di Luca Torzolini
in ordine foto di Ruggero Passeri, Giulia Brunelli e Luca Torzolini
Che cos’è il Cinema per te? E la Scrittura?
Che importanza ha? La scrittura e il cinema sono la scrittura e il cinema in modo diverso per chiunque se ne occupi: non esiste di nulla una definizione che vada bene per tutti. Quindi mi rifiuto di darne una definizione. Ti posso raccontare gli orrori del cinema industriale, gli orrori della letteratura. Addirittura, gli autori stessi di letteratura non hanno più dentro il desiderio di essere letti, bensì il desiderio di essere venduti.
Cosa ti lega a Charlie Chaplin?
La stessa cosa che mi lega a qualsiasi essere umano. Charlie Chaplin, come qualsiasi essere umano, è un capolavoro assoluto. Solo che lui è riuscito ad esternare questo suo essere capolavoro, gli altri no.
Indira Ghandi, Panagulis, Osho: alcuni personaggi da te intervistati dal 1973 al 1987. Cosa ti hanno lasciato queste interviste?
Io non credo esistano personaggi importanti. Ogni essere umano è il personaggio più importante che esiste sulla Terra. Io sogno appunto un mondo dove il capolavoro dell’essere umano si rivela e tutti sono capolavori: viaggiando incontreremo 6 miliardi di capolavori. Chiunque io intervisti intervisto la sua infanzia, non lui, e la sua infanzia mi da come risultato il vero essere che lui è. Per disparati motivi questi personaggi famosi sono stati tutti imprigionati in una dimensione che non è la loro: è come se vivessero sempre con la statura della loro ombra, un’ombra molto grande, e quando vanno dal sarto a farsi fare il vestito si fanno il vestito sulle misure della loro ombra. Poi ci inciampano dentro. È orribile per certi versi la notorietà.
Perché l’essere umano è un capolavoro?
È come dire: perché il cielo è immenso? Si può azzardare un ipotesi: l’essere umano è un capolavoro inenarrabile perché l’insieme delle sue caratteristiche non ha eguali in tutto l’universo conosciuto. Inoltre, dell’essere umano si conosce pochissimo, quasi nulla, soprattutto se ci si riferisce alla parte più interessante dell’essere umano, il cervello. Per questo ho stimolato la totale e piatta inintelligenza delle istituzioni, chiedendo alle Nazioni unite e all’Unesco di nominare l’essere umano patrimonio dell’umanità perché sai, massacrare una serie di rivoluzionari è normale, far cadere dai tetti un qualche centinaio di operai è normale. Eppure se questi operai e rivoluzionari fossero considerati patrimoni dell’umanità uno direbbe “Chi è quello sciocco criminale che ha distrutto tutti questi patrimoni?” Perché un quadro di Caravaggio viene lasciato per strada sotto la pioggia? Quando vedo un barbone dico “Ma guarda, è assurdo che un capolavoro venga messo lì!”. Probabilmente perché nessuno ne conosce il valore. Pensano che un barbone è un barbone e basta.
Che significato riveste per te la parola sperimentazione?
Sperimentare è il settimo senso dell’essere umano. È impossibile concepire la vita quotidiana senza sperimentazione perché allora si tratterebbe solo di esistenza e non di vita. L’esistenza riguarda le pietre, il carbon fossile… invece la vita riguarda l’essere umano! Allora sperimentare vuol dire incontrare ciò che è eternamente nascosto in ogni cosa. Tu incontri il mistero delle cose, che peraltro è inesauribile… non è che uno dice “Adesso ho incontrato il mistero del mare, sono a posto”. No! Avrà incontrato una piccola parte del mistero del mare. La sperimentazione è il dato di eternità che è concesso di conoscere durante la vita terrena.
Qual è stato il tuo primo film?
Il mio primo film è stata la nascita, sono nato ed è cominciato il primo film. Poi il film non si è mai interrotto finché non ho fatto un cortometraggio, il primo di una trilogia sulla donna e sulla religione. L’ho fatto per entrare al CSC dove si doveva consegnare un piccolo film, io l’ho fatto e montato a mano. È la storia, che poi si è rivelata sconcertante e scandalosa, di una donna che non voleva fare più l’amore con gli uomini e allora andava in una chiesa e faceva l’amore con un bellissimo Cristo del quattrocento. Questo suscitò una specie di gatto in piccionaia: erano tutti furibondi. Essendo tutti cattolici e avendo il posto di lavoro che avevano perché erano cattolici e non perché erano bravi, erano tutti molto turbati “Qui c’è una donna che fa l’amore con Cristo, quindi Cristo faceva l’amore?!”. Tutte storie così… storie di “magia nera”!
Che destino ha avuto il tuo primo lungometraggio “Il giardino delle delizie”?
Fritz Lang, John Ford e Jean Renoir hanno scelto “Il giardino delle Delizie” come uno dei dieci film al mondo in quel periodo da presentare all’esposizione universale a Montreal.
Raccontami del tuo incontro con Bergman.
Potrei dire, senza vanità, che non sono stato io a incontrare Bergman ma è stato lui a incontrare me: lui è venuto proprio a cercarmi dopo la proiezione de Il giardino delle delizie, mi ha aspettato fuori per un quarto d’ora, nell’atrio deserto del Film Istitute di Stoccolma. Quando sono arrivato li vicino a lui, mi ha detto “Sei tu l’autore di questo film?”. Già il fatto che abbia detto l’autore e non il regista mi ha dato un’emozione fantastica, perché io non credo nei registi, credo negli autori. Ho annuito e lui ha continuato “Sono arrivato qui con il mal di testa e il tuo film me l’ha fatto passare”…
Poi abbiamo parlato quattro o cinque ore, dicendoci le cose segrete che si dicono i bambini, alcune delle quali sono irriferibili. Ma soprattutto, io avevo deciso allora di non fare più del cinema, perché il mio film a Roma era stato massacrato dalle giurie più o meno vaticanesche, più o meno cattoliche, più o meno ipocrite. Lui mi ha messo una mano sul colletto della camicia, la sua meravigliosa gelida mano, e mi ha detto “Non ti faccio andare via da qui, se non mi giuri che andrai avanti a fare del cinema”.
Qual è il tuo parere riguardo la Storia del Cinema? Chi è George Méliès?
Non è mai stata raccontata la storia del cinema. Si racconta la storia dell’industria cinematografica che non ha niente a che vedere col cinema. Un po’ come la storia che i bambini sono costretti a studiare a scuola, che non è la storia dell’uomo ma quella del potere.
George Méliès è il vero inventore del cinema, mentre i Lumiere erano un ricchi signori che (avendo un loro tecnico inventato il meccanismo della macchina da presa) con elegante disinteresse se n’è occupato un po’, ma non l’ha neppure brevettata. E quando Méliès è andato a chiedere se poteva comprarne una, loro gli hanno detto “No!”, come fanno sempre i ricchi. Allora lui ha disegnato la macchina da presa, se l’è costruita e ha realizzato 2400 film. Ne sono rimasti una sessantina.
È possibile un Cinema non basato sul denaro?
È possibile solo il cinema non basato sul denaro. È come l’amore: se un uomo paga una donna, non farà mai davvero l’amore. Io ho una concezione molto semplice: tutto ciò che la persona fa deve essere libero da qualsiasi imposizione. Avere un produttore cinematografico non significa essere liberi.
Secondo la tua esperienza, che effetto fa la telecamera alle persone? Le persone cambiano di fronte alla telecamera?
Se sono nevrotiche sì. Non cambiano di fronte ad una sedia, perché dovrebbero cambiare di fronte alla telecamera? Personalmente considero sempre vuota la telecamera: per me la telecamera o un vaso di fiori è la stessa cosa, ma veramente la stessa cosa. Inoltre a me non piace sapere le domande prima, voglio offrire un’estemporanea: quello che sono sono.
Che cos’è la Kirghisia?
La Kirghisia reale è una delle 15 ex-repubbliche sovietiche e va sotto il nome di Kirghisistan. Invece, nel mio pensiero la Kirghisia è la condizione umana cui tutti aspirano. Per dare la felicità all’essere umano bastano pochissime cose. Non sono le cose che gli vengono propinate attualmente. Non sono le 25 marche di dentrificio, le 35 marche di detersivo, non sono le automobili che cambiano modello ogni tre mesi o le tecnologie che superano sempre se stesse e nessuno è capace di adoperarle. Le cose essenziali sono 5: mangiare bene, dormire tranquilli, avere un lavoro di non più di tre ore al giorno, ricevere a diciotto anni una casa propria di 50 metri quadri (camera, cucina e bagno), avere tanti amici e tanti amori. E qui il mio discorso inciampa perché finché dici “tanti amici” tutti annuiscono, quando cominci a dire “tanti amori” tutti impietriscono. Secondo me si fermano a livello cosciente perché sono addestrati alla possessività e pensano di avere un solo amore da sgranocchiare per tutta la vita. Dopodiché arriveranno subito all’osso e si romperanno i denti, perché non si tratta di amore ma di possesso. E il possesso ha a che fare col sesso, il quale non è niente, è un rubinetto da cui uno può orinare e fare altre cose, ma non c’entra niente con l’amore. Con l’amore c’entra la sensualità, non la sessualità. E la sensualità è l’appagamento dei cinque sensi, forse dei sei. Anzi, come si è detto prima, dei sette. È una beatitudine che non costa nulla, ecco perché con tanta ferocia gli apparati istituzionali impediscono alle persone persino di concepire l’amore. Nei loro film cosa succede quando due fanno l’amore? Lui è sopra di lei e fa “OOOOH OOOOH” e lei sotto di lui fa “AAAAAH AAAAAH”, il che non c’entra niente con l’amore. È esattamente come se uno per descrivere ai marziani cos’è il cibo proiettasse un rutto. Non è niente. Eppure tutti credono che sia quella cosa lì. In realtà quella cosa li riguarda la procreatività, che il potere consente perché così i servi si moltiplicano. Ma non c’entra niente col fare l’amore che è un mistero immenso, è l’incontro di due universi all’interno di miriadi di microuniversi. È una cosa infinita. Capisci? Non è che un viaggio intergalattico lo fai in trenta secondi.
