Holy EYE

CERTIFIED

di Emiliano Ventura

 

Ho sempre avuto interesse per i progetti letterari non compiuti, molti gli esempi di celebri scrittori con taccuini colmi di idee non sviluppate, da Baudelaire a Mario Pomilio, piccole crisalidi letterarie che attendono il tempo della maturazione.
Tra i tanti penso a Dino Campana che tra i suoi progetti mai realizzati aveva in mente di pubblicare un Faust. Questa idea è stata ripresa e compiuta da Carlo D’Urso, autore di questa versione moderna del racconto Faustiano.
Parte da lontano questo mito che incarna la tragedia della conoscenza; nell’antico testamento l’uomo viene cacciato dal paradiso perchè ha colto il frutto della conoscenza.
Nell’era precristiana i greci raccontano la punizione di Prometeo, colui che aveva osato consegnare il fuoco all’uomo, con questo gli aveva donato l’arte della tecnica e della conoscenza; come premio Zeus lo lega alla roccia con un’aquila che gli mangia il fegato, la sua colpa è di aver insegnato all’uomo e di avergli consegnato un sapere.
Variazioni di miti che tornano nel pensiero cristiano che si afferma scalzando la cultura greco-romana. Epoca tra le più travagliate e affascinanti, penso al racconto di Plutarco dove si narra di una voce che spande nel mediterraneo il grido: “Il grande Pan è morto”, indicando così la fine del mito e della cultura greca, l’aneddoto non è immune da un’idea di nostos, una nostalgia che non è priva di desiderio, per dirla con Luzi.
Il cristianesimo si andava lentamente sostituendo nelle coscienze degli uomini, da culto perseguitato, o almeno minore, si andava trasformando in carnefice. Una volta approdato al potere si trasforma nel potere che aveva combattuto, con l’aggiunta di un acredine aumentata dalla frustrazione e dal fanatismo dei votati al martirio; su questo argomento Cioran nel suo Il Funesto demiurgo ha scritto pagine di sublime prosa filosofica.
L’imperatore Giuliano, detto l’Apostata, nel IV sec. d.C., aveva sperato nella restaurazione del culto, una morte precoce ha impedito il suo sostegno alla causa della filosofia e del mito greco. Come non provare ancora commozione di fronte alle parole di Libano nel suo In difesa dei Templi, dove chiede che vengano rispettati gli antichi culti e gli antichi dei.
Ipazia, filosofa neoplatonica cresciuta nell’alveo dell’ellenismo alessandrino del V sec. d.C., è stata massacrata dai cristiani del vescovo Cirillo, fatta a pezzi con cocci e vetri, per ciò che il suo fervore di conoscenza rappresentava, la sua colpa era di insegnare e perseguire la ragione dei greci.
Uno dei padri della chiesa, Tertulliano, afferma che dopo la venuta di Cristo non si deve più essere curiosi, tutto è stato rivelato, il naturale istinto di sapere viene castrato da questi chiosatori del ‘verbo’. Da quando si è affermato il culto e la morale cristiana, l’anelito della conoscenza ha seguito traiettorie sotterranee e carsiche, quasi a ritrovarsi nelle catacombe dell’ufficialità come avevano fatti i loro perseguitori.
Non posso fare a meno di constatare in un quadro simile come sia di gran lunga preferibile, e auspicabile, rivolgere l’attenzione a coloro che si sono opposti a questa visione, vi è maggior ricchezza e simpatia per gli eretici che per i santi; Ireneo di Lione (II-III sec. d.C.) dice: ”gli eretici parlano come noi, ma pensano diversamente”, è quella diversità dall’ortodossia a rendere affascinate l’eretico.
È da questo mondo tartaro e autoctono che emerge il mito di Faust, lo ‘scienziato’ (o Alchimista) che anela alla conoscenza, il mito proviene dalla Germania e da Wittenberg, una cittadina universitaria intorno a cui orbitano i nomi di Lutero, Amleto e Bruno.
Ogni istituto di potere che sia religioso o politico, istituisce i suoi dogmi a cui ci si deve sottomettere, la pena varia dalle epoche e passa dalla morte all’isolamento, allo sberleffo e alla messa in ridicolo o alla damnatio memoriae di chi non si sottomette.
Ridicolo è solo chi si crede depositario di verità assolute, ridicolo è chi mette i libri all’indice, chi pratica censura.  Eretico è etimologicamente colui che fa una scelta diversa, Faust per la conoscenza sceglie di dannarsi da solo, e non vi è scelta più assoluta e radicale.
