Holy EYE

CERTIFIED

Quella sera eravamo strafatti di Ketamina e MDMA, io e Menphis. Era la sera adatta per l’invenzione di una nuova rubrica. - Cosa serve per scrivere una rubrica? - chiese Hanry Menphis. - Non so, forse alcol. Vuoi dell’alcol? - risposi. Sapevo già che avrebbe accettato e gliene versai. Poi mi misi a sedere sulla grande poltrona di giaguaro. - Sai Menphis, in questo periodo le storie mi escono dalle dita come se dovessi pisciare. Sono delle vescicone piene di piscio con forti problemi di ritenzione. Menphis rimase in piedi, con il suo bicchiere in mano - Ti capisco Luca, a volte ho la sensazione che il mio cervello sia troppo grande per il cranio. Sento la corteccia cerebrale premere prepotentemente sulla ossa. Forse sto diventando un dobermann. I due continuarono a parlare e la storia d’un colpo passò ad essere narrata in terza persona: le trame, signori miei, non accettano di farsi calpestare dall’ordinario. Allorché, mentre i due sorseggiavano alcol e la notte passava, una creatura astratta prendeva vita: la rubrica. E lei non riusciva a sopportare l’ignorante voce con cui il primo si rivolgeva all’altro, ancora più ignorante . Ma era nata dal loro bisogno di parlare di qualcosa, di qualsiasi cosa, purché riempisse quel dannato silenzio. Era una rubrica che non esprimeva alcun concetto, quasi a volersi dire sopra le parti. Ma in effetti sentiva un profondo e viscerale disagio per la sua inutile esistenza. Rubrica senza senso, almeno apparentemente simile al resto della popolazione, ma cosciente della mentalità comune che l’avrebbe connotata come rifiuto. Decise di suicidarsi. Il difficile stava nel trovare un modo. Poteva sperare che i due, risvegliandosi il giorno dopo, si rendessero conto della cazzata che avevano fatto. Ma il giorno dopo prevedeva un equivalente dosaggio di MDMA e Ketamina. Sarebbe rimasta in vita, reduce di cicatrici cerebrali di due venticinquenni che non accettavano la realtà. Troppo banale, sarebbe troppo banale ridurre la sua infinita superficialità a del semplice “troppo banale”. Troppo umana. E allora che senso aveva tendere alla perfezione per sapersi alla fine comunque incompleti? Che senso aveva laurearsi in economia per poi non vedere neanche un soldo? Non aveva senso cercare un senso fittizio se alla fine della giornata la morte sarebbe venuta lo stesso, travestita da preoccupazioni per il giorno seguente, mentre della Marlboro non sarebbe rimasto che il filtro, e il catrame nei polmoni sarebbe stato sempre più forte di qualsiasi menzogna si potesse usare per giustificarlo. Così i due decisero di non cercarlo, quel senso; di non inventare un’arte che si arrogasse il diritto di spiegare tutto, ma limitarsi a passare il tempo, scrivere per riempire quel grasso disagio interiore, figlio del terzo millennio. Hanry Menphis e Luca Torzolini alternavano letture di elevatissimo spessore a cose totalmente demenziali, Popper ai Monty Python, Happy Tree Friends a Pasolini. Quindi cosa poteva fare la loro creatura? Le sembrava impossibile abituarsi all’idea di quella vita, trascorsa tra l’essere un abominio dell’editoria e la rubrica preferita di tanti imbecilli. All’improvviso, nell’affermazione di uno dei due su un certo Gurdjieff, prese la direzione della rubrica esoterica. Ma ad un chiasmo romantico recitato dall’altro si sentì subito sturmunddranghiana. Il lungo silenzio a venire le tolse di dosso il grande fardello: i due stavano pensando ora ad ammucchiate selvagge; ognuno nella propria testa scopava un numero indecifrato di ragazze mulatte, asiatiche, caucasiche. Prendendo esempio dalla facoltà femminile di sincronizzare il giorno del mestruo con le donne con cui si convive, le menti funamboliche dei due scrittori si diressero verso il medesimo punto, al centro di quell’orgiastico universo, per incontrare la stessa fanciulla. Una telepatia sincronica l’incollò per sette minuti e quaranta all’identico, infimo pensiero sconcio: la presero, Juliette, 21 anni, la presero e legarono il suo corpo al letto. Lei protestava, impotente, mentre i due indossavano i loro abiti di scena. Luca Torzolini , da carismatico Zorro , cavalcava la puledra imbizzarrita e, con grevi colpi di fianco, assestava potenti penetrazioni nel foro anale. Hanry Menphis, alias Aquaman, esplorava ogni condotto fino a sverginare anche il foro lacrimale. All’unisono vennero con urla e gesta inconsulte sul corpo esanime di colei che - nonostante fossero fatti come muli - avrebbero ricordato per sempre. La fantasia finì. La realtà, in tuta mimetica e berretto verde, li attendeva pronta all’agguato. - Oh, ma questa rubrica? - disse Torzolini. - Alcol, serve alcol! - rispose Menphis. E i due se ne versarono ancora. La rubrica era rediviva, come un vampiro risvegliato da un lungo torpore, e si stava avviando con profondo disagio verso le strazianti rotte della rubrica a tema. Nulla di più inquietante poteva capitare, dalla sua nascita, ad un rubrica. Etichettata, identificata in un pericoloso modello che riproponeva di volta in volta lo stesso schema esplicativo per narrare aneddoti di Rimbaud, Diogene o chiunque altro, o per intersecare fra loro periodi storici e correnti artistiche , facendo ciò che alla fine dei conti può essere letto come un semplice sproloquio soggettivo senza alcuna attinenza con la realtà. - Si potrebbe chiamare “Ma chi sono io per fare una recensione critica su un quadro?”. - disse Torzolini. - Sì - rispose Menphis - in realtà parliamo solo del pittore e del suo escursus artistico, senza scrivere nulla sul dipinto. -

- Esatto - si esaltò Luca mentre stappava altre due bottiglie di alcol - e concludiamo ogni volta la rubrica scrivendo “All’interpretazione del quadro, a questo punto, pensateci voi”... Bene, visto che è un’idea figa lasciamola per un’altra Racconti di Luca Tor zolini e Hanr y Menp his rubrica. Adesso pensiamo a questa. - continuò Torzolini, che frettolosamente si dirigeva verso il bagno per vomitare. Hanry Menphis, rimasto solo, contemplava con avidità la luce scarna della lampada da cucina, affezionato all’arcaico impulso elettrico che dominava un tempo le scimmie nel circo dei fratelli Watislava. Di colpo si destò dal suolo l’editor, che ore prima era stramazzato a terra a causa di una sfida leggendaria: tracannare una damigiana di vino rosso non fermentato, da due litri e mezzo. Tassoni Stefano, questo era il suo nome, cominciò da subito a sparlare della rubrica in modo saccente e viperino. - La rubrica sarà sulla storia culturale dell’Italia centromeridionale! O no, meglio ancora, sarà invece sulle disquisizioni sopra i Paralipomeni della Batracomiomachia!! - Dopodiché perse di nuovo i sensi. Era l’unico acculturato del gruppo. Poverino, avrebbe fatto una brutta fine. Loro là a cercare di sbarcare il lunario con la rivista più cazzona della storia editoriale italiana e lui imprigionato con loro, in quella litote d’impertinenza che mitragliavamo contro il genere umano. Eppure nel frattempo qualcuno prendeva appunti, là, nell’angolo della stanza. Una donna saggia senza età scriveva senza sosta le lettere che ora v’imbocca a viva forza senza le giuste precauzioni. Più tardi sarebbe morta, per non avervi fatto usare il preservativo. Hanry Menphis e Luca Torzolini l’avrebbero seppellita in giardino, scrivendo sulla sua lapide:

“FANTASIA, NATA IL 00/00/00, MORTA IL 21/05/10”

Sarà difficile senza lei creare,
cercare motivazioni scomposte
che le vostre proposte
potessero stupire.
Magari andare avanti di poesia,
purché non rubino a vossia
talento e grazia.
L’artista ipocrita ringrazia
e s’inginocchia umile ma sapiente
al vostro dio penitente
che presto invecchiare v’ha fatto
con “l’identico” a contratto.
A tempo indeterminato.

