Holy EYE

CERTIFIED

di Guido Fabrizi

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La mia penna ha le ore contate

Dopo una nottata passata ad imprecare e lamentarsi a causa di un vecchio molare marcio, Aldo decise di recarsi in farmacia all’apertura mattutina per fare una cospicua scorta di antidolorifici, di cui era rimasto sprovvisto, di quelli che spaccano il fegato, perforandolo da parte a parte come una revolverata consigliata dalle migliori case farmaceutiche. Per tutto il percorso premette con l’indice sulla guancia, in corrispondenza del dente agonizzante, sperando di annientare il dolore con una brutale pressione, quasi cercando di cavarsi il dente dall’esterno. Gli occhi marci, la bocca fetida, la pelle unta dal sudore ed un odore d’ammoniaca, simile a quello di un cadavere. Barcollante, scese dalla sua vecchia Fiat Ritmo, parcheggiandola di traverso rispetto alle altre auto. Entrò in farmacia dondolante e a fatica; dopo aver preso il numeretto raggiunse una poltroncina bassa dove, lasciandosi sedere, trascinò con sé lo scaffale dei preservativi. Mentre imbarazzato raccoglieva le decine di scatolette, gli apparve una donna dalla bellezza eterea, slanciata, elegante, come se da sempre i suoi geni fossero stati nobili, raffinati, appartenenti di diritto ad una realtà superiore, elitaria, fuori dal comune e dai canoni di bellezza. Quando si dice “una classe innata” che immediatamente ti fa comprendere l’appartenenza ad un livello sociale elevato e abbiente di denaro, cultura e potere. Lunghi capelli lisci e biondi come il grano e morbidi come la seta. Che luogo comune… Aldo avrebbe voluto definirli come un punto di biondo fra Barbie e la Principessa Sissi, ma preferì un “biondo paradiso”. Un volto dai lineamenti perfetti e dagli occhi espressivi, quasi regali. Un sorriso di stampo positivo e affascinante che lasciava delicatamente affiorare una dentatura di perle tahitiane. Un’anima non appartenente al mondo brutto, sporco e cattivo della miseria, delle beghe, delle nevrosi, della povertà dalle incolmabili solitudini, della disperazione di una vita che scorre senza riuscire a darle un senso. Una mannequin dell’anima e dell’estetica, vestita di savoir faire e Chanel, comprato in ogni angolo dei continenti. Insieme a lei le sue due piccole figliole di sei anni circa, gemelle dagli stessi capelli della mamma, biondo regale, vestite con gli stessi graziosi vestitini. Vivaci come l’intelligenza della madre che, di tanto in tanto, proferiva una nota di moderazione, probabilmente in madre lingua inglese, mentre parlava con la dottoressa che si trovava dall’altra parte del bancone. Le piccole si rincorrevano così velocemente che ad Aldo era quasi impossibile vederne i lineamenti. Solo di una, che si era fermata e seduta su di una poltroncina di fronte alla sua, ne vide la bellezza principesca, simile a quella materna. Un’adeguata delfina dagli occhi tristi… L’altra, in continuo movimento, girava e rigirava intorno ad una colonna della farmacia e veniva richiamata di frequente dalla mamma, alla quale non dava molto ascolto. Ad un certo punto la piccola, non più alta del bancone, si avvicinò alla madre per chiederle insistentemente qualcosa: iniziò a tale scopo a strattonarla dalla manica del trench maxi Armani alta moda. Tirava come chi cerca di attirare su di sé qualcosa di più di una semplice attenzione. In questo tira e molla disperato, ad un tratto, mentre la dottoressa si allontanava per prendere le medicine richieste, con un gesto fulmineo, quasi invisibile, come un camaleonte cattura la sua preda con la lingua, la madre cambiò espressione e, digrignando i denti come un animale all’attacco, diede una sberla micidiale sul volto della bambina. Uno schiaffo che non finiva nel suo naturale gesto, ma continuava a comprimere il piccolo viso contro il bancone contundente, fino all’arrivo della dottoressa che ritrovò un’atmosfera di serenità sorridente, contraddetta solo dagli occhi bassi della piccola. Quasi come se non fosse successo nulla, dopo aver accennato ad una espressione repressa di pianto, la bambina si avviò verso Aldo che aveva osservato tutta la scena. Man mano che si avvicinava, Aldo si rese conto che la gemellina aveva qualcosa di diverso dall’altra. Pur essendoci una somiglianza generale a livello somatico e fisico, gradualmente focalizzò che la bambina era affetta da nanismo. Con un contraccolpo scomparve il dolore al molare, mentre la bambina quasi di fronte a lui, guardandolo fissamente negli occhi, gli digrignò i denti che teneva serrati, in un’espressione d’odio, proveniente dal dolore. Due richiami della madre e le figliole la seguirono, saltellando e distogliendosi da quella noiosa sosta in farmacia. Aldo si alzò dalla poltroncina, risvegliandosi come da un sogno e, barcollando meno del solito, dopo essersi guardato intorno, si rimise apposto la camicia che gli fuoriusciva dai pantaloni. Visto che il dolore al dente gli era passato, decise di  ritornare a casa per andare ad accompagnare a scuola il figlio di sette anni, cosa che non faceva da molto tempo.

di Lisa Gyongy

Un giorno ci sei - Lisa Gyongy

Un giorno ci sei. Un giorno non ci sei più.

