Holy EYE

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Che ne pensi dell'invidia?
Semplicemente non la penso affatto, l’invidia è un sentimento che non mi appartiene.
Per me ognuno ha quel che si merita, gode (nel bene e nel male) dei risultati per cui si è impegnato. Perché invidiare a qualcuno quello che non si ha, se non si è voluto? Amare, odiare o invidiare, portano via troppe energie, e siccome sono abbastanza pigro, le mie vorrei investirle solo per amare.

Ego: limiti e potenzialità.
Il limite dell’ego ci può essere solo quando scade nel narcisismo, altrimenti crea sempre potenziali opportunità, stimolando la crescita di ogni individuo.

Credi esistano regole essenziali nella fotografia?
Certamente! Se non conosci le regole, non sai neanche infrangerle. Se non sai fare fotografie tecnicamente perfette, non riesci a dominare e realizzare nemmeno quelle mosse. In quelle mosse ci sono tutti i dettagli e i contenuti di quelle tecnicamente perfette, sono solo messi in modo diverso. È come quando in scrittura togli le vocali alle parole, il nostro occhio abituato a quel codice di lettura, legge ugualmente senza problemi. Certo, per capire un’immagine bisogna avere il giusto grado di conoscenza visiva, altrimenti viene semplicemente percepita ma è comunque un risultato.

Qual è la dote più importante per un fotografo?
Di getto mi verrebbe da dire la curiosità, ma non basta. Quasi tutti siamo curiosi in modo maniacale, lo dimostrano le tante trasmissioni televisive girate (purtroppo) sulle disgrazie umane, ma la dote per un fotografo è quella di guardare dove gli altri non vedono. È talmente vera questa cosa che spesso due o più fotografi posti sulla stessa scena guardano e raccontano cose completamente diverse. L’abitudine a guardare con “occhio fotografico”, nel senso di inquadratura, composizione, equilibrio dell’immagine, ritmo e racconto dell’evento, è per me la dote fondamentale di un fotografo. Il fotografo, maturo e cosciente del suo modo di guardare, vede tante immagini e ne scatta solo alcune, quelle giuste.

E lo scatto cui sei più affezionato?
Un giorno il preside del liceo mi disse: “Quando dovrai scegliere le immagini per una tua mostra, sappi che sarò a tua disposizione e, conoscendoti bene, lo farò io per te. Tu non sei in grado di farlo. - e aggiunse - Come può un padre scegliere tra i suoi figli?”.

Forma o contenuto? Come le associ?
Sono inscindibili, per me la forma è la confezione del contenuto. Quando fotografo mi chiedo sempre “perché devo farlo?”. Se fotografo un prodotto, devo fare in modo che, per proporlo in vendita, il cliente non debba portarsi l’originale dietro. Devo, quindi, descriverlo, valorizzarlo e renderlo “appetibile”. Se fotografo una persona, devo renderla più bella, spontanea e comunicativa. Per tutti i generi di fotografia di cui mi occupo c'è sempre un fine con relativi mezzi e modi di fotografare.

Che cos'è la sperimentazione?
La sperimentazione spesso è figlia della casualità. A mio avviso, non decidi, a un certo punto, di fare sperimentazione ma, se osservi tutto quello che ti succede intorno, stai già sperimentando. Puoi solo codificare, archiviare e, successivamente, utilizzare tale ricerca.

Come si insegna a fotografare?
La mia idea è che si può insegnare a far fotografie ma non a fotografare. In matematica ci sono le quattro operazioni di base - addizioni, sottrazioni, moltiplicazioni e divisioni - e, una volta assimilate e scoperto il modo di incastrarle, il gioco è fatto. In fotografia gli elementi sono solo tre: tempi, diaframmi e messa a fuoco; muovendo ed incastrando questi elementi secondo le regole, o contro di esse, si ottengono infinite visioni. La tecnica fotografica è molto semplice! In conclusione, si può insegnare la base tecnica della fotografia ma non a fotografare. Saper fotografare è la somma di esperienze, sconfitte e conquiste stratificate nel tempo.

Perché hai utilizzato il mosso per riprendere una partita di basket di altleti diversamente abili?
Abbiamo realizzato il progetto semplicemente per raccogliere fondi per l'associazione “Polisportiva Amicacci” e con un’idea abbastanza banale e scontata di un calendario da vendere. Per fare questo, come in ogni altro lavoro, dovevo documentarmi. Capire cosa avrei dovuto fotografare, interpretare il soggetto raccontandolo e rendendolo fruibile all'occhio di chi ne avrebbe avuto visione. Detta così sembra una cosa abbastanza semplice e di routine, eppure quando partecipi a una loro partita di campionato ti si scombussola il mondo, ricevi un pugno allo stomaco e le emozioni ti scaldano il cuore. Vai alla partita (siamo onesti ed ammettiamolo, con un senso di pietismo per la condizione degli atleti) e ne esci frastornato, scopri il vero senso dello sport, noti i tempi, le cadenze e le sue regole. Mi spiego meglio, gli atleti si danno battaglia senza esclusione di colpi, con una cattiveria agonistica quasi a rivendicare una rivalsa sulla loro condizione, ma appena uno di loro è in difficoltà tutto si ferma, solidalmente gli si da una mano a rialzarsi e subito dopo… botte più di prima. Ti esalti, ti lasci prendere, non esiste una squadra più dell'altra e tifi indistintamente in modo sportivo per un gesto atletico di qualsiasi giocatore, perché sei convinto che alla fine comunque vincerà il migliore. Ah scusa, ancora non ho detto che gli atleti corrono, dribblano, palleggiano e fanno tutto quello di cui c'è bisogno in una partita di basket, stando seduti su una carrozzina. Mi è sfuggito di sottolinearlo prima perché inconsciamente non lo ritenevo importante, loro sono atleti con una carrozzina “fusa” nella parte inferiore del loro corpo. Devi, assolutamente devi, inserire nelle immagini che realizzi tutto questo, il tintinnio metallico delle carrozzine, la loro velocità di esecuzione, l'odore del sudore e i ghigni degli sforzi fisici. Ho pensato che il mosso, insieme alla scelta di un bianco e nero deciso, potesse rappresentare gran parte di questi elementi.

Quale sarà la tua ultima fotografia?
L'ultima immagine che avrò dinanzi ai miei occhi prima di addormentarmi per sempre. Spero solo di scattarla il più tardi possibile.

Che cos'è eterno?
“Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. Siccome tutto quello che è sotto i nostri occhi è in continua evoluzione, nulla è eterno! Nel nostro settore, ad esempio, qualche anno fa era pensabile la scomparsa della Kodak? Assolutamente no! Eppure, riflettendoci un po', l'unico pensiero che possa essere eterno è l'amore per un figlio.

"TUTUYÀT. INNOCENZA DELLA PRECARIETÀ”
Mostra personale di DENIS BACHETTI
MUSEO TONI BENETTON
Via marignana, 112 – Mogliano Veneto (TV)
26 novembre - 07 dicembre 2016

 

Titolo mostra: TUTUYÀT. INNOCENZA DELLA PRECARIETÀ
Date: 26 novembre - 07 dicembre 2016
Luogo mostra: Museo Toni Benetton, via marignana 112, Mogliano Veneto (TV)
Nome artista: Denis Bachetti
A cura di: Paolo Meneghetti
Presentazione critica: Paolo Bolpagni, Paolo Meneghetti, Vincenzo Centorame, Silvia Moretta
Vernissage: sabato 26 novembre, ore 18.00
Chiusura: mercoledì 07 dicembre
Giorni e orari di apertura: tutti i giorni
Biglietti: ingresso libero

Informazioni:
Luca Torzolini: 3381774824
lucatorzolini@gmail.com
www.denisbachetti.com
Facebook: Denis Bachetti

bachetti - Eden, 2015

Breve presentazione della mostra TUTUYÀT. INNOCENZA DELLA PRECARIETÀ

Sabato 26 novembre, alle ore 18.00, presso il Museo Toni Benetton, via marignana n. 112, verrà inaugurata la mostra personale di pittura dell’artista Denis Bachetti, dal titolo “Tutuyàt. Innocenza della precarietà”. La mostra, a cura di Paolo Meneghetti, gode dei contributi critici dei prof. Paolo Bolpagni, Silvia Moretta e Vincenzo Centorame.

Denis Bachetti scrive, osserva e indaga cose d’arte. La sua è una pittura ad olio su tele di medio-grandi dimensioni. Prende le mosse da istanze tese al raggiungimento di una certa pacata liricità astratta attraverso una pittura fluida e repentinamente gestuale al contempo; votata prevalentemente a toni celebrali lenti e calibrati, a note melliflue episodicamente unite a caratterizzazioni tonali vivide e sferzanti. Nutre una morbosa ammirazione per De Kooning o Arshile Gorky tra gli action-painters americani come per Cy Twombly o William Baziotes, o i nostri Licini – suo grande conterraneo – ed Afro Basaldella, Alberto Gianquinto e pochi altri maestri.
Attraverso la pittura, il disegno e l’incisione giunge al perseguimento di una forma di arte imperniata sul confronto percettivo e sulla valorizzazione dell’opera involontaria e accidentale, fortuitamente concepita attraverso attività extra artistiche. Ritiene di poter risolvere i problemi tipici dell’artista – equilibrio, movimento, forma, spazio, armonia – nella proposizione di opere scevre da velleità intellettive nell’atto del loro concepimento: quindi tanto più efficaci quanto più estemporanee e casuali.

Tutuyàt è una parola segreta: è il mostro antropomorfo immaginario, visualizzato al tempo dell’infanzia, nell’età della formazione e della strutturazione dell’immaginario. Il mostruoso riaffiora di continuo nei sogni, nel linguaggio, nel disegno, nella pittura; e per domarlo, Bachetti lo eleva a simbolo e portavoce dell’esigenza di far riaffiorare la parte intima e segreta, sfuggente e irripetibile delle cose. Tutuyàt diviene veicolo di una inedita e personalissima interpretazione del reale, di un invito, rivolto all’umanità, di riappropriarsi della verità segreta delle cose, al di fuori di una convenzionale definizione formale, di accedere alla possibilità di guardare il mondo attraverso lo svuotamento dell’apparato percettivo, sgombro da definizioni note, tramite una pittura astratta, pienamente pervasa da un atteggiamento epifanico e profetico.

In occasione dell’inaugurazione, la sera di sabato 26 novembre, dalle ore 18.00, ci sarà l’intervento verbale dei critici, seguito dall'esibizione di Ivan Talarico, poeta e cantautore, che eseguirà successivamente un “dialogo poetico fra metamonologhi” con Luca Torzolini, regista e autore letterario. Verranno proiettati i cortometraggi “Baumwolle” (Bachetti, Sciolè, Torzolini, 2015) e, in anteprima assoluta, un estratto dell’ultimo documentario realizzato su Dario Fo proprio in Villa Marignana Benetton (Torzolini, 2016).

 

DENIS BACHETTI
1992 Diploma Istituto Tecnico Sperimentale Mazzoni di Ascoli Piceno
2000 Laurea in Lingue e letterature straniere moderne Università di Bologna
2004 Master in Beni Culturali indirizzo Artistico Università di Siena
2009 Collettiva a Oakland, California (USA) a cura de I’Istituto Italiano di Cultura di San Francisco
2009 Personale Galleria il Modulo, Francavilla al Mare, CH
2012 Collettiva Biennale di Venezia Padiglione Italia, Torino
2016 Mostra Personale Circolo degli Antichi Editori Veneziani, Venezia
2016 Mostra personale Circolo Aternino, Pescara
2016 Mostra personale Museo Toni Benetton, Mogliano Veneto (TV)

 

bachetti, l'ultimo giaciglio della dannata retorica, 2015

di Luca di Berardino e Luca Torzolini

 

Alessandro Scacchia 1

Che cos’è l’arte e come trova i suoi “artisti”?
“Arte” è un termine talmente abusato negli ultimi decenni da aver perso molto del suo significato autentico. Tutti si sentono artisti nella nostra epoca, è diventata quasi una fortuna non esserlo. Invece forse è proprio quando si smette di “essere” che la vera arte può trovare i suoi artisti. Come diventare indemoniati, posseduti da qualcuno o qualcosa che ci trascende. A quel punto non si fa più arte e si può diventare noi stessi un'opera d'arte o, ancora meglio, un capolavoro.

Il corpo femminile nutre un ruolo preponderante all'interno della tua produzione artistica. È una coincidenza, una volontà precisa o una decisione nata da una coincidenza?
Il corpo femminile è diventato il mio modo di celebrare la bellezza. Già da bambino amavo disegnare i personaggi femminili dei cartoni animati, me ne innamoravo con l'innocenza che poteva avere un bambino di sette anni. Ora è decisamente una volontà. Il corpo umano ha avuto da sempre un ruolo fondamentale nell'ambito artistico e filosofico, quello femminile per quanto mi riguarda possiede in più un fattore estetico e misterioso che lo rende molto più interessante di quello maschile.

Cos’è la sperimentazione?
Sperimentare e fare esperienza si equivalgono nell'etimo, hanno origine entrambe dal verbo latino “experior” che vuol dire provare, tentare. È ciò che ci permette di arrivare ad una qualche forma di conoscenza. In questo senso cerco di non pormi limiti, sia come disegnatore che nella vita.

L'ispirazione creativa è totalmente interna all'autore o risente anche della realtà esterna e del suo vissuto?
La realtà esterna è come uno specchio che ci permette di avere un confronto con noi stessi. Penso che tutto sia già presente all'interno di noi da sempre e che non ci sia nulla da creare. Citando Kenneth Grant, uno scrittore che apprezzo particolarmente: “La pittura, il poema, la canzone - qualunque sia il mezzo usato per esprimere la verità più segreta - non è la creazione in senso stretto ma il riflesso di un movimento fuori dal tempo e dallo spazio, dai quali essa, alla fine, trascende.” Si tratta di guardarsi in profondità e nell'abbandono prenderne consapevolezza. I sogni ad esempio, possono essere una fonte infinita di ispirazione.