 

A quel punto le idee stavano per finire. Nelle menti dei due scavava con forza il proprio rifugio Il Grande Vuoto. Presi dalla scintilla dell’ultimo impulso vitale, due neuroni sull’orlo del collasso incrociarono i propri assoni per dare un senso al finale. - Quale credi sia l’unico modo in cui una rubrica possa suicidarsi? - chiese Hanry Menphis. Torzolini rispose - trasformandosi in un semplice racconto - poi si alzò e se ne andò da casa dell’amico, portandosi via le sue buste piene di piscio

Non troppo distante dalla terra un essere la osservava. Era verde, con le classiche antennine. Uno di quegl’alieni che parlano sempre di come conquistare altri pianeti. - Che ne dici, ci mischiamo in mezzo a loro? - disse ad un suo simile, seduto accanto a lui nella comoda astronave. L’altro alieno era più verde, come se la pigmentazione della pelle avesse fatto indigestione di bile.

- Ma no, dai, lasciamo perdere -

- Ma sei pazzo?! Guarda che solo sulla terra puoi trovare della fresca Vodka Watislava! - I due esserini verdi si guardarono tra loro e dissero all’unisono - Vodka Watislava, la vodka che lo stomaco ti lava! -

- Stop, ciak buono! - disse il regista. La troupe cominciò a disfare la scenografia e le luci; gli alieni si tolsero le facce. Hanry Menphis era quello più verde. Quel mese i due non avevano trovato nulla di meglio. In fondo il lavoro era buono, la paga alta e l’esigenza di trovare dei soldi davvero esagerata. Luca Torzolini ed Hanry Menphis avevano speso tutto il compenso del lavoro precedente a puttane e alcol. Sembrava facessero a gara nel cercare sempre nuovi metodi idioti per sperperare i loro averi. - Che ci compriamo? - chiese Hanry Menphis. - Potremmo acquistare quella macchinetta fotografica gigante - rispose Torzolini - oltre all’alcol, ovviamente. -

- Mi piace! - Ribatté Menphis - Così grande da dover usare due mani per schiacciare il pulsante e scattare una foto - Andarono in uno di quei grandi centri commerciali, dove la gente trascorre i week-end a riempire le tasche degli altri. Cosicché i pezzenti restano sempre più pezzenti, con la casa piena di cose inutili. I due lo sapevano bene, Mazzarò era stato un idiota e loro non volevano portarsi dietro nemmeno un gallo. - Credi che il padrone di queste mura ci guardi dall’alto mentre spendiamo nei suoi negozi? - chiese Torzolini mentre cercava di comprare una commessa con 70 euro. - È probabile che abbia uno di quei teleschermi giganti da dove ci osserva, masturbandosi con entrambe le mani. Nel frattempo una sessantenne platinata gli porge di tanto in tanto una sputacchiera - rispose Menphis palpandosi il pene. Continuarono a camminare. Il primo, disinvolto, insisteva nell’importunare il personale femminile; il secondo, colto dalla sindrome dell’“Ok il prezzo è giusto”, conduceva insulsi discorsi con gli oggetti contrattando sul loro effettivo valore. Dopo due ore si ritrovarono nel reparto cosmetici e si consultarono nuovamente sulle possibilità di spesa. - Abbiamo 300 euro sonanti - disse Menphis. - T’immagini a vincere il superenalotto? Ottanta milioni di euro. Con un milione ci finanzio la rivista Re-volver. La facciamo uscire gratuita e senza pubblicità. Al posto del prezzo mettiamo il quoziente intellettivo che abbisogna per leggerla. Te la vedi la scena? Tutti a prendere Re-volver pensando di essere dei geni. Con tre milioni apro un megabar in un paese dell’entroterra abruzzese, solo per il gusto di osservare l’alone di tristezza di quella gente, una mandria di buoi che trangugia anacardi e sorseggia amari, dolci in confronto alle loro vite. Con il resto dei soldi ci finanziamo i film di quel regista indipendente, Mauro John Capece! - Si sapeva che questa era una lista totalmente fittizia. Ma loro credevano in quelle sparate senza meta, anche se in realtà, ad avere ottanta milioni di euro, si sarebbero giocati tutto a puttane e alcol. - Giochiamo al superenalotto! - ribatté Menphis esaltato. Si avvicinarono a lunghi passi al dipendente di uno di quei barettini da centro commerciale dove la gente finge di bere un caffè pur di incontrarsi. Dopo anni trascorsi all’interno di quelle strutture, inizi a riconoscere con pochi sguardi mirati quali fra quei figli di puttana che lavorano là dentro ti farà penare per trovare una tuta da sci, per illuminarti sulle caratteristiche di un portatile, per farti un cazzo di semplice caffè. Per loro sfortuna quel dipendente era uno di questi. - 300 euro di schedina dell’enalotto - disse Luca Torzolini. - 300 euro, ma sei matto? - esplose il dipendente - Con tutti quei soldi ci fai un viaggio in Marocco di una settimana, pesce pranzo e cena. -

- Non rompere il cazzo e gioca quella schedina! - lo interruppe Hanry Menphis.

- Con 300 euro affitti una Mercedes-Benz con cui rimorchiare fica per un week-end, facendo credere alle pollastrelle che il tuo portafoglio è rigonfio di denaro. Ti fanno una pompa e quando arrivano a esplorarti le tasche tirano fuori la targhetta dei pantaloni in affitto. -

I due si guardarono per alcuni secondi, poi si diressero verso l’uscita. Arrivati a un concessionario in cui affittano automobili Luca Torzolini esordì con uno dei venditori - una Lamborghini Murcielago, abbiamo 300 euro! - Il tizio porse le chiavi dicendo - riportatela entro un’ora - abituato a ragazzi testosteronici in cerca di potenti mezzi acchiappa-gnocca. Menphis e Torzolini si avviarono trotterellando verso la sgargiante autovettura. - Abbiamo un’ora per rimorchiare delle pollastrelle - disse Torzolini, con la voce che sembrava aver preso la tonalità caratteristica dei maniaci sessuali. - Sono le due di pomeriggio, le donne sono tutte a pranzare - rispose Menphis.

