Holy EYE

CERTIFIED

di Domenico Pantone


HorsesRecitativo invasato e bruciante, rock’n’roll, profetismo biblico e diaboliche cavalcate hard blues:  Horses inaugura la new wave newyorkese, inventa il punk prima ancora che questo nascesse, e lo strumentalizza, superandolo. Simili occasioni si verificano esclusivamente grazie all’azione di personalità uniche, contraddittorie, visionarie e megalomani che possiedono l’abilità, se non la fortuna, di canalizzare aspirazioni artistiche isteriche e velleitarie in opere immortali, in mitologia. Grandi comunicatori, mistificatori prometeici, nati sotto Saturno. Patti Smith è parte di questa categoria. Bohémienne di provincia trasformata in sacerdotessa generazionale. Esibizionista, magnetica, geniale. Horses, autentico rito sciamanico celebrato nell’era della chitarre elettriche, rappresenta un vero e proprio miracolo, costruito sull’esemplare conflitto tra epica e sensualità, misticismo e barbarie. Il recitato lascivo e ruggente della Smith e il malefico balbettio delle chitarre di Lenny Key inscenano un girotondo lussurioso, danzato con un piede in paradiso e uno all’inferno. Il pianoforte, suonato dal grande Richard Sohl, si sobbarca il ruolo di elegante bilanciere ora sporcando il sound con analogica irriverenza rockettara, ora tendendosi allo spasimo per far quadrare il sound. Una seduta spiritica, in fin dei conti, per evocare fantasmi rimbaudiani nei retrobottega di qualche squallida roadhouse, lungo le highway della beat generation.

di Federica Lamona


To Bring You My LoveIn America Latina esiste la leggenda della donna–lupo o cantadora, che vive nel deserto e narra le  storie della vita, della morte e della creazione del mondo cantando sulle ossa di animali fino a resuscitarle miracolosamente. Un canto carnale e mistico che disegna la suprema armonia dei contrari: il bianco e il nero, la morte e la vita. Solo evocando questa figura mitica si riesce a descrivere l’eccezionale vocalità di Pj Harvey. In questo album la voce si rompe in un dolore sordo per la morte del suo amore in Teclo; esplode nell’orgasmo paradisiaco e peccaminoso dell’amplesso vorticoso di”Long snake moan; si irrigidisce metallica nello sfogo della prostituta in Working for the man; si lascia trasportare dall’ingenuità degli accordi e della promessa di ritorno dell’uomo che l’ha lasciata incinta in C’mon Billy; cerca le profondità dell’acqua dove è annegata sua figlia in Down by the waterPj Harvey canta per narrare, quando la strumentazione è essenziale  per un album prodotto e suonato in maniera quasi interamente autonoma. La chitarra spadroneggia ma il sentimento di sperimentazione innerva ogni brano con l’uso delle percussioni o dell’organo. E poi lei: un po’ Nick Cave e un po’ Patti Smith,  assolutamente perfetta  nella sua naturale androginia vocale gravida di sensualità. Unica.