Qual è l'opera che ti ha più soddisfatto dal punto di vista artistico? E la tua prima opera? Quale sarà l’ultima?
Cerco di trarre sempre il massimo della soddisfazione da ogni opera che decido di realizzare. Amo caratterizzare i miei personaggi, renderli in qualche modo vivi. La mia prima pubblicazione a fumetti risale all'anno 2000 negli Stati Uniti, una miniserie d'avventura ambientata nel Giappone feudale. Era un po' distante da quello che faccio ora, ma all'epoca mi diede la spinta per decidere quale fosse la strada da prendere. La mia ultima opera invece, forse sarà quella che non sentirò più il bisogno di disegnare, se mai esisterà.

Alessandro Scacchia 2

Quali sono le tue radici fumettistiche? Quali autori ti hanno conquistato e/o ispirato?
Ho iniziato da adolescente come tanti della mia generazione leggendo fumetti di supereroi. Ne rimasi affascinato. Poi col tempo a forza di vedere quei personaggi che si comportano da frigidi, in un certo senso sembrano mutilati, mi sono rotto le scatole e mi sono messo a cercare altro. Mi sono avvicinato così al fumetto erotico, specialmente quello prodotto tra gli anni 60 e 80, notavo che in molti casi avevano anche un maggiore spessore culturale rispetto agli altri, sia nei contenuti che nell'eleganza grafica. Mi limito a citare i più grandi come Crepax, Magnus, Manara, Pazienza, Liberatore...ma la lista sarebbe molto lunga. Un discorso a parte va fatto per il fumetto giapponese, che per qualunque genere tratti è sempre presente una sensualità intensa e quasi spirituale che l'occidente non è in grado di esprimere, non smette mai di meravigliarmi...primi tra tutti per me ci sono Go Nagai e Masamune Shirow.

Cosa non si deve assolutamente fare in un fumetto?
L'unica cosa che non si deve assolutamente fare è la censura.

Ti stai occupando di qualche progetto interessante?
Ho avuto da poco il privilegio di disegnare la Valentina di Guido Crepax. A breve insieme ad altri grandi autori ed amici presenteremo un nuovo personaggio a fumetti, che mette le sue radici nella più alta tradizione del fumetto horror erotico italiano.

L’interesse da parte del pubblico per i fumetti erotici è maggiore all’estero o in Italia? Il sesso e l'erotismo sono ancora tabù nella società italiana? Che futuro ha il fumetto erotico italiano?
Fino agli anni 80 in Italia il fumetto erotico spopolava, i migliori autori erano italiani e anche i fumetti più hard vantavano vendite paragonabili se non superiori a quelle della Sergio Bonelli Editore. Tutto questo ora non esiste più, in Italia più che in altri paesi. Con la diffusione della pornografia su internet il fumetto erotico nello specifico è quasi sparito. Siamo tornati in una sorta di medioevo culturale dove ogni forma di violenza è accettata, mentre la sensualità viene repressa. Anzi la sensualità viene più censurata della sessualità. Al futuro non ci penso, nel presente qualcosa lo stiamo provando a fare.

Analogico, digitale o entrambi?
Analogico, e non soltanto per una scelta tecnica. Il digitale è un surrogato, inventato per velocizzare i tempi di produzione. Non si accorgono che stanno trasformando in questo modo l'attività libera di un artista in un'industria da catena di montaggio. Il disegno digitale è solo una simulazione, non esiste fisicamente, se non come proiezione in uno schermo. Senza un supporto materiale sarà destinato ad andare perso molto velocemente. Il discorso cambia e sono favorevole se il digitale viene applicato a sostegno del disegno tradizionale. Io personalmente con il digitale mi limito alla sola colorazione, in modo da non invadere troppo il disegno originale e solo per determinate pubblicazioni.

Alessandro Scacchia 3

Quali sono le difficoltà nel narrare una sceneggiatura in maniera visiva? Nello specifico, cosa è più difficile trasporre?
È più difficile rappresentare in una pagina a fumetti persone che conversano semplicemente piuttosto che scene di azione. È più difficile narrare delle emozioni piuttosto che delle persone che combattono. C'è bisogno di molta sensibilità, la tecnica è importante ma non basta. Nei fumetti mainstream le scene di azione sono tutte stereotipate, le espressioni dei personaggi sono sempre le stesse. Io preferisco narrare le emozioni, e l'Eros è qualcosa di fondamentale nella vita di tutti.

È possibile stabilire se un fumetto sia migliore a colori o in bianco e nero? Che differenza c’è?
Un buon fumetto può funzionare benissimo senza colori. Un fumetto di scarsa qualità ha invece bisogno del colore per compensare le lacune del disegno. C'è poi la tradizione, come in Francia, che vuole il fumetto a colori, ma va considerato come un arricchimento. Accade lo stesso nel cinema: non importa se a colori o in bianco e nero, un bel film lo è a prescindere.

Come consideri il finale in un’opera e, di solito, come ci arrivi?
Non lo considero nel senso che fino ad ora ho sempre disegnato storie scritte da altri, finora è capitato così. In ogni caso, non mi interessa molto cosa racconta una storia, ma come lo racconta. Esistono delle regole da seguire nella costruzione di una sceneggiatura e sono anche troppe. Detesto le morali o peggio le storie a scopi educativi. Amo la mitologia e la psicologia. Quanto più il significato di una storia risulta incomprensibile tanto più io mi esalto, finale incluso. Mi interessa che tutto il fumetto nel suo complesso possa trasmettere qualcosa di irrazionale al lettore, il più irrazionale possibile.

Intervista a Manuel Norcini 3Com è l'attore perfetto?
L'attore perfetto è una chimera, non esiste e forse non esisterà mai. Il compito di un attore consiste nel vivere emozioni e trasmetterle al pubblico ma come può un solo uomo conoscere ogni emozione esistente? Dovrebbe, anche in maniera ridotta, averle provate tutte e questo mi sembra improbabile. Quello che più si può avvicinare alla perfezione attoriale sarebbe un artista in grado di “rubare” le emozioni degli altri ed, attraverso la tecnica e la creatività, riproporle a noi spettatori.

Come ti rapporti con te stesso? Dove finisce l'ego?
Quando ero bambino sono sempre stato molto chiuso, non parlavo con nessuno e passavo intere giornate a disegnare. Disegnavo di tutto, improbabili super eroi, mostri squamosi con un occhio solo, scheletri a cavallo, angeli e demoni in lotta e altre creature, e quasi sempre il buono faceva una brutta fine. Non lo facevo per timidezza, come ho creduto per molto tempo, lo facevo perché il mondo al di fuori del mio non mi piaceva. Quando ho capito questo ho capito cosa volevo fare nella vita, far vedere a tutti il mondo in cui “realmente” vivo, che non è questo, e per farlo ho bisogno del cinema, che altro non è che uno strumento. Come un artigiano usa chiodi e martello, i miei ferri del mestiere sono la luce e un buon punto di vista. L'ego è una componente fondamentale della personalità, deve esserci ma come tutte le cose deve essere controllato e in equilibrio con l'amore verso gli altri oltre che di noi stessi.

Intervista a Manuel Norcini 9Forma e contenuto: in che ordine di importanza? Quali sono gli stili che prediligi? Quali i temi?
Se non hai una buona idea il film sarà deludente, eppure anche una buona idea se non è supportata dalla tecnica e dalla bellezza estetica rischia di non arrivare a destinazione, cioè lo spettatore. Non basta avere un buon soggetto per fare un buon film, altrimenti quasi chiunque potrebbe farlo, ma neanche avere una profonda conoscenza della tecnica è garanzia di successo senza l'idea. Le due cose viaggiano sul medesimo binario, alla stessa velocità. Basta che una delle due cose rallenti o non va al passo con l'altra per creare un disastro. Il cinema, come la vita in generale, è fatto di equilibri. Nel cinema, lo sappiamo, sono molte le figure che contribuiscono a crearlo, dal regista all'ultimo dei macchinisti tutti hanno la stessa importanza in questo grande meccanismo, basta che un solo pezzo funzioni male per rallentare o addirittura fermare tutto.
L'arte è lo strumento grazie al quale l'artista riesce ad esprimersi, a far vedere agli altri ciò che ha dentro, sono tanti i motivi che spingono a fare arte ma l'artista prima di essere tale è innanzitutto una persona ed in quanto tale prova tutte le emozioni che una persona può provare e si serve dell'arte per renderle visibili. Personalmente non posso credere che un artista abbia uno stile o un tema prediletto, vorrebbe dire provare sempre la stessa emozione, e questo è contro la nostra natura.
Ci sono artisti che passano tutta la vita sullo stesso stile o tema, lo fanno perché in quello sono bravi e non hanno voglia di mettersi in discussione.

L'arte come catarsi? E cos'altro?
Ogni singola persona su questa terra ha un talento, nessuno escluso, alcuni hanno il dono di comporre delle melodie indimenticabili, altri usano la pittura, altri ancora la danza, ma l'arte non è soltanto questo. Anche un muratore molto capace a suo modo è un artista se quello è il talento che gli è stato dato. Penso che il valore del nostro talento sia dato da come lo usiamo, se viene usato esclusivamente per se stessi allora non ha nessun valore, penso che l'arte nasca nel momento in cui si riesce a regalare un'emozione ad un altra persona.

Perché fotografi? Parlami del progetto sull'India.
Fin da bambino ho sempre avuto un contatto stretto con la fotografia perché mio padre ne è un appassionato. Ricordo che fotografava di continuo ogni volta in cui, nei fine settimana, giravamo l'Italia, essendo lui anche un grande viaggiatore. Probabilmente la prima volta che ho scattato una foto ero talmente piccolo che non lo ricordo. Quindi mio padre ha avuto un ruolo fondamentale nella coltivazione di questa passione, tutt'oggi ci divertiamo a vedere chi tra noi fa le foto migliori. Crescendo ho deciso di concentrarmi sul cinema ma essendo un fissato di fotografia cinematografica non ho mai messo da parte l'amore per la fotografia “classica”. Quello che mi affascina è il fatto di riuscire a catturare una porzione di realtà che non tutti riescono a vedere, perché distratti, o perché non è nella loro natura, perché la bellezza non va creata, è già lì alla portata di tutti, il difficile è riuscire a vederla. Il progetto Bhaarat, che in uno degli innumerevoli dialetti indiani vuol dire solo India, è nato dal desiderio di riportare in Italia una realtà di cui si parla tendenzialmente molto poco. Tutti conosciamo l'India per le sue bellezze naturali, gli straordinari templi e l'affascinante religione ma quanti la conoscono per essere il luogo più inquinato al mondo? Quanti la conoscono per essere il luogo in cui più di due milioni di bambini muoiono ogni anno per infezione? Quanti la conoscono per quello che è veramente? Sono stato tre mesi in India, ed ho a malapena scalfito la superficie di quel muro che nasconde la verità, ho lavorato come volontario nelle case di Madre Teresa e nello slum di Calcutta grazie a persone straordinarie che hanno deciso di dedicare la vita a quelle persone, come Marta Monteleone, fondatrice dell'associazione “a mano a mano”, che con le poche donazioni che riceve da istruzione e cure mediche di base a quella gente che è stata dimenticata dal sistema. Bhaarat è stato il tentativo di rendere le persone in questa parte del mondo un po' più consapevoli di ciò che accade al di là dei loro smartphone.

Intervista a Manuel Norcini 5Cos'è il cinema?
Oggi il cinema è semplicemente una macchina da soldi, è diventato una fabbrica di proprietà del capitalismo. Come ogni cosa bella è stata distrutta in nome del denaro. La responsabilità di questo non va attribuita al capitalista, che per sua natura non conosce altra forma di piacere che quella di accumulare soldi, ma a noi altri. Abbiamo deciso di attaccarci alla grassa mammella dell'industria senza porci nessuna domanda, siamo pecore che seguono altre pecore, esseri lobotomizzati addestrati a non pensare, perché il pensiero è un male per gli affari. Gli abbiamo lasciato fare un così buon lavoro che oggi non c'è più soluzione, e i pochi che ancora resistono vengono etichettati come pazzi. Ma la fortuna vuole che la speranza sia l'ultima a morire, perché finché questi “pazzi” continueranno a resistere l'arte vera non morirà. La domanda giusta sarebbe un'altra: cosa DOVREBBE essere il cinema?

Scrivere sceneggiature: che differenza c'è nello scrivere per se o su commissione?
Quando scrivo una sceneggiatura immagino subito come la scena andrà girata, il processo di scrittura della storia e l'aspetto tecnico nascono nello stesso momento. Questo è senza dubbio un bene quando sei il regista della storia che scrivi ma può essere fastidioso quando il regista è un altro. È come affidare la donna che ami ad un altro uomo sapendo che non la tratterà bene come faresti tu, è frustrante. Generalmente ho la tendenza a scrivere per gli altri quelle storie che io non realizzerei e tengo per me le più intime in attesa di poterci lavorare.