- Bene, sfondiamo una casa. Attraversiamo il muro con la macchina per metà, così da ricreare una scenografia classica da pub americano, dove la macchina è incastonata nella parete. -

- Dannazione, ci servirebbe una Cadillac per fare queste cose... -

- Vabbe’, allora sai che ti dico? Passiamo dalla fruttivendola a far vedere questo gioiello, poi dalla fornaia e infine davanti casa della mia ex. Appena vedrà questo macchinone si pentirà di avermi scaricato per Mimmo “Il Zozzo”. -

- Perché non passiamo da tua madre? È un sacco di tempo che voglio farmela... - Passò un’ora e il venditore tornò a reclamare le chiavi della macchina. I due non erano ancora partiti. - Ma che cazzo vuole! La macchina è nostra per un’ora dalla partenza… -

- Nessuno aveva parlato di partenza - rispose il venditore - era un’ora e basta, come si fa con le puttane. Anche se non consumi, paghi! -

- Brutto frocio di merda!!! Questa macchina è mia per un’ora ho detto! - a queste parole di Torzolini, i due si allacciarono le cinture iniziando a urlare insulti sconnessi. - Signori, mi costringete a chiamare la polizia. -

- Chiami chi cazzo le pare, noi da qui non usciamo - rispose Hanry Menphis guardandolo dallo specchietto. I carabinieri arrivarono e per un’ora il maresciallo non fece altro che pregare i due di venire fuori con le mani alzate. Ma Torzolini e Menphis continuavano a ripetere a voce alta: - Vogliamo un elicottero e dei passaporti falsi! - minacciando con un accendisigari i venti agenti fuori dalla macchina. L’auto s’accese d’un colpo come un grande mostro atavico dei teatri greci, che sembrava animarsi di forza empatica. Il pedale, in un crescendo di giri, stuzzicava il motore. La macchina sarebbe andata a finire contro quei carabinieri, che per una volta non si sarebbero trovati di fronte piccoli drogatelli con due canne in tasca, da accusare come se fossero il principale problema del mondo. Il maresciallo cambiò espressione, di colpo la sua faccia s’annerì di serietà brutale: diede l’ordine e i suoi bravi fecero fuoco. Un uragano di colpi investì la scintillante autovettura; in breve fu silenzio e canne fumanti e volti sbiancati. La portiera cigolò e poi cadde, riversa sul pavimento come Che Guevara, tradito e colpito sotto il cielo boliviano. Un rivolo di sangue scese dal sedile in pelle blu attraverso la carena e poi la gomma, fino a creare una pozza magnifica di metafore morenti. Poi, con un suono gommoso venne giù la faccia dell’alieno meno verde.

di Eclipse.154

“… e per di più, se non dovesse bastare il motivo che ti ho appena esposto, ti dirò un’altra cosa.

Quella sera mi trovavo da Mario a cena. Sai benissimo che il lunedì sera ceno lì. Avevo un tavolo prenotato per le 20.”

“E allora, sentiamo, con chi eri?” – incalza Luisa.

“Con mia… uhm… madre?”

Riaggancio, praticamente certo della mia poca credibilità.

Luisa è una ragazza fantastica, è colta quanto basta, non più di me. E’ inoltre quella che si definirebbe di solito una ‘gran strafica’. Tuttavia mi sono stancato di lei, vuoi per le sue ossessioni, per la sua totale e ascendente dipendenza dal mio successo, vuoi per… insomma, è da poco più di una settimana che la vedo e già vorrebbe costringermi a renderle conto. Tra l’altro non vado mai da Mario, si mangia di merda. Figurarsi prenotare un tavolo di lunedì!

Sono a casa, sono le 14:15 circa e fa caldo, un caldo del cazzo. Sto cercando da più di due ore la copia di un giornale di cui non ricordo il titolo. A Frank servono informazioni su una specie di macaco che vive in Giappone o in Armenia. E’ per una ricerca, dice. Sono talmente sudato che la mia polo sembra una muta da sub.

Finora non ho trovato nulla. Mi faccio una spremuta di pompelmi e metto sul Technics un vecchio disco di Sade. La domestica stamane è andata via prima del solito, ma ha tuttavia trovato il tempo per pulire a dovere l’intera casa, riordinare il mio guardaroba, stirare e inamidare le mie camice e prepararmi un pranzo macrobiotico, che giace inerme in un angolo del tavolo, e che non mangerò.

C’è una tremenda puzza di merda in soggiorno, ma sono quasi certo di poter affermare che Concetta (credo si chiami così) ha pulito e deodorato ogni angolo della casa. Credo anche che, domani, la prima cosa della quale dovrò occuparmi sarà il suo licenziamento.

Cerco di rammentare quand’è stata l’ultima volta che ho richiamato Agnese, e devo concentrarmi non poco per realizzare che era un giovedì, senza dubbio non quello passato, e neanche quello prima. Alzo la cornetta e compongo il numero.

“Pronto?”

“Ehi, sono io.”

“Uhm… davvero? Io chi?”

“Ehi, che cosa vorresti dire con ‘io chi’??? Io. Vittorio.”

“Ah, Mi chiedevo proprio oggi se mi avresti richiamata! Non è cortese far aspettare una ragazza, sai?” – dice, complice e provocante.

“Perdonami piccola, ero… uhm… occupato. Ho pensato di portarti a cena stasera. Che ne dici?”

“Uh! Fantastico! Direi che va bene. Dove mi porti?”

“Ho prenotato un tavolo da Mario. E’ per le 20.”

“Splendido! E’ da molto che non vado da Mario. Hanno delle capesante praticamente pazzesche!”

Il tanfo di merda è diventato così intenso da sovrastare di netto la mia concentrazione, al punto da ignorare chi ci sia all’altro capo del telefono.

“Senti, dammi un altro po’ di tempo. Non lo trovo, quel fottuto giornale del cazzo!”

“Ehi, ma ti senti bene? Di quale giornale parli??”

“Uh… nulla… parlavo di… uhm… con… la domestica, sì.”

“Non dovresti rivolgerti ad una signora in questo modo; è maleducazione, sai?”

“Perfetto” -  dico, non proprio sicuro di aver afferrato il senso delle sue parole, - “Ci vediamo alle 19!”

Mentre mi avvio verso la camera da letto inciampo in qualcosa di appuntito; mi chino per vedere di cosa si tratti. Non c’è nulla sul pavimento.

Ho un buffet al quale devo presenziare, pertanto mi accingo a cambiarmi per la festa. Non ricordo a che ora devo arrivare e naturalmente decido di prendermela comoda.

Un uomo dovrebbe sempre arrivare in ritardo agli appuntamenti importanti, se vuole conferire eleganza alla sua presenza. La gente poco perspicace crede che la puntualità sia prerogativa di serietà e sinonimo di sicurezza; la serietà non ha nulla a che vedere con l’eleganza, e sinceramente non ho idea del perché mi sia imbarcato in questo discorso. Sono già convinto di questo concetto, non ha senso ribadirlo.

Metto nel Technics un disco dei Culture Club e apro l’acqua della doccia.

Mentre mi spoglio mi accendo una sigaretta, ma sa di merda e la spengo. Ho il cazzo duro. L’erba che mi ha dato Stefania è eccellente e ho praticamente sempre voglia di scopare quando la degusto. Strano, non credo di averne fumata oggi.

Prima di entrare nel box doccia decido di cambiare disco; opto per Nina Hagen.

Mi masturbo sotto l’acqua pensando alla ragazza della tabaccheria qui vicino che spompina un membro di legno non levigato e murato alla parete, mentre Hilary Swank le ficca un mestolo da polenta nel culo e io le slappo la fica. Il tutto in un enorme vasca piena di mirtilli.

Vengo in modo brutale, sconnesso e soffocante, singhiozzando come un frocio adolescente.

Tempo novanta minuti e sono già quasi vestito. Il Technics ora suona un qualcosa che io ho provveduto a metter su, chiamato N11 o N9. Credo sia Brian Eno.