Tenerezza, sensualità e amore. Perché sono inscidibili?
Sono inscindibili perché fanno parte di un unicum come i polmoni, il cuore e il cervello. Perché se li scindi accade qualcosa di tragico. Allora la tenerezza senza sensualità e amore va verso il rancido, diventa ipocrisia. La sensualità senza tenerezza e amore si rattrappisce e diventa pornografia; infatti la pornografia mostra ossessivamente gli organi genitali, ed è come se un pittore invece di farti vedere il quadro mostrasse continuamente il pennello. L’amore senza tenerezza e sensualità evapora, si perde nell’universo e diventa misticismo.
Come consideri la monogamia?
È una delle 5 gabbie micidiali in cui l’essere umano viene fatto prigioniero insieme alla scuola, al lavoro, alla falsa informazione… Per esempio, la donna, che ha in se questa forza stupenda, questa potenza di creare la vita e di mandare avanti l’immenso mistero del vivere, viene immediatamente rinchiusa nella gabbia della monogamia facendole credere che quello è il suo destino. In realtà pian piano lei si spegne, il suo compagno comincia a mentire e poi verrà il giorno in cui il compagno le dirà “Cara, farò tardi in ufficio stasera…” e vorrà dire che avrà deciso di andare almeno con la prostituta. Ho scoperto seguendo queste tracce, intervistando settemila persone a Parma, che la monogamia è il perno portante della prostituzione. La monogamia col tempo diventa una prostituzione a rate, una prostituzione in cambio dell’appartamento, del frigorifero, del televisore e soprattutto della menzogna che si stabilisce fra i due.
Cosa intendi per 3 ore di lavoro?
Non 3 delle attuali 9 ore di lavoro al giorno che sono finto lavoro. Ho parlato di tre ore vere di lavoro. Ho parlato di una cosa che qualsiasi cammello confermerebbe, cioè lavorare poco per produrre molto, invece di lavorare molto per produrre così poco: perché il mondo che lavora tutto 8, 10, 40 ore al giorno non è capace di produrre nemmeno il necessario per magiare e dormire per i suoi abitanti. È un mondo fallimentare.
Nel 2000 realizzasti un film sui manicomi e sulle condizioni dei pazienti intitolato “La seconda ombra”. Esiste secondo te la “malattia mentale”?
La malattia mentale di origine organica è irrilevante; si, è drammatica, ma ci sono pochissime persone che hanno una malattia mentale di origine organica. Invece, la malattia mentale che deriva dal disagio sociale è quella davvero problematica perché sono moltissime le persone affette da disagio mentale perché non sono libere.
Per quale motivo consideri la scuola un’istituzione negativa?
Manicomio, prigione, scuola. Sono tutte cose che non hanno diritto di esistere e stranamente sono tutte cose che si assomigliano: le stesse strutture edilizie, la stessa obbligatorietà dello stare fermi in un posto. Il matto veniva immobilizzato con la camicia di forza, il bambino viene immobilizzato a scuola per cinque ore con una camicia di forza invisibile che è il ricatto della socialità “Vuoi incontrare i tuoi amichetti e le ragazzette, sia pure per mezz’ora prima e dopo la scuola? Bene, allora fai quello che ti dico io: comincia a startene zitto e non esprimerti e smettila di chiedere il perché delle cose. Stai lì seduto che te lo dico io cosa devi fare!”. E in questo ricatto ignobile, viene pian piano convinto che non è giusto il suo desiderio permanente di correre nei prati, di correre nei parchi, di salire sugli alberi, di giocare nei parchi, di andare sui muretti. Non è giusto. Lui deve fare l’ometto e deve stare seduto immobile… Una maestra ha detto ad un’amica mia “Signora, suo figlio si muove!” . Lei ha risposto “Meno male.”
Perché le persone non si informano? Chi volesse farlo potrebbe davvero arrivare ad informazioni utili?
Oggi le persone non hanno il tempo neanche per accorgersi che non stanno vivendo, come potrebbero informarsi? Informazione utile si può avere solo se si è liberi rispetto ai discorsi precedenti. Se un essere umano avesse il tempo abissale della vita a disposizione per parlare con i bambini, con gli anziani, con i muri, con i tramonti, con le stelle allora saprebbe tutto.
Che cos’è il potere oggi e quali sono le sue armi?
Il potere scrive quotidianamente le proprie sceneggiature e le proprie sceneggiate. Io credo non sia giusto parlare del potere più di quanto si parli delle fogne. La fogna è una cosa importante, ma è importante che scorra al suo livello e non tracimi, altrimenti porterà odore puzzolente, malattia e morte. Anche il potere è meglio che scorra nel solco della vanità e dell’imbecillità che sono le due caratteristiche tipiche di qualsiasi potere. Cosa c’è di più idiota di andare davanti a uomini, sparare, uccidere e poi dire “Abbiamo Vinto!!!”. Tutto quello che il potere fa è completamente idiotizzato e non ha nessun senso. Il potere è come un cancro e il mondo sta andando avanti nonostante questo cancro.
Il potere è una forza che non è mai energia benefica, come un masso che cade giù dalla rupe e può solo ferire, può solo travolgere e fare danni. Invece la potenza è quella che io amo molto, la potenza degli esseri umani di sfidare il mondo: ce l’aveva quel ragazzo a Tien an men che si è messo davanti ai carri armati dei cinesi per fermarli. Il potere è il carro armato che uccide dei ragazzi di 17 anni. Potenza è la natura. Qualsiasi forma di potere è un crimine.
Esiste la libertà di stampa?
È una domanda ridicola. È come dire: esiste una libertà di prigione? Si quattro metri quadri, uno va avanti e indietro e dice “Io sono libero!!!”. Ed è già un progresso rispetto a quelli che sono legati.
Qual è il futuro del cinema? Regalaci una profezia.
Ti dico la stessa cosa che disse Bresson: “Il futuro del cinema è nelle mani di qualche ragazzo che con quei pochi soldi che ha in tasca farà il suo film indipendentemente dalle logiche industriali”. Io ti dico che il cinema può sbocciare solo la dove c’è vita, quindi il cinema paradossalmente non è mai nato. Ci sono stati dei tentativi straordinari, quasi tutti nell’indipendenza. Dopodiché l’industria se ne appropria per dire che è lei che ha prodotto questi capolavori, ma l’industria non è capace di fare capolavori, esattamente come l’industria delle bambole, per quanto si perfezioni, non sarà mai capace di fare un bambino come sei capace tu. E vedendo il tuo meraviglioso bambino che si muove, ti chiederà “Ma hai fatto tu anche gli occhi, anche i capelli?” perché lui è abituato all’assemblaggio, capisci? È veramente triste l’esperienza del cinema industriale, nella quale esperienza tutti identificano il Cinema. È come se uno, invece di fare un figlio, comprasse una bambola.
di Luca Torzolini
Il finale e l’inizio sono momenti essenziali di ogni articolo, racconto, romanzo. Come hai iniziato a scrivere e che sai dirmi ora sull’ultima opera che scriverai?
Ho iniziato a scrivere alle elementari, non appena mi hanno insegnato l’alfabeto e ho preso in mano una penna. Scrivere per me è sempre stato un qualcosa di naturale e innato, nonché il luogo in cui costruivo la mia realtà parallela, magari per sfuggire a quella reale (come per ogni scrittore). All’inizio erano solo diari, raccontini, temi, cose di questo genere. Poi sono arrivati i romanzi mai terminati (a decine) e, infine, quelli ultimati.
Non ho la più pallida idea di quale sarà la mia ultima opera, perché non so quando morirò: potrebbe succedere fra tanti anni, quando sarò diventata una scrittrice affermata oppure una vecchia zittella senza gloria e senza denaro, così come domani stesso.
Ci sono, però, tante opere che mi piacerebbe scrivere prima di morire. In particolare, vorrei terminare il romanzo su cui sto lavorando ora, che parla di Clown Terapia e del delicato rapporto tra paziente-bambino e dottore. È un lavoro per me molto importante, per il quale sto collaborando con l’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze e con la Tribù dei Nasi rossi di Arezzo.
Cos’è per te la sperimentazione e cosa consideri avanguardia?
Sperimentazione è un termine che trovo un po’ abusato, inoltre spesso oggi coincide con il concetto di voler stupire o scandalizzare per forza. Per quanto mi riguarda, mi ritrovo di frequente a pensare che tutto quanto di più importante c’era da dire è già stato detto nel migliore dei modi dai classici e da chi ci ha preceduto. Forse, è allora più importante raccontare la nostra epoca, con le evoluzioni della società e quanto ne consegue, piuttosto che sperimentare per il semplice gusto di colpire o di far parlare di sé.
A me interessano le cose semplici, vere, tratte dalla realtà. Sono meno affascinata dai voli pindarici, così come, in generale, preferisco l’arte romantica dell’Ottocento rispetto alle avanguardie contemporanee. Lo so, sono un po’ nostalgica in questo senso…
In che modo si può evadere dalla tecnica senza perdere la capacità di essere chiari? Qual è il limite delle associazioni fra significante e significato, nella semiotica dei neologismi e del valicare i confini del consolidato e dell’accademico?
Il limite consiste nella volontà di essere compresi da chi legge il testo, che poi non è necessariamente un limite, basta volerlo. Ci sono scrittori a cui non interessa così tanto arrivare alla gente, evadono più per se stessi che non per gli altri.
Io credo invece che qualunque artista sia portatore di un messaggio e, in quanto tale, abbia una responsabilità sociale da cui deriva la necessità di creare qualcosa che aiuti le persone a crescere e ad evolversi, piuttosto che a disperdersi o a involversi. Ovviamente, sono tutti concetti molto relativi.
In ogni caso, non sono il genere di scrittrice che quando è mossa dall’ispirazione artistica si sofferma troppo su un neologismo o su questioni affini. Questa la trovo una materia più adatta alla poesia, o alla saggistica.