Quando Marlowe ne fa il protagonista della sua tragedia, la modernità del testo consiste nella scelta del protagonista, non un re o un personaggio storico, ma uno ‘scienziato’, uno che per amore del sapere non esita a cedere l’anima al diavolo.
Il drammaturgo inglese scrive la sua tragedia in piena controriforma, nell’epoca (il XVI secolo) che vede la Chiesa reagire alla riforma protestante con il concilio di Trento che stringe ancora di più il cappio dell’ortodossia, di lì a pochi anni molti moriranno sul rogo per non aver creduto ai dogmi, per aver cercato una libera filosofia.
Questa figura che nasce in Germania ma ha echi nel mito di Prometeo, ha affascinato poeti e scrittori da Marlowe a Goethe, da Pessoa a Campana e questo la dice lunga sui nomi con cui ha deciso di misurarsi Carlo D’Urso.
Il suo Faust è ancora figlio dell’epoca della crisi, ha fatto sua la denuncia di molti pensatori e poeti, molti dei quali riconoscibili, affioranti come frammenti del naufragio della conoscenza e delle lettere: Byron e Nietzsche tra tutti sono i fari che ha seguito. Soprattuto il primo, il poeta inglese ha  i tratti satanici del mito con il suo logorarsi fisicamente dalla passione della vita e delle lettere, come se un fuoco interiore lo avessere consumato anzitempo. Morto poco più che trentenne sui suoi organi interni furono ritrovati segni di consunzione tipica degli anziani. A Nietzsche si riconducono i continui riferimenti a Zarathustra resi pienemante nella scena del teatro.
Il Faust di D’Urso cresce su questo terreno fertile e coltivato da secoli, lo scritto ha la duplice natura dell’uomo medievale, e i diversi significati della stessa letteratura.
Nessun scalpellino intento alla costruzione delle cattedrali credeva di essere un semplice operaio o muratore, ma sapeva di essere geometra e alchimista; ogni artigiano, dal fabbro al dipintore, sapeva di essere stato iniziato a dei segreti per la sua arte, solo noi moderni ci siamo rassegnati ad avere una sola identità nella mediocre burocrazia del nostro operare.
Così questo Faust può essere letto per diletto come se fosse un racconto gotico ottocentesco, e non mancano i richiami a questo genere, ma è soprattutto un’opera di iniziazione (o controiniziazione) un cammino di conoscenza che principia proprio con una bevanda, da lì il lungo cammino di perdizione e di eroico furore che porterà Faust sì alla perdizione ma anche alla conoscenza, al rifiuto del suo stato asinino. I continui riferimenti al ‘libro’, all’opera dello scrittore in fieri, alla traduzione, lasciano indicare il processo di evoluzione e di cresita dello scrittore, del ricercatore e dell’uomo.
É difficile trovare questa molteplice chiave di lettura nella coeva letteratura della chiacchiera e della cronaca, D’Urso attualizza ancora i quattro significati dell’opera letteraria di cui parlava Dante nella famosa epistola a Can Grande Della Scala. Per arrivare a tanto ha però bisogno di più tecniche di scrittura, infatti il testo cambia tono in diversi punti e resiste bene nell’insieme (tra dialoghi, musiche, eserghi e prose poetiche, trasporti di tempo, veglia e sonno) nella sua metafora di contro iniziazione, di rifiuto del presente, del suo essere Inattuale come i quattro scritti nicciani.  È una forma mista di scrittura che trova nei contemporanei pochi esempi, penso a Teorema o alla Divina mimesis di Pasolini.
Per presentarci questo mito che ha radici antiche che si protraggono nel medioevo, D’Urso non ha altra via che usare una tecnica che proviene dagli stessi anni.
L’attualità di questo mito risiede ancora nell’anelito di conoscenza, o nella tragedia della conoscenza, nella voglia, nonostante tutto, di continuare a fare ricerca.
Oggi Faust può essere il ricercatore universitario, colui che contro l’affiliazione alle sette, alle chiese, ai partiti continua a tentare una libera ricerca, per lui il Mefistofele ha il volto kafkiano dell’impiegato ministeriale che gli sottopone un contratto da fame (quando e se glielo sottopone) e da precario, non promette niente e non chiede niente in cambio, tanto il Faust odierno, il ricercatore, sa già di essersi dannato l’anima da solo.