Marta, fisico esile, capelli bruni sempre raccolti in una coda tirata stretta al centro della nuca. Occhi castani, grandi, leggermente sporgenti. Denti perfetti. Dodici anni compiuti da un mese e due settimane. La mia migliore amica, la mia gemella d’anima. Noi, separate solo da una semplice “T”.
Non si hanno sue notizie da due settimane.
La polizia mi ha interrogata. Sono stata l’ultima a vederla e l’ultima a ricevere una sua chiamata.
Io e lei, nel cortile della scuola, alle quattro e mezza di due settimane fa.
Dopo le lezioni siamo rimaste a chiacchierare del ragazzo che le piace, il biondo Antonio, perché le aveva lanciato un bigliettino sul banco durante l’ora di matematica ed era tutta eccitata. Diceva: “Venerdì cinema con Davide. Tu e Mara venite?”.
T. indossava la maglietta azzurra con il sorriso di un gatto fatto di brillantini, jeans neri attillati e Converse nere. La più bella di tutte.
Le brillavano gli occhi. Stavamo architettando di andare a farci l’orecchino al naso... Io avrei falsificato la firma per lei, e lei per me.
Quel venerdì doveva essere il nostro venerdì. Il primo bacio...
Non che a me Davide piacesse particolarmente, ma il fatto di poter condividere un momento così importante con lei... beh, con chi avrei avuto il mio primo bacio era solo un dettaglio.
Il giorno dopo avevamo il test di scienze, ma non ne abbiamo parlato, troppo impegnate a pianificare i nostri piccoli intrighi.
Siamo partite da scuola che erano le quattro e quarantotto, lo so perché mi ha chiamato mia mamma per dirmi che stava tornando dal supermercato e che se eravamo ancora a scuola poteva darci un passaggio. Non l’abbiamo voluto... volevamo parlare ancora un po’ senza orecchie indiscrete.
Abbiamo percorso via Galileo fino a via Marconi, poi all’incrocio con via Dante ci siamo fermate a definire gli ultimi piani. Ci siamo abbracciate e ci siamo separate, io verso casa mia, lei verso casa sua.  Tanto ci saremmo sentite da li a poco su internet.
Era allegra, mi ripeto, non c’era niente di sospetto nel suo atteggiamento, niente che mi avesse messa in allarme. Era la mia solita Marta.
Sono arrivata a casa che erano le cinque e un quarto. Tullio era già piazzato davanti al computer, quindi dopo averci litigato un po’ ho mandato un messaggio a Marta per dirle che non avevo accesso a internet e mi sono messa a mangiare una barretta di cereali e cioccolato davanti alla televisione. Poi mi sono ricordata del compito di scienze, ho preso il libro e ho cominciato a ripassare, stando sempre davanti alla televisione.
Alle cinque e trentadue è arrivata mia mamma, che nel frattempo si era attardata al supermercato perché aveva incontrato un’amica. L’ho aiutata a mettere via la spesa, mi ha rimproverato per il fatto che studiavo davanti al televisore e mi ha raccontato dei pettegolezzi freschi freschi.
Alle cinque e quarantadue Marta mi ha telefonato. Avevo la vibrazione, la televisione accesa, mia mamma che mi raccontava le cose e mio fratello Tullio con la musica accesa.
Non l’ho sentito...
Alle cinque e cinquantuno ho visto la chiamata e l’ho richiamata con il telefono di casa un minuto dopo. Il telefono suonava occupato, o spento. Le ho mandato un messaggio spiegando perché non avevo risposto e di squillarmi appena era libera.
Alle sei e quindici ho riprovato a chiamare. Poi alle sei e mezza, e alle sei e trentanove ho chiamato a casa sua.
Ha risposto sua madre. Appena le ho chiesto di passarmi Marta è rimasta in silenzio per qualche secondo, poi ha detto: “Ma non è con te?”
“No... ci siamo separate all’incrocio.”
“Aspetta un secondo, magari è chiusa in camera e non l’ho vista entrare. Arrivo subito.”
Suono dei suoi passi verso la camera di Marta, bussa, apre.
“No, non c’è... pensavo che ripassavate scienze insieme... Ma l’hai chiamata sul cellulare?”
“Certo, tre volte, ma sembra occupato, oppure spento... per quello ho chiamato a casa.”
Silenzio.
“Ok, provo a chiamarla anch’io. Fammi sapere se ti risponde.”
Abbiamo messo giù. Ho aspettato qualche secondo prima di richiamare, non volevo rubare la linea a sua madre. Suono di telefono spento. Riprovo dopo qualche minuto.
Ho comunicato la mia preoccupazione a mamma e le ho detto che volevo uscire a vedere se non si fosse fermata da qualche parte per strada, forse era per quello che mi aveva chiamata e poi la batteria del telefono si era scaricata.
Ho pensato: “se ha incontrato Antonio e l’ha baciato non le parlo mai più.”
Mia madre ha detto che veniva con me.
Siamo uscite, abbiamo camminato veloce fino all’incrocio con via Dante e abbiamo proseguito per via De Piscopo, poi via Serafino Uberti camminando lentamente e guardando dentro tutte le traverse. Io tenevo il telefonino in mano, pregandolo di farmi arrivare un messaggio di Marta. Ho chiamato Alice, tanto per sapere se l’aveva sentita e mi ha detto di no e perché.
Ho mandato un altro messaggio a Marta: “T dove6? Ci stiamo preoccupando. Risp!!!!”.
Alle sette e dieci eravamo davanti a casa di Marta. In quel momento sua madre mi ha richiamata e le ho detto che eravamo li davanti. Ha aperto la porta e ci ha fatto entrare.
Aveva l’aria molto preoccupata.
Ha chiamato suo marito. No, non aveva sentito Marta. Ha chiamato la nonna, no Marta non era con lei.
Alle sette e mezza la mamma di Marta ha pronunciato per la prima volta la parola polizia. Mia mamma ha cercato di sdrammatizzare.
Alle otto la mamma di Marta ha chiamato la polizia. Le hanno detto di stare calma, le hanno chiesto le generalità di Marta e hanno detto che spesso questo tipo di sparizioni si risolvono nel giro di dodici ore.
Mamma ha chiamato papà a lavoro dicendogli che ci fermavamo a casa di Marta e ha chiamato Tullio dicendo che papà arrivava presto.
Ho chiamato Luisa, Marco, Dalila e ho esitato sul numero di Antonio. Alle nove è arrivato il papà di Marta.
Alle nove e dieci abbiamo richiamato la polizia. Alle nove e quaranta sono arrivati due poliziotti. Si sono fatti dare una foto di Marta, gli ho descritto come era vestita. Sono usciti a fare un giro, poi sono tornati e hanno chiamato altri poliziotti.
Alle undici e mezza ci hanno detto di andare a casa. Ho fatto promettere alla mamma di Marta di chiamarmi a qualsiasi ora.
Ho provato a chiamare Marta altre dieci volte, se non di più, finché non sono crollata addormentata verso l’una di notte.
Mi sono svegliata alle sette, ho pianto per frustrazione non trovando nessun messaggio e nessuna chiamata, ho riprovato a chiamare,.
Alle sette e mezza mi ha scritto un messaggio Alice, per sapere se avevo trovato Marta. Non le ho risposto. Alle sette e quaranta ho chiamato a casa di Marta, ha risposto il fratello dicendo che non avevano sue notizie. Era sconvolto, avevano passato tutti la notte in bianco.
La polizia iniziava a girare per il quartiere con i cani. E poi fuori dal quartiere, e poi nelle campagne.
Alle nove ho ricevuto un messaggio di Marco, mi sfotteva per non essere a scuola a fare il compito di scienze. Non gli ho risposto.
Ho chiamato Marta a scadenze irregolari fino all’una, le ho mandato tre mail, poi ho ripercorso la strada verso casa sua e sono rimasta a guardare il viavai di gente nel suo salotto fino alle sei di sera. Poi è arrivata mia madre, mi ha sgridata per il fatto di essere uscita di casa senza dirlo, mi pensava a scuola... poi mi ha abbracciata.
Ho mandato un messaggio ad Antonio. Nel frattempo la polizia mi ha riconosciuta come ultima persona ad aver visto Marta. Gli ho raccontato tutto, più volte. Poi hanno chiamato Antonio e sono andati a casa sua.
Filippo, il fratello di Marta, mi ha raccontato che durante il giorno hanno interrogato tutti i famigliari, compresa la nonna, e alcuni vicini.
Ho riletto tutti gli ultimi messaggi scambiati con Marta, ho guardato le foto che abbiamo fatto insieme.
Volevo andare in camera sua, ma non me l’hanno permesso.
Alle otto sono tornata a casa. Ho acceso internet, ma niente.
Ho passato la notte in mezzo agli incubi. Marta mi chiamava, ma non aveva voce.
Il giorno dopo mia madre mi ha detto che era meglio andare a scuola. Mi sono rifiutata. L’ho pregata di portarmi a fare un giro in macchina per la città. Sono rimasta incollata al finestrino, sussultando ogni volta che vedevo il colore azzurro.
Venerdì ho ricevuto un messaggio da Antonio, chiedeva come stavo e se sapevo niente di Marta. Gli ho detto che non sapevo niente... e gli ho chiesto come stava lui. Mi ha mandato “:(“.
La sera hanno parlato di Marta in televisione. Marta ha sempre sognato di andare in televisione...
Lunedì ho litigato con mia madre perché non volevo andare a scuola, ma poi mi ha convinta, anche perché mi aveva scritto Alice dicendo che dovevamo organizzare una ricerca personale, che aveva già coinvolto quasi tutta la nostra classe e la B.
Mia madre si danna per non aver insistito a venirci a prendere. Io mi danno per non aver detto di si.
Soprattutto... alle cinque e quarantadue mi ha chiamata. Io non ho risposto.
Sono passate due settimane.
La polizia non ha trovato niente. Al telegiornale parlano sempre meno di Marta, niente scandali, niente di marcio nella sua famiglia o in quelle dei vicini. Non hanno nemmeno trovato il suo cellulare, o un pezzo di vestito, un libro, una matita... da nessuna parte...
C’è un poliziotto che mi piace molto, si chiama Claudio Rotolo. Buffo come nome. E’ stato il primo a interrogarmi. E’ molto gentile e spesso, con la scusa di chiedermi qualche altro dettaglio, mi chiama per aggiornarmi sull’indagine in modo discreto e per mostrarmi il suo sostegno e la sua dedizione nella ricerca di Marta.
Sta iniziando la terza settimana.
La chiamo ancora, ogni giorno. La mattina appena sveglia, nella pausa pranzo e la sera prima di andare a dormire.
C’è una nostra foto che amo particolarmente. Era il giorno prima del suo compleanno. Eravamo andate in riva al lago con l’intento di farci delle belle foto da mettere sul nostro profilo internet.  Avevamo finito per farne tantissime e una più scema dell’altra.
Marta sorride mostrando tutti i denti e strizzando gli occhi, con il collo allungato. Io rido di rimando per la sua faccia buffa e ho gli occhiali tutti storti. Dietro di noi il lago scintillante e un pezzo della panchina verde su cui eravamo sedute.
L’ho stampata grande e l’ho messa sulla mia bacheca con frasi di magica preghiera: “Marta torna”, “Marta so che stai bene”, “Marta sei la mia T.” “So che ti troverò presto”. Le ho scritte lentamente, ripassando ogni lettera dieci volte... mi dicevo, al decimo giro Marta mi chiamerà. Alla prossima lettera Marta mi chiamerà. Se ripasso questa lettera dieci volte senza uscire dai bordi Marta mi chiamerà.
Il gruppo di ricerca creato da Alice non ha avuto molto successo. Siamo usciti un fine settimana correndo per tutte le strade, fermando la gente e chiedendo se avessero mai visto questa ragazza. Ci rispondevano “Sì, in televisione”. Marta! Sei famosa! Come devi essere orgogliosa!
Marco aveva portato anche il cane di sua madre, un perfetto segugio che non smetteva un attimo di abbaiare in modo isterico. Anche Antonio era venuto con noi, e Davide, e la stronza della B che voleva solo far vedere quanto fosse brava a venire con noi sfigati a cercare Marta.
Avevamo iniziato con entusiasmo, eravamo sicuri del nostro successo, tanti piccoli investigatori. Ma dopo qualche ora i miei compagni avevano iniziato a strascicare i piedi, a inviare messaggi dicendo che avevano guardato dappertutto, chiesto ovunque, ma niente.
“Marta, se leggi questi messaggi, fammi uno squillo...”
“T, ti voglio bene, sappi che ti stiamo cercando!!”
“Mi manchi.”
“Se qualcuno ti sta facendo del male giuro che se ne pentirà tantissimo!!! Sai quando mi trasformo in ragno viscido e puzzoso, ecco!!”
“T torna da me.”

Primo mese.

... Ho solo dodici anni! Cosa posso fare!? Oggi mi sono messa a piangere al telefono con Claudio. Mi ha detto di non perdere la fiducia. E come faccio? Come faccio?
La famiglia di Marta ha organizzato una fiaccolata in suo onore. C’era tantissima gente. Foto di Marta su grandi cartelloni, frasi dolci dedicate a lei. Marta, sei una star.

