Holy EYE

CERTIFIED

di Roberto Minotti e Paulina Szczepanczyk

opere fotografiche di Luca Torzolini

“Oggi mi sono svegliato molto presto con uno scatto intricato, e mi sono alzato subito dal letto in preda al soffocamento di un tedio incomprensibile che non era stato provocato da alcun sogno; e che nessuna realtà poteva avere provocato. Nel fondo oscuro della mia anima, invisibili, si combattevano forze sconosciute, e il mio essere era il terreno di battaglia e io tremavo per lo scontro ignoto. Una nausea fisica della vita intera si è verificata al mio risveglio. Un orrore per il dover vivere si è alzato dal letto insieme a me. Tutto mi è sembrato vuoto e ho avuto la fredda impressione che non esiste soluzione per nessun problema.”

(Pessoa F. “Il libro dell’inquietudine”)

Luca Torzolini - Emotion 2

La fenomenologia dell’esperienza depressiva melanconica ci rivela che quello che sta emergendo in tutta la sua drammaticità, è determinato da radici sconosciute e da fattori ignoti. Non si sa perché accade e il suo succedersi può avvenire rapidamente o, scivolando lentamente, trasformare il normale sentire in un’esperienza in cui non c’è più energia, il desiderio diminuisce progressivamente e la perdita del senso contagia ogni angolo dell’esistenza.

“Sembra che vi sia,in tutto l’essere,un ostacolo che ha rallentato,diminuito,o anche bloccato completamente il movimento vitale. Contro questo ostacolo,il pensiero,il movimento,si scontrano senza fine,cozzano senza posa e invano,e poiché l’ostacolo non può essere superato,la paralisi continua,diviene permanente: si instaura uno stato stazionario ... l’uomo assomiglia a una pietra”.(Gachet,1890).

E’ qualcosa che emerge, che appartiene all’esistenza,ma nello stesso tempo distaccato dalla vita, separato da essa. Anche l’aspetto qualitativo legato a questa tragica esperienza, rispetto alla depressione reattiva, è diverso; in essa i toni del sentire e quelli emotivi hanno intensità inconfondibili, il loro linguaggio è differente, così come le dimensioni spazio-temporali variano sensibilmente. La malinconia si distingue dalla comune tristezza in quanto il malinconico ha uno stato di “consapevole impotenza” vicina alla depressione. Uno degli aspetti principali da considerare, rispetto a questa psicopatologia, è la dimensione corporea. La fenomenologia della corporeità Ci sono due aree principali che riguardano: la prima legata alla cura, l’ordine, l’igiene, la sua immagine e, in questo ambito, quando gli aspetti depressivi lentamente emergono, il corpo sembra che si spenga; la seconda si riferisce, invece, al sentire il corpo come qualcosa d’indifferenziato, una massa vuota o pesante, un nucleo senza un centro, un’entità senza energia, con un oppressione al torace, alla testa o alle spalle che è l’espressione dell’angoscia depressiva, penosa e costante.

“Sembra che la creatura si rattrappisca,si ripieghi su se stessa,si comprima,come se dovesse occupare il minor posto possibile nello spazio. La postura del malato è tutt’affatto particolare. Il tronco semiflesso sul bacino,le braccia trattenute verso il torace [...] le dita contratte più che flesse. La testa quasi piegata sul petto leggermente inclinata o verso destra o verso sinistra. Tutti i muscoli del corpo sono in uno stato di semicontrazione permanente,soprattutto i flessori; i muscoli facciali sono come contratti e stiracchiati e conferiscono alla fisionomia un aspetto di particolare durezza; i muscoli sopraccigliari, aggrottati in maniera permanente, sembrano nascondere l’occhio e aumenta la sua profondità. La bocca è serrata in una linea diritta,sembra che le labbra siano scomparse [...]. Il colorito è giallastro e terroso, lo sguardo è fisso,inquieto,obliquo,diretto verso terra o di lato”. (Van Gogh,1890).

Melanconia - Luca-Torzolini

L’aspetto centrale è quindi la corporeità e non può esserci psicoterapia che non consideri o non passi attraverso il corpo. L’alterazione dei ritmi sonno-veglia rappresentano un ulteriore aspetto comportamentale, così come quelli degli appetiti, o dei risvegli precoci, con il massimo dell’angoscia; in questo caso, l’andamento è appare peggiore al mattino e migliore al pomeriggio e alla sera, mentre l’appetito sessuale e la libido pian piano si annullano.