E’ sufficientemente presto per recarmi da Silvia. Silvia è quella che comunemente verrebbe definita ‘una gran strafica’, ma non capisce un cazzo. L’unica cosa intelligente che ha fatto negli ultimi anni è stata quella di lasciarmi. La naturale evoluzione dei personaggi, infatti, l’ha resa una sfigata, al contrario di me, naturalmente, che sono bello (lo ero anche prima), colto (lo ero anche prima), carismatico (lo ero anche prima), eccentrico (ora forse lo sono di più) e assolutamente evanescente, qualità quest’ultima che mi colloga nella Top3 nell’indice di gradimento del gentil sesso. Silvia, dicevo, è sfigata; la sfiga, tuttavia, le ha donato un localino niente male, giù in centro, che purtroppo, data la peculiare sfortuna della titolare, verrà dato alle fiamme da un gregge di ubriachi in breve tempo a partire da oggi, o ancora peggio, raso al suolo dai creditori, i pusher.

Dopo cinque minuti ho già inforcato i miei Oliver People da 400 euro e cammino disinvolto per la strada. L’aria è unta, il caldo muta l’asfalto in una speciale pellicola tremendamente ustionante; dense nubi di vapore si levano verso l’alto dissolvendosi dopo pochi secondi. Il sole le ammazza, come ammazza me. Le cicale starnazzano (cicalano avrebbe prodotto una ridondanza nociva all’estetica del discorso.), le strade sono deserte, pulite, e c’è puzza di benzina e merda. Temo di esplodere insieme al pianeta.

Arrivato a destinazione noto che il bancone è preso d’assalto da una mandria di… uhm… procacciatori credo. In un primo momento ho voglia di fuggire, sembrano agenti della Psico-polizia, anche se in realtà non li ho mai visti. Io sono cresciuto con altra gente che millantava potere e saggezza, non con il Grande Fratello e il bipensiero di merda!

La mandria è tutta vestita allo stesso modo; mi sfilo gli Oliver People e scruto il mio volto allo specchio, nel tentativo di rassicurarmi. La mia pelle è liscia come granito lavorato, ed abbronzata come un uomo perennemente felice. Sogghignando compiaciuto, esamino i tizi con maggior cura. Sono davvero uguali. Completo nero gessato, cravatta nera Armani, suppongo, e scarpe E. Zegna palesemente pacchiane. Mi sforzo di non ridere, ma mentre il mio impegno è all’apice uno di loro si rivolge a me: “Mi perdoni signore, cos’ha da ridere?”

“Uh, niente amico, niente. Non riesco proprio a togliermi dalla testa uno spot televisivo, in cui un tizio parla con un pacco di spaghetti. Complimenti per le scarpe, sono… uhm… elegantissime.”

Il tizio abbozza una risposta, io perdo la mia concentrazione e mi ritrovo seduto ad un tavolo contornato da sedie di alluminio anodizzato, intento ad ammirarmi attraverso un quadro a specchio che pubblicizza una finta bionda, che a sua volta pubblicizza un bicchiere con dentro un liquore di cui ignoro l’esistenza ed il sapore.

Il tizio numero 5 sta parlando con il tizio numero 2. Nella mia mente ho pensato di numerarli, in modo tale da distinguerli, ma mi rendo immediatamente conto di quanto questo sistema sia fallimentare. Probabilmente, infatti, colui che parla con il numero 2 è il tizio numero 1, ma dato che inizialmente avevo identificato il numero 1 con il tizio più alto, vado in confusione. Il tizio in questione, infatti, è decisamente basso. Presumo si occupi della vendita di pompe ad immersione, dagli argomenti che espone a suo favore.

Mi chiedo immediatamente come possa un tipo tanto basso sentirsi tanto grande, e ancor più come possa una persona addetta alla vendita di utensili succhia-merda manifestare tanta vanagloria.

Silvia è dietro il bancone, intenta ad annuire ai clienti e a preparare decaffeinati. Non mi ha notato ancora, seppur io sia di gran lunga l’unica persona a dar lustro al suo locale, elevando di netto lo standard. Inspiegabilmente decido di levare le tende, e con aria disinvolta esco sculettando.

Arrivo al buffet, qualcuno mi osanna e mi fa notare di essere in ritardo imbarazzante, e con il volto proteso in un sorriso accattivante abbozzo una serie di complimenti rivolti ai commensali (la scelta di questi ultimi è del tutto casuale).

Ed eccola. Bellissima. Sono convinto di non averla mai vista prima d’ora, e mi chiedo il motivo di questo reato. Bionda, culo da sballo, tette palesemente rifatte, dunque perfette, culo da sballo, viso angelico ma non troppo e culo da sballo. Mi avvicino prontamente.

“Ehi, non ci conosciamo” – dico, mentre una fitta anonima mi squarcia il petto all’improvviso.

“A quanto pare…” – risponde lei, tralasciando di guardarmi.

“Sono Vittorio. Ehi bella, vuoi da bere?”

“No grazie, ho già un bicchiere pieno in mano.”

Il suo modo di apparire vitrea e imperscrutabile mi genera un’erezione degna di un best-seller, ma il cazzo si ferma a metà strada, interrompendo la sua ascesa intrappolato nei CK. Tento una manovra per correggerne la traiettoria, badando bene di tenere la mano in tasca, e mi accorgo che il mio uccello scalcia come un feto.

Finalmente mi guarda. “Ehi, ma il tatuaggio che hai sul collo cos’è? Un ape? Fantastico!”

“No, è un… uhm… dio a sette teste” – sbotto, evidentemente contrariato.

“Uh, anch’io vorrei tanto farmi un’ape. Quanti anni hai?”

“Ventisei, e tu?”

“Ventitre a giugno!” – risponde non troppo convinta.

“Fantastico! Ehi, non mi hai ancora detto come ti chiami.”

“Uh, perdonami. Io sono Agnese.”

“Senti Agnese, perché non ce la filiamo? E’ tutto così noioso qui. Potremmo cenare insieme da Mario; hanno delle capesante semplicemente fantastiche.” – propongo in maniera immediata, almeno quanto la mia erezione.

“Non dovrei accettare inviti dagli sconosciuti, ma… uhm… ci sto. Mi sembri un ragazzo a posto!” – risponde in un atteggiamento che non riesco a distinguere.

Non posso fare a meno di ridere.

Non ho la macchina, cosa che indispettisce non poco Agnese, che però ha la sua, una Saab cabrio nuova fiammante, con una lieve puzza di merda nell’abitacolo.

Abbasso cinque centimetri il finestrino, sperando che noti i miei capelli lucenti e sani scompigliati dal vento. Optiamo per una tappa a casa mia, vuole vedere il Giacomelli da 12000 euro che ho in soggiorno, sebbene non sappia chi è Giacomelli. Durante il tragitto percepisco la sua irrefrenabile voglia di chiavare, voglia che la proietta sempre di più verso di me.

A questa constatazione se ne aggiunge un’altra, quella di un’ennesima, terribile erezione. Mi accendo una sigaretta e, contemporaneamente, mi succhio l’alluce.

Agnese non indossa il reggiseno; mentre le guardo le tette la immagino nuda cavalcare una tigre albina, con in mano un AK-47 mentre inneggia frasi senza senso, seminando terrore e morte fra villaggi male abitati da uomini E. Zegna in giacca e cravatta.

Poco dopo siamo a casa, la conduco in soggiorno, le preparo un Mai Tai, metto nel Technics un disco di Wagner e accendo il deodorante a diffusione elettrica.