Due mesi.

Ho aperto un blog, me l’ha consigliato il mio psicologo.  In realtà mi ha consigliato di scrivere un diario, dove scrivere tutte le cose che voglio dire a Marta...
Sto ricevendo molta solidarietà, da posti anche molto lontani. Marta, la gente ti vuole bene.
Grazie.

Tre mesi.

Alice mi sta molto vicina, ci vediamo spesso e mi parla di tutto. Molto più di prima. Le ho urlato contro e le ho detto che non prenderà mai il posto di  T.
Inizio a perdere i contorni del suo viso. Quando chiudo gli occhi e li strizzo non riesco più a vederla per intero. Cerco di seguirne i contorni con le dita... Vedo un suo occhio, il lobo dell’orecchio, i capelli tirati vicino alla coda di cavallo...
Non la vedo più intera.
“T. T. T. T. T. T...”

Quattro mesi.

Antonio mi ha confessato che quel bigliettino l’aveva scritto a Marta, sì, ma che era rivolto a me... era me che voleva invitare al cinema. Gli ho urlato contro, dicendo che non aveva il diritto di rovinare l’ultimo sogno di Marta.

Cinque.

A scuola Marta sta diventando un argomento da evitare. Nessuno mi guarda in modo diretto, nessuno mi guarda dritto negli occhi, è come se fossi sparita anch’io...

Sei.

Hanno fatto una messa per Marta... come se fosse morta. Non ci volevo andare, ma mia madre mi ha fatto ragionare e mi ha convinta per rispetto alla sua famiglia. Il prete ha detto che Dio è con lei, non è da sola. Gli  ho urlato contro e gli ho detto che è di noi che Marta ha bisogno.

Sette.

La nonna di Marta è morta. Il suo cuore era troppo pieno di dolore.
“T., noi ti aspettiamo sempre”.

Otto.

Nove.

Dieci.

È il suo tredicesimo compleanno. Le piaceva il tredici, diceva che a tredici anni si inizia a diventare donne.
“Buon compleanno sorella mia! Ti ho comprato una cosa bellissima, sono stata tre ore dentro al tuo negozio preferito! Volevo comprare tutto! Vieni a prenderla, ti aspetto.”

Undici.

Dodici.

Marta, ti vedo come una statua di cera, immobile, liscia, eternamente bella e fragile allo stesso tempo. Ti sogno. Faccio incubi.
“T. non mi lasciare sola. Ti prego...”
Altra fiaccolata per questo anniversario che non vorrei ricordare. Meno gente della prima volta. Marta. Hai deciso di sparire, e l’hai fatto in modo delicato, come il tuo carattere. Niente colpi di scena, niente scandalo.
Niente.

Due anni.

Vorrei solo sapere cosa ti è successo. Dove sei. Cosa fai. Come sei diventata... Chi è stato.

Tre.

Vorrei solo sapere se sei ancora viva.

Quattro.

Vorrei.

Cinque, sei. Sette. Otto. Nove.

Dieci.

di Ettore Zanca

Livello zero - Ettore Zanca 1

Ho vinto.  Mamma diceva che perdevo solo tempo, ma io stavolta mi sono messa di buzzo buono. Detesto arrivare a un passo dall’ultimo livello e perdere tutto.
Mi piacciono i videogiochi l’ho detto anche alla professoressa che somigliano un po’ alla vita. Ne ho trovato uno che mi piace tanto. C’era un Orco che prendeva una principessa e la portava in un castello diroccato, un cavaliere affrontava un sacco di piccoli mostriciattoli, ostacoli, spine infernali, fuoco fiamme, per salvarla. Mamma si arrabbia se passo troppo tempo davanti alla mia Playstation, “maledetta me e quando te l’ho comprata!” mi dice sempre.
Invece non immagina quanto mi è stata utile. L’orco che prende la principessa mi ha sempre fatto ammattire. Sembra non ci sia modo per sconfiggerlo. Il cavaliere prova a parlare con maghi e saggi dei villaggi che percorre, cerca di capire come può sconfiggerlo, ma tutti gli dicono che non deve parlare ma essere coraggioso, trovare l’arma segreta e uccidere quel mostro orribile con quella. Così ho cercato l’arma segreta, livello per livello. A papà sembro triste quando viene a trovarmi in camera. Non capisce perché quando abbiamo i suoi amici a cena mangio di fretta e scappo in camera. Mamma è preoccupata perché a scuola le hanno detto che sono molto silenziosa, sono cambiata. La psicologa della scuola e la professoressa dicono due cose diverse. “è colpa di questi videogiochi” dice la prof, “no, la ragazza sta crescendo, il fisico cambia e non tutte le ragazzine lo accettano” replica la psicologa.
Io non devo ascoltarle, sono come le streghe maligne che fermano il cavaliere e gli indicano la strada sbagliata per non farlo arrivare dalla principessa. Io invidio quella principessa che ha un cavaliere che risolve i suoi problemi, che si fa in quattro per lei e non accetta la realtà che i nemici provano a fargli vedere. Lui va oltre e lei lo aspetta. Sa che sconfiggerà l’orco. Quando troverò l’arma segreta so che sarò felice. È il mio unico obiettivo. Anche a scuola ormai non penso ad altro. Certo un po’ ne risente lo studio, ma poi recupero. Anche le mie amiche mi trovano un po’ strana. Anzi mi giudicano infantile, loro osservano e ammiccano i ragazzi della classe, ma mirano a quelli più grandi e invidiano Marina che è ripetente e ha il fidanzato con la macchina vera. Mica quelle lattine ambulanti che i genitori iperprotettivi comprano ai figli al posto del motorino.
Ieri mio padre ha parlato con i professori, è tornato nero. Non ha neanche provato ad ascoltarmi; “o studi e recuperi, o ti scordi questo schifo di console!”, ha ruggito. Stava per prendermela e portarmela via. Dopo mesi di silenzio e di passività, oggi ho reagito. Devo averlo guardato male, molto male, perché si è preoccupato, gli ho detto solo “fammela tenere per un giorno, domani te la do e non ci giocherò mai più”.
Non mi ha creduta. Mi ha lasciato la Play, ma sottovoce ha detto a mia madre che domani avrebbe chiamato una psicologa per cercare di capire, per farmi curare “da una che ne capisce”. Se avesse ascoltato almeno una volta avrebbe già capito.  Stanotte ho fatto le ore piccole, per vedere dove si trovava questa benedetta arma segreta. L’ho trovata, ho capito come si sconfigge l’orco. Ho salvato il livello, pronta allo scontro l’indomani. Ero molto stanca e volevo affrontarlo tranquilla. La mattina dopo ho fatto colazione, sono uscita per andare a scuola.
Papà mi ha detto che di pomeriggio saremmo andati “da una loro amica che voleva parlarmi”, “va bene” ho risposto contenta, mio padre mi guardava come se fossi pazza. Sono arrivata davanti scuola e sono andata oltre, volevo affrontare il livello finale, avevo l’arma segreta e sapevo come sconfiggere l’orco. È stato più semplice del previsto. Basta andare dagli uomini vestiti di blu, proprio accanto alla scuola. Nel mondo reale si chiamano poliziotti, dire il proprio nome e cognome e raccontare di come, per tre volte, il migliore amico di papà approfittando dei pomeriggi che i miei erano al lavoro fosse venuto a casa. Io mi fidavo, mi teneva sulle ginocchia da piccolina, lo chiamavo zio. Ma zio non mi ha tenuto sulle ginocchia, stavolta, per tre volte, ha fatto inginocchiare me. Sarò ancora piccola per certe cose come dice mio padre, ma anche da grande credo che mi faranno schifo.
Poi mi ha detto di non parlare, che era una cosa nostra. Per tante sere è venuto a cena da noi con sua moglie e i suoi figli piccoli. Io sentivo scorrere addosso la stessa sensazione appiccicosa della bava vomitata dall’orco al cavaliere per impedirgli di arrivare alla principessa. Così ho giocato alla play. All’inizio era perché non volevo stare a pensare, quando l’orco andava via dopo le porcherie che mi aveva fatto fare, era per scacciare i fantasmi. Ma poi ho capito che il cavaliere dalla principessa ci deve arrivare.  Perché  l’orco vuole convincerla a essere sua e dice che è amore, che gli altri non capirebbero.
L’amore però non può fare lo schifo che sento io, non è nelle parole inascoltate dai miei, quando insistevo per non restare a cena quelle sere, quando non volevo che mi facessero accompagnare da lui a danza. Ho giocato per liberare la principessa, ora so che c’è l’arma segreta. Si chiama denuncia. L’orco viene sconfitto, ma la principessa non ha tanta voglia di festeggiare, anzi, diciamo che dopotutto si sente anche morire dentro un po’.

di Lorenzo Agosti

Viaggio di Lavoro - Lorenzo Agosti

Sento il vento accarezzarmi il volto sino a stordirmi.
Stranamente non percepisco quel classico gonfiore ai piedi gravati dal peso del corpo, e le tempie non pulsano gonfie di sangue.
Un emozione mista a paura si fa spazio divampando come un incendio.