Jules Cotard descrive questa sindrome come la negazione del corpo, in una esperienza terrificante, in cui il paziente, in una logica delirante, arriva ad affermare che non può essere vivo,se non ha un corpo e, nel medesimo tempo, sa di non essere morto e che certamente vivrà in questo stato per sempre.
La fenomenologia di questa esperienza è costituita dal disinteresse a tutto, persino alla richiesta di attenzione e di aiuto e ciò avviene anche per le personalità di tipo isterico con esperienze depressive. La tristezza melanconica è certamente diversa da quella reattiva, poiché è fatta di svuotamento, di mancanza di sentimenti e tale sensazione è così profonda che, paradossalmente, il paziente non prova nemmeno più dolore per questa assenza. C’è il non senso del fluire dell’esistenza che comunque là fuori continua ad andare e, tra le immagini riportate dalle persone che soffrono di melanconia, c’è quella di vivere osservando l’esistenza in modo distaccato, senza provare nulla,come da una finestra;come già accennato precedentemente, anche il tempo e lo spazio sono alterati e questo lo si può osservare in modo chiaro durante le sedute terapeutiche, in cui si percepisce intensamente la dilatazione dello spazio e la cristallizzazione del tempo. Contattare queste intense sensazioni può portare allo svuotamento e, successivamente, allo sganciamento dalla vita e tali vissuti molto spesso entrano anche nella relazione terapeutica rendendo molto complesso l’intervento e il relativo percorso.

Per questa ragione, tra le domande che uno psicoterapeuta può e deve porsi, riguarda proprio lo sfondo dell’esperienza depressiva, ovvero il vissuto dell’individuo, e quale possa essere il campo relazionale che possa dare senso a questo vissuto.
Si potrebbe ipotizzare che se trovassimo lo sfondo relazionale in grado di accogliere questa esperienza, individueremmo il percorso terapeutico da seguire.

Quando parliamo di depressione melanconica, intendiamo riferirci ad un insieme di espressioni che, come già accennato precedentemente, non sono riconducibile a cause ben precise, ma a fattori che di volta in volta, in situazione e da individuo a individuo, andrebbero osservati e descritti.
Che tipo di sfondo si trova lavorando con un paziente melanconico?

“Come abbiamo visto, l’elemento centrale che si incontra entrando in un campo depressivo è il fatto che non emerge alcuna intenzionalità di contatto e nessuna figura prende forma. Il fatto che questo fenomeno si accompagni a un disagio profondo dimostra in realtà che l’intenzionalità è presente: è presente attraverso la percezione dolorosa della sua assenza.” (Francesetti, 2011).

Per addentrarci in questo percorso così doloroso e complesso, si possono seguire e integrare più approcci:l’esperienza clinica, nella prospettiva descritta dalla psicoterapia della gestalt, in cui l’esperienza depressiva è inscritta in una cornice relazionale;attraverso l’osservazione fenomenologica di questo disagio e la rilettura dei dati scientifici provenienti dall’enfant research.

Melanconia - Luca Torzolini 1

“Da quest’area di ricerca sta emergendo in modo sempre più chiaro e consolidato che gli stati affettivi e l’umore non sono variabili individuali, ma il risultato di un processo di co-creazione diadico o triadico.”
Nel modello sperimentale della still face ideato da Ed. Tronik, si osservano le reazioni dei bambini quando le loro madri non rispondono minimamente ad ogni loro segnale. I loro comportamenti sono molto intensi. Dopo aver scrutato il fallimento del loro richiamo alla madre, i bambini si discostano dalla madre per poi voltarsi ancora verso di lei nel tentativo di ottenere qualche risposta. Quando queste nuove manovre falliscono, il bambino tende a perdere il controllo posturale e cade in una profonda tristezza (Tronik, 2008).

Da questa osservazione, si può quindi ipotizzare che bambini con madri pocoresponsive, che sperimentano il fallimento di raggiungere l’altro, sviluppano un precoce disinvestimento del mondo.
La maturazione del sé narrativo, cioè la capacità di raccontare la propria esperienza, di avere una rappresentazione della propria vita e la possibilità di elaborare elementi dolorosi e traumatici, avviene intorno ai tre anni di vita.

Proprio per tale motivo, queste esperienze non narrate possono produrre un campo depressivo tale, da instaurare una vulnerabilità ad una futura depressione grave. Tanto più è intensa questa esperienza, tanto più il campo depressivo può divenire magneticamente potente, soprattutto se la persona non è sostenuta dall’ambiente. A riguardo, si ricorderà il tipo di depressione osservata e descritta da Renè Spitz (1), che dimostra come la maturazione del bambino richiede una relazione, uno scambio comunicativo necessario per lo sviluppo della sua identità e della sua corporeità.

Rifacendoci all’approccio teorico della psicoterapia della Gestalt, possiamo osservare i vari momenti depressivi rispetto alle funzioni Es, Io e Personalità del Sé.
La funzione Es è ciò che direttamente ci connette al sentire, cioè ai nostri sensi; essi costituiscono il luogo dove l’organismo e l’ambiente sono indifferenziati e, fenomenologicamente parlando, rappresentano quel tratto in cui l’uomo e il mondo non sono separati.

Nella depressione melanconica questa funzione, attraverso cui siamo a contatto con l’ambiente è gravemente disturbata e la percezione che emerge è invece quella di sentirsi staccati dal mondo e dal suo fluire.
Questo sentimento è così doloroso perché nasce da una mancanza di inter-esse (essere tra) da parte della persona depressa per ciò che lo circonda.