“Strano l’odore del muschio bianco.. sembra… uhm… merda.” – mi ritrovo a dire senza volerlo.

Agnese non risponde, finisce tutto d’un fiato il suo Mai Tai e viene verso di me. Sto bevendo un rum talmente invecchiato che l’etichetta della bottiglia è completamente consumata, e ne ignoro dunque la marca.

“Allora, ti va di scopare?” – propone, sfilandosi le mutandine con la mano sinistra, e contemporaneamente sfilandosi le scarpe.

Il clima è torrido in casa, sebbene abbia provveduto ad oscurare l’ambiente socchiudendo le finestre. La afferro per i capelli, e mentre lei esplode in una risata isterica, facilmente confondibile in un orgasmo acuto e disumano, la spingo verso il divano. Le afferro le cosce, sospingendole verso l’alto, e inizio a leccarle la fica, scrivendo con la lingua i primi 8 versi dell’Eneide, che naturalmente conosco a memoria. Geme ed ansima, eseguendo ritmici movimenti di bacino. Inizio a morderle delicatamente il clitoride, che è gonfio e violaceo come un frutto tropicale, ed ha tanta voglia di esplodermi in faccia. Continuando a godere selvaggiamente mi afferra la testa fra le gambe stringendola a sé con forza.

Riesco a rialzarmi, lei si catapulta su di me e afferra il mio cazzo come fosse un ricco premio. E’ duro, durissimo, e sento che sta implodendo. Ci sputa sopra varie volte prima di infilarselo in gola come se fosse la cosa più prelibata al mondo. Mi giro in senso contrario, e mentre mi succhia avidamente l’uccello io infilo la testa nuovamente fra le sue cosce e con quattro dita le apro il buco del culo, iniziando a succhiarglielo. Gode così tanto che a tratti esplode in lacrime per poi spezzare il tutto con risatine folli e incontrollabili. Qualcosa si sta muovendo in me, mi alzo e la prendo da dietro. Con il culo abbondantemente slappato è facile per me entrarle dentro, ma le allargo comunque l’ano, tanto per vedere quanto ce l’ha largo. Non ci sono problemi e la penetro con facilità e violenza. La violenza è tanta che Agnese inizia a mordere le lenzuola gridandomi di continuare. Continuo così per un po’, poi mi stufo e torno a succhiarle la fica masturbandomi come un animale con dentro un demonio assetato di sangue. Mi prega ripetutamente di scoparla nella vagina, e io le do ascolto. Le afferro i piedi e li tiro indietro all’altezza della testa. Ora anche un autotreno potrebbe trapassarla. Le metto un cuscino dietro la schiena e inizio a pomparla. Il suo clitoride ora ha un aspetto inquietante, sento la sua fica bollire attorno al mio uccello e inizio a morderle il seno, mentre la scopo sempre più violentemente. Le mordo un capezzolo fino a ferirla, e inebriato dall’odore di sudore misto a sangue e silicone glielo strappo con decisione, ingoiandolo. Terrorizzata, cerca di divincolarsi e inizia a gridare come una strega alla gogna. La tramortisco con una testata in piena faccia rompendole il setto nasale e mi spalmo il suo sangue addosso. Le sfilo dalla borsa che ha lasciato sul divano le chiavi della Saab. Ho in bocca il sapore metallico ed eccitante del silicone, e ho la faccia quasi completamente piena di sangue. Le ficco la chiave nella vagina, aprendogliela di netto. Priva di conoscenza si caga addosso; la puzza di merda è insopportabile. Ora con lo squarcio nero che le ho provocato posso facilmente infilarle dentro il braccio. Faccio piazza pulita delle interiora, ridendo e recitando slogan politici come un esaltato. Ingoio avidamente parte delle sue budella, mentre il resto glielo metto attorno al collo come fosse una sciarpa di seta. Ricomincio a scoparla nella fica, continuando a bere lo strano liquido che le fuoriesce dalle tette. Respira ancora la troia; mentre la fotto in quella che una volta era la sua vagina, e che ora non è altro che una nera e profonda voragine sanguinante, le stacco la lingua a morsi. Finalmente muore; le cavo gli occhi con la chiave. Uno lo ingoio e uno lo lascio temporaneamente nella sua borsa, perché ora non ho più fantasia e non so che farci. Le dico che l’amo, mi sollevo e masturbandomi, ricoperto dal suo sangue dalla testa ai piedi, le vengo in faccia. Wagner rende la mia performance sessuale un trionfo, io mi commuovo e piango di gioia. La afferro per i piedi e la trascino in cucina. Le sego i piedi con un coltello a seghetto e la lascio a terra un paio d’ore, aspettando che si dissangui. Metto su ‘L.A. Woman’ dei Doors trovo un beauty case nella sua borsetta di Fendi e inizio amorevolmente a passare lo smalto sulle unghie di quelli che una volta erano i suoi piedi e che ora troneggiano sul mio tavolo di cristallo, nel soggiorno.

Cerco di rammentare quand’è stata l’ultima volta che ho richiamato Agnese, e devo concentrarmi non poco per realizzare che era un giovedì, senza dubbio non quello passato, e neanche quello prima. Alzo la cornetta e compongo il numero.

“Pronto?”

“Ehi, sono io.”

“Uhm… davvero? Io chi?”

“Ehi, che cosa vorresti dire con ‘io chi’??? Io. Vittorio.”

“Ah, Mi chiedevo proprio oggi se mi avresti richiamata! Non è cortese far aspettare una ragazza, sai?” – dice, complice e provocante.

“Perdonami piccola, ero… uhm… occupato. Ho pensato di portarti a cena stasera. Che ne dici?”

“Uh! Fantastico! Direi che va bene. Dove mi porti?”

“Ho prenotato un tavolo da Mario. E’ per le 20.”

“Splendido! E’ da molto che non vado da Mario. Hanno delle capesante praticamente pazzesche!”

Il tanfo di merda è diventato così intenso da sovrastare di netto la mia concentrazione, al punto da ignorare chi ci sia all’altro capo del telefono.

“Senti, dammi un altro po’ di tempo. Non lo trovo, quel fottuto giornale del cazzo!”

“Ehi, ma ti senti bene? Di quale giornale parli??”

“Uh… nulla… parlavo di… uhm… con… la domestica, sì.”

“Non dovresti rivolgerti ad una signora in questo modo; è maleducazione, sai?”

“Perfetto” -  dico, non proprio sicuro di aver afferrato il senso delle sue parole, - “Ci vediamo alle 19!”

Mentre mi avvio verso la camera da letto inciampo in qualcosa di appuntito; mi chino per vedere di cosa si tratti. E’ la chiave di una Saab.

di Pietro Pancamo

(e-mail: pietro.pancamo@alice.it)

Prima Parte

I

Salve, lettore. Io sono un novelliere o giù di lì, e devo darti una notizia: il nostro è morto da tipo strano.

In che modo e dinamica, mi domandi?

… Tra poco ci arrivo…

Per il momento, inizio a raccontare.

II

Dall’acqua che in città si essicca al sole arido, si ricavano sempre macchie irregolari d’asfalto umido, sulle quali procedere con attenzione… e suole, magari, di gomma. (Sicure, voglio dire: “contrarie”, cioè, ad ogni scivolone).

Però il nostro, a rovescio estivo ed operante, era uscito in ferie indossando ai piedi mocassini leggeri, un poco sformati e di pelle bovina in tutto; per cui, ora, a gocce ferme – e dando il braccio al suo ombrello scolorito -, camminava non sul velluto… ma sul cuoio.