Cinema industriale e cinema indipendente...credi esista una via di mezzo?
Torno a ripetere che la vita è una questione di equilibri. Oggi, purtroppo, l'ago della bilancia pende dalla parte del cinema industriale, risponde meglio alle esigenze di un pubblico sempre più pigro che vuole solo distrarsi dai problemi della vita. Il cinema indipendente è l'ultima salvezza per chi vuole qualcosa di più che esplosioni e automobili che in realtà sono robot che originariamente erano automobili venuti da un altro pianeta (Il senso di confusione della frase detta poc’anzi è voluto: assomiglia alla superficialità del cinema attualmente distribuito in tutte le sale). Spesso però il regista indipendente non ha i mezzi per poter realizzare storie che varrebbe la pena di raccontare, così si è troppo spesso costretti a “ridimensionare” le ambizioni, andando a discapito della storia stessa. La via di mezzo esisterebbe se invece di ostacolarsi a vicenda gli artisti si aiutassero, in questo modo si crescerebbe insieme e ne guadagnerebbero tutti.

Intervista a Manuel Norcini 1E la perversione? Cos è la perversione nel cinema?
Viviamo in un mondo fatto di regole, schemi sociali e convenzioni, spesso non ne capiamo il senso ma accettiamo passivamente questi comportamenti e chiunque rompa questi codici viene definito “strano”. Seguiamo così tanto le regole che siamo arrivati al punto di non riuscire più a comunicare. Si è vero, siamo costantemente collegati, attraverso internet, i cellulari, i social network, ma abbiamo perso la capacità di parlare davvero alle persone. Una vecchia canzone diceva: "[...]le persone parlano senza dire niente, sentono senza ascoltare, lo senti il suono del silenzio?”.
La perversione è un comportamento diverso da quello dettato dal senso comune, ma non è proprio questo tipo di comportamento che ha portato l'uomo a fare scoperte sensazionali? La storia è piena di esempi di uomini che hanno infranto le regole per arrivare dove nessun altro era mai arrivato, anche a costo di essere emarginati o peggio. La perversione nel cinema sarebbe un gran bel traguardo, arrivare a conoscere in modo così accurato ogni regola, ogni schema, da permettersi di abbatterli tutti.

Dove sono finiti gli spettatori?
Siete mai stati in un allevamento industriale? Quando entrate in un posto del genere siete invasi da un senso di morte indescrivibile. Centinaia e centinaia di animali accalcati l'uno sull'altro, incapaci di muoversi e talvolta anche di stare in piedi. Tutte quelle bestie sono lì inconsapevoli in attesa di essere uccise per gonfiare le tasche al potente di turno. Non si ribellano, non lottano, non cercano di fuggire, hanno gli occhi vuoti e anche se gli mostri la via di fuga non si muovono perché non sono stati abituati ad essere liberi, non lo sono mai stati. Ora, non voglio arrivare a paragonare lo spettatore odierno al bestiame da allevamento intensivo ma dovete ammettere che, se ci pensate bene, non c'è molta differenza.

di Luca Torzolini

in ordine foto di Ruggero Passeri, Giulia Brunelli e Luca Torzolini

Silvano Agosti - Foto di Ruggero Passeri

Che cos’è il Cinema per te? E la Scrittura?
Che importanza ha? La scrittura e il cinema sono la scrittura e il cinema in modo diverso per chiunque se ne occupi: non esiste di nulla una definizione che vada bene per tutti. Quindi mi rifiuto di darne una definizione. Ti posso raccontare gli orrori del cinema industriale, gli orrori della letteratura. Addirittura, gli autori stessi di letteratura non hanno più dentro il desiderio di essere letti, bensì il desiderio di essere venduti.

Cosa ti lega a Charlie Chaplin?
La stessa cosa che mi lega a qualsiasi essere umano. Charlie Chaplin, come qualsiasi essere umano, è un capolavoro assoluto. Solo che lui è riuscito ad esternare questo suo essere capolavoro, gli altri no.

Indira Ghandi, Panagulis, Osho: alcuni personaggi da te intervistati dal 1973 al 1987. Cosa ti hanno lasciato queste interviste?
Io non credo esistano personaggi importanti. Ogni essere umano è il personaggio più importante che esiste sulla Terra. Io sogno appunto un mondo dove il capolavoro dell’essere umano si rivela e tutti sono capolavori: viaggiando incontreremo 6 miliardi di capolavori. Chiunque io intervisti intervisto la sua infanzia, non lui, e la sua infanzia mi da come risultato il vero essere che lui è. Per disparati motivi questi personaggi famosi sono stati tutti imprigionati in una dimensione che non è la loro: è come se vivessero sempre con la statura della loro ombra, un’ombra molto grande, e quando vanno dal sarto a farsi fare il vestito si fanno il vestito sulle misure della loro ombra. Poi ci inciampano dentro. È orribile per certi versi la notorietà.

Perché l’essere umano è un capolavoro?
È come dire: perché il cielo è immenso? Si può azzardare un ipotesi: l’essere umano è un capolavoro inenarrabile perché l’insieme delle sue caratteristiche non ha eguali in tutto l’universo conosciuto. Inoltre, dell’essere umano si conosce pochissimo, quasi nulla, soprattutto se ci si riferisce alla parte più interessante dell’essere umano, il cervello. Per questo ho stimolato la totale e piatta inintelligenza delle istituzioni, chiedendo alle Nazioni unite e all’Unesco di nominare l’essere umano patrimonio dell’umanità perché sai, massacrare una serie di rivoluzionari è normale, far cadere dai tetti un qualche centinaio di operai è normale. Eppure se questi operai e rivoluzionari fossero considerati patrimoni dell’umanità uno direbbe “Chi è quello sciocco criminale che ha distrutto tutti questi patrimoni?” Perché un quadro di Caravaggio viene lasciato per strada sotto la pioggia? Quando vedo un barbone dico “Ma guarda, è assurdo che un capolavoro venga messo lì!”. Probabilmente perché nessuno ne conosce il valore. Pensano che un barbone è un barbone e basta.

Che significato riveste per te la parola sperimentazione?
Sperimentare è il settimo senso dell’essere umano. È impossibile concepire la vita quotidiana senza sperimentazione perché allora si tratterebbe solo di esistenza e non di vita. L’esistenza riguarda le pietre, il carbon fossile… invece la vita riguarda l’essere umano! Allora sperimentare vuol dire incontrare ciò che è eternamente nascosto in ogni cosa. Tu incontri il mistero delle cose, che peraltro è inesauribile… non è che uno dice “Adesso ho incontrato il mistero del mare, sono a posto”. No! Avrà incontrato una piccola parte del mistero del mare. La sperimentazione è il dato di eternità che è concesso di conoscere durante la vita terrena.

Qual è stato il tuo primo film?
Il mio primo film è stata la nascita, sono nato ed è cominciato il primo film. Poi il film non si è mai interrotto finché non ho fatto un cortometraggio, il primo di una trilogia sulla donna e sulla religione. L’ho fatto per entrare al CSC dove si doveva consegnare un piccolo film, io l’ho fatto e montato a mano. È la storia, che poi si è rivelata sconcertante e scandalosa, di una donna che non voleva fare più l’amore con gli uomini e allora andava in una chiesa e faceva l’amore con un bellissimo Cristo del quattrocento. Questo suscitò una specie di gatto in piccionaia: erano tutti furibondi. Essendo tutti cattolici e avendo il posto di lavoro che avevano perché erano cattolici e non perché erano bravi, erano tutti molto turbati “Qui c’è una donna che fa l’amore con Cristo, quindi Cristo faceva l’amore?!”. Tutte storie così… storie di “magia nera”!

Che destino ha avuto il tuo primo lungometraggio “Il giardino delle delizie”?
Fritz Lang, John Ford e Jean Renoir hanno scelto “Il giardino delle Delizie” come uno dei dieci film al mondo in quel periodo da presentare all’esposizione universale a Montreal.

Silvano Agosti - Foto di Giulia Brunelli

Raccontami del tuo incontro con Bergman.
Potrei dire, senza vanità, che non sono stato io a incontrare Bergman ma è stato lui a incontrare me: lui è venuto proprio a cercarmi dopo la proiezione de Il giardino delle delizie, mi ha aspettato fuori per un quarto d’ora, nell’atrio deserto del Film Istitute di Stoccolma. Quando sono arrivato li vicino a lui, mi ha detto “Sei tu l’autore di questo film?”. Già il fatto che abbia detto l’autore e non il regista mi ha dato un’emozione fantastica, perché io non credo nei registi, credo negli autori. Ho annuito e lui ha continuato “Sono arrivato qui con il mal di testa e il tuo film me l’ha fatto passare”…
Poi abbiamo parlato quattro o cinque ore, dicendoci le cose segrete che si dicono i bambini, alcune delle quali sono irriferibili. Ma soprattutto, io avevo deciso allora di non fare più del cinema, perché il mio film a Roma era stato massacrato dalle giurie più o meno vaticanesche, più o meno cattoliche, più o meno ipocrite. Lui mi ha messo una mano sul colletto della camicia, la sua meravigliosa gelida mano, e mi ha detto “Non ti faccio andare via da qui, se non mi giuri che andrai avanti a fare del cinema”.

Qual è il tuo parere riguardo la Storia del Cinema? Chi è George Méliès?
Non è mai stata raccontata la storia del cinema. Si racconta la storia dell’industria cinematografica che non ha niente a che vedere col cinema. Un po’ come la storia che i bambini sono costretti a studiare a scuola, che non è la storia dell’uomo ma quella del potere.
George Méliès è il vero inventore del cinema, mentre i Lumiere erano un ricchi signori che (avendo un loro tecnico inventato il meccanismo della macchina da presa) con elegante disinteresse se n’è occupato un po’, ma non l’ha neppure brevettata. E quando Méliès è andato a chiedere se poteva comprarne una, loro gli hanno detto “No!”, come fanno sempre i ricchi. Allora lui ha disegnato la macchina da presa, se l’è costruita e ha realizzato 2400 film. Ne sono rimasti una sessantina.

È possibile un Cinema non basato sul denaro?
È possibile solo il cinema non basato sul denaro. È come l’amore: se un uomo paga una donna, non farà mai davvero l’amore. Io ho una concezione molto semplice: tutto ciò che la persona fa deve essere libero da qualsiasi imposizione. Avere un produttore cinematografico non significa essere liberi.

Secondo la tua esperienza, che effetto fa la telecamera alle persone? Le persone cambiano di fronte alla telecamera?
Se sono nevrotiche sì. Non cambiano di fronte ad una sedia, perché dovrebbero cambiare di fronte alla telecamera? Personalmente considero sempre vuota la telecamera: per me la telecamera o un vaso di fiori è la stessa cosa, ma veramente la stessa cosa. Inoltre a me non piace sapere le domande prima, voglio offrire un’estemporanea: quello che sono sono.

Che cos’è la Kirghisia?
La Kirghisia reale è una delle 15 ex-repubbliche sovietiche e va sotto il nome di Kirghisistan. Invece, nel mio pensiero la Kirghisia è la condizione umana cui tutti aspirano. Per dare la felicità all’essere umano bastano pochissime cose. Non sono le cose che gli vengono propinate attualmente. Non sono le 25 marche di dentrificio, le 35 marche di detersivo, non sono le automobili che cambiano modello ogni tre mesi o le tecnologie che superano sempre se stesse e nessuno è capace di adoperarle. Le cose essenziali sono 5: mangiare bene, dormire tranquilli, avere un lavoro di non più di tre ore al giorno, ricevere a diciotto anni una casa propria di 50 metri quadri (camera, cucina e bagno), avere tanti amici e tanti amori. E qui il mio discorso inciampa perché finché dici “tanti amici” tutti annuiscono, quando cominci a dire “tanti amori” tutti impietriscono. Secondo me si fermano a livello cosciente perché sono addestrati alla possessività e pensano di avere un solo amore da sgranocchiare per tutta la vita. Dopodiché arriveranno subito all’osso e si romperanno i denti, perché non si tratta di amore ma di possesso. E il possesso ha a che fare col sesso, il quale non è niente, è un rubinetto da cui uno può orinare e fare altre cose, ma non c’entra niente con l’amore. Con l’amore c’entra la sensualità, non la sessualità. E la sensualità è l’appagamento dei cinque sensi, forse dei sei. Anzi, come si è detto prima, dei sette. È una beatitudine che non costa nulla, ecco perché con tanta ferocia gli apparati istituzionali impediscono alle persone persino di concepire l’amore. Nei loro film cosa succede quando due fanno l’amore? Lui è sopra di lei e fa “OOOOH OOOOH” e lei sotto di lui fa “AAAAAH AAAAAH”, il che non c’entra niente con l’amore. È esattamente come se uno per descrivere ai marziani cos’è il cibo proiettasse un rutto. Non è niente. Eppure tutti credono che sia quella cosa lì. In realtà quella cosa li riguarda la procreatività, che il potere consente perché così i servi si moltiplicano. Ma non c’entra niente col fare l’amore che è un mistero immenso, è l’incontro di due universi all’interno di miriadi di microuniversi. È una cosa infinita. Capisci? Non è che un viaggio intergalattico lo fai in trenta secondi.

Tenerezza, sensualità e amore. Perché sono inscidibili?
Sono inscindibili perché fanno parte di un unicum come i polmoni, il cuore e il cervello. Perché se li scindi accade qualcosa di tragico. Allora la tenerezza senza sensualità e amore va verso il rancido, diventa ipocrisia. La sensualità senza tenerezza e amore si rattrappisce e diventa pornografia; infatti la pornografia mostra ossessivamente gli organi genitali, ed è come se un pittore invece di farti vedere il quadro mostrasse continuamente il pennello. L’amore senza tenerezza e sensualità evapora, si perde nell’universo e diventa misticismo.