Ci fa comprendere ancora di più come questa patologia sia, per così dire, esistenziale, ovvero un’incapacità della persona ad essere nel contatto, ad essere con il mondo e in relazione.

Ciò che nella depressione si soffre maggiormente, è la perdita di “aggancio” a tutto ciò che la vita e l’ambiente rappresentano. Anche la funzione personalità, cioè quello che ci struttura e ci rende unici, è alterata: le alterazioni vanno dal non sentirsi all’altezza dei propri ruoli fino alla grave perdita della realtà. In questo quadro anche la funzione Io può essere fortemente compromessa, in quanto non c’è la possibilità di identificarsi o differenziarsi e quindi di scegliere responsabilmente.

"Mentre mangiavo le ostriche col loro forte sapore di mare e il loro leggero sapore metallico che il vino ghiacciato cancellava lasciando solo il sapore di mare e il tessuto succulento, e mentre bevevo da ogni valva il liquido freddo e lo annaffiavo col frizzante sapore del vino, perdevo quel senso di vuoto e cominciavo ad essere felice, e a fare progetti." (2) Sappiamo che il rischio di suicido nei pazienti che soffrono di questa patologia è alto, e la loro

incidenza è addirittura maggiore rispetto alle morti per gli incidenti stradali, e rappresentano la prima causa di cambiamento di lavoro per uno psicoterapeuta. Come possiamo prevenire un possibile suicidio? È stato riscontrato che circa il 24% delle persone che muore per suicidio era in contatto con i servizi di salute mentale durante l’anno precedente al decesso. La ricerca evidenzia che i risultati maggiormente promettenti,per la riduzione di comportamenti suicidari e per il miglioramento dell’aderenza al trattamento,sono stati mostrati dalla psicoterapia interpersonale,la terapia cognitivo comportamentale e la dialectical behavioral therapy, se comparate con le cure post ospedaliere standard. (Tidemalm,2008). Una prevenzione secondaria può essere diretta agli individui che mostrano i primi segni o sintomi di problematiche suicidarie e si propone di diminuire la diffusione di tale fenomeno attraverso una diagnosi e un trattamento precoci. Gli interventi di prevenzione secondaria possono essere rappresentati ad esempio dal trattamento di crisi suicidarie acute. La prevenzione terziaria riguarda il trattamento delle persone che hanno precedentemente tentato un suicidio. Uno dei fattori maggiormente predittivi per il suicidio è l’esistenza di un precedente tentativo di suicidio nella storia del paziente e si stima che vi sia un rischio di suicidio 30-40 volte maggiore in questa particolare popolazione a rischio,rispetto alla popolazione generale. La prevenzione di ulteriori tentativi di suicidio attraverso adeguate procedure diagnostiche e di trattamento diventa quindi una priorità nella prassi psichiatrica e le strategie preventive riguardano prevalentemente il follow-up delle persone che hanno precedentemente tentato il suicidio. I periodi di maggior rischio suicidario sono quelli successivi alla dimissione dal reparto psichiatrico o quelli in cui si verificano episodi di depressione maggiore. (Angst,2002)

Si evidenzia pertanto la necessità di agire sia sulla crisi,sia a lungo termine,attraverso una presa in carico continuativa del paziente. Ma come si può svolgere un lavoro terapeutico con una persona che soffre di depressione melanconica? Come accennato precedentemente, il lavoro con la funzione Es del Sé è centrale nell’approccio gestaltico, in cui la relazione è inserita in un ambito più ampio e che si può aprire spontaneamente nel corso della terapia. Questo lavoro spesso è molto difficile perché può vivere di momenti critici, soprattutto quando il paziente è nella sua fase più acuta (psicotica) e non riesce a sentire il terapeuta. In questa condizione, l’unica possibilità è che si sia sviluppata, nel tempo, una relazione così profonda che anche un frammento di sensazione possa riemergere durante queste fasi. Il terapeuta deve avere la sensibilità di rimanere in una attesa consapevole, fatta di rifiuti, di fatica (a rimanere sveglio), nella frustrazione e con la paura di non poter raggiungere il paziente e di rifiutarlo. Ma questa attesa, che a volte sembra nutrirsi di nulla3, e che quindi può apparire inutile, solitamente si rivela invece come un sostegno grandissimo per il paziente che esprimerà, successivamente, la sua gratitudine per la capacità e la volontà del terapeuta di aver oltrepassato quello spazio (dilatato) e quel tempo (cristallizzato), rimanendo lì, accanto a lui.

In questo frangente, il terapeuta offre la propria funzione Io al campo depressivo per operare delle scelte altrimenti non attuabili; rappresentando, transitoriamente, un Io vicario per il paziente.