di Domenico Pantone


Che ci sia proprio il cinema dietro quelle videocassette anonime minacciosamente recapitate a Georges Laurent (Daniel Auteuil) non parve ipotesi peregrina nemmeno a Roberto Escobar (“niente è vietato alla sua onnipotenza, nell’universo separato che è ogni film”). Tormentato dall’invio di misteriosi piani-sequenza che riproducono immagini quotidiane della sua vita privata, Georges, critico letterario per la televisione, è costretto a un’accidentata quanto infruttuosa anamnesi di un funesto misfatto infantile. La “quest” psicoanalitica percorsa dal protagonista, innescata dal mezzo filmico, non trova però sbocco in un’auspicabile “renovatio animi”, ma rimane impelagata nell’ottusa ostinazione di un uomo tragicamente immaturo. Lungi dal ricomporsi nella sintesi catartica di una serena consapevolezza, insomma, la drammatica disarmonia umana non sa riconoscersi e resta demistificata senza appello, nella sua orrenda meschinità.

di Domenico Pantone


Originale rievocazione dell’assassino seriale che terrorizzò la San Francisco Bay a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, piuttosto che il parto ben riuscito di uno dei più contraddittori artisti/artigiani hollywoodiani, Zodiac è una sobria e onesta decostruzione di un genere ad alta spettacolarizzazione, encomiabile per l’ardimentosa rinuncia alla tirannia gnoseologica del mezzo cinematografico che stavolta, pur tra mille compromessi, restituisce nella loro interezza gli accidentati sentieri della realtà. Evidente che il valore (e la novità) della scommessa non risiede tanto nella proposta di un insolubile groviglio di aporie indiziarie e ordinari detectives che girano a vuoto, ma, bandito ogni esibizionismo, nella limpida onestà della messa in scena e del sobrio piglio narrativo. Se il caso Zodiac, con il passare degli anni, retrocede dalle prime pagine alle brevi della cronaca locale dei quotidiani californiani, la cinepresa resta docilmente impassibile, lasciandosi confondere e imbrogliare senza mai alzare la voce.

di Luca Di Berardino


Piattaforma: PC / Wii
Genere: Puzzle
Software house: 2D Boy
Sviluppatore: 2D Boy
Distributore: WiiWare


Se pensate che per creare un buon videogame servano migliaia di dollari e un numero incredibile di programmatori vi sbagliate alla grande! World of Goo vi sbatte in faccia i vostri preconcetti! Due ragazzi di San Francisco, sfruttando il codice di programmazione Wii, libero sulla rete, hanno partorito un prodotto che per rapporto qualità-prezzo batte moltissimi titoli generati da illustri “software house”. L’idea alla base è semplice e geniale: a partire da una struttura composta si dovranno costruire architetture sfruttando delle palle appiccicose (i “goo”) da unire all’impalcatura di partenza per ampliare la struttura ed arrivare fino alla fine del livello, solitamente un tubo che aspirerà via le palle rimanenti, necessarie a completare il quadro. Banale? Nulla di più errato! Perché le simpatiche sfere saranno d’innumerevoli tipi, da quelle nere classiche a quelle fatte di zolfo a rischio incendio, fino a quelle verdi che potrete riposizionare continuamente per modificare le strutture preesistenti. Un prodotto non molto longevo, ma originalissimo che vi proporrà sempre nuove sfide fino ad arrivare alla torre di “goo”: un luogo dove saranno spediti tutti i globi in eccesso: il vostro compito sarà costruire una torre altissima ma al tempo stesso stabile; una competizione mondiale che lascia spazio alle tempeste di idee. Spulciando la rete troverete facilmente le torri più alte: per ironia della sorte, riproposizioni dell’Empire State Building e della torre Eiffel. Se non siete dei fissati per pelati che scuoiano animali mitologici e preferite giochi passatempo, World Of Goo vi rapirà senza che ve ne accorgiate.

