidi relitti di un’aristocrazia annoiata alle prese con frivoli intrecci amorosi da commedia plautina. Personaggi ambigui e contradditori dai caratteri sfuggenti e instabili disegnano impietosamente lo sfacelo morale della società francese ed europea alla vigilia del secondo conflitto mondiale. I domestici di casa La Chesnaye sono anch’essi fatui e meschini, più dei loro padroni. Ma in ultima istanza l’eccezionalità dell’opera risiede nel rivoluzionario espediente stilistico adottato da Renoir: rifiuto assoluto del campo/controcampo a favore del long-take, che ripercorre la struttura caotica e ricorsiva della realtà gravida di fratture e retroazioni senza alterarla se non parzializzandola. Unità di tempo e spazio, rispetto della «durata della realtà», come avrebbe detto il grande André Bazin. Un elegante preludio alle funamboliche trovate di Orson Welles; si può dire che il cinema moderno nasce qui, dunque: con quello che Truffaut ha ribattezzato «il film dei film».