Note

(1) - Questi stimoli, al pari della necessità del cibo, sono essenziali per uno sviluppo sano. Numerose sono le ricerche che hanno esaminato come la deprivazione sensoriale, sia nei bambini che negli adulti, provoca danni anche irreparabili. Renè Spitz,psicoanalista di origine austriaca, dimostrava per primo che i neonati, se privati a lungo di stimolazioni fisiche, possono sviluppare forme psicopatologiche che, in casi estremi, arrivano fino alla morte. L’autore osservava che bambini, ospedalizzati oppure orfani, anche se ben nutriti, tenuti al caldo e puliti, sviluppavano problemi fisici ed emotivi in misura significativamente più alta del gruppo di controllo composto da bambini allevati dalle loro madri o da altri che si prendessero cura di loro con sollecitazioni tattili e sensoriali. I bambini del primo gruppo spesso venivano lasciati soli e soffrivano della mancanza delle carezze, del contatto fisico e delle coccole che normalmente i neonati ricevono dalle loro madri. I disturbi evolutivi, che avevano origine da una tale deprivazione, potevano spingersi fino ad una forma di patologia che Spitz denominava depressione anaclitica (sindrome dell’abbandono), per la quale il bambino poteva lasciarsi andare e deperire finanche alla morte.

(2) - Hemingway H., (2002), Festa Mobile, Oscar Mondadori, Milano.

di Emiliano Ventura

 