Come consideri la monogamia?
È una delle 5 gabbie micidiali in cui l’essere umano viene fatto prigioniero insieme alla scuola, al lavoro, alla falsa informazione… Per esempio, la donna, che ha in se questa forza stupenda, questa potenza di creare la vita e di mandare avanti l’immenso mistero del vivere, viene immediatamente rinchiusa nella gabbia della monogamia facendole credere che quello è il suo destino. In realtà pian piano lei si spegne, il suo compagno comincia a mentire e poi verrà il giorno in cui il compagno le dirà “Cara, farò tardi in ufficio stasera…” e vorrà dire che avrà deciso di andare almeno con la prostituta. Ho scoperto seguendo queste tracce, intervistando settemila persone a Parma, che la monogamia è il perno portante della prostituzione. La monogamia col tempo diventa una prostituzione a rate, una prostituzione in cambio dell’appartamento, del frigorifero, del televisore e soprattutto della menzogna che si stabilisce fra i due.

Cosa intendi per 3 ore di lavoro?
Non 3 delle attuali 9 ore di lavoro al giorno che sono finto lavoro. Ho parlato di tre ore vere di lavoro. Ho parlato di una cosa che qualsiasi cammello confermerebbe, cioè lavorare poco per produrre molto, invece di lavorare molto per produrre così poco: perché il mondo che lavora tutto 8, 10, 40 ore al giorno non è capace di produrre nemmeno il necessario per magiare e dormire per i suoi abitanti. È un mondo fallimentare.

Nel 2000 realizzasti un film sui manicomi e sulle condizioni dei pazienti intitolato “La seconda ombra”. Esiste secondo te la “malattia mentale”?
La malattia mentale di origine organica è irrilevante; si, è drammatica, ma ci sono pochissime persone che hanno una malattia mentale di origine organica. Invece, la malattia mentale che deriva dal disagio sociale è quella davvero problematica perché sono moltissime le persone affette da disagio mentale perché non sono libere.

Silvano Agosti - Foto di Luca Torzolini

Per quale motivo consideri la scuola un’istituzione negativa?
Manicomio, prigione, scuola. Sono tutte cose che non hanno diritto di esistere e stranamente sono tutte cose che si assomigliano: le stesse strutture edilizie, la stessa obbligatorietà dello stare fermi in un posto. Il matto veniva immobilizzato con la camicia di forza, il bambino viene immobilizzato a scuola per cinque ore con una camicia di forza invisibile che è il ricatto della socialità “Vuoi incontrare i tuoi amichetti e le ragazzette, sia pure per mezz’ora prima e dopo la scuola? Bene, allora fai quello che ti dico io: comincia a startene zitto e non esprimerti e smettila di chiedere il perché delle cose. Stai lì seduto che te lo dico io cosa devi fare!”. E in questo ricatto ignobile, viene pian piano convinto che non è giusto il suo desiderio permanente di correre nei prati, di correre nei parchi, di salire sugli alberi, di giocare nei parchi, di andare sui muretti. Non è giusto. Lui deve fare l’ometto e deve stare seduto immobile… Una maestra ha detto ad un’amica mia “Signora, suo figlio si muove!” . Lei ha risposto “Meno male.”

Perché le persone non si informano? Chi volesse farlo potrebbe davvero arrivare ad informazioni utili?
Oggi le persone non hanno il tempo neanche per accorgersi che non stanno vivendo, come potrebbero informarsi? Informazione utile si può avere solo se si è liberi rispetto ai discorsi precedenti. Se un essere umano avesse il tempo abissale della vita a disposizione per parlare con i bambini, con gli anziani, con i muri, con i tramonti, con le stelle allora saprebbe tutto.

Che cos’è il potere oggi e quali sono le sue armi?
Il potere scrive quotidianamente le proprie sceneggiature e le proprie sceneggiate. Io credo non sia giusto parlare del potere più di quanto si parli delle fogne. La fogna è una cosa importante, ma è importante che scorra al suo livello e non tracimi, altrimenti porterà odore puzzolente, malattia e morte. Anche il potere è meglio che scorra nel solco della vanità e dell’imbecillità che sono le due caratteristiche tipiche di qualsiasi potere. Cosa c’è di più idiota di andare davanti a uomini, sparare, uccidere e poi dire “Abbiamo Vinto!!!”. Tutto quello che il potere fa è completamente idiotizzato e non ha nessun senso. Il potere è come un cancro e il mondo sta andando avanti nonostante questo cancro.
Il potere è una forza che non è mai energia benefica, come un masso che cade giù dalla rupe e può solo ferire, può solo travolgere e fare danni. Invece la potenza è quella che io amo molto, la potenza degli esseri umani di sfidare il mondo: ce l’aveva quel ragazzo a Tien an men che si è messo davanti ai carri armati dei cinesi per fermarli. Il potere è il carro armato che uccide dei ragazzi di 17 anni. Potenza è la natura. Qualsiasi forma di potere è un crimine.

Esiste la libertà di stampa?
È una domanda ridicola. È come dire: esiste una libertà di prigione? Si quattro metri quadri, uno va avanti e indietro e dice “Io sono libero!!!”. Ed è già un progresso rispetto a quelli che sono legati.

Qual è il futuro del cinema? Regalaci una profezia.
Ti dico la stessa cosa che disse Bresson: “Il futuro del cinema è nelle mani di qualche ragazzo che con quei pochi soldi che ha in tasca farà il suo film indipendentemente dalle logiche industriali”. Io ti dico che il cinema può sbocciare solo la dove c’è vita, quindi il cinema paradossalmente non è mai nato. Ci sono stati dei tentativi straordinari, quasi tutti nell’indipendenza. Dopodiché l’industria se ne appropria per dire che è lei che ha prodotto questi capolavori, ma l’industria non è capace di fare capolavori, esattamente come l’industria delle bambole, per quanto si perfezioni, non sarà mai capace di fare un bambino come sei capace tu. E vedendo il tuo meraviglioso bambino che si muove, ti chiederà “Ma hai fatto tu anche gli occhi, anche i capelli?” perché lui è abituato all’assemblaggio, capisci? È veramente triste l’esperienza del cinema industriale, nella quale esperienza tutti identificano il Cinema. È come se uno, invece di fare un figlio, comprasse una bambola.

di Luca Torzolini

Intervista a Chiara Giacobelli 1

Il finale e l’inizio sono momenti essenziali di ogni articolo, racconto, romanzo. Come hai iniziato a scrivere e che sai dirmi ora sull’ultima opera che scriverai?
Ho iniziato a scrivere alle elementari, non appena mi hanno insegnato l’alfabeto e ho preso in mano una penna. Scrivere per me è sempre stato un qualcosa di naturale e innato, nonché il luogo in cui costruivo la mia realtà parallela, magari per sfuggire a quella reale (come per ogni scrittore). All’inizio erano solo diari, raccontini, temi, cose di questo genere. Poi sono arrivati i romanzi mai terminati (a decine) e, infine, quelli ultimati.
Non ho la più pallida idea di quale sarà la mia ultima opera, perché non so quando morirò: potrebbe succedere fra tanti anni, quando sarò diventata una scrittrice affermata oppure una vecchia zittella senza gloria e senza denaro, così come domani stesso.
Ci sono, però, tante opere che mi piacerebbe scrivere prima di morire. In particolare, vorrei terminare il romanzo su cui sto lavorando ora, che parla di Clown Terapia e del delicato rapporto tra paziente-bambino e dottore. È un lavoro per me molto importante, per il quale sto collaborando con l’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze e con la Tribù dei Nasi rossi di Arezzo.

Cos’è per te la sperimentazione e cosa consideri avanguardia?
Sperimentazione è un termine che trovo un po’ abusato, inoltre spesso oggi coincide con il concetto di voler stupire o scandalizzare per forza. Per quanto mi riguarda, mi ritrovo di frequente a pensare che tutto quanto di più importante c’era da dire è già stato detto nel migliore dei modi dai classici e da chi ci ha preceduto. Forse, è allora più importante raccontare la nostra epoca, con le evoluzioni della società e quanto ne consegue, piuttosto che sperimentare per il semplice gusto di colpire o di far parlare di sé.
A me interessano le cose semplici, vere, tratte dalla realtà. Sono meno affascinata dai voli pindarici, così come, in generale, preferisco l’arte romantica dell’Ottocento rispetto alle avanguardie contemporanee. Lo so, sono un po’ nostalgica in questo senso…

In che modo si può evadere dalla tecnica senza perdere la capacità di essere chiari? Qual è il limite delle associazioni fra significante e significato, nella semiotica dei neologismi e del valicare i confini del consolidato e dell’accademico?
Il limite consiste nella volontà di essere compresi da chi legge il testo, che poi non è necessariamente un limite, basta volerlo. Ci sono scrittori a cui non interessa così tanto arrivare alla gente, evadono più per se stessi che non per gli altri.
Io credo invece che qualunque artista sia portatore di un messaggio e, in quanto tale, abbia una responsabilità sociale da cui deriva la necessità di creare qualcosa che aiuti le persone a crescere e ad evolversi, piuttosto che a disperdersi o a involversi. Ovviamente, sono tutti concetti molto relativi.
In ogni caso, non sono il genere di scrittrice che quando è mossa dall’ispirazione artistica si sofferma troppo su un neologismo o su questioni affini. Questa la trovo una materia più adatta alla poesia, o alla saggistica.
La prosa per me deve essere semplice, poco ricercata; più spazio lasci allo stile e più ne togli al contenuto, che invece dovrebbe essere l’unico protagonista.
A me hanno insegnato che il vero autore scompare tra le righe, lascia parlare i personaggi. I giochi linguistici non agevolano tutto questo, distraendo il lettore dal cuore di quella che, secondo me, è la narrativa vera e propria.

Cosa pensi delle scuole e delle accademie?
Penso che siano sempre una buona opportunità per chi se le può permettere. Io avrei voluto frequentare la Holden di Torino da anni, ma non ho mai avuto la possibilità economica di farlo. Va bene lo stesso. Si può imparare anche da autodidatti, soltanto, però, se si ha la fortuna di trovare un buon maestro, tutor, editor o come tu lo voglia chiamare. Qualcuno, insomma, che ci guidi nel cammino e ci aiuti a crescere, altrimenti da soli si rischia di rimanere sempre fermi allo stesso livello.

Intervista a Chiara Giacobelli 3

Esiste la malattia mentale?
Suppongo di sì, ma non sono un medico. Esistono sicuramente dei disturbi della mente e, d’altra parte, esistono delle malattie del cervello che causano conseguenze patologiche. Poi, ci sono tutte quelle forme come lo stress, l’esaurimento nervoso, la tristezza ecc che vengono spesso scambiate per malattie mentali (di certo molto di più nei secoli scorsi rispetto ad oggi), ma in realtà non lo sono.
Personalmente, credo che ci sia un generale abuso di psicofarmaci, o comunque di medicine che vanno a curare stati d’animo gestibili in altri modi, quando non addirittura semplici sintomi di qualcosa di più profondo che non va.
Ma si sa, questa è l’epoca in cui nessuno vuole soffrire. Si sfugge al dolore e alla sofferenza come se fossero la cosa più terribile che possa capitare a un essere umano, invece sono un’estrema risorsa e fonte di crescita.

Libero arbitrio o determinismo darviniano?
Relativismo. Trovo entrambe le definizioni, se prese da sole, troppo estreme.

Spesso si parla di impegno politico in relazione ai letterati. Tu come vivi questo accostamento?
Premesso che non mi sento una letterata, non lo vivo, nel senso che non voglio in alcun modo accostare un impegno politico alla mia arte. Sento un senso di responsabilità sociale nei confronti dei lettori, questo sì, ma non significa fare politica; vuol dire, piuttosto, cercare di contribuire con quel qualcosa che, nel proprio piccolo, possa aiutare il mondo ad evolversi in maniera positiva.

Dio o dio?
Per quanto mi riguarda dio perché sono agnostica (non atea!), ma anche in questo caso mi viene da rispondere in base al relativismo: ognuno ha la libertà di scegliere se esista un Dio oppure un dio e, allo stesso modo, ognuno ha il diritto di essere rispettato nella propria scelta.

Che ne pensi dei giornalisti che fanno domande tipo “Qual è il suo colore preferito?” o “Ho saputo che ha smesso di fumare. È vero?”? E di quelli che fanno domande lunghe 10 righe? Cos’è il giornalismo e quali sono le caratteristiche che un buon giornalista deve possedere?
Mi fanno un po’ sorridere, ma dopotutto sono dell’idea che ognuno può fare ciò che vuole, non fanno del male a nessuno, semmai li prendo come spunti per i personaggi dei miei romanzi.
Le regole del buon giornalista cozzano con le regole del buon giornalista secondo me: io ho smesso di fare giornalismo puro dopo tre anni di cronaca e spettacolo nella redazione di un quotidiano perché non sopportavo di dovermi intromettere nei fatti privati degli altri, soprattutto in situazioni gravi come lutti, incidenti, ecc. Questa è la prima regola del buon giornalista, dunque… io non sarò mai una brava giornalista, in questo senso.
Ugualmente, non sono in grado di fare la critica giornalistica, perché mi manca la spinta alla critica in generale. Penso sempre che non si sa mai chi si ha davanti, quali fragilità sta vivendo in quel periodo della vita, che cosa possa aver passato, quanto di suo possa aver messo in un lavoro e quanto potere di ferirlo io abbia o meno con una critica che magari esce a tutta pagina su un giornale. Non ho mai avuto il coraggio di farlo, per rispetto nei confronti di chi si trova dall’altra parte.
Con questo, non voglio criticare a mia volta tutta la categoria dei giornalisti. Semplicemente, penso che non sia un mestiere nelle mie corde.