La prosa per me deve essere semplice, poco ricercata; più spazio lasci allo stile e più ne togli al contenuto, che invece dovrebbe essere l’unico protagonista.
A me hanno insegnato che il vero autore scompare tra le righe, lascia parlare i personaggi. I giochi linguistici non agevolano tutto questo, distraendo il lettore dal cuore di quella che, secondo me, è la narrativa vera e propria.
Cosa pensi delle scuole e delle accademie?
Penso che siano sempre una buona opportunità per chi se le può permettere. Io avrei voluto frequentare la Holden di Torino da anni, ma non ho mai avuto la possibilità economica di farlo. Va bene lo stesso. Si può imparare anche da autodidatti, soltanto, però, se si ha la fortuna di trovare un buon maestro, tutor, editor o come tu lo voglia chiamare. Qualcuno, insomma, che ci guidi nel cammino e ci aiuti a crescere, altrimenti da soli si rischia di rimanere sempre fermi allo stesso livello.
Esiste la malattia mentale?
Suppongo di sì, ma non sono un medico. Esistono sicuramente dei disturbi della mente e, d’altra parte, esistono delle malattie del cervello che causano conseguenze patologiche. Poi, ci sono tutte quelle forme come lo stress, l’esaurimento nervoso, la tristezza ecc che vengono spesso scambiate per malattie mentali (di certo molto di più nei secoli scorsi rispetto ad oggi), ma in realtà non lo sono.
Personalmente, credo che ci sia un generale abuso di psicofarmaci, o comunque di medicine che vanno a curare stati d’animo gestibili in altri modi, quando non addirittura semplici sintomi di qualcosa di più profondo che non va.
Ma si sa, questa è l’epoca in cui nessuno vuole soffrire. Si sfugge al dolore e alla sofferenza come se fossero la cosa più terribile che possa capitare a un essere umano, invece sono un’estrema risorsa e fonte di crescita.
Libero arbitrio o determinismo darviniano?
Relativismo. Trovo entrambe le definizioni, se prese da sole, troppo estreme.
Spesso si parla di impegno politico in relazione ai letterati. Tu come vivi questo accostamento?
Premesso che non mi sento una letterata, non lo vivo, nel senso che non voglio in alcun modo accostare un impegno politico alla mia arte. Sento un senso di responsabilità sociale nei confronti dei lettori, questo sì, ma non significa fare politica; vuol dire, piuttosto, cercare di contribuire con quel qualcosa che, nel proprio piccolo, possa aiutare il mondo ad evolversi in maniera positiva.
Dio o dio?
Per quanto mi riguarda dio perché sono agnostica (non atea!), ma anche in questo caso mi viene da rispondere in base al relativismo: ognuno ha la libertà di scegliere se esista un Dio oppure un dio e, allo stesso modo, ognuno ha il diritto di essere rispettato nella propria scelta.
Che ne pensi dei giornalisti che fanno domande tipo “Qual è il suo colore preferito?” o “Ho saputo che ha smesso di fumare. È vero?”? E di quelli che fanno domande lunghe 10 righe? Cos’è il giornalismo e quali sono le caratteristiche che un buon giornalista deve possedere?
Mi fanno un po’ sorridere, ma dopotutto sono dell’idea che ognuno può fare ciò che vuole, non fanno del male a nessuno, semmai li prendo come spunti per i personaggi dei miei romanzi.
Le regole del buon giornalista cozzano con le regole del buon giornalista secondo me: io ho smesso di fare giornalismo puro dopo tre anni di cronaca e spettacolo nella redazione di un quotidiano perché non sopportavo di dovermi intromettere nei fatti privati degli altri, soprattutto in situazioni gravi come lutti, incidenti, ecc. Questa è la prima regola del buon giornalista, dunque… io non sarò mai una brava giornalista, in questo senso.
Ugualmente, non sono in grado di fare la critica giornalistica, perché mi manca la spinta alla critica in generale. Penso sempre che non si sa mai chi si ha davanti, quali fragilità sta vivendo in quel periodo della vita, che cosa possa aver passato, quanto di suo possa aver messo in un lavoro e quanto potere di ferirlo io abbia o meno con una critica che magari esce a tutta pagina su un giornale. Non ho mai avuto il coraggio di farlo, per rispetto nei confronti di chi si trova dall’altra parte.
Con questo, non voglio criticare a mia volta tutta la categoria dei giornalisti. Semplicemente, penso che non sia un mestiere nelle mie corde.
Sei d’accordo con tutte e 6 le lezioni di Calvino?
So che potrò apparire alquanto blasfema, ma Calvino non è mai stato tra i miei autori preferiti. Abbiamo modi di vivere la scrittura e la vita in generale piuttosto diversi. Mi ricordo a tal proposito un esame di letteratura che diedi all’università: il professore era un grande amante di Calvino, quindi mi chiese che cosa più mi era piaciuto di lui e del suo ampio mondo letterario. Io gli risposi uno sfrontatissimo “Niente”, ma lo argomentai talmente tanto bene che alla fine mi diede 30 e lode.
Senza nulla togliere a Calvino, che di certo è un mito al pari di Salinger e molti altri, gli autori che io amo si discostano parecchio da questo tipo di realtà narrative.
“Non sono niente./Non sarò mai niente./Non posso voler essere niente./A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo.” Così inizia Tabaccheria di Fernando Nogueira Pessoa. Come si pone dentro di te lo stesso argomento?
In questo momento si pone attraverso la paura di non avere il tempo per riuscire a realizzare tutti i miei sogni, che sono davvero tanti, troppi. A dire il vero, mi basterebbe realizzarne uno soltanto, ma purtroppo non dipende solo da me.
Cosa deve avere un personaggio inventato per risultare credibile?
È più credibile se, in qualche modo, trae spunto dalla realtà: per qualcosa che si è visto, un fatto accaduto, dettagli notati sulle persone, momenti rubati. Si è tanto più credibili come scrittori, quanto più si è bravi ad osservare ciò che esiste fuori, rispetto al rimuginare sempre su se stessi.
Come si traduce un’emozione in letteratura?
Come una magia. Non è una cosa che spieghi, accade e basta. È un dono che ti viene dato (con cui quasi sempre nasci) e che, se vuoi, puoi contribuire a migliorare nel corso della vita. Ma non lo si sceglie, né lo si compra nelle scuole: lo si possiede per natura, oppure no. Purtroppo la gente quasi sempre non conosce l’altro lato della medaglia, ovvero ciò che questo dono si porta appresso, e che spesso non è altrettanto bello né auspicabile.
Nozionismo o Immaginazione? Se entrambi, come li metti in relazione?
Li metti in relazione con la stessa magia attraverso cui trasformi un’emozione in letteratura. Più pensi a come far accadere una cosa, a come descrivere un fatto, a come veicolare un contenuto reale legandolo all’immaginazione, e più sarai incapace di farlo.
Io, per lo meno, la scrittura l’ho sempre vissuta così: d’istinto. Senza pensarci troppo. E mi piace molto questo concetto di qualcosa – chiamala ispirazione artistica, o quello che vuoi – che a un certo punto arriva, si impossessa di te e crea, nel senso più ampio del termine. È un’esperienza estremamente forte, commovente ed estenuante.
Preferisci la paratassi o l’ipotassi?
Dipende dal modo in cui mi va di scrivere quel determinato romanzo o racconto, che può essere completamente diverso e risultare il prodotto di due autrici potenzialmente distinte. In genere, però, non amo né le frasi troppo costruite alla Proust perché sono un po’ datate per la nostra epoca, ma neppure la paratassi portata all’estremo, come va molto di moda oggi. La trovo in un certo qual modo, se eccessiva, la morte della narrativa e della lingua italiana.
Esiste un equivalente letterario dei cinepanettoni?
Certo, ce ne sono a migliaia sugli scaffali delle librerie e degli Autogrill. Romanzi commerciali sfornati tutti uguali da case editrici interessate principalmente al profitto. Ma il dramma non è questo: il dramma è che la gente li compra in massa, e di conseguenza continuano a vendere milioni di copie.
Quali critiche muovi all’editoria contemporanea italiana?
Non mi sento di muovere critiche perché non sono un editore. Bisogna distinguere bene la differenza tra scrittore ed editore. Io credo che l’artista debba occuparsi di fare il suo mestiere, cioè l’arte. La critica all’editoria la lascio a chi ne conosce i meccanismi meglio di me, o tutt’al più ai giornalisti.
Ogni fine è necessariamente un nuovo inizio?
Per quanto mi riguarda, sì.
di Daniele Epifanio
Concerto dei “Samsara Blues Experiment”
Barracudas, Madrid.
Venerdì 22/11/2013
Non possedendo né un ingresso “artisti” né un backstage, l’attacco è diretto contro il pubblico. Alto quasi due metri, capelli biondi lunghi, barba aggressiva, sguardo da battaglia, uno dei due chitarristi, Hans Eiselt, si fa largo a colpi di custodia formato Les Paul tra la folla. La gente lo guarda, il pensiero è comune: “Cristo, arrivano i Vichinghi!”. A seguirlo, Thomas Vedder, moro, con gli occhiali e una barba fitta ma confusa, da pensatore, con un tamburo in una mano e uno sgabello ben foderato da batteria nell’altro. Tra i varchi che i due soldati aprono nella massa di gente, trova il tempo di infilarsi il bassista della band, Richard Behrens, nordico come gli altri due ma senza quella corporatura imponente che caratterizza i guerrieri norreni. Chi conosceva questa formazione sapeva che però mancava all’appello il fondatore, cantante e altro chitarrista della band: Christian Peters. Dal vociferare che si diffondeva tra il pubblico s’intuiva che il quarto elemento era impossibilitato a partecipare per causa di qualche virus intestinale…
Inizia il concerto senza neanche il soundcheck, i volumi sono equilibrati. Si alza un’onda di psichedelia, eco, delays, flagers, wah-wah. Interessante. Le canzoni sono senza testo e si costruiscono sopra un giro di basso sempre pulito, diretto, forte ma nel quale s’intravedono influenze Soul/Blues che trasmettono un’idea di leggerezza e di storia. Il batterista è una macchina, non perde un colpo e si districa perfettamente tra ritmi sincopati, controtempi e slanci metal. La chitarra, sempre distorta, si alterna tra assoli e ritmiche dure. Il pubblico, tranquillo ma affascinato, lascia andare la propria testa agli “headshakes”. Le canzoni variano tra alcune provate e preparate ad altre improvvisate, in cui a volte le chiusure suonano troppo strascicate o mancano di coordinazione.