Ho sempre avuto interesse per i progetti letterari non compiuti, molti gli esempi di celebri scrittori con taccuini colmi di idee non sviluppate, da Baudelaire a Mario Pomilio, piccole crisalidi letterarie che attendono il tempo della maturazione.
Tra i tanti penso a Dino Campana che tra i suoi progetti mai realizzati aveva in mente di pubblicare un Faust. Questa idea è stata ripresa e compiuta da Carlo D’Urso, autore di questa versione moderna del racconto Faustiano.
Parte da lontano questo mito che incarna la tragedia della conoscenza; nell’antico testamento l’uomo viene cacciato dal paradiso perchè ha colto il frutto della conoscenza.
Nell’era precristiana i greci raccontano la punizione di Prometeo, colui che aveva osato consegnare il fuoco all’uomo, con questo gli aveva donato l’arte della tecnica e della conoscenza; come premio Zeus lo lega alla roccia con un’aquila che gli mangia il fegato, la sua colpa è di aver insegnato all’uomo e di avergli consegnato un sapere.
Variazioni di miti che tornano nel pensiero cristiano che si afferma scalzando la cultura greco-romana. Epoca tra le più travagliate e affascinanti, penso al racconto di Plutarco dove si narra di una voce che spande nel mediterraneo il grido: “Il grande Pan è morto”, indicando così la fine del mito e della cultura greca, l’aneddoto non è immune da un’idea di nostos, una nostalgia che non è priva di desiderio, per dirla con Luzi.
Il cristianesimo si andava lentamente sostituendo nelle coscienze degli uomini, da culto perseguitato, o almeno minore, si andava trasformando in carnefice. Una volta approdato al potere si trasforma nel potere che aveva combattuto, con l’aggiunta di un acredine aumentata dalla frustrazione e dal fanatismo dei votati al martirio; su questo argomento Cioran nel suo Il Funesto demiurgo ha scritto pagine di sublime prosa filosofica.
L’imperatore Giuliano, detto l’Apostata, nel IV sec. d.C., aveva sperato nella restaurazione del culto, una morte precoce ha impedito il suo sostegno alla causa della filosofia e del mito greco. Come non provare ancora commozione di fronte alle parole di Libano nel suo In difesa dei Templi, dove chiede che vengano rispettati gli antichi culti e gli antichi dei.
Ipazia, filosofa neoplatonica cresciuta nell’alveo dell’ellenismo alessandrino del V sec. d.C., è stata massacrata dai cristiani del vescovo Cirillo, fatta a pezzi con cocci e vetri, per ciò che il suo fervore di conoscenza rappresentava, la sua colpa era di insegnare e perseguire la ragione dei greci.
Uno dei padri della chiesa, Tertulliano, afferma che dopo la venuta di Cristo non si deve più essere curiosi, tutto è stato rivelato, il naturale istinto di sapere viene castrato da questi chiosatori del ‘verbo’. Da quando si è affermato il culto e la morale cristiana, l’anelito della conoscenza ha seguito traiettorie sotterranee e carsiche, quasi a ritrovarsi nelle catacombe dell’ufficialità come avevano fatti i loro perseguitori.
Non posso fare a meno di constatare in un quadro simile come sia di gran lunga preferibile, e auspicabile, rivolgere l’attenzione a coloro che si sono opposti a questa visione, vi è maggior ricchezza e simpatia per gli eretici che per i santi; Ireneo di Lione (II-III sec. d.C.) dice: ”gli eretici parlano come noi, ma pensano diversamente”, è quella diversità dall’ortodossia a rendere affascinate l’eretico.
È da questo mondo tartaro e autoctono che emerge il mito di Faust, lo ‘scienziato’ (o Alchimista) che anela alla conoscenza, il mito proviene dalla Germania e da Wittenberg, una cittadina universitaria intorno a cui orbitano i nomi di Lutero, Amleto e Bruno.
Ogni istituto di potere che sia religioso o politico, istituisce i suoi dogmi a cui ci si deve sottomettere, la pena varia dalle epoche e passa dalla morte all’isolamento, allo sberleffo e alla messa in ridicolo o alla damnatio memoriae di chi non si sottomette.
Ridicolo è solo chi si crede depositario di verità assolute, ridicolo è chi mette i libri all’indice, chi pratica censura.  Eretico è etimologicamente colui che fa una scelta diversa, Faust per la conoscenza sceglie di dannarsi da solo, e non vi è scelta più assoluta e radicale.
Quando Marlowe ne fa il protagonista della sua tragedia, la modernità del testo consiste nella scelta del protagonista, non un re o un personaggio storico, ma uno ‘scienziato’, uno che per amore del sapere non esita a cedere l’anima al diavolo.
Il drammaturgo inglese scrive la sua tragedia in piena controriforma, nell’epoca (il XVI secolo) che vede la Chiesa reagire alla riforma protestante con il concilio di Trento che stringe ancora di più il cappio dell’ortodossia, di lì a pochi anni molti moriranno sul rogo per non aver creduto ai dogmi, per aver cercato una libera filosofia.
Questa figura che nasce in Germania ma ha echi nel mito di Prometeo, ha affascinato poeti e scrittori da Marlowe a Goethe, da Pessoa a Campana e questo la dice lunga sui nomi con cui ha deciso di misurarsi Carlo D’Urso.
Il suo Faust è ancora figlio dell’epoca della crisi, ha fatto sua la denuncia di molti pensatori e poeti, molti dei quali riconoscibili, affioranti come frammenti del naufragio della conoscenza e delle lettere: Byron e Nietzsche tra tutti sono i fari che ha seguito. Soprattuto il primo, il poeta inglese ha  i tratti satanici del mito con il suo logorarsi fisicamente dalla passione della vita e delle lettere, come se un fuoco interiore lo avessere consumato anzitempo. Morto poco più che trentenne sui suoi organi interni furono ritrovati segni di consunzione tipica degli anziani. A Nietzsche si riconducono i continui riferimenti a Zarathustra resi pienemante nella scena del teatro.
Il Faust di D’Urso cresce su questo terreno fertile e coltivato da secoli, lo scritto ha la duplice natura dell’uomo medievale, e i diversi significati della stessa letteratura.
Nessun scalpellino intento alla costruzione delle cattedrali credeva di essere un semplice operaio o muratore, ma sapeva di essere geometra e alchimista; ogni artigiano, dal fabbro al dipintore, sapeva di essere stato iniziato a dei segreti per la sua arte, solo noi moderni ci siamo rassegnati ad avere una sola identità nella mediocre burocrazia del nostro operare.
Così questo Faust può essere letto per diletto come se fosse un racconto gotico ottocentesco, e non mancano i richiami a questo genere, ma è soprattutto un’opera di iniziazione (o controiniziazione) un cammino di conoscenza che principia proprio con una bevanda, da lì il lungo cammino di perdizione e di eroico furore che porterà Faust sì alla perdizione ma anche alla conoscenza, al rifiuto del suo stato asinino. I continui riferimenti al ‘libro’, all’opera dello scrittore in fieri, alla traduzione, lasciano indicare il processo di evoluzione e di cresita dello scrittore, del ricercatore e dell’uomo.
É difficile trovare questa molteplice chiave di lettura nella coeva letteratura della chiacchiera e della cronaca, D’Urso attualizza ancora i quattro significati dell’opera letteraria di cui parlava Dante nella famosa epistola a Can Grande Della Scala. Per arrivare a tanto ha però bisogno di più tecniche di scrittura, infatti il testo cambia tono in diversi punti e resiste bene nell’insieme (tra dialoghi, musiche, eserghi e prose poetiche, trasporti di tempo, veglia e sonno) nella sua metafora di contro iniziazione, di rifiuto del presente, del suo essere Inattuale come i quattro scritti nicciani.  È una forma mista di scrittura che trova nei contemporanei pochi esempi, penso a Teorema o alla Divina mimesis di Pasolini.
Per presentarci questo mito che ha radici antiche che si protraggono nel medioevo, D’Urso non ha altra via che usare una tecnica che proviene dagli stessi anni.
L’attualità di questo mito risiede ancora nell’anelito di conoscenza, o nella tragedia della conoscenza, nella voglia, nonostante tutto, di continuare a fare ricerca.
Oggi Faust può essere il ricercatore universitario, colui che contro l’affiliazione alle sette, alle chiese, ai partiti continua a tentare una libera ricerca, per lui il Mefistofele ha il volto kafkiano dell’impiegato ministeriale che gli sottopone un contratto da fame (quando e se glielo sottopone) e da precario, non promette niente e non chiede niente in cambio, tanto il Faust odierno, il ricercatore, sa già di essersi dannato l’anima da solo.