http://www.xfire.com/video/435a9/ una delle torri piu alte di World of Goo

di Giorgia Tribuiani


“Perché non è possibile cogliere Dio con i propri sensi? Per quale ragione si nasconde tra mille e mille promesse e preghiere sussurrate e incomprensibili miracoli? Perché io dovrei avere fede nella fede degli altri?” Antonius Block, di ritorno dalla Terra Santa, viene accolto da una Danimarca devastata dalla peste e si pone questi interrogativi quando, sulla spiaggia, incontra la Morte. Egli non è pronto per lasciare la vita, così intraprende con Lei una partita a scacchi, una battaglia che gli consenta di trovare il tempo necessario per prepararsi al passo. “Non credi che sarebbe meglio morire?”, domanda la Morte. Egli, però, non sa accettare: incapace di aver fede, teme il nulla. “Vorrei confessarmi – afferma – ma non ne sono capace, perché il mio cuore è vuoto. Ed è vuoto come uno specchio che sono costretto a fissare [...] Vi leggo indifferenza verso il prossimo, verso tutti i miei irriconoscibili simili. Vi scorgo immagini di incubo nate dai miei sogni e dalle mie fantasie”. A sbloccare la situazione sarà l’incontro con dei saltimbanchi che non hanno sfidato la Morte, ma sono riusciti ad ignorarla, a non curarsi della peste, perché ebbri di sentimenti diversi. Diretto da Ingmar Bergman nel 1957, Il settimo sigillo non rappresenta il rapporto dell’uomo con il trapasso, ma la difficoltà di accettare quest’ultimo in assenza di fede. Non a caso il film è ambientato nel ’300, un’epoca caratterizzata dalla “crisi delle certezze” che si fa parabola dei nostri tempi.