Nel finale di uno dei brani, il vichingo più piccolo si avvicina al microfono e inizia a palare con un inglese molto tedesco “Do you understand English?”, domanda alquanto stravagante, “Well, as you know our band is composed of 4 elements, probably you are asking yourself why we are only three… well, the reason is SPANISH FOOD”. Un brusio gelido si diffonde tra gli spagnoli “Vorrà dire che mangiamo merda?”. Fortunatamente la ragazza accanto a me, ricoperta di tatuaggi, smorza la situazione generata dal complesso umorismo tedesco urlando “DIARREAA!”. Tutti sorridono e il concerto ricomincia.
Le canzoni continuano sulla stessa linea psichedelica, oscillante tra lo Space Rock e il Doom Metal ma sono ripetitive; la struttura è sempre la stessa, inizio mistico che poi raggiunge un apice distorto e irriverente con assoli carichi di effetti e pedali. Probabilmente il problema è la mancanza dell’altro componente della band.
Al di là della presenza scenica dovuta alla loro corporatura da invasori, della quale però dopo pochi brani l’occhio si stanca, l’attività della band sul palco è carente. Non s’impegnano in movimenti, espressioni o qualsiasi follia da riflettori per creare un rapporto più profondo con il pubblico, fanno molto formalmente il loro dovere da musicisti. Una carenza però facilmente colmabile, ad esempio con effetti visivi o video, che molto bene si associano con le atmosfere psichedeliche.

Qualche dubbio mi rimane però sul nome: “Samsara Blues Experiment” e in particolare sul secondo termine. Infatti interessante è la scelta di “saṃsāra”, termine sanscrito, che dovrebbe simboleggiare il “circolo della vita” e “l’oceano delle esperienze” e, meno originale ma egualmente adatto, il termine “Experiment”. Blues, invece, non me lo spiego. Oltre la struttura di basso il resto non ci si avvicina assolutamente, sarà forse una provocazione?
E’ comunque una band da conoscere, Live più che in studio e senza dubbio al completo.
Lucca. La cara, vecchia, maestosa Lucca. Con i suoi borghi suggestivi, i suoi palazzi e muraglioni antichi. E il suo esercito di cosplayers in maschera che, intasando le strette viuzze e centrandoti gli occhi con scettri del potere di plastica, regala allo scenario inedite note agrodolci. Siedo con Cosimo sullo scalone della minuscola chiesa di un’ancor più piccola piazzetta persa nei meandri del centro storico: siamo riusciti a sfuggire alla calca soffocante delle ore di punta solo per ritrovarci fra i banchetti e i ninnoli di mercatini etnici messi su per l’occasione. È stata una giornata spossante ma di grande soddisfazione per il nostro, per la seconda volta allo stand degli Editori Del Grifo del padiglione Napoleone con una sua opera inedita, “pausa” proficua dagli impegni dei suoi Live Painting e dalla campagna Kickstarter dell’ambizioso progetto Triloka. A rotazione, giganti della nona arte orbitano attorno alle sue stampe sigillate con l’inconfondibile ideogramma, da Giardino a Frezzato e così via. Ora, però, è il momento di fargli qualche domanda.
Bene, cominciamo… stai comodo?
Questa seduta marmorea penso mi darà dolori alla sciatica per i prossimi quattro giorni, ma sopravvivrò... cavoli, son proprio vecchio dentro!
Possiamo cominciare con…
Non finisco la frase che subito un allegro ambulante allunga con grinta il palmo della mano cercando di piazzare due accendini. “Scusa, non ora, stiamo facendo un’intervista!” esclamiamo, immobilizzandoci con le braccia in aria come per mimetizzarci col grottesco trionfo di idoli Tiki delle bancarelle circostanti. Non sembra essersela bevuta, dato che si allontana con lo sguardo furente di un indio sul piede di guerra.
Ha funzionato.
Così pare…
Non penso ci abbia creduto.
Forza, bando alle ciance: dacci una sinossi! La vita, l’arme, gli amori…
Beh, sono un disegnatore… in mancanza di un termine migliore. Non mi sento solo un illustratore, tantomeno un fumettista. Al momento ho base a Berlino, dove sono arrivato dopo un sei-sette anni passati a Venezia, e prima ancora in un college in Canada… Potrei dire in realtà che sono friulano, anche se nessuno dei miei genitori lo è, ma ho trascorso un bel po’ di anni nelle valli del Natisone, un posto piovosissimo al confine con la Slovenia, in una fascia pedemontana e bilingue. Andavo a scuola lì da ragazzino. Posso dire che ho girato parecchio: trasferimenti, traslochi… E mi piace. Non riesco a stare fermo in un posto per più di… mah… diciamo quattro o cinque anni.
Un bel background, non c’è che dire… Ma come nasce l’attività, quali sono state le prime produzioni?
Beh, oddio... diciamo che l’inizio “professionale” è stato da tre anni a questa parte… ma disegno da molto, molto prima. Disegno così come un calzolaio confeziona scarpe, e con quello cerco di guadagnarmi da vivere. E con ogni declinazione del disegno: progetti di animazione, live painting, illustrazione, sequential art e branding commerciale… prendo tutto quello che viene, anche per mettermi alla prova costantemente con nuove sfide e non restare mai fermo.
La domanda più importante: sei tu il misterioso pilota X di Speed Racer?
Uhhh…. No.
Si guarda intorno distrattamente ridacchiando. Non me la racconta giusta, ma per ora meglio fare finta di niente…
Insomma, tanta strada e impegno per poi approdare agli storici Editori Del Grifo…
Sì, è paradossale… ora sono lì in stand, circondato da torri di Manara e fortezze di Pratt, a cedere la sedia a Vittorio Giardino, nientemeno… è un bell’onore, considerando anche tutte le circostanze che mi hanno portato a questo punto, alcune davvero inaspettate (oltre a un legame con Montepulciano, base operativa degli editori). Il punto è che fin da piccolo per me il fumetto è stato quello, quello che per sommi capi oggi si definisce fumetto d’autore, e che per Del Grifo è un marchio di fabbrica: ecco perché quando ho deciso di buttarmi in lavori più seri e sentiti, mi sono subito rivolto a loro.
Ed è con loro che hai due libri all’attivo…
Sì, uno per ogni Lucca: Trentaduedentirotti (quest’anno) e l’esordio con Athos: Appunti dalla montagna santa…
Un qualche rimando a Jodorowsky?
Beh sì, abbastanza… cresciuto come sono fra L’Incal e universi limitrofi… Anche se soprattutto per mano di mio padre, che ancora oggi ha una grande influenza su di me. Athos infatti è un lavoro a quattro mani, essendo la cronaca di un viaggio, un suo viaggio, fatto prima che io nascessi e il cui racconto mi ha sempre affascinato. E’ stata una collaborazione padre-figlio, una catarsi freudiana se vogliamo, bella e utile in un certo senso visto che ad essere in due a mettersi a nudo davanti al lettore c’è meno imbarazzo.
Sorvolando sull’infelice evocazione visiva della metafora, Trentaduedentirotti invece è più tuo…
Sì, sono più io. Mi piaceva l’appeal scioglilingua della parola (e ancora di più vedere le espressioni contraddette della gente che passa davanti alla copertina). Sono io, che bruxo un sacco di notte, batto i denti, sogno sempre di romperli, ingoiarli, penso sia il nervoso, o il mio modo di affrontare il mondo, a denti stretti, tenere tutto dentro… Mi serviva uno sfogo totemico, e così è stato. C’è un sacco di mio anche dal punto di vista formale, la sperimentazione, l’horror vacui… certo avrei voluto metterci molto di più, ma com’è classico sono le cose di cui ti penti solo dopo che il volume è andato in stampa. Ho ancora molte cartucce da sparare.
Una delle quali, scommetto, è il Live Painting, uno dei pezzi forti nel tuo arsenale creativo e che sta diventando sempre di più un tuo biglietto da visita.
È una delle cose che mi piace più fare, e che mi dà moltissime soddisfazioni. Chiamiamoli Live Storytelling, all’americana, che dopo anni di IUAV la parola performance non la posso più sentire… Si lavora per lo più in digitale, con il mio collega di lunga data (e co-fondatore del Washout project) Stefano Bechini, polistrumentista favoloso, spesso di leva sui palchi di molti musicisti pop di fama internazionale. Il bello del live è proprio l’adrenalina del palco, e specie per me (che non so suonare e invidio molto i musicisti), quello è il surrogato del concerto.
Una parola: Triloka.
Il Triloka Project (mettiamo il ‘Project’ dappertutto, per dare un profilo aperto e in divenire)… è un’idea collettiva, un grande ombrello sotto il quale abbiamo riunito tante personalità da ogni zona del globo. Una storia che pesca la sua ispirazione dal folklore del sub-continente indiano, soprattutto grazie a Marc-Antoine Jean (lo sceneggiatore, e colui che più ha investito nel progetto). Dopo essere tornato dalla Cambogia e aver studiato a fondo miti e culture locali, Marc si è reso conto che erano talmente saturi di personaggi e battaglie allucinanti e visivamente potenti, da poter fare invidia agli universi Marvel e Dc. Così, come disegnatore di questa potenziale saga, mi sono ritrovato a calarmi in questo mondo che avevo visto solo in cartolina: Tanto lavoro di ricerca, ma nel complesso mi ha preso subito, specie perché a differenza dell’ennesimo supereroe patinato, qui si ha a che fare con personaggi che sono impressi nell’immaginario da secoli, scolpiti nei bassorilievi e negli idoli perduti. Personaggi che, come nel pantheon greco, sono caratterizzati da vizi e virtù decisamente umani, e da un sottotesto carnale ed erotico che non guasta. Adoro poi i landscapes, disegnare le foreste, la Giungla, gli alberi… Son stupendi gli alberi, parti con il tronco e poi ogni ramo va da sé.