Ho freddo…
Non indosso i pantaloni e nemmeno una maglia, ora capisco … sono nudo!
Sotto di me il nulla, sopra di me un altrettanto nulla, cromaticamente più intenso certo ma pur sempre nulla, destra e sinistra faccio fatica a distinguerle.
Sto volando!
E lo sto facendo a gran velocità libero da impedimenti, capace di sfidare le più elementari leggi della fisica … sono felice, sento di essere per la prima volta padrone del mio corpo!
E’ fantastico!
L’improvviso cambio di pressione mi fa fischiare le orecchie … ho la mente completamente vuota.
Aspetta! … Non sto volando, sto precipitando!

E’un incubo!
Troppo assurdo perché sia la realtà.
Tutto quello che devo fare è aspettare di svegliarmi martellato dal fastidioso suono della mia sveglia.
Quanto la odio … prima o poi la prendo e la cestino con tanto di batterie ancora inserite.
Son talmente innervosito da sentire il sapore salato del sangue in bocca.
Qualcosa di caldo e viscoso si fa strada tra i capelli, la reazione è nervosa, mi tocco,  immediatamente intuisco … sono ferito sulla nuca e gran parte della fronte è colorata di rosso.

Voglio che finisca, non mi sto divertendo … è strano come tutto appaia cosi vero e tangibile, ma al tempo stesso fuori da ogni logica.
Anche se terrorizzato mi affascina … è demoralizzante, in una situazione simile persevero ad essere un controsenso vivente.
- Cosa voi George ? – mi chiedeva, - Ordina tu per me, non ho poi tanta fame – rispondevo, gia sapendo che qualsiasi cosa avrebbe scelto non sarebbe mai stata di mio gradimento a priori.
- Manchi di convinzioni – era solito ripetermi qualcuno a cui probabilmente ero affezionato, anche se l’ho sempre ignorato, un po’ per orgoglio, un po’ per pigrizia.
Rinnovarsi, correggendosi cosi da  migliorarsi non è semplice … e quando riesci a trovare le forze per farlo risulta essere immancabilmente troppo tardi.
Devo ammettere, questo percorso mentale si sta rivelando utile, adesso ricordo il mio nome e una parte del mio orribile carattere … davvero una magra consolazione, quasi quasi preferivo rimanere lo sconosciuto nudo e ferito di pochi attimi fa.
Tutto ciò che devo fare ora è..OUCH ! Che diavolo è stato ?
Cristo santo, ho sbattuto contro un uccello, il rumore delle sue ossa che si sbriciolano contro il mio tallone destro è raccapricciante, non sento dolore, ma il cuore mi batte talmente forte da non seguire più un ritmo sincopato.
Sto piroettando come una trottola impazzita.
Lo stomaco mi si rivolta nel vedere le piume bianche incollate dal sangue sulla mia fronte.
Ho capito, sono morto e questa è la punizione per tutte le colpe commesse … se solo ne rammentassi una … sarei più comprensivo verso questa follia allucinante.
Se devo presentarmi davanti al padre eterno, lo voglio fare dignitosamente, in barba alla paura e a quello che io penso di me stesso … ripudio il mio passato, qualunque esso sia, e da ora in avanti voglio essere una persona diversa, forse non migliore, ma sicuramente diversa.
Lo grido a pieni polmoni cosi che cielo e terra siano testimoni della nascita di:
Johnatan, uomo libero a cui piace il caffè e il liquore alla menta, per moda corrente senza  particolari tendenze politiche e forte sostenitore del concetto di riuscire a plasmare il corso della propria vita con la sola forza di volontà, perchè “volere è potere” e nessuno mai potrà negarlo, ne ora, ne mai!

Sono patetico, come questo tentativo di tirarmi su il morale.
Mi sa che ho esagerato nel sottolineare il liquore alla menta … nemmeno credo di averlo mai assaggiato.
Godiamoci il paesaggio, non c’è nulla di meglio da fare … pur sapendo di dovermi schiantare orribilmente al suolo, inizio ad annoiarmi.
E’ strano come l’essere umano si adatti cosi facilmente  … è una maledizione incapacitante non riuscire a provare prolungate emozioni, si diviene apatici e impassibile verso qualsiasi cosa, dalla più meravigliosa, alla più atroce … sto precipitando e non me ne frega un accidenti di nulla, esattamente come la mia personalità, pur non sopportandola, ci convivo, nutrendo sempre più questa frustrazione interiore che intorpidisce i sensi e la mente, lasciandomi in totale indifferenza al cospetto di questo indesiderato me stesso.
Scopro di avere ancora l’orologio grazie alla nevrotica abitudine di guardarmi il polso quando sono annoiato … segna pochi minuti prima delle sette … ma allora sto ancora dormendo!
Difficilmente mi sveglio prima delle otto.
Su Gorge alzati dal letto cosi questo delirio ha una fine !
Avanti…
Dai …
Nulla … quanto sono stupidamente pigro !
Se non fosse di trovarmi a metri e metri da terra, giurerei di aver appena addocchiato qualcun altro nelle mie stesse condizioni.
Si tratta di una donna … sbraccia in silenzio, probabilmente deve essersi resa conto di cosa le sta accadendo … quasi provo pena per lei dimenticandomi di me e della mia autocommiserazione.
E’ ufficiale sono un mostro perverso … dentro la mia testa balenano impulsi sessuali, stento a crederci.
Sbraccio freneticamente anche io, mosso da questi primitivi istinti, voglio avvicinarmi a lei, ce la sto facendo, mi manca davvero poco; piange tenendo gli occhi ermeticamente chiusi dalla paura, i pugni sono stretti al petto e il viso è contratto in una smorfia di terrore.
Non è fisicamente attraente, ma il contesto fa si da renderla una visione celestiale, oserei dire quasi paradisiaca, o più semplicemente è la divisa da hostess di volo a renderla molto sexy ai miei occhi.
Di botto cala l’oscurità, buio, non c’è più nulla intorno a me.
Tutto diventa silenzioso, il fischio alle orecchie è passato e il dolore alle tempie se ne è andato, percepisco solo un insopportabile sensazione di umido e appiccicoso.
Devo essermi svegliato … un vero peccato, alla fine non mi sarebbe dispiaciuto riuscire finalmente a cambiare quella parte di me che proprio non digerisco, ma di cui al tempo stesso non riesco a farne a meno in quanto mi compone e completa nella totalità.
Certo sarei morto da li a poco … ma mi sarei sentito realizzato e felice, indipendentemente dal nessuno tempo a disposizione per godermi quel benessere.
Almeno adesso potrò bermi un caffè … quello veramente mi piace … non come il liquore alla mente.
Strano che la sveglia non abbia ancora suonato e tutto continui ad essere buio…

di Hanry Menphis

Mr. Flurry quella mattina si svegliò molto presto, come sempre. Era ogni giorno il primo a recarsi al lavoro, lui teneva più di chiunque altro alla sua fabbrica.

Considerato da tutti un grand'uomo, Mr. Flurry lavorava insieme agli altri operai, nonostante la sua attività gli garantisse un reddito da sceicco. Aveva un unico grande vizio: le prostitute. Ma questo passava in secondo piano per l'opinione pubblica, a maggior ragione dopo che in Italia le perversioni di politici e uomini di chiesa erano state sfruttate dalla televisione, per cercare di enfatizzare la ormai discendente parabola che vedeva il popolo italiano come uno dei più virili al mondo.

Difatti, prima di raggiungere l'imponente struttura costruita da suo nonno con immani fatiche, si recò nel cosiddetto "quadrilatero delle puttane". Scelse la più giovane, Nadine, una cecoslovacca di 19 anni. Lei salì sulla scintillante Bentley con entusiasmo, era la prima volta che vedeva un cliente così facoltoso, per lo meno all'apparenza. Lui era sempre molto cordiale con le ragazze che sceglieva, le offrì la colazione in un bar di lusso e poi la portò alla fabbrica.

Quando entrarono nel suo ufficio e fece per spogliarsi Mr. Flurry la bloccò.

- Aspetta - le disse - devo accendere le macchine prima che arrivino gli altri operai. Tu fai come se fossi a casa tua. -

Così dicendo uscì dalla stanza socchiudendo la porta. Nadine si sedette sulla comoda poltrona in pelle posta dietro la scrivania, lasciandosi sfuggire un gridolino di gioia di fronte a quella parvenza di lusso che per un attimo le sembrò appartenere. Poi l'occhio le cadde su un mucchio di volantini poggiati sopra un vecchio mobile, ad un angolo dell'ufficio. "MANGIMI PER MAIALI FLURRY - TENIAMO ALLA QUALITA' PIU' DI QUALSIASI ALTRA COSA". Così diceva la brochure, con un suino sorridente che mangiava con il cucchiaino da una ciotola d'oro. La ragazza lesse distrattamente quel volantino pubblicitario, poi fu colta da improvvisa euforia quando vide al muro la foto di Audrey Hepburn. Era da sempre stata la sua attrice preferita; ricordò quando era bambina, e sua madre le fece vedere per la prima volta "Colazione da Tiffany". Ricordò anche che quella notte sognò di essere Holly, seduta sul davanzale della finestra a cantare Moon River, mentre un innamorato George Peppard la guardava incantato. Poi le mani di suo padre su di lei, come sempre.