Intanto, col passo ironico e lento del gran signore annoiato, ritornava a zonzo verso casa (il suo villino periferico, quadrifamiliare), continuando a ricevere – via pupille – una serie di immagini squallide e pomeridiane, che gli giungevano insistenti (a stretto giro di malinconia) con l’obiettivo di mostrare, al suo animo, scorci edilizi di condomini al caldo, e d’alberelli esposti al cemento.

«È roba da ecologisti, non da me… », pensava di rimando, fra indolenza e rabbia, com’è proprio degli ironici. Perché in realtà non un amante del verde minacciato – o stento -, ma un intellettuale, votato all’autoconoscenza: ecco, il nostro, che cos’era. Non a caso, a far data da una vita intera, ingannava il tempo (ed il lavoro in genere) scrivendo raccontini introspettivi, che redigeva d’impegno sulla facciata, posteriore e bianca, delle pratiche d’ufficio.

Oh, li componeva col sudore della mente, mosso dal tentativo (moral-psicologico) d’esplorare a pieno la propria identità. E dopo anni a strumentalizzare i computer aziendali – regolarmente usandone l’E-Mail allo scopo di spedire il frutto della sua penna a siti e riviste varie – adesso il nostro sapeva di sé ogni particolare. Minimo ed esistenziale!

III

Che risultato!

No, di più: che successo!

Ch’è successo, poi? Dopo l’acquisizione dell’“autodimestichezza”… totale? Beh, per conseguenza, un disturbo ininterrotto.

IV

«Il mondo!» - proseguiva a riflettere il nostro, dirigendosi indietro, cioè a casa - «Il mondo al completo sì, che sarebbe per me… se il fare, dire o guardare non mi disgustasse, ormai, di noia. Che colpa ne ho, d’altronde… una volta imparata di tutto punto la mia personalità, son passato al mondo. Solo che – sfortunatamente – già ero così intriso di me stesso, che qualunque cosa finiva semplicemente per non parlarmi d’altro, che di me stesso, stesso.

Che palle! Grosse come Giove…

E persino questi palazzi, attorniati di pianticelle rade, mi sembrerebbero all’istante – se decidessi di guardarli ancora – tanti sosia del mio corpo, del mio cuore… e di ciascuna mia parte, insomma, fisica o spirituale».

Stomacato da una simile evidenza, ipotizzata ma concreta, il nostro s’arrestò di getto. Poi, complice un impeto di nausea, si coprì gli occhi con le palme aperte.

«No, no!» - provvide a lamentarsi, con la voce endovena del cervello - «Non ne posso più… nemmeno uscire, per addentrarsi apposta nel folto dell’acquazzone, è servito a scuotermi dalla noia, o a divertirmi come da bambino… Ne deriva, innegabilmente… che non ne posso… davvero più!».

E dallo stato d’ironia conclamata (in cui s’era trovato fino a poco prima), il nostro – benché ora, a sfogo silenzioso e sottotraccia terminato, riprendesse a camminare con stabile senso dell’equilibrio e del moto – decadde, lungo tirato, ad una condizione estrema di stanchezza marcata e soffocante.

Seconda Parte

V

È notte, nel mio racconto.

Come?… Ah sì, hai ragione: la notte è di indole discreta e riservata. Ecco perché si mostra solo quando il giorno è tramontato, con la luce appresso.

VI

Alle due del mattino presto, l’appartamento del nostro è ovviamente sprangato e “ostruito” a chiave. Ma la porta, che così egregiamente sbarra l’ingresso (vietandolo a ladri e delinquenti), non può certo resistere ai tutori dell’ordine. E la serratura, per quanto si ostini, vien forzata alla fine… forzata a cedere!

L’ispettore Sam Moritz entra allora di lena e, tappatosi il naso con un fazzoletto robusto, indica agli agenti: «Il morto che ci hanno segnalato, dev’essere di là».

I poliziotti scattano immediati e, obbedendo al dito fisso e intento del loro capo (o più che altro lasciandosi guidare dal tanfo “energumeno”, che invade tutta l’aria dell’alloggio), in un attimo scovano il nostro, adagiato marcio in camera sua, sulle lenzuola composte di un letto in pratica a lutto.

«Che strano» - parallelamente chiacchiera, ritta in piedi nel salotto, la dottoressa Killaire (cioè un medico legale assai tornito, e dalla mente sempre attiva) - «Che strano… Che strano», ripete, assorta e concentrata.

«Cara, un indizio per caso!?» - s’interessa d’un baleno l’ispettore - «Hai notato una traccia, magari, che ci spieghi la salma e gli ultimi istanti della sua esistenza?».

«No» - risponde il medico, mentre spifferi acri le abbordano sgraziati le narici - «Mi stavo solo chiedendo perché i cadaveri puzzino orrendamente».

La voce della donna si chiude, a questo punto, in un mugolio investigativo di riflessione carsica (ossia intima, interiore), all’improvviso amplificato in urletto esclamativo, da un’intuizione illuminante: «Ah!» - trilla, dunque e deduttiva, l’acuta dottoressa - «Forse perché, essendo morti, non possono lavarsi?».

VII

Dài: lo so che è una stupidaggine! Ma non c’è bisogno di scandalizzarsi… Perché, santo Dio, cosa pretendi da una tizia che, all’università, ha sempre affrontato gli esami con poco impegno e belle gambe. Si capisce poi che al lavoro (l’avevano assunta in un ospedale, dopo la laurea) ne uccidesse più che Bertoldo in Francia. E proprio da qui il soprannome: dottoressa… Killaire!

… Dici sul serio? Credevi che si trattasse di un nome autentico?! Macché: è un gioco di parole con Kildaire, il primario quello famoso, quello del telefilm.

A ogni modo però, trascuriamo, adesso, saldamente la cerusica ignorante, perché in tutta sincerità non è per nulla l’argomento di cui desidero narrarti ora; e anzi, visto che me l’hai domandato fin dall’inizio, passiamo oltre e ritorniamo ad altro: la morte atipica del nostro.

VIII

Per togliersi da quel pomeriggio assolato di ex-pioggia, e “rimpatriarsi” stanco all’ovile quadrifamiliare, rincasò facendosi strada con le chiavi.

Dopodiché, amareggiato dalla noia di mobili e pareti - che in compagnia di quadri, maniglie, lampade, poltrone (ma pure suppellettili d’ogni genere e numero) non smettevano in massa di ribadirgli se stesso, proprio come i palazzi e i tronchicini smunti di poco prima -, avvertì la malinconia avvicinarsi efficace, fino ad accelerare in lui gli spasmi di stanchezza. Una stanchezza sempre più simile alle specifiche del sonno; e che, negatagli la cena, lo spedì al lenzuolo con brutalità, schiacciandolo a contatto con l’ecletticità dei sogni.

Ma, naturalmente, nulla è più abile di essi ad illustrarci scrupolosamente, e ripeterci a menadito, la nostra identità. Così, per quanto nel corso del buio e della testa si succedano (di norma) continuamente varie - le situazioni e fantasie oniriche – il nostro, presenziandovi o assistendovi in subconscio, mortalmente e vivamente s’annoiò.

E mentre il numero dei sogni s’espandeva, la noia s’ingrandì con moto direttamente proporzionale, rendendo il sonno man mano uguale a un coma (in soldoni: d’ora in ora, più profondo. E poi, irreversibile). Effetto terminale: per diciannove giorni – comunicanti, adiacenti e progressivi – il nostro non si svegliò.