Dica Trentatrè.
Trentatrè.
Altro domandone: Che siano illustrazioni, arte sequenziale o live storytelling… cosa vuol dire per te raccontare? Che urgenza senti di esprimere, di dire?
Mmm. Detta così su due piedi (anzi, due natiche sul freddo marmo) posso dire che con il disegno ho trovato la mia casella. Tante persone vivono la propria vita a lungo e felicemente in passività, e non sempre necessariamente nell’accezione negativa della cosa: altre invece hanno bisogno di vedere una precisa pulsione concretizzarsi, plasmarla e lavorarci sopra. C’è chi sfoga tale pulsione sui figli, chi nell’edilizia, chi nella musica. Nel mio caso è tirare fuori delle storie, mie o anche di altri. Possibilmente delle belle storie. Questo mi fa sentire vivo. E specie in una città come Berlino, in cui tutti sembrano essere poeti ed artisti, ti aiuta anche a ritagliarti il tuo angolo di sopravvivenza.
Com’è il cielo sopra Berlino?
Eeeh, è grigio. Un pantone Cool Grey 3, direi.
di Lisa Gyongy
Un giorno ci sei. Un giorno non ci sei più.
Marta, fisico esile, capelli bruni sempre raccolti in una coda tirata stretta al centro della nuca. Occhi castani, grandi, leggermente sporgenti. Denti perfetti. Dodici anni compiuti da un mese e due settimane. La mia migliore amica, la mia gemella d’anima. Noi, separate solo da una semplice “T”.
Non si hanno sue notizie da due settimane.
La polizia mi ha interrogata. Sono stata l’ultima a vederla e l’ultima a ricevere una sua chiamata.
Io e lei, nel cortile della scuola, alle quattro e mezza di due settimane fa.
Dopo le lezioni siamo rimaste a chiacchierare del ragazzo che le piace, il biondo Antonio, perché le aveva lanciato un bigliettino sul banco durante l’ora di matematica ed era tutta eccitata. Diceva: “Venerdì cinema con Davide. Tu e Mara venite?”.
T. indossava la maglietta azzurra con il sorriso di un gatto fatto di brillantini, jeans neri attillati e Converse nere. La più bella di tutte.
Le brillavano gli occhi. Stavamo architettando di andare a farci l’orecchino al naso... Io avrei falsificato la firma per lei, e lei per me.
Quel venerdì doveva essere il nostro venerdì. Il primo bacio...
Non che a me Davide piacesse particolarmente, ma il fatto di poter condividere un momento così importante con lei... beh, con chi avrei avuto il mio primo bacio era solo un dettaglio.
Il giorno dopo avevamo il test di scienze, ma non ne abbiamo parlato, troppo impegnate a pianificare i nostri piccoli intrighi.
Siamo partite da scuola che erano le quattro e quarantotto, lo so perché mi ha chiamato mia mamma per dirmi che stava tornando dal supermercato e che se eravamo ancora a scuola poteva darci un passaggio. Non l’abbiamo voluto... volevamo parlare ancora un po’ senza orecchie indiscrete.
Abbiamo percorso via Galileo fino a via Marconi, poi all’incrocio con via Dante ci siamo fermate a definire gli ultimi piani. Ci siamo abbracciate e ci siamo separate, io verso casa mia, lei verso casa sua. Tanto ci saremmo sentite da li a poco su internet.
Era allegra, mi ripeto, non c’era niente di sospetto nel suo atteggiamento, niente che mi avesse messa in allarme. Era la mia solita Marta.
Sono arrivata a casa che erano le cinque e un quarto. Tullio era già piazzato davanti al computer, quindi dopo averci litigato un po’ ho mandato un messaggio a Marta per dirle che non avevo accesso a internet e mi sono messa a mangiare una barretta di cereali e cioccolato davanti alla televisione. Poi mi sono ricordata del compito di scienze, ho preso il libro e ho cominciato a ripassare, stando sempre davanti alla televisione.
Alle cinque e trentadue è arrivata mia mamma, che nel frattempo si era attardata al supermercato perché aveva incontrato un’amica. L’ho aiutata a mettere via la spesa, mi ha rimproverato per il fatto che studiavo davanti al televisore e mi ha raccontato dei pettegolezzi freschi freschi.
Alle cinque e quarantadue Marta mi ha telefonato. Avevo la vibrazione, la televisione accesa, mia mamma che mi raccontava le cose e mio fratello Tullio con la musica accesa.
Non l’ho sentito...
Alle cinque e cinquantuno ho visto la chiamata e l’ho richiamata con il telefono di casa un minuto dopo. Il telefono suonava occupato, o spento. Le ho mandato un messaggio spiegando perché non avevo risposto e di squillarmi appena era libera.
Alle sei e quindici ho riprovato a chiamare. Poi alle sei e mezza, e alle sei e trentanove ho chiamato a casa sua.
Ha risposto sua madre. Appena le ho chiesto di passarmi Marta è rimasta in silenzio per qualche secondo, poi ha detto: “Ma non è con te?”
“No... ci siamo separate all’incrocio.”
“Aspetta un secondo, magari è chiusa in camera e non l’ho vista entrare. Arrivo subito.”
Suono dei suoi passi verso la camera di Marta, bussa, apre.
“No, non c’è... pensavo che ripassavate scienze insieme... Ma l’hai chiamata sul cellulare?”
“Certo, tre volte, ma sembra occupato, oppure spento... per quello ho chiamato a casa.”
Silenzio.
“Ok, provo a chiamarla anch’io. Fammi sapere se ti risponde.”
Abbiamo messo giù. Ho aspettato qualche secondo prima di richiamare, non volevo rubare la linea a sua madre. Suono di telefono spento. Riprovo dopo qualche minuto.
Ho comunicato la mia preoccupazione a mamma e le ho detto che volevo uscire a vedere se non si fosse fermata da qualche parte per strada, forse era per quello che mi aveva chiamata e poi la batteria del telefono si era scaricata.
Ho pensato: “se ha incontrato Antonio e l’ha baciato non le parlo mai più.”
Mia madre ha detto che veniva con me.
Siamo uscite, abbiamo camminato veloce fino all’incrocio con via Dante e abbiamo proseguito per via De Piscopo, poi via Serafino Uberti camminando lentamente e guardando dentro tutte le traverse. Io tenevo il telefonino in mano, pregandolo di farmi arrivare un messaggio di Marta. Ho chiamato Alice, tanto per sapere se l’aveva sentita e mi ha detto di no e perché.
Ho mandato un altro messaggio a Marta: “T dove6? Ci stiamo preoccupando. Risp!!!!”.
Alle sette e dieci eravamo davanti a casa di Marta. In quel momento sua madre mi ha richiamata e le ho detto che eravamo li davanti. Ha aperto la porta e ci ha fatto entrare.
Aveva l’aria molto preoccupata.
Ha chiamato suo marito. No, non aveva sentito Marta. Ha chiamato la nonna, no Marta non era con lei.
Alle sette e mezza la mamma di Marta ha pronunciato per la prima volta la parola polizia. Mia mamma ha cercato di sdrammatizzare.
Alle otto la mamma di Marta ha chiamato la polizia. Le hanno detto di stare calma, le hanno chiesto le generalità di Marta e hanno detto che spesso questo tipo di sparizioni si risolvono nel giro di dodici ore.
Mamma ha chiamato papà a lavoro dicendogli che ci fermavamo a casa di Marta e ha chiamato Tullio dicendo che papà arrivava presto.
Ho chiamato Luisa, Marco, Dalila e ho esitato sul numero di Antonio. Alle nove è arrivato il papà di Marta.
Alle nove e dieci abbiamo richiamato la polizia. Alle nove e quaranta sono arrivati due poliziotti. Si sono fatti dare una foto di Marta, gli ho descritto come era vestita. Sono usciti a fare un giro, poi sono tornati e hanno chiamato altri poliziotti.
Alle undici e mezza ci hanno detto di andare a casa. Ho fatto promettere alla mamma di Marta di chiamarmi a qualsiasi ora.
Ho provato a chiamare Marta altre dieci volte, se non di più, finché non sono crollata addormentata verso l’una di notte.
Mi sono svegliata alle sette, ho pianto per frustrazione non trovando nessun messaggio e nessuna chiamata, ho riprovato a chiamare,.
Alle sette e mezza mi ha scritto un messaggio Alice, per sapere se avevo trovato Marta. Non le ho risposto. Alle sette e quaranta ho chiamato a casa di Marta, ha risposto il fratello dicendo che non avevano sue notizie. Era sconvolto, avevano passato tutti la notte in bianco.
La polizia iniziava a girare per il quartiere con i cani. E poi fuori dal quartiere, e poi nelle campagne.
Alle nove ho ricevuto un messaggio di Marco, mi sfotteva per non essere a scuola a fare il compito di scienze. Non gli ho risposto.
Ho chiamato Marta a scadenze irregolari fino all’una, le ho mandato tre mail, poi ho ripercorso la strada verso casa sua e sono rimasta a guardare il viavai di gente nel suo salotto fino alle sei di sera. Poi è arrivata mia madre, mi ha sgridata per il fatto di essere uscita di casa senza dirlo, mi pensava a scuola... poi mi ha abbracciata.
Ho mandato un messaggio ad Antonio. Nel frattempo la polizia mi ha riconosciuta come ultima persona ad aver visto Marta. Gli ho raccontato tutto, più volte. Poi hanno chiamato Antonio e sono andati a casa sua.
Filippo, il fratello di Marta, mi ha raccontato che durante il giorno hanno interrogato tutti i famigliari, compresa la nonna, e alcuni vicini.