Distolse subito la mente da quell'orrido pensiero, ma in fondo, cos'era cambiato? Magari a volte era qualcuno di gentile e affascinante come Mr. Flurry a possedere il suo corpo. C'era davvero tanta differenza? Eppure Nadine era felice. Sapeva di non potersi aspettare di meglio se non avesse incontrato un giorno chi sarebbe stato in grado di portarla via da quel mondo così squallido e televisivo. Ma era una vacua speranza, sapeva anche questo.

Nonostante questa malinconia non smise di sorridere, abituata com'era a godere di ogni momento piacevole delle sue giornate. Ora, si trovava in uno sfarzoso ufficio di un uomo bello ed elegante, e forse il sudaticcio amplesso che l'aspettava non sarebbe stato neanche così male.

Mr. Flurry tardava a tornare. Lei notò una porta che non aveva ancora visto. La maniglia era completamente arrugginita, totalmente in disaccordo con il lusso del resto della stanza. Nonostante ciò quel contrasto creava qualcosa di velatamente misterioso. Non dovette pensarci molto prima di mettere le mani su quell'ammasso di ruggine e tirare piano. Con sua sorpresa la porta si aprì facilmente, ma quello che vide di certo non lo comprese. C'era un muro, un semplice muro non ancora intonacato. Iniziò a toccare i mattoni, forse presa dall'improbabile sentimento di chi tasta una parete certo di trovare un passaggio segreto, come in un racconto di Conan Doyle. Infine, dato che non successe nulla, chiuse la porta delusa. Se al posto del muro ci fosse stato uno specchio, Nadine si sarebbe accorta dell'ingresso di Mr. Flurry nella stanza: ormai il suo cliente era dietro di lei. Troppo tardi. Quando la ragazza si voltò, lui era già con l'accetta levata sopra la sua testa. Indossava un camice bianco, un paio di guanti di gomma e una mascherina da chirurgo. Lei non fece in tempo a notare tutto questo. Riuscì solo a spalancare la bocca per gridare, ma non un fiato uscì dalla sua gola. Quando la lama penetrò nel suo cranio, quando affondò nel suo cervello, quando anche il naso era perfettamente diviso a metà, quella fu l'espressione che le restò impressa sul volto: deformata dal terrore e da un'accetta di cinque chili che le aveva quasi separato in due parti la faccia.

Mr. Flurry estrasse con fatica l'arma del suo ennesimo delitto e la gettò a terra. Non si curò del sangue che ancora schizzava, di tanto in tanto, dalla testa di Nadine. A quello avrebbe pensato Giovanna, la sadica donna delle pulizie che anni prima aveva massacrato suo marito e i suoi figli, a cui Mr. Flurry pagò un esercito di legulei per farla scarcerare. La colpa di quel terribile omicidio plurimo fu data ai rom, come si usava fare in quel periodo.

La ragazza fu trascinata per le gambe nella stanza di fianco all'ufficio e posta supina su un tavolo d'acciaio. Da un armadietto Mr. Flurry tirò fuori una sega circolare e, senza troppi indugi, iniziò a dividere in pezzi la giovane prostituta. Adorava il suono stridente che produceva la lama a contatto con le ossa. Gli ricordava il trenino giocattolo che aveva da bambino, quando un giorno si ruppe una piccola asticella che teneva unite le ruote da un lato e il suono che emetteva sui binari.

Quando ebbe finito, mise tutto in un sacco di plastica e si diresse verso la macinatrice, al piano inferiore. Salì sul ripiano più alto e svuotò il suo fagotto in un grande imbuto metallico. Dopodiché accese la macchina e insieme ad essa una sigaretta. Intanto iniziavano ad arrivare i primi operai. Uno di loro notò Mr. Flurry e si diresse verso di lui.

- Buongiorno signore - gli disse indicando le macchie di sangue sul camice - non sapevo che oggi avremmo ucciso di nuovo i maiali -. Il frastuono generato dalla macchina, sotto la quale i due conversavano, non permetteva un facile ascolto.

- Cosa? - rispose Mr. Flurry ad alta voce - parla più forte -

- Non sapevo che oggi avremmo ucciso i maiali - ripeté Vito, l'operaio, alzando il tono.

- Ah! - l'uomo sorrise - non preoccuparti amico mio, questo era l'ultimo - poi lo invitò a spostarsi da lì e insieme si diressero verso la macchinetta del caffè.

- Vedi Vito - continuò - mio padre mi diceva sempre che non possiamo contare sulle piccole gioie quotidiane e che dietro ognuna di essa si cela una grande e continua sofferenza - inserì un euro e digitò il codice del caffè macchiato senza zucchero, poi riprese a parlare - pensa ad esempio a una puttana; una giovinezza trascorsa tra problemi familiari e un mestiere degradante, nonché molto, molto pericoloso. Giorno dopo giorno questa puttana deve cercare qualcosa di buono anche dove non ci sarà mai, per tentare di sopravvivere al suo mondo. Non è triste tutto questo? -

- Oh, sì signore, lo è. Davvero triste. - rispose Vito, mentre prendeva il bicchierino di caffè che Mr. Flurry gli stava porgendo. Lo bevve tutto d'un fiato e si diresse al suo posto di lavoro.

Mr. Flurry invece tornò alla macinatrice, aprì il cassone di alluminio alla base della macchina e ne versò il contenuto in un sacco di iuta con su scritto "MANGIMI FLURRY".

Come diceva la pubblicità, quell'uomo teneva alla qualità più di qualsiasi altra cosa.

di Luca Torzolini

«[…] L'odio è per i deboli: questo ho sempre pensato. Il sotterfugio, il compromesso, la menzogna sono le armi del fragile, lo scudo dell'impotente. E non li giustificherò.
Non dirò, come fanno in molti, "che gran figlio di puttana!" con accezione positiva guardando un potente che si fa beffe di un ingenuo; l'invidia verso l'operato furbesco di queste infime persone è per esseri della stessa specie schifosa.
È deleterio per persone come me guardarsi intorno e scoprire quanto poco meritevoli siano gli altri di una solida considerazione. E non mi fermo, perché la mia bocca non conosce timore né sfinimento di sorta e solo la morte aggrada come unica avversaria.
Il silenzio è una bestemmia: non cambiare le cose per l'incapacità e la paura di farlo...
Sputeranno. E la chiameranno arte.
Ci saranno la corrente del catarro, quella del moccio e la corrente delle feci. Gli “-ismo” saranno applicati a tutte le parole e l'uomo ne inventerà di nuove pur di vendere la propria incapacità.
L'uomo è la pubblicità del business.
E quando legalizzeranno l'omicidio e lo stupro non venite da me, quando il mondo giustificherà tutte le macchie dello spirito perché "il sabato sera" sarà stato più importante di sapere cosa si nascondeva dietro la formula di un acido nucleico.  La definizione di homo sapiens sapiens sarà dunque finalmente invalidata; ci saranno solo ingiustizie, soprusi, violenze e nessuno potrà porvi rimedio: non pretenda una parola in sua difesa chi non ha mai mosso un dito per difendere la cultura.
Un giorno le donne smontabili di Dalì non saranno più soltanto un delirio solipsistico e stiperanno nei loro cassetti la curiosità di Pandora e il Mondo Nuovo di Huxley. Le protesi tecniche domineranno tutte le arti e l'uomo non saprà fare un calcolo: non ci sarà alcun pensiero originale, neanche un solo pensiero umano. Il mio urlo sarà allora l'indignazione colta di chi non sa che farsene della vostra stupida e sottomessa e aberrante e oscena e putrida educazione alla vita moderna e ai suoi immondi meccanismi. Unitevi a me, ora, nella schiera di chi pratica la via della conoscenza e della sensibilità, immergendosi in una vita piena d’interessi e di affetti: non c’è bilancia più esatta e in grado di soppesare le vostre azioni del ritorno che da esse avrete indietro. Il mondo fa schifo ed è colpa vostra e solo le vostre azioni lo potranno cambiare».

L'assessore alla cultura riprese fiato, poggio il foglio sul comodino vicino all’assegno da dodicimila euro; si guardò allo specchio ma non si riconobbe. Non ricordava più che le parole appena pronunciate erano davvero parole sue, parole dette in passato, piene e potenti parole dell’intellettuale di un tempo. Un intellettuale che aveva combattuto contro il potere e l’ignoranza e infine, stanco dell’indifferenza del prossimo, aveva perso la fiducia nell’onestà.
Mentre annodava una cravatta firmata sul colletto di una camicia firmata, la moglie lo abbracciò da dietro e  disse «Con questo romantico e rabbioso discorso sulla giustizia e sulla meritocrazia riuscirai ad affascinarli tutti! Sai benissimo, amore mio, quanto gli uomini di questo secolo siano suggestionabili...»

di Luca Torzolini

Gli occhi di lei lo guardavano, immobili, da lì.