Come unico segno di vita diede un lezzo di morte, “in base” al quale i suoi inquilini decisero alla fine di chiamare la questura.

IX

Come mai morì soltanto quella volta lì, e non prima? Perché di regola teneva sul comodino un orologio ad orologeria (una sveglia intendo!).

A che gli serviva? Ti spiego: quando a mezzanotte si coricava, subito lo puntava sull’una dell’ora successiva, procurandosi – dopo sessanta minuti – uno scampanio micidiale.

Sconvolto dalla soneria, il nostro ovviamente sobbalzava e, acchiappata la sveglia, la ricaricava sulle due, fra sospiri e cervello pesto. E alle due, sulle tre. Alle tre sulle quattro. Alle quattro, sulle cin… Scusa?… Un rito, già… una cerimonia precauzionale che gl’impediva di sognare troppo, sottraendolo quindi ai rischi di estinzione; e che si concludeva, di preciso, alle sette.

La giornata, poi, un tormento di noia e fatica, aggravato pure dai raccontini all’ufficio, ormai anch’essi “tediofori” e pesanti.

Forse… Forse è meglio… molto meglio – non pensi? – che quella volta, esasperato (suppongo) dalla vita penosa cui s’era ridotto, abbia omesso la sveglia sull’una le due le tre eccetera, preferendo diventare… morto e decomposto.

X

Col medico legale che gli cammina accanto, l’ispettore entra nella camera del nostro.

È ingombra di poliziotti alle prese coi rilevamenti, ma il dato più lampante è l’odore rancido di carni allo sbando.

«Bene ragazzi, fate largo alla dottoressa!», Moritz annuncia, agli agenti assiepati intorno al letto. Poi con un sorriso, e girando la testa verso la donna che lo scorta, «Cara, eccoci qui dinanzi al corpo» - commenta garbato - «Confesso che non è bello come il tuo; però ti prego: dagli comunque uno sguardo».

«Che schifo», mormora tra sé, la Killaire abbacchiata.

«Che schifo e che bastardo!» - aggiunge inviperita, fissando l’ispettore - «Io, che per starti più vicina ho lasciato il mio ospedale (nonché una brillante carriera di chirurgo), venendo difilato a prestar servizio nel tuo distretto, mi aspettavo (in cambio di tanto amore) che tu mi portassi… non so… al museo per esempio, al cinema, o meglio ancora alla boutique. Invece… solo queste schifezze mi porti a vedere! Queste carogne, antigieniche e puzzone!».

«Ma cara, è il tuo lavoro», si giustifica Moritz, intimidito.

«E chi se ne frega» - s’indigna la Killaire - «Fattelo da te!».

«Tesoro… » - media l’ispettore con piglio diplomatico, cercando d’ignorare l’imbarazzo che gli creano gli agenti circostanti, e tutti alacremente all’erta - «Tesoro, se ti prometto teatro e ristorante per una sera imminente delle prossime e future, tu adesso me lo esamini il cadaveruccio? E su! Ti sei perfino ricordata di portarti la borsa coi ferri del mestiere!».

«Uff» - accondiscende la dottoressa, sbirciando con ribrezzo il nostro, che giace asfissiante a far brutta mostra di sé - «Però, se proprio devo cedere, tu almeno abbi l’amore, Sam, d’arieggiarmi il naso, aprendo la finestra di questa camera fetente».

«Subito, cara: in un batter d’ali!», vola l’ispettore, avventurandosi leggero ai vetri da spalancare.

XI

E fuori c’era una pioggia tale, guarda, che le strade parevano selciate d’acqua. Inoltre…

Che c’è, dove vai? Via? Ah, siccome la tua curiosità di partenza sul modo e la dinamica è stata ormai esaudita e risolta, pensi di andartene…

D’accordo… allontanati pure… Vuol dire che questo mio raccontino in corso, è da considerarsi esaurito, allora.

Infatti, senza un lettore, non c’è alcun motivo di… finire o continuare.

di Lisa Gyöngy

Scrivo, se non a te, a chi?

Me lo chiedo spesso in questi ultimi giorni. In realtà le domande che mi pongo sulla nostra storia sono tante e sono poche le risposte.

Passo giornate intere a guardare fuori dalla finestra con le dita appoggiate sulla macchina da scrivere, il più delle volte senza schiacciare nemmeno un tasto. Mi limito a sfiorarli…

Sento la fisicità dei tasti sotto i polpastrelli… ne accarezzo con cautela i bordi leggermente smussati e percepisco le lettere non scritte fremere sotto di essi. Passo sulla loro superficie piatta e sento il sottile rigonfiamento dei caratteri stampati sulla plastica dura. Alcune lettere, le più usate, quasi non esistono più… La “A”, la “L”, la “O”, la “S”. Alos. Poi accarezzo delicatamente il resto del suo corpo meccanico e sento il materiale freddo e metallico che piano piano si riscalda sotto il mio tocco. La immagino come creatura viva che si eccita e accende al contatto con le mie dita.

Ma nonostante il nostro rapporto intimo, quasi ossessivo, non arriviamo al concepimento da molto tempo...

Tutto per colpa tua. Di te. Perché tu mi hai chiesto, prima gentilmente e poi in modo spaventosamente violento, di smettere di scriverti.

Ho accettato. Non potevo fare altro.

Ma non puoi impedirmi di smettere di scrivere pensando a te.

Fuori dalla finestra sta passando una signora con la schiena torta dagli anni. Nella mano destra un bastone di legno scuro, nella sinistra una borsa della spesa che pare enorme perché contiene solo uno o due oggetti. Mi scopro a fare un’analogia tra quel sacco e la sua persona: un contenitore ormai troppo grande, svuotato, con una grande capacità non più sfruttabile e con un peso tutto concentrato in un punto solo che tira verso il basso, verso la terra. Ci mette qualche minuto a uscire dall’inquadratura della mia finestra e io la seguo con gli occhi.

Prima ti avrei descritto ogni singolo particolare di quella donna, ti avrei raccontato la sua vita intera, ti avrei detto che da sotto il foulard, sfuggita alla crocchia severa, s’intravvedeva una ciocca di capelli bianchi e candidi; che le sue pupille, alte nella cornea, puntavano ostinatamente in avanti, proiettate a una velocità che il corpo non riusciva più a seguire. Avrei scoperto insieme a te che dentro al sacco c’era una conserva di pomodoro e un pacco di pasta. Avremmo passeggiato insieme a lei fino alla sua vecchia casa di periferia mentre ci raccontava di come prima la conserva di pomodoro e la pasta la facesse lei, fresca, nella sua cucina che profumava di legno.

Di come ogni sabato mattina andava al mercato a comprare chili di pomodori contrattando sul prezzo e poi preparava il sugo per tutta la famiglia. Ora il mercato aveva chiuso, la famiglia era andata a vivere lontana, il marito era costretto a letto e l’artrosi le impediva di fare anche la più semplice delle cose, come arricciare tra le dita i capelli dorati della nipotina.

Ti avrei raccontato tutto questo. Invece ora mi scopro a raccontarlo alla carta bianca che passa pigra nel rullo della macchina da scrivere.

Ora che la vita della donna è uscita dal mio campo visivo davanti a me vedo il solito scorcio di palazzi bianchi e grigi, gli alberi scheletrici senza foglie, il bar all’angolo e la cabina telefonica all’altro angolo.