di Stefano Tassoni


La citazione del titolo prevederebbe che focalizzassi l’articolo sul duemiladieci come lo scrittore fece inquadrando bene il Portogallo salazarista, estrema falange di una già martirizzata Europa nell’aurora della sua più nera pagina: è il 1936, un anno dopo la scomparsa del suo inventore (Fernando Pessoa) muore Ricardo Reis. Ed è chiaramente un pretesto per parlare della dittatura portoghese, ma non solo; è anche l’occasione per Saramago di “affontare” vis-avis l’altra colonna portante del Novecento letterario portoghese. Non è da tutti misurarsi con i propri predecessori. Petrarca, ad esempio, finse per tutta la vita di non aver mai letto la Commedia poiché sapeva (per sua stessa futura ammissione) di non poter uscire incolume dal paragone con il Poeta, né tanto meno potevano farlo i suoi Trionfi. Onore al merito dunque dello scrittore lusitano: se è vero che Pessoa non è assolutamente accostabile a Dante come Saramago non lo è a Petrarca, confrontarsi con la propria tradizione resta comunque un atto di lodevole coraggio. Non a caso, a farlo è l’unico scrittore di tutto lo stato insignito di Premio Nobel per la Letteratura nel 1998. Il riconoscimento a livello internazionale arrivò, infatti, solo negli anni Novanta, pur avendo alle proprie spalle una già corposa serie di opere, con Storia dell’assedio di Lisbona, una delle più belle storie d’amore mai scritte, il controverso Il Vangelo secondo Gesù Cristo e Cecità. Tratteremo gli ultimi due per costatare post-mortem il suo rapporto con la religione, sapendo si dichiarò ateo in seguito alle polemiche scatenatesi dopo il suo Vangelo che lo indussero a trasferirsi alle Isole Canarie. Polemiche riaperte nel 2009 con l’uscita di Caino, altro romanzo con soggetti attinti dal libro sacro, e specificatamente dal Vecchio Testamento, nel quale si descrive un Dio “vendicativo, rancoroso, cattivo, indegno di fiducia”. Sembra quindi che nel suo ultimo lavoro lo scrittore intendesse chiudere specularmente la parentesi aperta nel 1991 rivisitando il Nuovo Testamento. Il Gesù Cristo di Saramago, da alcuni cristiani ortodossi ritenuto blasfemo, è un carattere fortemente spirituale, ma in tutto e per tutto umano, che incarna i dubbi e le sofferenze propri della condizione universale di uomo. Il figlio di Dio, dalla nascita a Betlemme alla morte sul Golgota, affronta le medesime esperienze descritte nei Vangeli, qui però narrate secondo una prospettiva terrena, con spirito critico e senso logico. Viene così ri-immaginata tutta la storia terrena del protagonista dal suo concepimento, carnale come per ciascuno di noi, all’amore verso la Maddalena, all’erosione della linea di demarcazione tra Bene e Male, tra Dio e Satana interpretati come le facce di una stessa medaglia. In questa storia non c’è fede nei miracoli, bensì coscienza di trovarsi in balìa della volontà di potenza di un Dio padre distante e indifferente al dolore che provoca. La serie di disgrazie, stragi e morti che costellano l’esistenza di Gesù, fino al non cercato e non accettato compimento del destino di vittima sacrificale, diventa così un’occasione per riflettere sulla problematicità di compiere il giusto tramite l’ingiusto, sull’imperscrutabilità del senso della vita umana e sulla sconcertante ambiguità della natura divina. Il romanzo, come già detto, verrà fortemente contrastato dalla Chiesa, ma incurante di ciò l’autore continuerà il suo iter alla ricerca dell’essenza primaria degli uomini. A tal fine, la critica nel 1995 indica in Cecità il capolavoro dello scrittore lusitano. In un tempo e un luogo non precisati, all’improvviso l’intera popolazione diventa cieca per un’inspiegabile epidemia. Chi è colpito da questo male si trova come avvolto in una nube lattiginosa e non ci vede più. Le reazioni psicologiche degli anonimi protagonisti sono devastanti, con un’esplosione di terrore e violenza, e gli effetti di questa misteriosa patologia sulla convivenza sociale risulteranno drammatici. I primi colpiti dal male vengono infatti rinchiusi in un ex manicomio per la paura del contagio e l’insensibilità altrui, e qui si manifesta tutto l’orrore di cui l’uomo sa essere capace. Si capisce qui il vero intento dell’autore: attraverso l’escamotage della cecità globale, disegna la grande metafora di un’umanità bestiale e feroce, incapace di qualunque forma di razionalità, artefice di abbrutimento, violenza, degradazione. Il romanzo acquista così portata e valenza universali sull’indifferenza e l’egoismo, sul potere e la sopraffazione, sulla guerra di tutti contro tutti; una dura denuncia del buio della ragione, con un catartico spiraglio di luce e salvezza. Infine, nel suo ultimo romanzo, Caino è protagonista e voce narrante. È lui che racconta della blasfema convivenza fra Eva e il cherubino Azaele, l’assassinio del fratello Abele e il suo successivo dialogo filosofico con Dio, la maledizione, il marchio e l’incontro con l’insaziabile Lilith nella città di Nod. È attraverso i suoi occhi che assistiamo al sacrificio di Isacco, alla costruzione della Torre di Babele, alla distruzione di Sodoma. È lui che dialoga con Mosé in attesa sul monte Sinai e che vede nascere l’identità israelita, fino a un ultimo duro confronto con Dio. Saramago rivendica il diritto di dire la sua in materia di religione. E lo fa, anche questa volta, a voce ben alta, con quella sua inconfondibile ironia capace di trasformare in sublime letteratura la storia di un Caino che accetta, sì, il proprio castigo per l’uccisione di Abele e il destino di errante, ma, insieme, insorge contro un dio crudele e sanguinario che considera corresponsabile. È a questo dio che Saramago, per voce di Caino, chiede spiegazioni, per affermare ancora una volta che “la storia degli uomini è la storia dei loro fraintendimenti con dio, perché lui non capisce noi, e noi non capiamo lui”. Ed è essenzialmente l’uomo, purtroppo per l’ultima volta nelle pagine del grande scrittore, a essere protagonista.