Sei d’accordo con tutte e 6 le lezioni di Calvino?
So che potrò apparire alquanto blasfema, ma Calvino non è mai stato tra i miei autori preferiti. Abbiamo modi di vivere la scrittura e la vita in generale piuttosto diversi. Mi ricordo a tal proposito un esame di letteratura che diedi all’università: il professore era un grande amante di Calvino, quindi mi chiese che cosa più mi era piaciuto di lui e del suo ampio mondo letterario. Io gli risposi uno sfrontatissimo “Niente”, ma lo argomentai talmente tanto bene che alla fine mi diede 30 e lode.
Senza nulla togliere a Calvino, che di certo è un mito al pari di Salinger e molti altri, gli autori che io amo si discostano parecchio da questo tipo di realtà narrative.

“Non sono niente./Non sarò mai niente./Non posso voler essere niente./A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo.” Così inizia Tabaccheria di Fernando Nogueira Pessoa. Come si pone dentro di te lo stesso argomento?
In questo momento si pone attraverso la paura di non avere il tempo per riuscire a realizzare tutti i miei sogni, che sono davvero tanti, troppi. A dire il vero, mi basterebbe realizzarne uno soltanto, ma purtroppo non dipende solo da me.

Cosa deve avere un personaggio inventato per risultare credibile?
È più credibile se, in qualche modo, trae spunto dalla realtà: per qualcosa che si è visto, un fatto accaduto, dettagli notati sulle persone, momenti rubati. Si è tanto più credibili come scrittori, quanto più si è bravi ad osservare ciò che esiste fuori, rispetto al rimuginare sempre su se stessi.

Intervista a Chiara Giacobelli 2Come si traduce un’emozione in letteratura?
Come una magia. Non è una cosa che spieghi, accade e basta. È un dono che ti viene dato (con cui quasi sempre nasci) e che, se vuoi, puoi contribuire a migliorare nel corso della vita. Ma non lo si sceglie, né lo si compra nelle scuole: lo si possiede per natura, oppure no. Purtroppo la gente quasi sempre non conosce l’altro lato della medaglia, ovvero ciò che questo dono si porta appresso, e che spesso non è altrettanto bello né auspicabile.

Nozionismo o Immaginazione? Se entrambi, come li metti in relazione?
Li metti in relazione con la stessa magia attraverso cui trasformi un’emozione in letteratura. Più pensi a come far accadere una cosa, a come descrivere un fatto, a come veicolare un contenuto reale legandolo all’immaginazione, e più sarai incapace di farlo.
Io, per lo meno, la scrittura l’ho sempre vissuta così: d’istinto. Senza pensarci troppo. E mi piace molto questo concetto di qualcosa – chiamala ispirazione artistica, o quello che vuoi – che a un certo punto arriva, si impossessa di te e crea, nel senso più ampio del termine. È un’esperienza estremamente forte, commovente ed estenuante.

Preferisci la paratassi o l’ipotassi?
Dipende dal modo in cui mi va di scrivere quel determinato romanzo o racconto, che può essere completamente diverso e risultare il prodotto di due autrici potenzialmente distinte. In genere, però, non amo né le frasi troppo costruite alla Proust perché sono un po’ datate per la nostra epoca, ma neppure la paratassi portata all’estremo, come va molto di moda oggi. La trovo in un certo qual modo, se eccessiva, la morte della narrativa e della lingua italiana.

Esiste un equivalente letterario dei cinepanettoni?
Certo, ce ne sono a migliaia sugli scaffali delle librerie e degli Autogrill. Romanzi commerciali sfornati tutti uguali da case editrici interessate principalmente al profitto. Ma il dramma non è questo: il dramma è che la gente li compra in massa, e di conseguenza continuano a vendere milioni di copie.

Quali critiche muovi all’editoria contemporanea italiana?
Non mi sento di muovere critiche perché non sono un editore. Bisogna distinguere bene la differenza tra scrittore ed editore. Io credo che l’artista debba occuparsi di fare il suo mestiere, cioè l’arte. La critica all’editoria la lascio a chi ne conosce i meccanismi meglio di me, o tutt’al più ai giornalisti.

Ogni fine è necessariamente un nuovo inizio?
Per quanto mi riguarda, sì.

di Daniele Epifanio


Concerto dei “Samsara Blues Experiment
Barracudas, Madrid.
Venerdì 22/11/2013

Samsara Blues Experiment - Foto 2Non possedendo né un ingresso “artisti” né un backstage, l’attacco è diretto contro il pubblico. Alto quasi due metri, capelli biondi lunghi, barba aggressiva, sguardo da battaglia, uno dei due chitarristi, Hans Eiselt, si fa largo a colpi di custodia formato Les Paul tra la folla. La gente lo guarda, il pensiero è comune: “Cristo, arrivano i Vichinghi!”. A seguirlo, Thomas Vedder, moro, con gli occhiali e una barba fitta ma confusa, da pensatore, con un tamburo in una mano e uno sgabello ben foderato da batteria nell’altro. Tra i varchi che i due soldati aprono nella massa di gente, trova il tempo di infilarsi il bassista della band, Richard Behrens, nordico come gli altri due ma senza quella corporatura imponente che caratterizza i guerrieri norreni. Chi conosceva questa formazione sapeva che però mancava all’appello il fondatore, cantante e altro chitarrista della band: Christian Peters. Dal vociferare che si diffondeva tra il pubblico s’intuiva che il quarto elemento era impossibilitato a partecipare per causa di qualche virus intestinale…
Inizia il concerto senza neanche il soundcheck, i volumi sono equilibrati. Si alza un’onda di psichedelia, eco, delays, flagers, wah-wah. Interessante. Le canzoni sono senza testo e si costruiscono sopra un giro di basso sempre pulito, diretto, forte ma nel quale s’intravedono influenze Soul/Blues che trasmettono un’idea di leggerezza e di storia. Il batterista è una macchina, non perde un colpo e si districa perfettamente tra ritmi sincopati, controtempi e slanci metal. La chitarra, sempre distorta, si alterna tra assoli e ritmiche dure. Il pubblico, tranquillo ma affascinato, lascia andare la propria testa agli “headshakes”. Le canzoni variano tra alcune provate e preparate ad altre improvvisate, in cui a volte le chiusure suonano troppo strascicate o mancano di coordinazione.
Nel finale di uno dei brani, il vichingo più piccolo si avvicina al microfono e inizia a palare con un inglese molto tedesco “Do you understand English?”, domanda alquanto stravagante, “Well, as you know our band is composed of 4 elements, probably you are asking yourself why we are only three… well, the reason is SPANISH FOOD”. Un brusio gelido si diffonde tra gli spagnoli “Vorrà dire che mangiamo merda?”. Fortunatamente la ragazza accanto a me, ricoperta di tatuaggi, smorza la situazione generata dal complesso umorismo tedesco urlando “DIARREAA!”. Tutti sorridono e il concerto ricomincia.
Le canzoni continuano sulla stessa linea psichedelica, oscillante tra lo Space Rock e il Doom Metal ma sono ripetitive; la struttura è sempre la stessa, inizio mistico che poi raggiunge un apice distorto e irriverente con assoli carichi di effetti e pedali. Probabilmente il problema è la mancanza dell’altro componente della band.
Al di là della presenza scenica dovuta alla loro corporatura da invasori, della quale però dopo pochi brani l’occhio si stanca, l’attività della band sul palco è carente. Non s’impegnano in movimenti, espressioni o qualsiasi follia da riflettori per creare un rapporto più profondo con il pubblico, fanno molto formalmente il loro dovere da musicisti. Una carenza però facilmente colmabile, ad esempio con effetti visivi o video, che molto bene si associano con le atmosfere psichedeliche.
Samsara Blues Experiment - Foto 1

Qualche dubbio mi rimane però sul nome: “Samsara Blues Experiment” e in particolare sul secondo termine. Infatti interessante è la scelta di “sasāra”, termine sanscrito, che dovrebbe simboleggiare il “circolo della vita” e “l’oceano delle esperienze” e, meno originale ma egualmente adatto, il termine “Experiment”. Blues, invece, non me lo spiego. Oltre la struttura di basso il resto non ci si avvicina assolutamente, sarà forse una provocazione?

E’ comunque una band da conoscere, Live più che in studio e senza dubbio al completo.

di Vincenzo De Cesaris

 

Intervista a Cosimo-Miorelli - Foto 1Lucca. La cara, vecchia, maestosa Lucca. Con i suoi borghi suggestivi, i suoi palazzi e muraglioni antichi. E il suo esercito di cosplayers in maschera che, intasando le strette viuzze e centrandoti gli occhi con scettri del potere di plastica, regala allo scenario inedite note agrodolci. Siedo con Cosimo sullo scalone della minuscola chiesa di un’ancor più piccola piazzetta persa nei meandri del centro storico: siamo riusciti a sfuggire alla calca soffocante delle ore di punta solo per ritrovarci fra i banchetti e i ninnoli di mercatini etnici messi su per l’occasione. È stata una giornata spossante ma di grande soddisfazione per il nostro, per la seconda volta allo stand degli Editori Del Grifo del padiglione Napoleone con una sua opera inedita, “pausa” proficua dagli impegni dei suoi Live Painting e dalla campagna Kickstarter dell’ambizioso progetto Triloka. A rotazione, giganti della nona arte orbitano attorno alle sue stampe sigillate con l’inconfondibile ideogramma, da Giardino a Frezzato e così via. Ora, però, è il momento di fargli qualche domanda.

 

Bene, cominciamo… stai comodo?
Questa seduta marmorea penso mi darà dolori alla sciatica per i prossimi quattro giorni, ma sopravvivrò... cavoli, son proprio vecchio dentro!

Possiamo cominciare con…
Non finisco la frase che subito un allegro ambulante allunga con grinta il palmo della mano cercando di piazzare due accendini. “Scusa, non ora, stiamo facendo un’intervista!” esclamiamo, immobilizzandoci con le braccia in aria come per mimetizzarci col grottesco trionfo di idoli Tiki delle bancarelle circostanti. Non sembra essersela bevuta, dato che si allontana con lo sguardo furente di un indio sul piede di guerra.
Ha funzionato.
Così pare…
Non penso ci abbia creduto.

Intervista a Cosimo-Miorelli - Foto 3

Forza, bando alle ciance: dacci una sinossi! La vita, l’arme, gli amori…
Beh, sono un disegnatore… in mancanza di un termine migliore. Non mi sento solo un illustratore, tantomeno un fumettista. Al momento ho base a Berlino, dove sono arrivato dopo un sei-sette anni passati a Venezia, e prima ancora in un college in Canada… Potrei dire in realtà che sono friulano, anche se nessuno dei miei genitori lo è, ma ho trascorso un bel po’ di anni nelle valli del Natisone, un posto piovosissimo al confine con la Slovenia, in una fascia pedemontana e bilingue. Andavo a scuola lì da ragazzino. Posso dire che ho girato parecchio: trasferimenti, traslochi… E mi piace. Non riesco a stare fermo in un posto per più di… mah… diciamo quattro o cinque anni.

Un bel background, non c’è che dire… Ma come nasce l’attività, quali sono state le prime produzioni?
Beh, oddio... diciamo che l’inizio “professionale” è stato da tre anni a questa parte… ma disegno da molto, molto prima. Disegno così come un calzolaio confeziona scarpe, e con quello cerco di guadagnarmi da vivere. E con ogni declinazione del disegno: progetti di animazione, live painting, illustrazione, sequential art e branding commerciale… prendo tutto quello che viene, anche per mettermi alla prova costantemente con nuove sfide e non restare mai fermo.

La domanda più importante: sei tu il misterioso pilota X di Speed Racer?
Uhhh…. No.
Si guarda intorno distrattamente ridacchiando. Non me la racconta giusta, ma per ora meglio fare finta di niente…

Insomma, tanta strada e impegno per poi approdare agli storici Editori Del Grifo…
Sì, è paradossale… ora sono lì in stand, circondato da torri di Manara e fortezze di Pratt, a cedere la sedia a Vittorio Giardino, nientemeno… è un bell’onore, considerando anche tutte le circostanze che mi hanno portato a questo punto, alcune davvero inaspettate (oltre a un legame con Montepulciano, base operativa degli editori). Il punto è che fin da piccolo per me il fumetto è stato quello, quello che per sommi capi oggi si definisce fumetto d’autore, e che per Del Grifo è un marchio di fabbrica: ecco perché quando ho deciso di buttarmi in lavori più seri e sentiti, mi sono subito rivolto a loro.

Intervista a Cosimo-Miorelli - Foto 2Ed è con loro che hai due libri all’attivo…
Sì, uno per ogni Lucca: Trentaduedentirotti (quest’anno) e l’esordio con Athos: Appunti dalla montagna santa

Un qualche rimando a Jodorowsky?
Beh sì, abbastanza… cresciuto come sono fra L’Incal e universi limitrofi… Anche se soprattutto per mano di mio padre, che ancora oggi ha una grande influenza su di me. Athos infatti è un lavoro a quattro mani, essendo la cronaca di un viaggio, un suo viaggio, fatto prima che io nascessi e il cui racconto mi ha sempre affascinato. E’ stata una collaborazione padre-figlio, una catarsi freudiana se vogliamo, bella e utile in un certo senso visto che ad essere in due a mettersi a nudo davanti al lettore c’è meno imbarazzo.

Sorvolando sull’infelice evocazione visiva della metafora, Trentaduedentirotti invece è più tuo…
Sì, sono più io. Mi piaceva l’appeal scioglilingua della parola (e ancora di più vedere le espressioni contraddette della gente che passa davanti alla copertina). Sono io, che bruxo un sacco di notte, batto i denti, sogno sempre di romperli, ingoiarli, penso sia il nervoso, o il mio modo di affrontare il mondo, a denti stretti, tenere tutto dentro… Mi serviva uno sfogo totemico, e così è stato. C’è un sacco di mio anche dal punto di vista formale, la sperimentazione, l’horror vacui… certo avrei voluto metterci molto di più, ma com’è classico sono le cose di cui ti penti solo dopo che il volume è andato in stampa. Ho ancora molte cartucce da sparare.