- Amore, perché non rispondi? Non sarà la paura di usare parole troppo grandi a essere più grande di loro e soffocarle, stanziandosi dinanzi la bocca come un masso all'entrata di una caverna? Non sarà quell'amore che non si chiama amore ma infinito rispetto e sdegno per essere incapace di possedere le capacità dell'altro?
Ricordi il nostro primo incontro? Sul lungomare: in piena notte, nella passeggiata solitaria perpetuata per mancanza di comprensione da parte del mondo? Mia di lui e sua di me. Eri anche tu una passeggiata, non serviva dire nulla, e nessuno dei due spalancò la bocca fino al bacio incandescente che ebbe l'implacabile potenza di creare, come le mani elettriche dell'essere che generò dal non essere il suo stesso inganno.
Amore, perché mi guardi così? La vita ci ha interrogato e noi non eravamo preparati a tanta saccenza. È un insegnamento che sovrasta gli imperatori, quando ammirando l'orizzonte sanno che non c'è nulla più da conquistare. Il lavoro tuo, notturno, quello di fare marchette per il piacere della mia perversione; il mio, diurno, di banchiere oscurante il suo destino, troppo piatto per avere il coraggio di mostrarsi: l'incontro tra le due vite, schiacciate dal silenzio sottostante il vociare muto della televisione. Non c'è uomo che abbia imparato ad umanare.
Sei arrabbiata forse per com'è morto nostro figlio? Pendolante dal balcone, con una sciarpa troppo ruvida per ammazzare il freddo; impiccati noi, nella comprensione del gesto dovuto ad un'assenza dittatoriale dopo un’adozione ricercata disperatamente per l'impossibilità di procreare. Amore, perché non rispondi? -.

Era lì da giorni, vicino a lui il cadavere di un transessuale. La putrefazione è una legge che la Natura inventò per separarli. Ma lui vomitò, innumerevoli volte vomitò, con gran ritegno. Poi morì.

di Luca Torzolini e Giorgia Tribuiani

Zaino in spalla.
Salto il titolo. Sfido il catenaccio, riesco a passare. Mi ritrovo in un articolo di politica e lo attraverso a stento: ci sono dei veri e propri macigni tra le righe. Arrivo al punto. Non dell'articolo, al punto della storia: devo intervistare l'Intervista. Ma prima.

Quando il caporedattore di Re-volver mi diede questo compito, pensai che sarebbe bastato aprire una rivista qualsiasi per trovarmela di fronte. Ma non ci sono interviste autentiche nei giornali italiani.
Mi avventurai nelle free press anni '70: ben presto le nuvole di THC mi buttarono fuori strada e... uscii dalle righe. Finii in un articolo di costume di un mensile glamour: un mare di articoli firmati che parlavano di firme. Certo, sempre meglio di editoriali sturm und drang o di articoli d'opinione che calunniano tutti e tutto senza dare alcuna soluzione allo stato di cose.
A tentoni cercai di sorpassare un articolo di cronaca nera e, brancolando nel buio, sentii un calpestio d’interiora sotto i miei passi. Subito dopo inciampai nell'arma del delitto e un senso di inadeguatezza sociale mi s’iniettò in vena. Il labirintico errare, soltanto a tratti illuminato dal bianco e nero della foto, continuò a lungo. Vidi solo l’ombra del colpevole finché un famoso ispettore fece luce sul caso.
Completamente ubriacato dai profumi "Catarro di Giò", "Cagòr" e "Wc N°5", decisi di voltare pagina. Feci fatica a causa dell'orecchietta.

Materializzato nel Mc Solald presi a testate il pagliaccio mentre la carta passava i tre stadi dell’usura: sgualcito, logoro, perforato. Purtroppo i Mc menù sono irresistibili: andai via con una dozzina di quintuplo burger con carne di topo alieno e ketchup sintetico.
Sorpassate altre dieci pagine di sponsor, mi ritrovai nella sezione sportiva e decisi di superare il record del salto in lungo uscendo da una rivista per saltare in un rotocalco: 2D - 3D - 2D.
Il quotidiano in cui ero passato era vecchio di tre giorni. Niente, neanche lì c'era l'intervista. Solo annunci di bordelli privati, necrologi e l’oroscopo. In un paese di morti gli uomini credono di poter sopravvivere dialogando con le stelle. Non sanno che le stelle hanno un portafoglio.

Portafoglio, dicevo: come tutti i veri giornalisti della storia apro il mio ed infine eccomi qui! Nel mondo del business. Vinco l'asta con gli sponsor, i direttori, i propagandisti politici. Sono povero, ma adesso lei è mia.
Ora che gli altri offerenti se ne sono andati mi avvicino curioso come mai e le pongo dinanzi il microfono. Adesso è mia, è mia, è mia.
"No Comment" è la sua risposta. E io non ho nemmeno aperto bocca.

di Luca Torzolini

1940. Mani. Di Joanne.
Vecchie e affusolate. Mani che accarezzavano con forza placida un collo quasi trasparente. Un’ergonomica coordinazione oculo-manuale le permetteva una produzione limitata di rumori.
La stanza era quasi buia. Il separè ospedaliero non la separava dalla sua coscienza. Fu la prima tra le innumerevoli volte che il bambino riuscì a respirare prima di finire nell’acqua. Fu il dottore a chiudere il cordone ombelicale stavolta. Era un compito che di solito spettava a lei.
Il collo taurino le ricordava per associazione antitetica il pollo arrosto che la madre riportava dal mercato, quando era poco più che bambina. Carne flaccida e ossa burrose. La madre doveva comperarlo, anche se in famiglia non c’erano molti soldi. Ogni sabato il padre accarezzava Joanne come fanno i bambini precoci con le gonne delle bambole di pezza. La madre doveva comperarlo. Joanne finì per odiare il pollo.
Il collo. Del padre. Si spezzò malamente. Così.
- Come sta il bambino? – disse l’infermiera nuova facendo carta bianca dei pensieri di Joanne. Il suo camice era troppo sbottonato, lei ancora nubile. Non poteva certo capire. Non aveva ancora avuto bambini, lei.
- È nato morto – disse Joanne, con la faccia impietrita in una smorfia indecifrabile, la faccia insegnata dalle stelle ai poveri quando hanno la certezza che quel giorno non sarà possibile mangiare.

- Oh mio Dio! Oh Dio! – singhiozzò la giovane tirocinante con le lacrime affacciate su questo mondo di merda. Le lacrime caddero, la merda rimase. Divenne più salata. Joanne aveva versato le sue nei 24 anni di vita dedicati alle strazianti cure verso il figlio.
Il dottore annunciò la notizia alla madre che lo aveva partorito. Fu il rumore secco della ghigliottina per il fratello di Robespierre. Scoppiò in un pianto immortale che uccise tutto quel che aveva dentro.
Joanne sentì la disperazione della donna, sapeva che in qualche modo la vita avrebbe di nuovo giocato con lei. Era solo un bisticcio. Momentaneo.
Il corpo fu seppellito, insieme al suo cromosoma in più.

di Luca DI Berardino

Caro Lettore,
mia zia è da poco uscita da sotto i ferri.
Ma questo Dalia proprio non lo capisce: dovevamo festeggiare San Valentino insieme, però quando una persona è anaffettiva non ci puoi fare un cazzo; per loro il mondo emotivo termina a sette metri di distanza dal fenomeno.
L'odore verde e sterile assalta le narici. Sono nell'atrio, ultimo piano del purgatorio: qui prosperano i piu sani; li riconosci dalla vestaglietta, grufolano al bar e chiacchierano allegramente, in attesa di entrare nel paradiso da cui sono appena uscito.
Oncologia...oncologia... il piè fermo è sempre il più basso... Il traffico di parenti mi incrocia e supera, alcuni sorridono, molti soffrono. Una cosa ci accomuna: parliamo poco o nulla...un'altra delle regole non scritte degli ospedali... come se un tono troppo alto influenzasse i degenti maggiormente di un grammo di feci endovena o una pinza in panza. Adoro le allitterazioni demenziali e spesso ne rido da solo. Ma qui in reparto la gente soffre e non posso lasciarmi scappare sguaiate risate a causa dei miei frizzi e sollazzi.
Trattenere i muscoli facciali non è facile e mi rifugio in bagno per deviare l'attenzione dalla fragorosa risata ... mettendoci anche un bel paio di scoreggioni per non fare brutta figura. Una volta ripreso il controllo dei miei orifizi, mi avvicino al banco dove mi accoglie un occhialuta infermiera.
- Cerco Nura Annamaria.
Senza proferir parola si porta le lenti sulla testa e tocca il foglio con la punta del naso.
- Camera 202.
Mentre dovrei andare dalla zietta lo sguardo dell'infermiera mi immobilizza: un insolito caso di strabismo di Venere punta i miei occhi... e non solo. Insicuro, controllo che il numero non fosse diretto al medico al mio fianco; lei se ne accorge e mi liquida con un secco “Serve altro ?”.
Mi dirigo verso la stanza. Nella mente il fatidico occhio che vibra implorando un orgasmo tonante: amo i difetti delle donne e associarli al sesso mi aiuta a non mitizzarle.
La vedo: dorme. Mi avvicino al letto e le tengo la mano sperando che un po’ della mia aura le dia forza. Non che io sia credente, per carità,  ma se sei impotente di fronte ad una situazione, la spiritualità è un ottimo rifugio!
Ha la febbre.
Forse un panno bagnato fresco sarà meglio della mia aura...
Dopo un po' scendo a prendere una bibita. Devo farlo: passare in ospedale e non prendere la mia bevanda preferita sarebbe un peccato imperdonabile. Bevanda al gusto di thè al limone! Un classico dei distributori automatici: il sapore non è entusiasmente ma il fatto che effettivamente non sai cosa stai trangugiando è davvero intrigante, quasi uno sport estremo!
Mentre sorseggio l'ipocrita sostanza mi guardo intorno: ogni luogo è un pentagramma dove le persone scorrono come note; un ritmo fatto di abitudinarie figure. Qui la melodia è forgiata dal transito di utenti, operatori e parenti che animano la struttura. Mi piace osservare il reale da quest'ottica perché è più facile notarne le stonature....
Tipo quello: è qui nell'atrio da quando sono arrivato e ancora si aggira con quella strana cartelletta, certamente non è in visita ... il suo aspetto guardingo lo rende una sonora steccata, losco ... se fossimo in piazza sarebbe sicuramente un pusher di hashish.
........mpf!!...
Quando sono casuali le adoro ancora di più.
Eccolo, ha puntato la preda: si avvicina ad un'anziana e le mostra il retro della cartelletta; le si apre il viso e fulminea caccia dei soldi dal portamonete... Non so cosa abbia lì dietro, ma a guardare  come la signora corre ai piani alti deve essere di ottima qualità!
Mi avvicino fischiettando e lo fisso negli occhi.
- Quanto la fai al grammo?
Mi guarda sbigottito e mi mostra lo scrigno segreto: una pila di A4 con un “Pio sorriso” che arriva ai sensi prima del soggetto del quadretto......
- Solo la beatitudine di Padre Pio può aiutare a superare il male che ci affligge
- Ok .... dammene un deca, dai.
Mi dirigo verso la macchina fissando quest'etereo sorriso. Se fosse coca me la spalmerei sulla sigaretta, se fosse erba ci farei una torta; ma questa proprio non posso assorbirla. La siringa che te la spara nelle vene e nel cervello io, fortunatamente, non so dove trovarla.