Ho riletto tutti gli ultimi messaggi scambiati con Marta, ho guardato le foto che abbiamo fatto insieme.
Volevo andare in camera sua, ma non me l’hanno permesso.
Alle otto sono tornata a casa. Ho acceso internet, ma niente.
Ho passato la notte in mezzo agli incubi. Marta mi chiamava, ma non aveva voce.
Il giorno dopo mia madre mi ha detto che era meglio andare a scuola. Mi sono rifiutata. L’ho pregata di portarmi a fare un giro in macchina per la città. Sono rimasta incollata al finestrino, sussultando ogni volta che vedevo il colore azzurro.
Venerdì ho ricevuto un messaggio da Antonio, chiedeva come stavo e se sapevo niente di Marta. Gli ho detto che non sapevo niente... e gli ho chiesto come stava lui. Mi ha mandato “:(“.
La sera hanno parlato di Marta in televisione. Marta ha sempre sognato di andare in televisione...
Lunedì ho litigato con mia madre perché non volevo andare a scuola, ma poi mi ha convinta, anche perché mi aveva scritto Alice dicendo che dovevamo organizzare una ricerca personale, che aveva già coinvolto quasi tutta la nostra classe e la B.
Mia madre si danna per non aver insistito a venirci a prendere. Io mi danno per non aver detto di si.
Soprattutto... alle cinque e quarantadue mi ha chiamata. Io non ho risposto.
Sono passate due settimane.
La polizia non ha trovato niente. Al telegiornale parlano sempre meno di Marta, niente scandali, niente di marcio nella sua famiglia o in quelle dei vicini. Non hanno nemmeno trovato il suo cellulare, o un pezzo di vestito, un libro, una matita... da nessuna parte...
C’è un poliziotto che mi piace molto, si chiama Claudio Rotolo. Buffo come nome. E’ stato il primo a interrogarmi. E’ molto gentile e spesso, con la scusa di chiedermi qualche altro dettaglio, mi chiama per aggiornarmi sull’indagine in modo discreto e per mostrarmi il suo sostegno e la sua dedizione nella ricerca di Marta.
Sta iniziando la terza settimana.
La chiamo ancora, ogni giorno. La mattina appena sveglia, nella pausa pranzo e la sera prima di andare a dormire.
C’è una nostra foto che amo particolarmente. Era il giorno prima del suo compleanno. Eravamo andate in riva al lago con l’intento di farci delle belle foto da mettere sul nostro profilo internet. Avevamo finito per farne tantissime e una più scema dell’altra.
Marta sorride mostrando tutti i denti e strizzando gli occhi, con il collo allungato. Io rido di rimando per la sua faccia buffa e ho gli occhiali tutti storti. Dietro di noi il lago scintillante e un pezzo della panchina verde su cui eravamo sedute.
L’ho stampata grande e l’ho messa sulla mia bacheca con frasi di magica preghiera: “Marta torna”, “Marta so che stai bene”, “Marta sei la mia T.” “So che ti troverò presto”. Le ho scritte lentamente, ripassando ogni lettera dieci volte... mi dicevo, al decimo giro Marta mi chiamerà. Alla prossima lettera Marta mi chiamerà. Se ripasso questa lettera dieci volte senza uscire dai bordi Marta mi chiamerà.
Il gruppo di ricerca creato da Alice non ha avuto molto successo. Siamo usciti un fine settimana correndo per tutte le strade, fermando la gente e chiedendo se avessero mai visto questa ragazza. Ci rispondevano “Sì, in televisione”. Marta! Sei famosa! Come devi essere orgogliosa!
Marco aveva portato anche il cane di sua madre, un perfetto segugio che non smetteva un attimo di abbaiare in modo isterico. Anche Antonio era venuto con noi, e Davide, e la stronza della B che voleva solo far vedere quanto fosse brava a venire con noi sfigati a cercare Marta.
Avevamo iniziato con entusiasmo, eravamo sicuri del nostro successo, tanti piccoli investigatori. Ma dopo qualche ora i miei compagni avevano iniziato a strascicare i piedi, a inviare messaggi dicendo che avevano guardato dappertutto, chiesto ovunque, ma niente.
“Marta, se leggi questi messaggi, fammi uno squillo...”
“T, ti voglio bene, sappi che ti stiamo cercando!!”
“Mi manchi.”
“Se qualcuno ti sta facendo del male giuro che se ne pentirà tantissimo!!! Sai quando mi trasformo in ragno viscido e puzzoso, ecco!!”
“T torna da me.”
Primo mese.
... Ho solo dodici anni! Cosa posso fare!? Oggi mi sono messa a piangere al telefono con Claudio. Mi ha detto di non perdere la fiducia. E come faccio? Come faccio?
La famiglia di Marta ha organizzato una fiaccolata in suo onore. C’era tantissima gente. Foto di Marta su grandi cartelloni, frasi dolci dedicate a lei. Marta, sei una star.
Due mesi.
Ho aperto un blog, me l’ha consigliato il mio psicologo. In realtà mi ha consigliato di scrivere un diario, dove scrivere tutte le cose che voglio dire a Marta...
Sto ricevendo molta solidarietà, da posti anche molto lontani. Marta, la gente ti vuole bene.
Grazie.
Tre mesi.
Alice mi sta molto vicina, ci vediamo spesso e mi parla di tutto. Molto più di prima. Le ho urlato contro e le ho detto che non prenderà mai il posto di T.
Inizio a perdere i contorni del suo viso. Quando chiudo gli occhi e li strizzo non riesco più a vederla per intero. Cerco di seguirne i contorni con le dita... Vedo un suo occhio, il lobo dell’orecchio, i capelli tirati vicino alla coda di cavallo...
Non la vedo più intera.
“T. T. T. T. T. T...”
Quattro mesi.
Antonio mi ha confessato che quel bigliettino l’aveva scritto a Marta, sì, ma che era rivolto a me... era me che voleva invitare al cinema. Gli ho urlato contro, dicendo che non aveva il diritto di rovinare l’ultimo sogno di Marta.
Cinque.
A scuola Marta sta diventando un argomento da evitare. Nessuno mi guarda in modo diretto, nessuno mi guarda dritto negli occhi, è come se fossi sparita anch’io...
Sei.
Hanno fatto una messa per Marta... come se fosse morta. Non ci volevo andare, ma mia madre mi ha fatto ragionare e mi ha convinta per rispetto alla sua famiglia. Il prete ha detto che Dio è con lei, non è da sola. Gli ho urlato contro e gli ho detto che è di noi che Marta ha bisogno.
Sette.
La nonna di Marta è morta. Il suo cuore era troppo pieno di dolore.
“T., noi ti aspettiamo sempre”.
Otto.
Nove.
Dieci.
È il suo tredicesimo compleanno. Le piaceva il tredici, diceva che a tredici anni si inizia a diventare donne.
“Buon compleanno sorella mia! Ti ho comprato una cosa bellissima, sono stata tre ore dentro al tuo negozio preferito! Volevo comprare tutto! Vieni a prenderla, ti aspetto.”
Undici.
Dodici.
Marta, ti vedo come una statua di cera, immobile, liscia, eternamente bella e fragile allo stesso tempo. Ti sogno. Faccio incubi.
“T. non mi lasciare sola. Ti prego...”
Altra fiaccolata per questo anniversario che non vorrei ricordare. Meno gente della prima volta. Marta. Hai deciso di sparire, e l’hai fatto in modo delicato, come il tuo carattere. Niente colpi di scena, niente scandalo.
Niente.
Due anni.
Vorrei solo sapere cosa ti è successo. Dove sei. Cosa fai. Come sei diventata... Chi è stato.
Tre.
Vorrei solo sapere se sei ancora viva.
Quattro.
Vorrei.
Cinque, sei. Sette. Otto. Nove.
Dieci.
Oggi è un giorno
che si crede stufo di tutto
e insulto ogni uomo e me stesso e le stelle.
Brutto vizio, stufarsi.
Sarebbe meglio nascere imbecille,
e avere una moglie e un lavoro
da cui farsi imprigionare.
Meglio non essere,
come chi legge il giornale
e non capirà mai che in fondo
sono sempre le stesse quattro notizie
e l’identica solitudine incurabile
a dire al collega “Hai visto che è successo?!”
Oggi è un giorno
in cui è meglio lasciarmi stare;
mi sento come Said l’extracomunitario,
marionetta in una catena di montaggio
sgozza 1300 polli ad ogni turno.
E lento scava la fossa in cui ficcare la propria ascesi.
Po-po-pooooo! Po-po-pooooo!
1300 polli
li affronto con righe determinate,
ma di solito dico “Scappa! Sei ancora in tempo…”.
Mi fissano con la coda dell’occhio:
sono uno di quei coglioni che scrivono ancora poesie,
“poesia” una parola più antica di “museo”,
come dice il mio amico Denis.
Al museo non ci sono gelati:
c’è uno che spiega, e particolari, e pensare.
Sulla parola poesia è caduta troppa polvere.
Sono sicuro che
Said vorrà sgozzare me
quando leggerà questa poesia,
ma sono altrettanto sicuro
che non la leggerà,
perché la sue mani conoscono
solo sangue da macello.
Mai sentì
sgorgargli addosso
effluvi di sangue eroico
tra le pagine usurate dai pollici.
Ormai non m’identifico più con niente e con nessuno.
Sono senza speranza
come l’ultima parola di un condannato a morte.
Solo come il silenzio a venire.
Ho studiato filosofie di uomini
che risalivano pecore fluviali
per farsi crocifiggere sull’albero maestro.
Sentii rimbombare il loro amore infinito
nella mia piccola e cinica mente da agnostico:
avrebbero dovuto raccontare alle pecore
la loro illimitata pochezza.
Fare o ricevere violenza
non aiuta il carattere imitativo
del popolo.
Ho letto reietti
insultare perbenisti e benpensanti
dimentichi che hanno già le loro vite.
E tanto basta.