Una delle quali, scommetto, è il Live Painting, uno dei pezzi forti nel tuo arsenale creativo e che sta diventando sempre di più un tuo biglietto da visita.
È una delle cose che mi piace più fare, e che mi dà moltissime soddisfazioni. Chiamiamoli Live Storytelling, all’americana, che dopo anni di IUAV la parola performance non la posso più sentire… Si lavora per lo più in digitale, con il mio collega di lunga data (e co-fondatore del Washout project) Stefano Bechini, polistrumentista favoloso, spesso di leva sui palchi di molti musicisti pop di fama internazionale. Il bello del live è proprio l’adrenalina del palco, e specie per me (che non so suonare e invidio molto i musicisti), quello è il surrogato del concerto.

Una parola: Triloka.
Il Triloka Project (mettiamo il ‘Project’ dappertutto, per dare un profilo aperto e in divenire)… è un’idea collettiva, un grande ombrello sotto il quale abbiamo riunito tante personalità da ogni zona del globo. Una storia che pesca la sua ispirazione dal folklore del sub-continente indiano, soprattutto grazie a Marc-Antoine Jean (lo sceneggiatore, e colui che più ha investito nel progetto). Dopo essere tornato dalla Cambogia e aver studiato a fondo miti e culture locali, Marc si è reso conto che erano talmente saturi di personaggi e battaglie allucinanti e visivamente potenti, da poter fare invidia agli universi Marvel e Dc. Così, come disegnatore di questa potenziale saga, mi sono ritrovato a calarmi in questo mondo che avevo visto solo in cartolina: Tanto lavoro di ricerca, ma nel complesso mi ha preso subito, specie perché a differenza dell’ennesimo supereroe patinato, qui si ha a che fare con personaggi che sono impressi nell’immaginario da secoli, scolpiti nei bassorilievi e negli idoli perduti. Personaggi che, come nel pantheon greco, sono caratterizzati da vizi e virtù decisamente umani, e da un sottotesto carnale ed erotico che non guasta. Adoro poi i landscapes, disegnare le foreste, la Giungla, gli alberi… Son stupendi gli alberi, parti con il tronco e poi ogni ramo va da sé.

Dica Trentatrè.
Trentatrè.

Intervista a Cosimo-Miorelli - Foto 4

Altro domandone: Che siano illustrazioni, arte sequenziale o live storytelling… cosa vuol dire per te raccontare? Che urgenza senti di esprimere, di dire?
Mmm. Detta così su due piedi (anzi, due natiche sul freddo marmo) posso dire che con il disegno ho trovato la mia casella. Tante persone vivono la propria vita a lungo e felicemente in passività, e non sempre necessariamente nell’accezione negativa della cosa: altre invece hanno bisogno di vedere una precisa pulsione concretizzarsi, plasmarla e lavorarci sopra. C’è chi sfoga tale pulsione sui figli, chi nell’edilizia, chi nella musica. Nel mio caso è tirare fuori delle storie, mie o anche di altri. Possibilmente delle belle storie. Questo mi fa sentire vivo. E specie in una città come Berlino, in cui tutti sembrano essere poeti ed artisti, ti aiuta anche a ritagliarti il tuo angolo di sopravvivenza.

Com’è il cielo sopra Berlino?
Eeeh, è grigio. Un pantone Cool Grey 3, direi.

 

www.cosimomiorelli.com

www.trilokaproject.com

 

di Luca Torzolini

Intervista a Marco Valerio Nati 1

Che cos'è la fotografia?
La fotografia per me è nata come mezzo di espressione.
Sentivo di aver bisogno di fare dell'arte e la fotografia era il mezzo a me più congeniale.
Il primo libro di fotografia mi è stato regalato da mia madre, era lei la "fotografa di famiglia", era lei, e prima di lei mio nonno che costringevano me e le mie sorelle, durante le vacanze, ad estenuanti ed infinite pose sotto caldi soli estivi per immortalarci davanti ad un qualsivoglia, ormai stanco, monumento!! Si sa, la fotografia è anche precisione e mia madre e' una che non lascia niente al caso!!!
Con il tempo ho comprato nuovi libri, ho studiato, finche all'eta' di 22 anni non ho deciso di comprare la mia prima reflex con la quale mettere in pratica tutte le nozioni che avevo imparato sui libri nei mesi precedenti . In quel momento mi si è aperto un nuovo mondo ed è nata una vera e propria passione dalla quale sono stato rapito completamente.
Ho cominciato a fotografare quello che mi sembrava più' semplice, quello che mi aveva dato sempre grandi emozioni senza chiedere nulla in cambio, la mia città, Roma.
Con lei ho sempre avuto un forte legame emotivo, così sulle note di " il cielo su roma" dei "colle der fomento" ho deciso che meritava la giusta ricompensa.

Perché prediligi la fotografia, moda e fashion?
Più il tempo passava e più mi rendevo conto che anche fotografare soggetti animati mi stuzzicava, ho iniziato così a scattare ritratti a chiunque si prestasse alle mie stressanti sperimentazioni, finché non ho cominciato a ricevere i primi apprezzamenti da amici e parenti, poi in rete, su i forum dedicati alla fotografia.
Da quel momento ho iniziato a concentrarmi sulla fotografia in studio ho frequentato dei workshop e mi sono tolto lo sfizio di fare una sessione con la mia prima modella professionista nello studio di un fotografo per professione.
Alla fine della sessione, incantato dalle infinite possibilità di giocare con l'illuminazione e dal feeling che si era creato durante lo shooting, avevo deciso che quello sarebbe stato il genere di fotografia che avrei continuato.

Che cosa sarebbe la fotografia senza la tecnica?
Il risultato di una fotografia è "arte", ma alla base c'è una scienza!
Conoscere ed imparare ad applicare le regole per poi sapere quando è il momento di superarle è per me un concetto alla base di ogni buon fotografo!

Intervista a Marco Valerio Nati 2

È possibile realizzare una foto, spontanea , quando si tratta di fotografia fashion?
La bellezza la vivo in maniera pura, quello che voglio trasmettere nelle mie foto è la bellezza viva, un corpo o un viso bello non sono sufficienti! Dev’essere un mix di più elementi…quello che cerco è quel tipo di immagini che trasmetta la bellezza vissuta, in modo da percepire lo stato d’animo, i sentimenti della persona e quella sensualità elegante, che coinvolge più mentalmente.
Quindi perché no, la spontaneità non potrebbe che arricchire il contenuto emotivo di un immagine dando maggiori possibilità all'utente di apprezzarne il messaggio.

Quali sono le difficoltà nel fotografare oggetti?
Dal momento dell'allestimento del set fino alla pressione sul pulsante che genera il classico "click", le cose di cui tener conto e conseguentemente le difficoltà, fotografando un oggetto, sono molteplici. Il materiale di cui è composto ad esempio. Un oggetto in metallo sarà più difficile da immortalare rispetto tessuto, nel primo caso dovremmo preoccuparci di più che le luci non creino riflettenze spiacevoli  e che lo stesso risulti gradevole alla vista dell'utente.
D'altro canto non dovremmo preoccuparci dell'imbarazzo che si viene a creare tra "modello" e fotografo, non dovremmo preoccuparci di "stressare" il soggetto con lunghe sessioni di scatto sotto luci molto calde e trucchi colanti, e soprattutto, cosa molto importante, una pentola non ci dirà mai che "non si piace".

Cosa è giustificabile e cosa no nel voierismo fotografico?
Al giorno d'oggi il limite tra foto-giornalismo e foto-cannibalismo è molto labile. E' difficile capire dove finisca la notizia e dove inizi il voyeurismo.
La fotografia al giorno d'oggi non è più solo una forma di espressione artistica ma viene spesso messa al servizio di scopi non propriamente nobili. Certo è che in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo le persone sentono spesso la necessità di distogliere l'attenzione dai problemi propri per riversarla nelle "disgrazie" altrui, quasi come fosse un modo per esorcizzare la paura. In questo senso la fotografia in quanto prodotto non fa altro che il suo dovere dando all'utente quello di cui ha bisogno.La macchina fotografica diventa il mezzo per intromettersi, trasgredire e distorcere una realtà.
Grazie alle nuove tecnologie, a nuovi telefoni cellulari dotati di obiettivi fotografici ed a macchine digitali sempre più piccole, siamo testimoni costanti di quello che accade. Se, tuttavia, per molti l’atto di fotografare si riduce in una semplice attestazione di un’esperienza e nella riduzione della stessa in immagine, per altri la fotografia non è solo il frutto di un incontro tra evento e fotografo, ma uno scambio tra tale incontro e l’evento in sé.

Quanto la letteratura e il cinema hanno influenzato la tua fotografia?
Devo molto ad entrambe per diversi motivi. La letteratura per me è stata una compagna, molto spesso un'amica, è stata lo stimolo a dare voce ai miei pensieri. Il cinema anche mi ha sempre affascinato e a lui forse devo la passione per "l'inquadratura", la scelta dei piani, delle luci e la voglia di narrare con le immagini.

Che rapporto si viene a creare fra fotografo e modella? questo rapporto può inficiare la riuscita di scatti creativi?? come cambia una persona di fronte all'obbiettivo?
Il rapporto con le modelle, che siano esse professioniste oppure alle primissime armi, è un aspetto molto importante per la buona riuscita dello shooting. Un piccolo sbaglio o una frase malintesa potrebbe mettere a disagio la modella e rovinare il rapporto di complicità e di conseguenza l'intera sessione nonché la reputazione. Le persone e i loro caratteri variano e non è sempre facile entrare subito in contatto e trovare il giusto feeling, per il resto  essere gentili e cortesi, informali ma professionali allo stesso tempo. Ridere e scherzare per rompere la tensione e per dare alla sessione il giusto grado di divertimento e piacere, cercando di non esagerare. Si deve comunque tenere un comportamento di fondo professionale.

Intervista a Marco Valerio Nati 3

Postproduzione: quando e perché?
Penso che questo sia un argomento molto controverso sul quale si debba fare una fondamentale distinzione, esistono due tipologie di fotografia, fotografia intesa come documentazione, come ad esempio la fotografia di reportage, e la fotografia cosiddetta interpretativa come può essere la fotografia pubblicitaria, di moda, oppure nel paesaggio.
Nel primo caso non è ammesso nessun tipo di fotoritocco che ne possa in qualche modo inficiare la veridicità e renderla così inattendibile, nel secondo caso ben venga l’intervento creativo perché essenzialmente ci permette di dare spazio alla creatività, di mostrare la nostra visione del mondo. Personalmente una lieve correzione del colore, delle piccole imperfezioni, che possono andare dai pori della pelle in un ritratto alla rimozione di piccoli elementi di disturbo nei paesaggi, amo sempre farla per dare alle foto quel tocco in più.

Cosa significa per te sperimentare?
tutto… o quasi ! da buon fotografo cresciuto sui libri e sul campo più che a scuola posso dire che per me la sperimentazione resta uno dei pochi, se non l'unico mezzo per conoscere. La fotografia è per me ancora in continua evoluzione, ogni giorno scopro tecniche nuove e nuovi modi per giocare con la luce, e ogni esperimento è una nuova emozione.
Quello che consiglio a tutti gli aspiranti fotografi è di sperimentare il più possibile, confrontare e perché no anche "copiare". Quante volte ho visto immagini strabilianti e ho cercato di replicarne l'atmosfera e l'illuminazione ottenendo spesso risultati differenti perché comunque intrisi del mio stile e del mio modo di vedere il mondo.

Come "leggi" una fotografia?
La prima cosa che faccio è guardarla nell'insieme, se non mi colpisce al primo impatto è difficile che io possa cambiare idea, superato questo primo passaggio analizzo prima la tecnica e il messaggio, se ne contiene uno.

Qual è il tuo ultimo progetto?
E' un connubio fra reportage e moda. Sono delle doppie esposizioni in cui sovrappongo gli interni delle sfilate di moda alla vita quotidiana spesso cruda e soprattutto lontana.
Un gioco di luci e ombre.
E' il mondo incantato della moda che si scontra con la vita di tutti i giorni.
Allo stesso tempo è il mondo crudo della moda che si insinua all'interno della quotidianità.

Perché hai deciso di fotografare interni ed esterni della sfilata?
L'idea mi è venuta durante la settimana della moda di Milano, avevo la mia analogica con me, che permette di fare questo tipo di esposizioni, e ho pensato che sarebbe stato interessante mettere a confronto, anzi scontrare i due mondi, spesso lontani e spesso molto vicini.

Quale sarà' il tuo ultimo scatto?
Non so dirti quale sarà, posso solo dirti che finchè sarò in grado di meravigliarmi, ci sarà sempre qualcosa di interessante da fotografare.

di Luca Torzolini

Oggi è un giorno
che si crede stufo di tutto
e insulto ogni uomo e me stesso e le stelle.
Brutto vizio, stufarsi.
Sarebbe meglio nascere imbecille,
e avere una moglie e un lavoro
da cui farsi imprigionare.
Meglio non essere,
come chi legge il giornale
e non capirà mai che in fondo
sono sempre le stesse quattro notizie
e l’identica solitudine incurabile
a dire al collega “Hai visto che è successo?!”

Oggi è un giorno
in cui è meglio lasciarmi stare;
mi sento come Said l’extracomunitario,
marionetta in una catena di montaggio
sgozza 1300 polli ad ogni turno.
E lento scava la fossa in cui ficcare la propria ascesi.