di Chiara Di Biagio


Se questo è un uomo, si chiedeva Primo Levi. Art Spiegelman gli rispose alla prima vignetta. E l’effetto della sua risposta fu così dirompente che nel 1992, al Premio Pulitzer, dovettero creare uno “Special Award” per poterla premiare: fu il Big Bang del mondo del fumetto, l’evento che diede inizio all’era della Graphic Novel. Perché Maus è un fumetto, ma è anche un capolavoro che andrebbe posto nelle librerie affianco a opere come I racconti della Kolyma di Salamov, Arcipelago gulag di Solženicyn e Se questo è un uomo, naturalmente. Per non storcere il naso davanti a questa affermazione bisogna liberarsi di tutti i pregiudizi che relegano il fumetto a mero intrattenimento per adolescenti, andare oltre il mezzo usato, capire che le immagini hanno la stessa dignità della parola scritta; anzi, forse questa è zoppa – rimane sempre un passo indietro – a suo confronto. Perché l’immagine ha qualcosa che la parola non ha: l’immediatezza, la capacità di comunicare tutto in un solo istante, prima ancora che il cervello abbia avuto il tempo di comprendere con la ragione. Basta una sola vignetta a dare un volto – quello di un topo – all’orrore dell’olocausto. Il topo, animale ripugnante per molti (compreso Hitler che pensò bene, per uno dei suoi filmati di propaganda, di utilizzare immagini di orde di ratti per descrivere la minaccia ebraica), ma che qui si fa veicolo di un transfert emotivo intenso e struggente. Come ebbe a dire anche Umberto Eco: “Quando questi due topolini parlano d’amore, ci si commuove, quando soffrono si piange. A poco a poco si entra in un linguaggio di vecchia famiglia dell’Europa orientale, in questi piccoli discorsi fatti di sofferenze, umorismo, beghe quotidiane, si è presi da un ritmo lento e incantatorio, e quando il libro è finito, si attende il seguito con disperata nostalgia di essere stati esclusi da un universo magico.” Maus sa essere un capolavoro per questo: perché narra una storia fatta di uomini e di topi, di uomini come topi. Non conosce la freddezza dei libri di storia che sanno parlare solo per numeri, cifre piene di zeri che nascondono sofferenze uniche di singoli uomini: la crudeltà nazista che uccide le identità, prima ancora dei corpi, non ha ancora fine. È una tragedia Orwelliana costruita come una scatola cinese: c’è un padre che narra la sua terribile verità a un figlio, Art, che a sua volta la racconta a noi (ecco, Maus è anche questo: è un passaggio di consegne, un dono. Ascoltare non è forse farsi carico del fardello altrui?) e silenziosamente, sotto i nostri occhi, pagina dopo pagina, prende vita Maus: il libro racconta se stesso. È una storia che in fondo gravita attorno ad un unico perno: l’incomprensione. L’incomprensione di un figlio per il padre, incapace di vivere se non in quel passato che riaffiora continuamente, squarciando la realtà, sottoforma di infinite manie; l’incomprensione per il gesto scellerato della madre, suicidatasi nel silenzio (forse uccisa dalla ferocia subita, forse oppressa dal dolore di madre che è stata incapace di proteggere i suoi figli, l’uno dalla bestia nazista, l’altro dalla depressione); l’incomprensione per un orrore più grande di ogni loro forza, quell’olocausto che ha segnato la fine della Civiltà Occidentale, dopo il quale non abbiamo più potuto considerarci uomini. Ma come diceva Primo Levi: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. E Maus assolve il suo dovere alla perfezione

di Marco Cortellini


Autore: Grant Morrison
Disegni: Dave McKean
Albi originali: Arkham Asylum (1989)


Tutto nacque nel lontano 1989, quando un giovane scrittore scozzese, appena arrivato negli States, propose alla DC di promuovere l’Arkham Asylum, manicomio di Gotham City sino allora apparso solo come sfondo, a protagonista assoluto, presentandolo ai lettori sotto tutt’altra luce: una luce mostruosamente oscura. Il capolavoro di Morrison certo non è un fumetto tradizionale, costruito su stereotipate scene d’azione o sonore batoste al cattivone di turno, né tantomeno un thriller mozzafiato; s’impone, al contrario, come un’ambiziosa opera letteraria, un “must” che trascina il lettore dinanzi ad un alienante viaggio onirico nella mente umana; protagonista è un Batman terrorizzato da se stesso e dagli inquietanti punti di contatto che avverte nella sua controfigura, un Joker terribilmente psicopatico. Quale Virgilio nell’Inferno dantesco, Joker scorta il protagonista attraverso le stanze del manicomio di Arkham, popolate dal Cappellaio Matto, Due Facce, Spaventapasseri e da molteplici figure bizzarre che finalmente hanno la possibilità di giocare con la propria nemesi in un non-luogo dove nulla ha più un senso. Grazie ai flashback che cadenzano la disperata quest del protagonista, Morrison ci lascia poi esplorare i segreti del dottor Arkham, raccontandoci di un ragazzino spaventato e insieme affascinato dalla malattia mentale della madre, che decide di sacrificare la propria vita allo studio della psiche sino a persuadersi, ossessivamente, di poter effettivamente scoprire gli enigmi più oscuri dell’infermità mentale. A questo punto cambia tutto: l’irrazionale diventa razionale. Mediante un epifanico balzo temporale che riconduce di colpo il lettore nel presente, Morrison tramuta la casa d’infanzia nell’inquietante Arkam Asylum, mentre la figura del dottore sembra stagliarsi come un’ombra sciamanica sul manicomio sino a permearne le stesse pareti. Avvalendosi delle meravigliose tavole di Dave McKeane, l’autore ci racconta insomma la tormentata catabasi di un eroe “maledetto”, che corre il rischio di perdersi, pagina dopo pagina, oltrepassando quel confine che i reclusi di Arkham hanno già da molto tempo attraversato. Predominano nell’opera il simbolismo e l’occultismo, grandi passioni di Morrison, qui rimodulate nelle forme più varie, dai tarocchi al sale sino alle insistenti citazioni veterotestamentarie: basti ricordare l’arcangelo Michele che sconfigge il drago biblico, personificazione del male. Doveroso, infine, lodare il package: un’edizione notevole, in formato absolute con elegante copertina rigida, arricchita dello script originale in inglese e in italiano, ottimo viatico per accedere alle diverse chiavi di lettura che lo scozzese ci regala. Arkham Asylum è la graphic-novel più venduta di tutti i tempi: ci sarà un motivo, no?