Ho sfogliato superficiali riflessioni
di uomini profondi
e le ho trovate più profonde di me,
d’ogni burrone e abisso
che credevo d’aver visto.
Sento ancora il loro disagio
correre lungo la schiena
e scavare,
prepotente scavare,
fino a raggiungere
il più placido dei nervi
e il più inutile dei capillari
e non fermarsi.
Confutando ogni teoria
ho intravisto la Verità
fumare la sigaretta perfetta e irriducibile
della sconfitta umana
al disco-bar;
l’ho osservata ansimare per la bionda sul cubo
e pensare “Ad un porco non si può leggere la divina commedia!”
Poi si è avvicinata, le ha messo una mano tra le gambe,
e non ha dovuto spendere neanche una bugia.
Non mi dà più conforto alcuno
l’amicizia con i pochi intellettuali;
mi sfinisce l’attesa del bimbo deforme che porto in grembo
e la possibilità (pressoché nulla) di toccarti con queste parole
dove posso ancora farti male,
con lo schifo più violento che provo per te.
Non mi confortano, davvero,
il successo, il denaro e le donne,
offerti come un pacchetto vacanze
a chi si sente già arrivato
disilluso dall’idea che l’ha portato fin là.
Provo tristezza, un’infinita tristezza assassina
per chi invidia la fortuna dell’altro
che nascosto piange ossessioni di mercurio:
rosica per un dio perfetto al quale non potrà parlare. Mai.
Il divo tanto amato da un fan insignificante.
Ma mi alzo ancora al mattino tardi,
con in bocca gli eccessi della notte ,
e mi arrendo al mondo lettera per lettera
declamando alle pareti
poeti che ancora non conosco.
Ma mi muovo ancora, tra le folle,
con la patologica imperfezione che contraddistingue qualunque essere umano
e mi arrischio a castigarvi fonema per fonema
declamando di fronte a voi,
poeti che ancora non conosco.
di Luca Torzolini
Gufi si nasce?
[Marisa] Gufi si muore.
[Luigino] Ma la risposta non è pertinente.
[Marisa] Allora non lo so.
[Luigino] Io sono nato gufo. Ma non posso giurare che questo avvenga ogni volta e per ogni esemplare di gufo.
Qual è il vostro ruolo sociale?
[Marisa] Abitiamo i quartieri più miseri e malserviti.
[Luigino] Svolgiamo i lavori più umili e malpagati.
[Marisa] Gli uomini ci trattano come bestie.
[Luigino] Ma da sempre affasciniamo le donne sposate, che trovano riparo tra le nostre piume.
[Marisa] E perché proprio le donne sposate?
[Luigino] Perché crediamo nel valore della famiglia.
Guidando sull'A24 notate che un camionista, accostatosi sulla vostra destra nell'atto di sorpassare, va su e giù con il braccio e probabilmente si sta masturbando su di voi. Come reagite?
[Luigino] Cos'è l'A24?
[Marisa] Cos'è un camionista?
[Luigino] Cos'è la nostra destra?
[Marisa] Sono immagini che non possiamo immaginare.
[Luigino] Viviamo sempre in casa, ci guardiamo tutto il giorno, non usciamo mai.
Che cos'è la bellezza?
[Luigino] Marisa.
[Marisa] Gianni Barba, l'amante dalle piume di cristallo.
E' morto, sogna o son desto?
[Luigino] E' sempre morto. E' l'alternativa migliore.
[Marisa] Io ho fatto un sogno funesto.
[Luigino] Tienilo per te.
"Strappa da te la vanità, ti dico strappala!"? (Canto pisano 81, Ezra Pound)
[Luigino] Sembra una cosa dolorosa. Magari un'altra volta.
Perché non fate uso dei social networks?
[Luigino] Perché ti esprimi in termini inglesi?
[Marisa] Perché ha studiato, come noi.
[Luigino] Nonostante siamo gufi parliamo un corretto italiano.
[Marisa] Lo parliamo tra di noi, perché non ci piace dare confidenza agli estranei.
Vincete un milione di euro alla lotteria. Che ci fate?
[Luigino] Potremmo nascondere i soldi nel materasso.
[Marisa] Potremmo anche comprare un nuovo materasso.
Dove vanno a morire i gufi?
[Marisa] Moriremo soli. Nei nostri letti.
[Luigino] Io morirò in bagno.
Cosa centrate voi con l'intervista a Ivan Talarico e Luca Ruocco presente nel giornale?
[Luigino] Non so di cosa parli.
[Marisa] Parla di quei due.
[Luigino] Ma io non li conosco, e neanche tu.
[Marisa] Io non li conosco, e neanche lui.
di Guido Fabrizi
http://guidofabriziraccontibrevi.wordpress.com
Dopo una nottata passata ad imprecare e lamentarsi a causa di un vecchio molare marcio, Aldo decise di recarsi in farmacia all’apertura mattutina per fare una cospicua scorta di antidolorifici, di cui era rimasto sprovvisto, di quelli che spaccano il fegato, perforandolo da parte a parte come una revolverata consigliata dalle migliori case farmaceutiche. Per tutto il percorso premette con l’indice sulla guancia, in corrispondenza del dente agonizzante, sperando di annientare il dolore con una brutale pressione, quasi cercando di cavarsi il dente dall’esterno. Gli occhi marci, la bocca fetida, la pelle unta dal sudore ed un odore d’ammoniaca, simile a quello di un cadavere. Barcollante, scese dalla sua vecchia Fiat Ritmo, parcheggiandola di traverso rispetto alle altre auto. Entrò in farmacia dondolante e a fatica; dopo aver preso il numeretto raggiunse una poltroncina bassa dove, lasciandosi sedere, trascinò con sé lo scaffale dei preservativi. Mentre imbarazzato raccoglieva le decine di scatolette, gli apparve una donna dalla bellezza eterea, slanciata, elegante, come se da sempre i suoi geni fossero stati nobili, raffinati, appartenenti di diritto ad una realtà superiore, elitaria, fuori dal comune e dai canoni di bellezza. Quando si dice “una classe innata” che immediatamente ti fa comprendere l’appartenenza ad un livello sociale elevato e abbiente di denaro, cultura e potere. Lunghi capelli lisci e biondi come il grano e morbidi come la seta. Che luogo comune… Aldo avrebbe voluto definirli come un punto di biondo fra Barbie e la Principessa Sissi, ma preferì un “biondo paradiso”. Un volto dai lineamenti perfetti e dagli occhi espressivi, quasi regali. Un sorriso di stampo positivo e affascinante che lasciava delicatamente affiorare una dentatura di perle tahitiane. Un’anima non appartenente al mondo brutto, sporco e cattivo della miseria, delle beghe, delle nevrosi, della povertà dalle incolmabili solitudini, della disperazione di una vita che scorre senza riuscire a darle un senso. Una mannequin dell’anima e dell’estetica, vestita di savoir faire e Chanel, comprato in ogni angolo dei continenti. Insieme a lei le sue due piccole figliole di sei anni circa, gemelle dagli stessi capelli della mamma, biondo regale, vestite con gli stessi graziosi vestitini. Vivaci come l’intelligenza della madre che, di tanto in tanto, proferiva una nota di moderazione, probabilmente in madre lingua inglese, mentre parlava con la dottoressa che si trovava dall’altra parte del bancone. Le piccole si rincorrevano così velocemente che ad Aldo era quasi impossibile vederne i lineamenti. Solo di una, che si era fermata e seduta su di una poltroncina di fronte alla sua, ne vide la bellezza principesca, simile a quella materna. Un’adeguata delfina dagli occhi tristi… L’altra, in continuo movimento, girava e rigirava intorno ad una colonna della farmacia e veniva richiamata di frequente dalla mamma, alla quale non dava molto ascolto. Ad un certo punto la piccola, non più alta del bancone, si avvicinò alla madre per chiederle insistentemente qualcosa: iniziò a tale scopo a strattonarla dalla manica del trench maxi Armani alta moda. Tirava come chi cerca di attirare su di sé qualcosa di più di una semplice attenzione. In questo tira e molla disperato, ad un tratto, mentre la dottoressa si allontanava per prendere le medicine richieste, con un gesto fulmineo, quasi invisibile, come un camaleonte cattura la sua preda con la lingua, la madre cambiò espressione e, digrignando i denti come un animale all’attacco, diede una sberla micidiale sul volto della bambina. Uno schiaffo che non finiva nel suo naturale gesto, ma continuava a comprimere il piccolo viso contro il bancone contundente, fino all’arrivo della dottoressa che ritrovò un’atmosfera di serenità sorridente, contraddetta solo dagli occhi bassi della piccola. Quasi come se non fosse successo nulla, dopo aver accennato ad una espressione repressa di pianto, la bambina si avviò verso Aldo che aveva osservato tutta la scena. Man mano che si avvicinava, Aldo si rese conto che la gemellina aveva qualcosa di diverso dall’altra. Pur essendoci una somiglianza generale a livello somatico e fisico, gradualmente focalizzò che la bambina era affetta da nanismo. Con un contraccolpo scomparve il dolore al molare, mentre la bambina quasi di fronte a lui, guardandolo fissamente negli occhi, gli digrignò i denti che teneva serrati, in un’espressione d’odio, proveniente dal dolore. Due richiami della madre e le figliole la seguirono, saltellando e distogliendosi da quella noiosa sosta in farmacia. Aldo si alzò dalla poltroncina, risvegliandosi come da un sogno e, barcollando meno del solito, dopo essersi guardato intorno, si rimise apposto la camicia che gli fuoriusciva dai pantaloni. Visto che il dolore al dente gli era passato, decise di ritornare a casa per andare ad accompagnare a scuola il figlio di sette anni, cosa che non faceva da molto tempo.
di Luca Torzolini
Che cos'è la fotografia?
La fotografia per me è nata come mezzo di espressione.
Sentivo di aver bisogno di fare dell'arte e la fotografia era il mezzo a me più congeniale.