Nella cabina qualcuno ha posato male la cornetta e ora è caduta e pende muta, ciondolando leggermente dalle vibrazioni quando passa l’autobus dei ogni-quindici-minuti.

I piccioni sonnecchiano sul cornicione sopra al bar tutti spiumacciati e gonfi per tenersi caldi in questa giornata d’inverno.

Inizia a piovere, qualche goccia, poi più forte, e sempre più forte finché mi sento rinchiusa dentro ad un muro bianco, spumoso e opaco, per una volta fisico, reale e non solo una parete virtuale frutto della mia mente confusa.

Il cielo urla, piange, si dispera-beato-lui e si sfoga in pochi minuti, lasciando la strada lucida, quieta e specchiante.

Nelle pozze vedo l’altro mondo, quello capovolto. Quello che quando guardi dentro vedi i piedi grandi in alto e la testa piccola in basso.

Chissà com’è vivere li dentro. Chissà se in quel mondo io e te passeggiamo ancora per il parco ridendo. Ridendo delle espressioni tristi e corrucciate delle altre persone che ancora non hanno capito che non è il mondo ad essere cattivo, ma che sono loro che lo leggono in modo sbagliato.

Eravamo perfetti insieme, ci completavamo. Eravamo uno la continuazione dell’altro. Uno il cuore, l’altro il sangue; uno la mente, l’altro il pensiero; uno l’aria, l’altro il polmone.

Che idea banale… che idea trita e ritrita… ma mai c’è stata idea così vera e precisa che potesse descrivere in una perfetta immagine la nostra condizione di dipendenza e simbiosi.

Il sole sta calando. I lampioni si accendono. Un’altra notte sta arrivando, inesorabile e solitaria.

Ho sempre amato il buio, ma ora il buio mi spaventa. E’ la notte la parte più difficile della giornata per chi è solo. E’ la notte la parte più bella e piena di sorprese per chi è in compagnia.

Ti ho promesso che non ti avrei più scritto. Te l’ho promesso e lo sto rispettando. Mi hai anche chiesto di dimenticarti. Ho mentito.

Ti ho chiesto di sparire a poco a poco.

Ti sei dissolto.

Sono innamorata di un fantasma. Di un personaggio di un libro che non posso controllare con la mia fredda macchina creatrice di mondi. Più volte ho sognato di avere un cervello-macchina-da-scrivere. Ma questa volta non ho nessun potere sovrannaturale, non posso controllare il passato ne il futuro…

Figuriamoci il presente.

Mi sento come una voce fuori campo. Una voce incorporea che racconta e vive le vite degli altri.

In questo avevi ragione. Non mi sopportavi quando mi perdevo nel mio mondo dove tu non mi potevi raggiungere e allo stesso tempo era proprio questo che amavi di me. Il tuo era un amore ibrido, scostante, irrequieto. Ed era questo che io amavo di te. Il saperti non mio del tutto. Il dover combattere i miei dubbi giorno per giorno.

Sobbalzo al suono del campanello. Non mi muovo. Suona un’altra volta.

Tremo.

Ti vedo attraversare la strada. Guardare in alto, ma ho la luce spenta, non mi puoi vedere.

Raggiungi la cabina telefonica e prendi in mano la cornetta abbandonata.

Stai li dentro per un tempo che mi pare infinito. Chiudo gli occhi e li riapro solo quando il telefono, come da copione, prende a suonare.

Allungo una mano e stacco la cornetta. L’avvicino a me come in sogno e sento il sapore e il calore del tuo respiro sul lobo dell’orecchio.

Perché hai deciso di tornare proprio adesso, ora, questa sera? Cosa ha di speciale rispetto alle altre quarantadue?

Ascoltiamo il nostro silenzio, i nostri pensieri. Sento il materiale della cornetta fondersi con la mia mano. Ora ho una mano-telefono.

Non ho idea di quanto tempo sia passato, ma ti guardo così intensamente che i tuoi lineamenti diventano confusi. Sei un’ombra dalla forma indefinita. Lo sapevo, sei un fantasma.

Cade la linea. Sbatto gli occhi.

Ti vedo frugare in tasca. Immagino in un eco il tintinnio delle monete che a una a una tornano a riempire il contatore.

Richiami e metti giù. Richiami e metti giù. Non capisco cosa fai, poi mi rendo conto che ho ancora la cornetta che mi strilla il segnale d’assenza di linea nei timpani.

Linea piatta.

Tiri un pugno alle pareti di plastica, un altro, ma non riparte. Non c’è battito.

Esci dalla cabina e guardi in su, ma ho la luce spenta e non mi puoi vedere.

Rimani fermo, indeciso. Poi t’allontani verso destra e sparisci dietro la cornice della mia finestra.

La cornetta del telefono ora suona istericamente ad intermittenza. La lascio cadere e con rumore sordo colpisce la scrivania e le mie dita volano sui tasti.

Sono entità autonome.

I miei occhi leggono sorpresi le parole che appaiono sulla carta e seguono le piccole lettere che con il loro cordone ombelicale metallico reagiscono allo schiacciare dei tasti.

Sono così fragili…

Riesco a vederne il movimento: si staccano dalla fila di asticelle, vengono proiettate verso il centro della carta pallida e sbattendo con colpo secco lasciano traccia del loro passaggio in una ferita d’inchiostro nero.

Le mie dita scrivono la nostra storia. Classica. Come tante altre.

Due persone s’incontrano, si trovano interessanti, decidono di rivedersi, si frequentano, scoprono punti in comune, intriganti diversità, si piacciono, s’innamorano, si fanno promesse, viaggiano, vivono, progettano, litigano, sperimentano, giocano, ridono, urlano, piangono, si accusano, si compiangono, si rispettano, perdono la fiducia, perdono la speranza, sbagliano, si riamano, cedono e si perdono.

Anni, mesi, settimane, giorni, ore e secondi ora non sono altro che minuscoli segni codificati e senza senso su un pezzo di albero tritato, sciolto e pressato.

Assisto sempre più imponente e innervosita alla pioggia di proiettili che uccide la nostra storia e mi rendo conto con orrore del mio meccanico e automatico nutrire la macchina di fogli vergini.

Il mio respiro si fa affannato. Sempre più veloce. Sempre più forte.

Sempre più veloce, sempre più forte. Semprepiùvelocesemprepiùforte, finché le mie braccia riescono a stento a staccare le dita che paiono incollate ai tasti come pelle bruciata.

Poi, con movimento fluido, la cingono in un abbraccio.

La sento pulsare contro il mio corpo mentre la cullo e sento i suoi tasti tesi contro il mio ventre.

Tento di controllare il mio respiro.

Piano piano torna a un ritmo normale e solo quando la distacco da me mi accorgo che ho il viso rigato di lacrime.

Tramite un velo compatto e liquido vedo la mia macchina da scrivere volare, proiettata contro la finestra, al rallentatore.

Appena avviene il contatto il vetro assorbe un po’ il colpo piegandosi impercettibilmente, ma la forza è decisamente troppa e, prima in una crepa poi in un crepaccio dalle mille venature, esplode in una miriade di frammenti scintillanti e acuminati.

L’aria invernale della notte mi carezza il viso. Chiudo gli occhi, respiro piano e me ne riempio i polmoni.

I fogli con la nostra storia svolazzano dappertutto, come uccelli abbattuti.

E non mi sono mai sentita viva e libera come in questo momento.

Scrivo.