«Io non voglio stare tra i matti - esclamò Alice.

Oh, non puoi farci niente - disse il gatto - qui siamo tutti matti. Io sono matto. Tu sei matta.

Come fai a sapere che sono matta? - chiese Alice.

Devi esserlo - disse il gatto - altrimenti non saresti qui.»

(Lewis Carroll)

di Luca Torzolini

 

Spesso definito “letteratura disegnata”, il fumetto esprime un pensiero, una visione o a volte semplicemente un’emozione dell’autore tramite un particolare codice narrativo. Esso è costituito da sequenze illustrate montate a ricreare il tempo in cui si vuole raccontare la storia. La Raje, progetto dell’etichetta Abruzzocomics, è un magazine finanziato dall’associazione culturale no profit L.N.D. di Cellino Attanasio. Nata dal desiderio di rendere noti i talenti dell’entroterra abruzzese, si presenta sottoforma di raccolta di fumetti disegnati e sceneggiati da diversi autori. Il nome, ripreso da una canzone di Lou X, simboleggia gli abruzzesi che restano e non se ne vanno, nella speranza di seminare un futuro florido e creativo. Nel numero zero è possibile visionare una rabbia sottile, giocata a rimbalzo, come quella di Ulderico Fioretti, che presenta cinicamente i retroscena surreali del confessionale di una chiesa attraverso uno stile realistico, a tratti quasi fotografico. O ancora la rabbia diretta e ironica dei disegni di Alessandro di Massimo (“Dimas”) che dona tentacoli a un fricchettone-pianta per fare a pezzi il classico poliziotto invasato; qui la matita underground richiama il mito dei fumetti indipendenti da fanzine, esplorando uno scenario splatter. È presentata poi una rabbia evocativa, quella di Simone Zaccagnini, che racconta tramite le parole di Nicola Di Giansante il senso di vuoto ridondante regalato da una vita comune tramite una notte insonne, resa tale dal pulsare sistematico di un dente; l’utilizzo di una tecnica mista fa da banditore per l’entrata di un genere insolito che uniforma in un’unica trama fotoritocco, utilizzo di pastelli e pittura a olio. C’è inoltre la rabbia disperata di Aurora Canfora che immagina il fantasma di un morto-suicida galleggiare nel tempo perché non ci si può ammazzare una seconda volta; lo stile dark-underground con la particolare impaginazione crea, in accordo con la storia, una netta sensazione di spaesamento. E infine Fabrizio Di Nicola ci proietta nella sua rabbia comico-demenziale, dove il “Tottor Zozzenstain” cercherà di conquistare il mondo tramite la distruzione delle lettere S, R e C; surrogato di un nonsense portato ai limiti dell’inverosimile, il fumetto si presenta in stile cartoon, con accenni a Cavazzano ed altri. L’utopia del fumetto ancora una volta fa da padrona, scavalcando le case editrici e imponendo i propri prodotti senza sentire ragioni. Questa grande arte visiva ha un’anima, radici ben conficcate nell’identità di chi trae dalla propria storia e dal proprio bagaglio culturale la linfa che lo porterà a comunicare al mondo il proprio messaggio. Che La Raje sia con voi!