Po-po-pooooo! Po-po-pooooo!
1300 polli
li affronto con righe determinate,
ma di solito dico “Scappa! Sei ancora in tempo…”.
Mi fissano con la coda dell’occhio:
sono uno di quei coglioni che scrivono ancora poesie,
“poesia” una parola più antica di “museo”,
come dice il mio amico Denis.
Al museo non ci sono gelati:
c’è uno che spiega, e particolari, e pensare.
Sulla parola poesia è caduta troppa polvere.

Sono sicuro che
Said vorrà sgozzare me
quando leggerà questa poesia,
ma sono altrettanto sicuro
che non la leggerà,
perché la sue mani conoscono
solo sangue da macello.
Mai sentì
sgorgargli addosso
effluvi di sangue eroico
tra le pagine usurate dai pollici.

Ormai non m’identifico più con niente e con nessuno.
Sono senza speranza
come l’ultima parola di un condannato a morte.
Solo come il silenzio a venire.

Ho studiato filosofie di uomini
che risalivano pecore fluviali
per farsi crocifiggere sull’albero maestro.
Sentii rimbombare il loro amore infinito
nella mia piccola e cinica mente da agnostico:
avrebbero dovuto raccontare alle pecore
la loro illimitata pochezza.
Fare o ricevere violenza
non aiuta il carattere imitativo
del popolo.

Ho letto reietti
insultare perbenisti e benpensanti
dimentichi che hanno già le loro vite.
E tanto basta.

Ho sfogliato superficiali riflessioni
di uomini profondi
e le ho trovate più profonde di me,
d’ogni burrone e abisso
che credevo d’aver visto.
Sento ancora il loro disagio
correre lungo la schiena
e scavare,
prepotente scavare,
fino a raggiungere
il più placido dei nervi
e il più inutile dei capillari
e non fermarsi.

Confutando ogni teoria
ho intravisto la Verità
fumare la sigaretta perfetta e irriducibile
della sconfitta umana
al disco-bar;
l’ho osservata ansimare per la bionda sul cubo
e pensare “Ad un porco non si può leggere la divina commedia!”
Poi si è avvicinata, le ha messo una mano tra le gambe,
e non ha dovuto spendere neanche una bugia.

Non mi dà più conforto alcuno
l’amicizia con i pochi intellettuali;
mi sfinisce l’attesa del bimbo deforme che porto in grembo
e la possibilità (pressoché nulla) di toccarti con queste parole
dove posso ancora farti male,
con lo schifo più violento che provo per te.

Non mi confortano, davvero,
il successo, il denaro e le donne,
offerti come un pacchetto vacanze
a chi si sente già arrivato
disilluso dall’idea che l’ha portato fin là.

Provo tristezza, un’infinita tristezza assassina
per chi invidia la fortuna dell’altro
che nascosto piange ossessioni di mercurio:
rosica per un dio perfetto al quale non potrà parlare. Mai.
Il divo tanto amato da un fan insignificante.

Ma mi alzo ancora al mattino tardi,
con in bocca gli eccessi della notte ,
e mi arrendo al mondo lettera per lettera
declamando alle pareti
poeti che ancora non conosco.

Ma mi muovo ancora, tra le folle,
con la patologica imperfezione che contraddistingue qualunque essere umano
e mi arrischio a castigarvi fonema per fonema
declamando di fronte a voi,
poeti che ancora non conosco.

di Luca Torzolini e Daniele Epifanio

In un nascosto paese del Lazio, immerso nella poesia che la natura costantemente e gratuitamente ci dona, siamo andati ad incontrare Fabio Piscopo, pittore figurativo e scultore fiorentino. Un artista che non definisce le proprie produzioni artistiche come “opere” bensì come “realizzazioni” e che racconta con un sincero sorriso sulle labbra di quando, in seconda media, bravissimo in tutte le materie, venne rimandato a causa della sua insufficienza in disegno: “il bello è che avevo già deciso di frequentare in futuro solo ed esclusivamente il liceo Artistico come scuola, volevo imparare a disegnare […] nell’opera, quadro,  scultura, ceramica non metti l’oggetto, bensì un tuo pensiero. Per trasmettere tale pensiero però, devi essere in grado di formulare un discorso. Ad esempio, nel linguaggio parlato per saper formulare un discorso non puoi solamente saper spiccicare l’italiano, devi conoscere la sintassi, la grammatica, un poco di etimologia delle parole; insomma devi avere un minimo di formazione così da essere un bravo comunicatore. Nell’arte figurativa gli strumenti sono diversi ma il concetto è sempre quello. Sapendo che tutto ciò che m’insegnavano non era propriamente definibile come arte, mi sono iscritto al Liceo Artistico: volevo poter padroneggiare gli strumenti da utilizzare per esprimere ciò che volevo esprimere.”

Intervista a Fabio Piscopo 1

Fabio, qual è il messaggio della tua arte?
Per me che ho scelto di comunicare attraverso “il segno” è un po’ difficile dirlo a parole.
In ogni mia realizzazione però vi è l’umanità, al centro di tutto c’è l’uomo. È inutile andare a ricercare altri benesseri all’interno della vita se per primo si esclude il rapporto con gli altri uomini. Il messaggio potrei definirlo come “amore”, nel senso grande del termine. Non come quello che nasce tra un uomo e una donna o nella sua accezione carnale, bensì nelle interazioni tra tutte le persone. Se ci fosse questo tipo di sentimento tra tutti gli uomini, il politico, dall’alto della sua posizione, farebbe gli interessi di tutti e ognuno, concorrendo al bene dell’altro, concorrerebbe anche al proprio: nessuno cercherebbe di fregarsi. Questo è il mondo ideale che noi chiamiamo “utopia”, ciò però non significa che non potrebbe esistere.

L’arte per te è un fenomeno sociale o naturale?
Io credo che l’arte sia insita dentro ciascun individuo, tutti al momento della nascita hanno la creatività insita nel proprio io o nella propria testa. Poi per un motivo o per un altro c’è chi la mantiene e c’è chi invece la soffoca e ciò accade nei primissimi anni di vita, quando si è ancora bambini. In seguito ci sono momenti in cui da fastidio avere questo cervello, questo “io creativo” e dunque ci si adegua alla società, ci si adegua alla normalità per avere una vita meno contrastante e meno contrastata. Invece c’è chi quest’arte la coltiva, chi vive bene dentro questo “io diverso” e che dunque coltiverà la propria predisposizione innata sviluppando il senso artistico, il senso critico e imparando ad accettare i disagi e le bellezze che la vita ci offre…
La vita da artista… sai, delle volte mi ritrovo a parlare con gente che mi dice <<beato a te che fai questo, beato a te che hai scelto di vivere così, beato a te che puoi fare quello che ti pare…>> la domanda che mi viene sempre spontanea è <<ma perché non lo fai anche te?>> loro dicono <<ah no… io ormai…>>: bene questa è la negazione dell’arte, quando uno dice <<io ormai sono distrutto>>, ma chi t’ha distrutto dico io? Una persona può riprendere la propria creatività anche se per 20-30 anni l’ha rinnegata. Ci vuole un minimo di coraggio… neanche molto in fondo, certamente non pari a quello di cui si ha bisogno per affrontare una malattia.

Qual è una delle tue più profonde paure da sempre?
Forse la banalità. Ritrovarmi a essere piatto e non avere, la mattina quando mi sveglio, più nessun entusiasmo. Pensare che quella mattina sarà uguale all’altra…
Ad esempio, mi ha sempre spaventato il così detto “lavoro giornaliero”, senza un minimo di emozione, diversità o creatività nei confronti della giornata. Mi angoscia l’idea di ripetere il gesto, di partire, di andare, di tornare, di vedere, di mangiare, di dormire per poi ricominciare da capo sempre lo stesso ciclo… vivere dentro questo senso di noia per poi arrivare sino alla vecchiaia e alla morte. La maggior parte delle persone arriva in fondo alla vita non vivendo più, sono già morte prima; sono morte dal momento in cui hanno iniziato la famosa “carriera”: la carriera del lavoro, della famiglia o dei rapporti con la società… questo modo standard di vivere.

Possono esserci compromessi nel corso dalla vita?
No no no…. Compromessi non devono esserci, assolutamente. Se hai un compromesso e un senso della vita creativo prima o poi questo compromesso ti crolla, o crolli te o crolla lui. Non ci devono essere compromessi ma una chiarezza totale, poi le persone che ti stanno accanto ti devono accettare o non accettare per quello che sei. Non bisogna poi essere spaventati dalla solitudine poiché, se vissuta coscientemente, non è solitudine quanto pienezza del proprio essere. Quando una persona impara a vivere bene nella propria solitudine, vive benissimo anche insieme agli altri.

Intervista a Fabio Piscopo 2

Cosa significa per te “sperimentare”?
Prima di tutto la sperimentazione è una distruzione di ciò che sai e di ciò che ti è certo. Io ho delle sicurezze, dal momento in cui violento queste sicurezze, ho la possibilità di scoprirne di nuove. Quindi la ricerca è non aver paura di andare oltre il conosciuto, oltre il certo, oltre ciò che da sicurezza e pane quotidiano.

Cos’è la “perversione”?
La perversione è tutto ciò che è contro la naturalezza. Uno che si abbuffa di pasta asciutta è un pervertito o uno che si abbuffa di vino è un ubriacone, mentre gustare un bicchiere di vino è un'altra cosa; anche nel sesso è così. La perversione è sempre qualcosa che va oltre il naturale. Non credo che in natura essa esista, dunque se vai contro ciò che è naturale, vai contro la tua stessa natura.

Se mancassero 6 ore alla fine del mondo, cosa faresti?
Mhà… guarda penso che continuerei a fare quel che sto facendo. Effettivamente sono diversi anni che penso alla mia fine e sono dunque diversi anni che penso a gustarmi ogni momento, invece di continuare ad affrettarmi. Se dovesse finire il mondo tra sei ore, credo che rallenterei ancora di più, proprio per gustarmi ogni secondo di quel che sto facendo, perché tanto correre sarebbe inutile.

Spenderesti tempo anche per aggiustare quella mattonella incrinata?
Ahahah… Beh se mi trovassi nel momento in cui la sto aggiustando finirei di farlo. Non importa se aggiusti una mattonella o fai un quadro, tanto è la stessa cosa, arriva la fine no? L’importante è che quel che stai facendo tu lo viva… non è che cosa fai ma come lo fai.

Credi che le cose finiscano?
Si, un’opera finisce… ma solo perché ne deve iniziare un’altra. Lo stesso è per il rapporto con le persone. Quando un rapporto finisce è sempre una cosa orribile, un rapporto non dovrebbe mai finire, perché poi rimangono solo rabbia, rancore ­­­­e negatività; il rapporto dovrebbe evolvere. Il finire di una relazione dovrebbe essere il suo trasformarsi. Ad esempio, posso avere un rapporto amoroso o sessuale molto stretto con una donna, poi improvvisamente esaurirlo, per tanti motivi dipendenti o meno dalla volontà di entrambi, però questo rapporto dovrebbe rimanere vivo, rimanere costruttivo, dovrebbe percorrere un’altra strada rimanendo però sempre in cammino, un cammino evolutivo, in avanti.
Il rapporto che finisce è stato un avanzamento, un qualcosa che ha accresciuto la tua personalità… perché distruggere qualcosa che ti ha arricchito?

di Lisa Gyongy

Un giorno ci sei - Lisa Gyongy

Un giorno ci sei. Un giorno non ci sei più.