Tra le tue canzoni, ma anche tra i tuoi libri, le tematiche più frequenti sono la letteratura (è il caso di numerosi testi ispirati a letterati, come Pessoa, o a personaggi letterari, come è per le canzoni Euridice, La Bellezza, eccetera) e l’amore. Non pochi scrittori, in passato, hanno considerato l’arte e l’amore antitetici tra loro, affermando l’incompatibilità – ad esempio – tra un matrimonio stabile e un’arte vitale, tra una passione amorosa e quella per una letteratura che deve coinvolgere la totalità dell’individuo. Cosa ne pensi?
Non credo che l’amore e l’arte siano antitetici. Amore e arte hanno le stesse caratteristiche: vivono di fantasia e dipendono a volte dal destino e altre da noi. Sono due maniere diverse di appropriarsi del bello e, al tempo stesso, due amori profondamente differenti: l’amore per una persona, infatti, è un amore altruista: io devo amare una donna per quello che lei è; l’amore per l’arte è invece un amore profondamente egoista, attraverso il quale io mi “riempio”. Arte e amore non sono amanti gelose; sono io ad essere geloso di entrambe.

Abbiamo appena parlato della “letterarietà”, mi si passi il termine, dei tuoi testi. Oscar Wilde, ne L’anima dell’uomo sotto il socialismo, affermava che “L’arte non deve mai divenire popolare, ma è il popolo che deve divenire artistico”. Sei d’accordo? Cosa ne pensi dell’arte di oggi, sempre più asservita alle logiche di mercato?
Sono d’accordo con Wilde su molte cose: lui fu un grande prestigiatore di parole. Nello specifico, penso appunto che l’arte non debba mai sottomettersi ad un popolo incolto: il popolo va “educato” all’arte; è solo dopo questa educazione che l’arte può andare incontro al popolo.

Nelle tue canzoni spesso contrapponi un’anima – chiamiamola così – “realista” e una più idealista. Per fare un esempio, ci sono testi come Stranamore o Figlio figlio figlio, che sono di particolare crudezza: i rapporti affettivi vengono presentati così come realmente sono, con i loro lati positivi e negativi. Altre canzoni invece offrono la visione di un amore (o di un affetto, come in L’uomo che si gioca il cielo a dadi) totalmente idealizzato. Dunque reale e ideale sono due facce della stessa medaglia, entrambe meritevoli di essere cantate?
L’ideale e il reale sono “aggrovigliati”. In che misura lo siano, dipende molto dall’età della persona: per un giovane, ad esempio, la parte ideale è solitamente predominante. Inoltre noi non facciamo altro che ricostruire e reinterpretare la realtà, che diventa così come noi la vediamo; questo gioco di interpretazione è un filtro dell’uomo, e il suo modo di “salvarsi la vita”.
Per quanto riguarda specificatamente lo scrittore o il cantante, quindi, credo che lui debba essere sia crudo e diretto, sia condiscendente e carezzevole.

La nostra esistenza è pervasa dall’incertezza. In un concerto citi un passo di Alice nel Paese delle Meraviglie, nello specifico si tratta del passo in cui Alice viene a sapere che il Re Rosso, che appartiene al suo sogno, sta a sua volta sognando di lei. Come fa, l’uomo, a sopravvivere nonostante la mancanza di appigli saldi? Credi che le “illusioni” come l’arte e l’amore – per dirla alla Foscolo – possano bastare?
La vita è un gioco di specchi e un uomo deve capire, prima di ogni altra cosa, il senso della bellezza e l’importanza di essere uomo. Non tutti riescono a farlo. Molti amori finiscono in tragedia perché mancano la cultura e il sentimento. L’amore si presenta sotto molte forme: ora è una donna, ora è un’amica, ora un’altra donna; muta, ma non muore mai.