di Luca Di Berardino


Titolo: Blood Bowl
Piattaforma: PC
Genere: Strategico Sportivo a turni
Software house: Focus Home Interactive
Sviluppatore: Cyanide Studios
Distributore: Koch Media


Finalmente la Games Workshop ha deciso di portare nei mondi virtuali uno dei suoi prodotti meno famosi. È con una conversione videoludica che la francese Cyanide si lancia seriamente sul mercato; con solo una simulazione di ciclismo alle spalle, tenta il colpaccio sfruttando un famoso marchio nel mondo dei giochi con miniature. Blood Bowl: lo sport più praticato nel vecchio mondo di Warhammer; una versione estremamente violenta del football americano dove orchi, nani ed elfi se le danno di santa ragione. Create, amministrate e guidate la vostra squadra nelle arene più famose e scontratevi con l’AI (di spielberghiana memoria, N.d.R.) o in internet contro avversari umani per avere soldi, fama e nuove abilità da assegnare ai vostri giocatori! Apparentemente facile, risulta quasi ingiocabile se non imparate le regole fondamentali, le statistiche e le abilità dei vostri giocatori; qui non si tratta di sparare e correre o di picchiare selvaggiamente antiche divinità. In Blood Bowl si usa la testa! Non fatevi ingannare dall’ultraviolenza demenziale che pervade il prodotto; avrete bisogno di tattica, discreta abilità nel calcolo probabilistico e un pizzico di fortuna per segnare più mete dell’avversario… o per spaccare più crani… Otto razze, ognuna con il suo stile personale di gioco: dal gioco agile fatto di passaggi e smarcamenti degli elfi silvani, fino alla violenza pura delle squadre caotiche. Piccola tirata di orecchie alla Cyanide per alcuni bug che affliggono il titolo e una leggera ripetitività delle animazioni che appesantiscono un po’ il tutto. Infine, se avete voglia di impegnare i neuroni per della sana ultraviolenza virtuale, Blood Bowl non vi deluderà.

di Giorgia Tribuiani


È il poeta Gringoire il primo a cantare, annunciandoci che stiamo per vivere Il tempo delle cattedrali, quello in cui l’uomo elevò “le sue torri con le sue mani popolari” e cantò l’amore e gli ideali. È il tempo in cui “la scrittura è architettura”. E sullo sfondo, ovviamente, c’è Notre-Dame, la cattedrale per eccellenza: al suo interno, il deforme e solitario Quasimodo; all’esterno, gitani e saltimbanchi (I clandestini) che cercano ospitalità a Parigi e danzano e si esibiscono in piazza. Tra tutti, spicca la bella Esmeralda (Zingara), di cui è facile invaghirsi e della quale, effettivamente, gran parte delle voci comincerà a cantare le lodi. È così che il primo cd di “Notre Dame de Paris” alterna lodi alla bellezza dei personaggi (Bella o, ancora, la canzone dedicata a Febo: Bello come il sole), alla storia del campanaro Quasimodo, a una panoramica sulla Parigi dell’epoca. Si apre, invece, con una panoramica su Firenze, il secondo cd: Parlami di Firenze è probabilmente una delle canzoni (almeno per quanto riguarda il testo) più riuscite del musical. Ci troviamo di fronte a un magistrale duetto (i cui protagonisti sono Frollo e Gringoire) dove si racconta di come a Firenze si sia saputo di “un continente alla fine del mondo”, di come Lutero “inventa un nuovo Testamento” e di come ci si trovi “all’alba di un mondo che si scinde”. “Ogni piccola cosa ucciderà le grandi – proseguono le due voci – il libro ucciderà altari e cattedrali. La stampa imprimerà la morte sulla pietra, la Bibbia sulla Chiesa e l’uomo sopra Dio”. È a questo punto che la storia ha una svolta: di grande passione sono le canzoni che narrano le vicende di Esmeralda (Il processo, La tortura) o dei gitani (Liberi), ma non mancano melodie drammatiche (Luna, Balla mia Esmeralda), in grado di lasciare l’amaro in bocca e stringere un nodo alla gola. Attraverso i testi di Luc Plamondon e le musiche di un Riccardo Cocciante in ottima forma, il romanzo di Victor Hugo torna ad essere magia.