Marta, fisico esile, capelli bruni sempre raccolti in una coda tirata stretta al centro della nuca. Occhi castani, grandi, leggermente sporgenti. Denti perfetti. Dodici anni compiuti da un mese e due settimane. La mia migliore amica, la mia gemella d’anima. Noi, separate solo da una semplice “T”.
Non si hanno sue notizie da due settimane.
La polizia mi ha interrogata. Sono stata l’ultima a vederla e l’ultima a ricevere una sua chiamata.
Io e lei, nel cortile della scuola, alle quattro e mezza di due settimane fa.
Dopo le lezioni siamo rimaste a chiacchierare del ragazzo che le piace, il biondo Antonio, perché le aveva lanciato un bigliettino sul banco durante l’ora di matematica ed era tutta eccitata. Diceva: “Venerdì cinema con Davide. Tu e Mara venite?”.
T. indossava la maglietta azzurra con il sorriso di un gatto fatto di brillantini, jeans neri attillati e Converse nere. La più bella di tutte.
Le brillavano gli occhi. Stavamo architettando di andare a farci l’orecchino al naso... Io avrei falsificato la firma per lei, e lei per me.
Quel venerdì doveva essere il nostro venerdì. Il primo bacio...
Non che a me Davide piacesse particolarmente, ma il fatto di poter condividere un momento così importante con lei... beh, con chi avrei avuto il mio primo bacio era solo un dettaglio.
Il giorno dopo avevamo il test di scienze, ma non ne abbiamo parlato, troppo impegnate a pianificare i nostri piccoli intrighi.
Siamo partite da scuola che erano le quattro e quarantotto, lo so perché mi ha chiamato mia mamma per dirmi che stava tornando dal supermercato e che se eravamo ancora a scuola poteva darci un passaggio. Non l’abbiamo voluto... volevamo parlare ancora un po’ senza orecchie indiscrete.
Abbiamo percorso via Galileo fino a via Marconi, poi all’incrocio con via Dante ci siamo fermate a definire gli ultimi piani. Ci siamo abbracciate e ci siamo separate, io verso casa mia, lei verso casa sua.  Tanto ci saremmo sentite da li a poco su internet.
Era allegra, mi ripeto, non c’era niente di sospetto nel suo atteggiamento, niente che mi avesse messa in allarme. Era la mia solita Marta.
Sono arrivata a casa che erano le cinque e un quarto. Tullio era già piazzato davanti al computer, quindi dopo averci litigato un po’ ho mandato un messaggio a Marta per dirle che non avevo accesso a internet e mi sono messa a mangiare una barretta di cereali e cioccolato davanti alla televisione. Poi mi sono ricordata del compito di scienze, ho preso il libro e ho cominciato a ripassare, stando sempre davanti alla televisione.
Alle cinque e trentadue è arrivata mia mamma, che nel frattempo si era attardata al supermercato perché aveva incontrato un’amica. L’ho aiutata a mettere via la spesa, mi ha rimproverato per il fatto che studiavo davanti al televisore e mi ha raccontato dei pettegolezzi freschi freschi.
Alle cinque e quarantadue Marta mi ha telefonato. Avevo la vibrazione, la televisione accesa, mia mamma che mi raccontava le cose e mio fratello Tullio con la musica accesa.
Non l’ho sentito...
Alle cinque e cinquantuno ho visto la chiamata e l’ho richiamata con il telefono di casa un minuto dopo. Il telefono suonava occupato, o spento. Le ho mandato un messaggio spiegando perché non avevo risposto e di squillarmi appena era libera.
Alle sei e quindici ho riprovato a chiamare. Poi alle sei e mezza, e alle sei e trentanove ho chiamato a casa sua.
Ha risposto sua madre. Appena le ho chiesto di passarmi Marta è rimasta in silenzio per qualche secondo, poi ha detto: “Ma non è con te?”
“No... ci siamo separate all’incrocio.”
“Aspetta un secondo, magari è chiusa in camera e non l’ho vista entrare. Arrivo subito.”
Suono dei suoi passi verso la camera di Marta, bussa, apre.
“No, non c’è... pensavo che ripassavate scienze insieme... Ma l’hai chiamata sul cellulare?”
“Certo, tre volte, ma sembra occupato, oppure spento... per quello ho chiamato a casa.”
Silenzio.
“Ok, provo a chiamarla anch’io. Fammi sapere se ti risponde.”
Abbiamo messo giù. Ho aspettato qualche secondo prima di richiamare, non volevo rubare la linea a sua madre. Suono di telefono spento. Riprovo dopo qualche minuto.
Ho comunicato la mia preoccupazione a mamma e le ho detto che volevo uscire a vedere se non si fosse fermata da qualche parte per strada, forse era per quello che mi aveva chiamata e poi la batteria del telefono si era scaricata.
Ho pensato: “se ha incontrato Antonio e l’ha baciato non le parlo mai più.”
Mia madre ha detto che veniva con me.
Siamo uscite, abbiamo camminato veloce fino all’incrocio con via Dante e abbiamo proseguito per via De Piscopo, poi via Serafino Uberti camminando lentamente e guardando dentro tutte le traverse. Io tenevo il telefonino in mano, pregandolo di farmi arrivare un messaggio di Marta. Ho chiamato Alice, tanto per sapere se l’aveva sentita e mi ha detto di no e perché.
Ho mandato un altro messaggio a Marta: “T dove6? Ci stiamo preoccupando. Risp!!!!”.
Alle sette e dieci eravamo davanti a casa di Marta. In quel momento sua madre mi ha richiamata e le ho detto che eravamo li davanti. Ha aperto la porta e ci ha fatto entrare.
Aveva l’aria molto preoccupata.
Ha chiamato suo marito. No, non aveva sentito Marta. Ha chiamato la nonna, no Marta non era con lei.
Alle sette e mezza la mamma di Marta ha pronunciato per la prima volta la parola polizia. Mia mamma ha cercato di sdrammatizzare.
Alle otto la mamma di Marta ha chiamato la polizia. Le hanno detto di stare calma, le hanno chiesto le generalità di Marta e hanno detto che spesso questo tipo di sparizioni si risolvono nel giro di dodici ore.
Mamma ha chiamato papà a lavoro dicendogli che ci fermavamo a casa di Marta e ha chiamato Tullio dicendo che papà arrivava presto.
Ho chiamato Luisa, Marco, Dalila e ho esitato sul numero di Antonio. Alle nove è arrivato il papà di Marta.
Alle nove e dieci abbiamo richiamato la polizia. Alle nove e quaranta sono arrivati due poliziotti. Si sono fatti dare una foto di Marta, gli ho descritto come era vestita. Sono usciti a fare un giro, poi sono tornati e hanno chiamato altri poliziotti.
Alle undici e mezza ci hanno detto di andare a casa. Ho fatto promettere alla mamma di Marta di chiamarmi a qualsiasi ora.
Ho provato a chiamare Marta altre dieci volte, se non di più, finché non sono crollata addormentata verso l’una di notte.
Mi sono svegliata alle sette, ho pianto per frustrazione non trovando nessun messaggio e nessuna chiamata, ho riprovato a chiamare,.
Alle sette e mezza mi ha scritto un messaggio Alice, per sapere se avevo trovato Marta. Non le ho risposto. Alle sette e quaranta ho chiamato a casa di Marta, ha risposto il fratello dicendo che non avevano sue notizie. Era sconvolto, avevano passato tutti la notte in bianco.
La polizia iniziava a girare per il quartiere con i cani. E poi fuori dal quartiere, e poi nelle campagne.
Alle nove ho ricevuto un messaggio di Marco, mi sfotteva per non essere a scuola a fare il compito di scienze. Non gli ho risposto.
Ho chiamato Marta a scadenze irregolari fino all’una, le ho mandato tre mail, poi ho ripercorso la strada verso casa sua e sono rimasta a guardare il viavai di gente nel suo salotto fino alle sei di sera. Poi è arrivata mia madre, mi ha sgridata per il fatto di essere uscita di casa senza dirlo, mi pensava a scuola... poi mi ha abbracciata.
Ho mandato un messaggio ad Antonio. Nel frattempo la polizia mi ha riconosciuta come ultima persona ad aver visto Marta. Gli ho raccontato tutto, più volte. Poi hanno chiamato Antonio e sono andati a casa sua.
Filippo, il fratello di Marta, mi ha raccontato che durante il giorno hanno interrogato tutti i famigliari, compresa la nonna, e alcuni vicini.
Ho riletto tutti gli ultimi messaggi scambiati con Marta, ho guardato le foto che abbiamo fatto insieme.
Volevo andare in camera sua, ma non me l’hanno permesso.
Alle otto sono tornata a casa. Ho acceso internet, ma niente.
Ho passato la notte in mezzo agli incubi. Marta mi chiamava, ma non aveva voce.
Il giorno dopo mia madre mi ha detto che era meglio andare a scuola. Mi sono rifiutata. L’ho pregata di portarmi a fare un giro in macchina per la città. Sono rimasta incollata al finestrino, sussultando ogni volta che vedevo il colore azzurro.
Venerdì ho ricevuto un messaggio da Antonio, chiedeva come stavo e se sapevo niente di Marta. Gli ho detto che non sapevo niente... e gli ho chiesto come stava lui. Mi ha mandato “:(“.
La sera hanno parlato di Marta in televisione. Marta ha sempre sognato di andare in televisione...
Lunedì ho litigato con mia madre perché non volevo andare a scuola, ma poi mi ha convinta, anche perché mi aveva scritto Alice dicendo che dovevamo organizzare una ricerca personale, che aveva già coinvolto quasi tutta la nostra classe e la B.
Mia madre si danna per non aver insistito a venirci a prendere. Io mi danno per non aver detto di si.
Soprattutto... alle cinque e quarantadue mi ha chiamata. Io non ho risposto.
Sono passate due settimane.
La polizia non ha trovato niente. Al telegiornale parlano sempre meno di Marta, niente scandali, niente di marcio nella sua famiglia o in quelle dei vicini. Non hanno nemmeno trovato il suo cellulare, o un pezzo di vestito, un libro, una matita... da nessuna parte...
C’è un poliziotto che mi piace molto, si chiama Claudio Rotolo. Buffo come nome. E’ stato il primo a interrogarmi. E’ molto gentile e spesso, con la scusa di chiedermi qualche altro dettaglio, mi chiama per aggiornarmi sull’indagine in modo discreto e per mostrarmi il suo sostegno e la sua dedizione nella ricerca di Marta.
Sta iniziando la terza settimana.
La chiamo ancora, ogni giorno. La mattina appena sveglia, nella pausa pranzo e la sera prima di andare a dormire.
C’è una nostra foto che amo particolarmente. Era il giorno prima del suo compleanno. Eravamo andate in riva al lago con l’intento di farci delle belle foto da mettere sul nostro profilo internet.  Avevamo finito per farne tantissime e una più scema dell’altra.
Marta sorride mostrando tutti i denti e strizzando gli occhi, con il collo allungato. Io rido di rimando per la sua faccia buffa e ho gli occhiali tutti storti. Dietro di noi il lago scintillante e un pezzo della panchina verde su cui eravamo sedute.
L’ho stampata grande e l’ho messa sulla mia bacheca con frasi di magica preghiera: “Marta torna”, “Marta so che stai bene”, “Marta sei la mia T.” “So che ti troverò presto”. Le ho scritte lentamente, ripassando ogni lettera dieci volte... mi dicevo, al decimo giro Marta mi chiamerà. Alla prossima lettera Marta mi chiamerà. Se ripasso questa lettera dieci volte senza uscire dai bordi Marta mi chiamerà.
Il gruppo di ricerca creato da Alice non ha avuto molto successo. Siamo usciti un fine settimana correndo per tutte le strade, fermando la gente e chiedendo se avessero mai visto questa ragazza. Ci rispondevano “Sì, in televisione”. Marta! Sei famosa! Come devi essere orgogliosa!
Marco aveva portato anche il cane di sua madre, un perfetto segugio che non smetteva un attimo di abbaiare in modo isterico. Anche Antonio era venuto con noi, e Davide, e la stronza della B che voleva solo far vedere quanto fosse brava a venire con noi sfigati a cercare Marta.
Avevamo iniziato con entusiasmo, eravamo sicuri del nostro successo, tanti piccoli investigatori. Ma dopo qualche ora i miei compagni avevano iniziato a strascicare i piedi, a inviare messaggi dicendo che avevano guardato dappertutto, chiesto ovunque, ma niente.
“Marta, se leggi questi messaggi, fammi uno squillo...”
“T, ti voglio bene, sappi che ti stiamo cercando!!”
“Mi manchi.”
“Se qualcuno ti sta facendo del male giuro che se ne pentirà tantissimo!!! Sai quando mi trasformo in ragno viscido e puzzoso, ecco!!”
“T torna da me.”

Primo mese.

... Ho solo dodici anni! Cosa posso fare!? Oggi mi sono messa a piangere al telefono con Claudio. Mi ha detto di non perdere la fiducia. E come faccio? Come faccio?
La famiglia di Marta ha organizzato una fiaccolata in suo onore. C’era tantissima gente. Foto di Marta su grandi cartelloni, frasi dolci dedicate a lei. Marta, sei una star.

Due mesi.

Ho aperto un blog, me l’ha consigliato il mio psicologo.  In realtà mi ha consigliato di scrivere un diario, dove scrivere tutte le cose che voglio dire a Marta...
Sto ricevendo molta solidarietà, da posti anche molto lontani. Marta, la gente ti vuole bene.
Grazie.

Tre mesi.

Alice mi sta molto vicina, ci vediamo spesso e mi parla di tutto. Molto più di prima. Le ho urlato contro e le ho detto che non prenderà mai il posto di  T.
Inizio a perdere i contorni del suo viso. Quando chiudo gli occhi e li strizzo non riesco più a vederla per intero. Cerco di seguirne i contorni con le dita... Vedo un suo occhio, il lobo dell’orecchio, i capelli tirati vicino alla coda di cavallo...
Non la vedo più intera.
“T. T. T. T. T. T...”

Quattro mesi.

Antonio mi ha confessato che quel bigliettino l’aveva scritto a Marta, sì, ma che era rivolto a me... era me che voleva invitare al cinema. Gli ho urlato contro, dicendo che non aveva il diritto di rovinare l’ultimo sogno di Marta.

Cinque.

A scuola Marta sta diventando un argomento da evitare. Nessuno mi guarda in modo diretto, nessuno mi guarda dritto negli occhi, è come se fossi sparita anch’io...

Sei.

Hanno fatto una messa per Marta... come se fosse morta. Non ci volevo andare, ma mia madre mi ha fatto ragionare e mi ha convinta per rispetto alla sua famiglia. Il prete ha detto che Dio è con lei, non è da sola. Gli  ho urlato contro e gli ho detto che è di noi che Marta ha bisogno.

Sette.

La nonna di Marta è morta. Il suo cuore era troppo pieno di dolore.
“T., noi ti aspettiamo sempre”.

Otto.

Nove.

Dieci.

È il suo tredicesimo compleanno. Le piaceva il tredici, diceva che a tredici anni si inizia a diventare donne.
“Buon compleanno sorella mia! Ti ho comprato una cosa bellissima, sono stata tre ore dentro al tuo negozio preferito! Volevo comprare tutto! Vieni a prenderla, ti aspetto.”

Undici.

Dodici.

Marta, ti vedo come una statua di cera, immobile, liscia, eternamente bella e fragile allo stesso tempo. Ti sogno. Faccio incubi.
“T. non mi lasciare sola. Ti prego...”
Altra fiaccolata per questo anniversario che non vorrei ricordare. Meno gente della prima volta. Marta. Hai deciso di sparire, e l’hai fatto in modo delicato, come il tuo carattere. Niente colpi di scena, niente scandalo.
Niente.

Due anni.

Vorrei solo sapere cosa ti è successo. Dove sei. Cosa fai. Come sei diventata... Chi è stato.

Tre.

Vorrei solo sapere se sei ancora viva.

Quattro.

Vorrei.

Cinque, sei. Sette. Otto. Nove.

Dieci.

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