Tornando all’atteggiamento da avere di fronte all’incertezza, pare che la tua posizione in merito sia ben espressa dalla canzone Le lettere d’amore, dedicata a Pessoa, specie quando affermi che “il senso delle stelle non è quello di un uomo” e che “dentro quel negozio di tabaccheria c’era più vita di quanta ce ne fosse in tutta la sua poesia”.
Sì, Pessoa stesso scrisse che trovava più viva la tabaccheria, e io sono con lui. L’incertezza è la sacerdotessa della mia vita; se non ci fosse incertezza non ci sarebbe bellezza, sarebbe sempre la “domenica della vita”, mentre invece noi abbiamo il “sabato perenne”.

“Io conosco poeti che spostano i fiumi con il pensiero, e naviganti infiniti che sanno parlare con il cielo”. Sogna, ragazzo sogna è un grande tributo alla capacità umana di credere in qualcosa e un invito rivolto ai giovani, affinché non smettano di sognare. Pensi che la vita sia in grado di ripagare gli uomini che sanno credere in lei?
Sì, io sono ottimista. Penso che la vita sappia sempre ripagare gli uomini che sognano, bisogna solo sapere come e quando.

Sappiamo che da poco è uscito il tuo nuovo libro Scacco a Dio, dove un creatore in crisi esistenziale ascolta la storia di quei personaggi che hanno saputo opporsi a lui, mettendolo sotto scacco. Svelaci qualche retroscena su questa partita.
Scacco a Dio è una rivalutazione del libero arbitrio. Da un lato, tutto è conseguenza di cose che abbiamo già fatto: ci troviamo di fronte a concatenazioni meccaniche legate al passato. Dall’altro lato, tuttavia, sostengo che la vita sia imprevedibile, ma non predestinata, e che in questo consista la sua bellezza. Noi non abbiamo già determinato il nostro futuro. Sì, è vero, l’imprinting iniziale è molto importante, nei primi dieci anni della nostra vita ci creiamo una mappa della affettività che ci accompagnerà molto a lungo, ma nulla è definitivo. Noi abbiamo delle regole, sì, ma accade che a un certo punto volino le torri, e allora non possiamo proprio farci niente. L’unica cosa che possiamo fare è non farci prendere dalla frenesia, e tenere gli occhi sempre ben incollati sulla scacchiera.

di Giorgia Tribuiani


La nausea“Ciascuno ha la sua piccola fissazione personale che gli impedisce di accorgersi che esiste; non ce n’è uno che non si creda indispensabile a qualcuno o a qualche cosa”, pensa Antonio Roquentin, osservando le persone che intorno a lui, nello stesso locale, mangiano e conversano amabilmente. Poi si rivolge all’autodidatta, che gli siede accanto, e ridendo dice: “Penso che siamo tutti qui a bere e a mangiare per conservare la nostra preziosa esistenza, e che non c’è niente, niente, nessuna ragione d’esistere”.
Si tratta de La nausea, di quella consapevolezza della gratuità dell’esistenza che avrebbe dato il titolo a Melancholia, la prima bozza di Sartre. Si tratta di quella nausea che non è uno stato mentale della persona, ma la persona stessa.  “La nausea sono io”, afferma il protagonista di questa storia che, a metà tra l’autobiografia, il romanzo e il saggio filosofico, racconta il disagio di un uomo di fronte alla consapevolezza che “l’essenziale è la contingenza (…) La contingenza non è una falsa sembianza, un’apparenza che si può dissipare; è l’assoluto, e per conseguenza la perfetta gratuità”.
Non c’è niente da spiegare (“dietro le cose non c’è nulla”!), da capire, da analizzare: si tratta di esistere, e di incontrarsi. Non c’è alcun motivo della nostra presenza nel mondo e, in fin dei conti, “deve essere per pigrizia, che il mondo si rassomiglia tutti i giorni”.
Sartre, a seguito di questo libro, fu considerato affetto da “depersonalizzazione”, una forma di dissociazione mentale (descritta sapientemente nel La nausea) causante il distacco dal mondo e la difficoltà di concepire se stesso come persona a se stante. Della stessa patologia mentale, secondo alcuni psicologi, avrebbero sofferto anche letterati come Lenz e Pessoa. Ma è corretto parlare di problema psichico? O si trattò al contrario di un diverso modo di approcciarsi al mondo, di rapportarsi alle cose?
“Niente è cambiato, e tuttavia tutto esiste in un’altra maniera”, scrisse Sartre. E al di là degli interrogativi che si potrebbero porre di fronte alle sensazioni di Antonio Roquentin, La nausea consacrò il suo autore come uno dei padri dell’esistenzialismo letterario.
Per il resto, se dovesse capitarvi mai di provare le stesse sensazioni del protagonista, leggete il romanzo e ascoltate qualche nota di sassofono. Vi aiuterà.

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