di Stefano Tassoni


Metallica (1991), il quinto lavoro in studio della band omonima (informalmente conosciuto come The Black Album per la copertina) è, nel bene o nel male, il disco (c’è chi lo definisce “metal”, chi “hard rock”) più venduto delle ultime tre decadi. Già, perché se da un lato è stata la consacrazione dei “four horseman”, dall’altro è stato considerato un vero e proprio tradimento da parte dei fan più estremi del “thrash-metal”, cullati dai precedenti quattro lavori in studio. Personalmente è così che li ho conosciuti, e solo consequenzialmente ho scoperto le suddette (tradite?) origini. Ci sarà chi rimarrà di sasso nel leggere questa recensione, ma i brani sono tutti appetibili al primo boccone, chi più, chi meno (ed è la maggior critica degli amanti del “thrash”: troppo melodico, troppo armonico). Sei brani su dodici, l’esatta metà, diventeranno future hit del gruppo e loro cavallo di battaglia (Enter sandman, Sad but true, The unforgiven, Wherever I may roam, Nothing else matters, Of wolf and man) conosciutissime per chiunque, per cui su di esse non mi dilungherò soffermandomi invece sulle restanti. È senza dubbio la canzone più rapida, anche se è in lizza con Through the never, veloce e potente “track” che sembra voler riallacciare (miseramente?) i Metallica al loro (glorioso?) passato, Holier than thou. C’è poi Don’t tred on me, fortemente cadenzata dalla pesante batteria e dai classici riff da metà canzone. Chiaramente la più discutibile. Chiudono il disco tre stelle neglette, surclassate da ben più splendenti sorelle, che comunque però valgono l’ascolto: The God that failed, My friend of misery, The struggle within.

di Hanry Menphis


Primo album da solista per l’ex chitarrista di Marilyn Manson, Vertigo ci presenta 13 tracce strumentali, alternando i generi che hanno maggiormente influenzato la carriera di John 5. È evidente una predominanza industrial metal, specialmente in brani come Feisty Cadavers e Flatlines, Thin lines, tornando però anche indietro nel tempo con pezzi rock’n’roll, tra i quali Zugg Island Convinct, e bluegrass, come Sugar Foot Rag, 18969 Ventura Blvd e la cover Sweet Georgia Brown, solo per citarne alcuni. Con virtuosismi di banjo e mandolino, infatti, Mr. 5 ci dimostra di non disdegnare affatto il proprio passato da musicista country. Saltando in questo modo da un genere all’altro è impossibile restare indifferenti di fronte alla title track Vertigo, una ballata dark che sa di sofferenza, e a Dead Man’s Dream, un potente brano che mescola sonorità industrial e blues con un utilizzo di effetti che farebbe impallidire Steve Vai. Ci troviamo così di fronte ad un’opera che non oserei definire “per tutti”, sicuramente capace di entusiasmare gli appassionati delle sei corde, ma vittima di una frammentazione che non rende del tutto facile l’ascolto. Tuttavia si tratta di un album che di certo riesce a non annoiare e sento di rivolgermi anche ai tanti che, ascoltando un qualsiasi pezzo strumentale, dicono: “ma non canta mai?”.

cartmagnifiercrossmenucross-circle linkedin facebook pinterest youtube rss twitter instagram facebook-blank rss-blank linkedin-blank pinterest youtube twitter instagram