In fede

Luca Di Berardino

di Eclipse.154


“Gianna! Dove hai messo il ghiaccio?” – la voce di Luciano echeggiò nel nulla. Gianna era sotto la doccia, probabilmente. Luciano tentò di nuovo, al triplo del volume ini ziale. “Eccomi, che vuoi?” – biascicò stancamente Gianna asciugandosi i capelli con una t-shirt.
“Non dirmi che ti sei dimenticata di ricaricare la ghiacciaia. Adesso cosa metto nel mio drink?”
“Sono le 8:30, coglione!” – l’indifferenza di Gianna saturava la cucina. - “Un semplice caffè non va bene?” – continuò, infilandosi un paio di mutandine.
“Piantala! Lo sai che il rum mi rilassa!” – bofonchiò Luciano, schiacciando una mosca con una rivista. Si attaccò alla bottiglia, ignorando il bicchiere di rum mezzo pieno abbandonato sulla mensola, fra libri mai letti e fazzoletti usati.
“Dovresti smetterla di bere al mattino. Almeno mangia qualcosa! Sai quante persone muoiono ogni anno in Italia, a causa della cirrosi epatica?” – disse Gianna in tono solenne.
“Uff, no. Quante?”
“Non lo so. Sicuramente molte.” - Una sterminata distesa di molliche ricopriva il pavimento. Luciano, ignorando Gianna, si domandò se fosse o meno il caso di comprare una scopa, o qualcosa di simile.
“Comunque il ghiaccio è al solito posto. Cerca meglio.” - Gianna si accasciò sulla poltrona e come al solito accese il televisore. Era l’Ora dell’Oroscopo.
“Ehi, adesso dice il tuo segno! Vieni!” – miagolò Gianna tutt’a un tratto.
“…Cancro: anche oggi una meravigliosa giornata vi si prospetta. Nel lavoro dovrete operare scelte importanti per il vostro futuro e grazie alla vostra maturità professionale tutto andrà per il meglio. Nell’amore il forte feeling che avete con il partner vi farà prendere in considerazione l’idea di fare seri progetti per il futuro. Alla fine della giornata, infine, una grossa e inaspettata vincita in denaro suggellerà il vostro momento fortunato.”
“Hai sentito amore? Avrai una meravigliosa giornata! Sei contento?” - Il gaudio di Gianna non aveva ritegno, dedusse Luciano, visibilmente infastidito.
“Hai forse dimenticato dove lavoro? Sono dipendente in una tabaccheria gestita da un vecchio di ottant’anni, che probabilmente stasera morirà; i clienti sono vecchi di ottant’anni, che probabilmente stasera moriranno. Mi spieghi cosa c’è di positivo nel lavorare con e per gente la cui prospettiva di vita è uguale a quella di un baco da seta? Ogni giorno potrei ritrovarmi senza lavoro e senza una lira, a causa di questi vecchi di merda! Quali potrebbero mai essere le importanti scelte di lavoro? Dimmelo tu! Vincita in denaro, poi. Ma se non gioco mai?! Mi faccio un altro drink! Dove hai messo il ghiaccio?”
Il ritardo con il quale Luciano raggiunse la tabaccheria era sconcertante. Semi-ubriaco - la sbornia era per metà svanita, a causa delle energie impiegate per accendere l’auto – aprì il piccolo negozio e alzò la saracinesca con uno sforzo che gli parve troppo intenso. Il sole di giugno irruppe brutale nel negozio, portandosi dietro un calore parossistico e soffocante. Luciano, accecato, raggiunse il retro della bottega ed entrò in un minuscolo e lercio bagno. Si sfilò la polo e si lavò la faccia e le ascelle, asciugandosi con la carta igienica. Diresse lo sguardo fuori la finestrella. Il bar dove lavorava Gianna era proprio dinanzi, dall’altro capo della strada.
Luciano e Gianna si erano conosciuti un giorno qualunque, tranquillo e noioso. Se lo ricordava bene Luciano, non aveva ancora bevuto nulla quando irruppe nel bar ed ordinò un caffè. Gianna era nuova, assunta da pochi giorni: sembrava una ragazza pulita e discreta. Due giorni dopo si videro per un aperitivo. Luciano bevve quattro vini rossi e un Campari senza ghiaccio con fettina di limone. Non mangiò nulla. Gianna bevve solo metà del suo cocktail analcolico. Da un po’ di tempo non poteva bere alcolici, disse. Era per via di una lieve cura farmacologica che stava affrontando e che non prevedeva l’assunzione contemporanea di alcool. Lo ammise sorridendo, senza dare peso alla faccenda, leggera come un petalo. Luciano da subito provò grande at trazione per lei, sebbene fosse una ragazza non proprio bellissima. Era da tanto che non andava con una donna e Gianna venne in suo soccorso: si concesse immediatamente, ma Luciano aveva bevuto un po’ troppo e nell’impossibilità di avere un’erezione asserì che un crampo all’alluce gli impediva qualsiasi movimento e, fingendo di essere mortificato, che il congresso carnale si sarebbe dovuto rimandare. Lei capì, lo sfiorò con un bacio e lui si commosse. L’indomani si svegliò presto per “esercitarsi”. Quella sera si sarebbero rivisti e un’altra gaffe non sarebbe stata ammessa. Doveva assolutamente dare prova di quella virilità che, anni prima, era sempre stata un suo segno distintivo.
Quel giorno Luciano bevve molto vino: aveva comperato delle bistecche disossate con le quale gradì molto abbinare un rosso di provenienza sarda. Si svegliò due giorni dopo, con un’atroce emicrania e il portone di casa spalancato. In cucina aleggiava ancora l’odore del manzo.
Nessuna traccia di Gianna.
Nessun sms, nessun messaggio in segreteria. Quando, titubante, tornò al bar, lei lo accolse con un sorriso, come se nulla fosse. Luciano trangugiò un amaro alle erbe e la invitò a cena. Lei accettò e lui, felice, bevve un altro amaro.
Da quella sera Gianna si era praticamente trasferita a casa di Luciano; sebbene il suo appartamento fosse troppo piccolo anche per una persona sola, Luciano fu felice del cambiamento. Gianna non sapeva cucinare, non sapeva pulire e non aveva voglia di imparare entrambe le cose. Luciano era uguale. La loro pigrizia sconfinava nell’affinità totale. Facevano l’amore quattro volte al giorno, poi lui era stanco e ubriaco e quindi dovevano smettere. Lei prendeva delle strane medicine sub-linguali. Era ossessionata dalle saponette, dovevano sempre esserci dodici confezioni integre: era per questo che le medicine risultavano necessarie. Questo disse il medico, dopo che Luciano si lavò le mani con una delle saponette in questione e una crisi scosse violentemente Gianna, che scioccata e nuda si precipito in strada. Temeva per la sua vita, per il suo ordine; il medico lo spiegò a Luciano ed egli a fatica capì. Era stato un errore atroce violare una delle confezioni. Quella sera Luciano si ubriacò.
Da allora le cose non erano cambiate, ma i due erano tuttavia sereni e illusi. Luciano rispettava le saponette di Gianna e quest’ultima non mancava mai di comprare del rum.
Sospirando Luciano si rimise la polo e tornò al bancone. Il vecchio Ado, cliente abituale, lo stava aspettando per comprare il solito tabacco e nell’attesa si era assopito. Russava come una tromba e un rivolo di saliva gli colava dalla bocca, umettando il bancone. Luciano lo fissò: “Come cazzo fa a dormire in piedi?” – si chiese ad alta voce, sinceramente incuriosito.
Il caldo si imponeva sempre più. Urgeva qualcosa di fresco. Forse Gianna era già arrivata a lavoro e poteva portargli qualcosa di fresco, magari una birra. Ado si svegliò.
“…e tutte le volte che vado da mia sorella lei mi prepara il tacchino frullato, perché senza denti non posso masticare. Me lo ha detto il Dott. Di Clemente, quello che abita sotto casa di Adelina. La conosci Adelina? E’ un’amica di mia sorella! Ma tu chi sei, giovanotto?”
Luciano annuì e condusse fuori il vecchio delirante. Chissà perché un uomo, alle soglie della morte esce di senno, si domandò Luciano componendo il numero di Gianna e sbirciando fuori dalla finestra. Un aereo solcò il cielo lasciando un esile pennacchio bianco.
Luciano si ricordò della sua infanzia, di quando suo padre era ancora vivo. Amava collezionare modellini, in particolare aeroplani in alluminio, ne andava molto geloso. Di tanto in tanto poi, la domenica mattina, dopo la messa, lo portava con sé a fare un giro su un aereo vero, uno di quei piccoli apparecchi che volano per miracolo e che il vento sbatacchia a destra e a manca, quando raggiungono una certa quota. L’uomo che li pilotava era un vecchio amico di suo padre, con gli occhi a mandorla e le gote sempre rosse. Aveva sempre caldo, era obeso e Luciano temeva di precipitare e morire, quando decollavano. Però poi, da lassù, tutto era piccolo e insignificante, le cose erano comprensibili e i problemi lontani. Un giorno, mentre sorvolavano un enorme campo di cavoli, il padre aveva insegnato a Luciano il senso dell’esistenza, cingendogli la vita in un abbraccio. Aveva detto che il senso della vita è l’amore e il rispetto, è prendersi cura dei propri cari e crearsi una famiglia. Portare a termine gli impegni con serietà, dedizione ed onestà. Condurre un’esistenza nel timore di Dio, vivere di principi solidi e duraturi.
Il padre di Luciano morì quattro giorni dopo. Faceva il vigile urbano e un giorno come tanti un uomo a bordo di un’utilitaria, ubriaco e pazzo, lo travolse a tutta velo cità, disarticolandolo. L’urto fu così violento che le unità di soccorso impiegarono nove ore per togliere dal paraurti della vettura le interiora del vigile. L’uomo non era molto conosciuto nella comunità e poche persone intervennero al funerale. Da allora Luciano visse con sua madre e sua nonna, fino all’età di 24 anni, allorché trovò un lavoro e un piccolo appartamento ove sistemarsi.
Luciano non dimenticò mai le amorevoli lezioni di suo padre.
Finalmente dall’altro capo del telefono rispose la familiare voce di Gianna.
“Amore ciao, sono io. Se sei al bar potresti portarmi quattro bottiglie grandi di birra?”

