di Edward Ray Davies

Punk newyorkese, cioè euforia rock’n’roll nella sua versione più monolitica ed avvinazzata, unita all’esplicita consapevolezza del proprio destino di perdenti: L.A.M.F. riesce a condensare tutta la magica energia dei suoi autori e diventa un classico dei classici della musica che più ci piace. Si parte con Born To Lose ed è già tutto lì: le chitarre gemelle di Johnny e Waldo riffano all’unisono e una voce ti dice che non c’è proprio niente da divertirsi, né nella giungla, né in città, né da un cazzo di nessuna parte. Segue quel trattore che è Baby Talk; su tutto la voce sovraeccitata di Johnny. Con All By Myself e I Wanna Be Loved, è già feticismo del riff. It’s not Enough è una lercia ballata rollingstoniana: puoi darmi questo, puoi darmi quello, ma non è mai abbastanza, mai. Poi viene Chinese Rocks: devo dire qualcosa di Chinese Rocks? Get Off The Phone è un punk’n’roll losangelino, di quelli che renderanno gloriosi gli X, mentre Pirate Love è un’altra di quelle canzoni strofa-ritornello da una tonnellata, con cambio di tempo finale da infarto. One Track Mind, cantata da Lure (sua canzone più bella assieme a All By Myself), non è altro che quattro selvatici accordi ascendenti, mentre I Love You di Thunders è la dichiarazione d’amore più sublimemente stonata che ci sia capitato di sentire. Nelle versioni remixate del disco la traccia finale è una travolgente cover della classica Do You Love Me di Gordy: rock’n’roll primordiale portato ad un livello espressivo assoluto.
di Domenico Pantone
Recitativo invasato e bruciante, rock’n’roll, profetismo biblico e diaboliche cavalcate hard blues: Horses inaugura la new wave newyorkese, inventa il punk prima ancora che questo nascesse, e lo strumentalizza, superandolo. Simili occasioni si verificano esclusivamente grazie all’azione di personalità uniche, contraddittorie, visionarie e megalomani che possiedono l’abilità, se non la fortuna, di canalizzare aspirazioni artistiche isteriche e velleitarie in opere immortali, in mitologia. Grandi comunicatori, mistificatori prometeici, nati sotto Saturno. Patti Smith è parte di questa categoria. Bohémienne di provincia trasformata in sacerdotessa generazionale. Esibizionista, magnetica, geniale. Horses, autentico rito sciamanico celebrato nell’era della chitarre elettriche, rappresenta un vero e proprio miracolo, costruito sull’esemplare conflitto tra epica e sensualità, misticismo e barbarie. Il recitato lascivo e ruggente della Smith e il malefico balbettio delle chitarre di Lenny Key inscenano un girotondo lussurioso, danzato con un piede in paradiso e uno all’inferno. Il pianoforte, suonato dal grande Richard Sohl, si sobbarca il ruolo di elegante bilanciere ora sporcando il sound con analogica irriverenza rockettara, ora tendendosi allo spasimo per far quadrare il sound. Una seduta spiritica, in fin dei conti, per evocare fantasmi rimbaudiani nei retrobottega di qualche squallida roadhouse, lungo le highway della beat generation.