di Luca Torzolini

Siamo angeli caduti che han preferito cadere
pur di sputare sulla propria dignità artistica.

Italia, Altrove 3 Ottobre 1990

Arthur è un bambino piccolo che ama le favole e lo zucchero filato.

- Arthur! Arthur! - fece la mamma - Vai subito dentro l’armadio e chiudi la porta che il papà è ubriaco! -
Arthur entrò nell’armadio, chiuse la porta e tornò nel suo mondo.
Vide cose mai viste, scoprì l’arte e disse a se stesso: - Pubblicherò una rivista un giorno. Si chiamerà Re-volver -
La mamma urlò. Il papà pure. Arthur uscì dalla porta dell’armadio e vide tutto.

Italia, Altrove 20 maggio 2008

Il suono del frustino era un tuono nel silenzio, il bacio di un rospo verso la farfalla. Un bacio cannibale.

Il cocchiere sembrava il tizio di Taxi driver, ma senza tizio. Etereo, silenzioso come un luogo pieno di rumori ma senza nessuno che può sentirli.
(Lo concepii bene, lo scrissi meglio).
Meccanico e vacuo, come un semaforo.
Nella carrozza due feti portati in braccio da Lucien, la bambola bambina. Con lei c’ero io, il fantasmagorico cronista di Re-volver, un free press. Il free press.
Passando attraverso la palude, osservavo i castelli di sabbie mobili che ingurgitavano ignari bambini, gli alberi capovolti che avevano radici nelle nuvole e si muovevano a seconda del vento e le brume senza cose che solo durante l'eclissi mostravano la loro ombra: l'oggetto che delineava i propri contorni. Contorni che confutavano l’oggetto, SPESSO.
Lucien accarezzando le viscide melme disse - Sicuro di voler fare un’intervista al nostro signore? Lui riceve a stento qualcuno e, seppure sia apertissimo verso ogni possibilità, la sua immensa cultura ed eterogeneità nel linguaggio fa desistere chiunque dalla comprensione delle sue parole. Un’intervista addirittura... tsè, impossibile! -
La guardai con lo sguardo di sguincio dell'eroe, alla Klaus Kinski, uno sguardo fantasma. Sì, proprio così.
Il castello si materializzò all'orizzonte, in un jump-cut studiato e poco ortodosso. Pensai ad A Bout de Souffle e decisi di scendere dal mezzo. Il cocchiere fece per salutarmi, ma penso fraintesi, il suo doveva essere più precisamente un addio. Se ne andò.
Solo. Sulla porta il batacchio pesante delle classiche storie horror… mi ha fatto sempre un effetto misantropo, del tipo “non mi rompete i coglioni sennò... ” sennò basta, non mi va neanche di continuare: le spiegazioni mi stanno sul cazzo. Bastien cacciò le Camel. Senza filtro. Ah, Bastien è il mio apprendista, di solito è poco calcolato.
Al secondo sbuffo, che acrobaticamente cercò di assomigliare al salto di un delfino, il maggiordomo giapponese aprì. Senza parole mi fece capire la necessità di togliere le scarpe. Il pavimento era freddo e relativamente fluido, mi sembrò di mettere i piedi nella sabbia le sere d'estate, ma senza piedi.
Il pinguino credeva l'avrei seguito, ma tendo naturalmente a non assoggettarmi a nessuno. Soprattutto a Nessuno, cioè Tutti. Visitai il maniero in lungo, largo e 4°dimensione. Affacciandomi alla porta di una specie di ripostiglio, con relativa etichetta "Non aprite", trovai un Cuore rattoppato. Preso da un istinto malvagio stritolai il cuore, lo calpestai e poi inventai un senso di colpa derivante dai miei genitori. Mi avevano educato male.
Un grido discreto scese giù per le scale e si soffermò sulla porta, senza entrare.
- Toc, toc! - disse l'urlo.
- Avanti! - risposi.
- Aaaaaah!!!!!!! -
Corsi fino a che la milza non mi uscì dalle orecchie, seguendo le frecce sul muro. Mi ritrovai sul tetto: c'era un cesso. Il mio sogno, un cesso sul tetto.
Durante la cagata pensai a come cazzo aveva fatto Stallone a scrivere Rocky, una sceneggiatura geniale per fare soldi a palate. Pensai ai conigli sit-com di David Lynch e al cavallo che Nietzsche abbracciò in uno slancio umano che sottolineava la disumanità dell'uomo. E pensai a Laura… mmmh, si! All’Aura.
Sbadatamente tirai l'acqua. Me ne accorsi.
Non pulendomi il culo, lascia l’autografo dell’orifizio sul candore delle mutande e mi diressi verso l'uscita. Sbagliai strada e mi ritrovai nella sala del tesoro. Me ne accorsi perché c'era il tesoro. Svaligiai tutto, riempiendo le tasche del mio eskimo. Sì, adoro quella canzone di Guccini. E De André. E ogni singola digressione nata per libera associazione da una semplice parola.
Grasso di refurtiva mi accinsi a uscire con fredda e calcolata eleganza. Il maggiordomo mi squadrò da capo a piedi, ma non trovò nulla. Non c'è niente più nascosto dell'evidenza.
Il cocchiere era lì e c'era anche Lucien, la direttrice di Re-volver. Le dissi - Che belle gambe hai, a che ora aprono?! -.
- Una battuta anni '70 riciclata, a zampe d'elefante. Piuttosto, hai fatto l'intervista? - fece lei, serrando le gambe a mo’ di portone blindato.
Bastien sbucò dalla palude, senza un braccio ma con un atomo d’idrogeno in più. Porse il foglio.

Intervista ad Artur Mc Arte

Tu cosa vuoi da noi?
Voglio un’estinzione elegante.
Puoi curarci?
Sono la malattia e la cura di chi si occupa di me.
Sei immortale?
“Tu l’hai detto!”
Esisti veramente?
Posso esistere solo se tu mi dai un cuore, o così disse l’uomo di latta nel film di Fleming.
Qual è la cosa più importante per te?
Io.
Dimmi qual è la domanda cui non si può rispondere.
TU, esisti veramente?

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