Il primo libro di fotografia mi è stato regalato da mia madre, era lei la "fotografa di famiglia", era lei, e prima di lei mio nonno che costringevano me e le mie sorelle, durante le vacanze, ad estenuanti ed infinite pose sotto caldi soli estivi per immortalarci davanti ad un qualsivoglia, ormai stanco, monumento!! Si sa, la fotografia è anche precisione e mia madre e' una che non lascia niente al caso!!!
Con il tempo ho comprato nuovi libri, ho studiato, finche all'eta' di 22 anni non ho deciso di comprare la mia prima reflex con la quale mettere in pratica tutte le nozioni che avevo imparato sui libri nei mesi precedenti . In quel momento mi si è aperto un nuovo mondo ed è nata una vera e propria passione dalla quale sono stato rapito completamente.
Ho cominciato a fotografare quello che mi sembrava più' semplice, quello che mi aveva dato sempre grandi emozioni senza chiedere nulla in cambio, la mia città, Roma.
Con lei ho sempre avuto un forte legame emotivo, così sulle note di " il cielo su roma" dei "colle der fomento" ho deciso che meritava la giusta ricompensa.
Perché prediligi la fotografia, moda e fashion?
Più il tempo passava e più mi rendevo conto che anche fotografare soggetti animati mi stuzzicava, ho iniziato così a scattare ritratti a chiunque si prestasse alle mie stressanti sperimentazioni, finché non ho cominciato a ricevere i primi apprezzamenti da amici e parenti, poi in rete, su i forum dedicati alla fotografia.
Da quel momento ho iniziato a concentrarmi sulla fotografia in studio ho frequentato dei workshop e mi sono tolto lo sfizio di fare una sessione con la mia prima modella professionista nello studio di un fotografo per professione.
Alla fine della sessione, incantato dalle infinite possibilità di giocare con l'illuminazione e dal feeling che si era creato durante lo shooting, avevo deciso che quello sarebbe stato il genere di fotografia che avrei continuato.
Che cosa sarebbe la fotografia senza la tecnica?
Il risultato di una fotografia è "arte", ma alla base c'è una scienza!
Conoscere ed imparare ad applicare le regole per poi sapere quando è il momento di superarle è per me un concetto alla base di ogni buon fotografo!
È possibile realizzare una foto, spontanea , quando si tratta di fotografia fashion?
La bellezza la vivo in maniera pura, quello che voglio trasmettere nelle mie foto è la bellezza viva, un corpo o un viso bello non sono sufficienti! Dev’essere un mix di più elementi…quello che cerco è quel tipo di immagini che trasmetta la bellezza vissuta, in modo da percepire lo stato d’animo, i sentimenti della persona e quella sensualità elegante, che coinvolge più mentalmente.
Quindi perché no, la spontaneità non potrebbe che arricchire il contenuto emotivo di un immagine dando maggiori possibilità all'utente di apprezzarne il messaggio.
Quali sono le difficoltà nel fotografare oggetti?
Dal momento dell'allestimento del set fino alla pressione sul pulsante che genera il classico "click", le cose di cui tener conto e conseguentemente le difficoltà, fotografando un oggetto, sono molteplici. Il materiale di cui è composto ad esempio. Un oggetto in metallo sarà più difficile da immortalare rispetto tessuto, nel primo caso dovremmo preoccuparci di più che le luci non creino riflettenze spiacevoli e che lo stesso risulti gradevole alla vista dell'utente.
D'altro canto non dovremmo preoccuparci dell'imbarazzo che si viene a creare tra "modello" e fotografo, non dovremmo preoccuparci di "stressare" il soggetto con lunghe sessioni di scatto sotto luci molto calde e trucchi colanti, e soprattutto, cosa molto importante, una pentola non ci dirà mai che "non si piace".
Cosa è giustificabile e cosa no nel voierismo fotografico?
Al giorno d'oggi il limite tra foto-giornalismo e foto-cannibalismo è molto labile. E' difficile capire dove finisca la notizia e dove inizi il voyeurismo.
La fotografia al giorno d'oggi non è più solo una forma di espressione artistica ma viene spesso messa al servizio di scopi non propriamente nobili. Certo è che in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo le persone sentono spesso la necessità di distogliere l'attenzione dai problemi propri per riversarla nelle "disgrazie" altrui, quasi come fosse un modo per esorcizzare la paura. In questo senso la fotografia in quanto prodotto non fa altro che il suo dovere dando all'utente quello di cui ha bisogno.La macchina fotografica diventa il mezzo per intromettersi, trasgredire e distorcere una realtà.
Grazie alle nuove tecnologie, a nuovi telefoni cellulari dotati di obiettivi fotografici ed a macchine digitali sempre più piccole, siamo testimoni costanti di quello che accade. Se, tuttavia, per molti l’atto di fotografare si riduce in una semplice attestazione di un’esperienza e nella riduzione della stessa in immagine, per altri la fotografia non è solo il frutto di un incontro tra evento e fotografo, ma uno scambio tra tale incontro e l’evento in sé.
Quanto la letteratura e il cinema hanno influenzato la tua fotografia?
Devo molto ad entrambe per diversi motivi. La letteratura per me è stata una compagna, molto spesso un'amica, è stata lo stimolo a dare voce ai miei pensieri. Il cinema anche mi ha sempre affascinato e a lui forse devo la passione per "l'inquadratura", la scelta dei piani, delle luci e la voglia di narrare con le immagini.
Che rapporto si viene a creare fra fotografo e modella? questo rapporto può inficiare la riuscita di scatti creativi?? come cambia una persona di fronte all'obbiettivo?
Il rapporto con le modelle, che siano esse professioniste oppure alle primissime armi, è un aspetto molto importante per la buona riuscita dello shooting. Un piccolo sbaglio o una frase malintesa potrebbe mettere a disagio la modella e rovinare il rapporto di complicità e di conseguenza l'intera sessione nonché la reputazione. Le persone e i loro caratteri variano e non è sempre facile entrare subito in contatto e trovare il giusto feeling, per il resto essere gentili e cortesi, informali ma professionali allo stesso tempo. Ridere e scherzare per rompere la tensione e per dare alla sessione il giusto grado di divertimento e piacere, cercando di non esagerare. Si deve comunque tenere un comportamento di fondo professionale.
Postproduzione: quando e perché?
Penso che questo sia un argomento molto controverso sul quale si debba fare una fondamentale distinzione, esistono due tipologie di fotografia, fotografia intesa come documentazione, come ad esempio la fotografia di reportage, e la fotografia cosiddetta interpretativa come può essere la fotografia pubblicitaria, di moda, oppure nel paesaggio.
Nel primo caso non è ammesso nessun tipo di fotoritocco che ne possa in qualche modo inficiare la veridicità e renderla così inattendibile, nel secondo caso ben venga l’intervento creativo perché essenzialmente ci permette di dare spazio alla creatività, di mostrare la nostra visione del mondo. Personalmente una lieve correzione del colore, delle piccole imperfezioni, che possono andare dai pori della pelle in un ritratto alla rimozione di piccoli elementi di disturbo nei paesaggi, amo sempre farla per dare alle foto quel tocco in più.
Cosa significa per te sperimentare?
tutto… o quasi ! da buon fotografo cresciuto sui libri e sul campo più che a scuola posso dire che per me la sperimentazione resta uno dei pochi, se non l'unico mezzo per conoscere. La fotografia è per me ancora in continua evoluzione, ogni giorno scopro tecniche nuove e nuovi modi per giocare con la luce, e ogni esperimento è una nuova emozione.
Quello che consiglio a tutti gli aspiranti fotografi è di sperimentare il più possibile, confrontare e perché no anche "copiare". Quante volte ho visto immagini strabilianti e ho cercato di replicarne l'atmosfera e l'illuminazione ottenendo spesso risultati differenti perché comunque intrisi del mio stile e del mio modo di vedere il mondo.
Come "leggi" una fotografia?
La prima cosa che faccio è guardarla nell'insieme, se non mi colpisce al primo impatto è difficile che io possa cambiare idea, superato questo primo passaggio analizzo prima la tecnica e il messaggio, se ne contiene uno.
Qual è il tuo ultimo progetto?
E' un connubio fra reportage e moda. Sono delle doppie esposizioni in cui sovrappongo gli interni delle sfilate di moda alla vita quotidiana spesso cruda e soprattutto lontana.
Un gioco di luci e ombre.
E' il mondo incantato della moda che si scontra con la vita di tutti i giorni.
Allo stesso tempo è il mondo crudo della moda che si insinua all'interno della quotidianità.
Perché hai deciso di fotografare interni ed esterni della sfilata?
L'idea mi è venuta durante la settimana della moda di Milano, avevo la mia analogica con me, che permette di fare questo tipo di esposizioni, e ho pensato che sarebbe stato interessante mettere a confronto, anzi scontrare i due mondi, spesso lontani e spesso molto vicini.
Quale sarà' il tuo ultimo scatto?
Non so dirti quale sarà, posso solo dirti che finchè sarò in grado di meravigliarmi, ci sarà sempre qualcosa di interessante da fotografare.
di Luca Torzolini e Daniele Epifanio
In un nascosto paese del Lazio, immerso nella poesia che la natura costantemente e gratuitamente ci dona, siamo andati ad incontrare Fabio Piscopo, pittore figurativo e scultore fiorentino. Un artista che non definisce le proprie produzioni artistiche come “opere” bensì come “realizzazioni” e che racconta con un sincero sorriso sulle labbra di quando, in seconda media, bravissimo in tutte le materie, venne rimandato a causa della sua insufficienza in disegno: “il bello è che avevo già deciso di frequentare in futuro solo ed esclusivamente il liceo Artistico come scuola, volevo imparare a disegnare […] nell’opera, quadro, scultura, ceramica non metti l’oggetto, bensì un tuo pensiero. Per trasmettere tale pensiero però, devi essere in grado di formulare un discorso. Ad esempio, nel linguaggio parlato per saper formulare un discorso non puoi solamente saper spiccicare l’italiano, devi conoscere la sintassi, la grammatica, un poco di etimologia delle parole; insomma devi avere un minimo di formazione così da essere un bravo comunicatore. Nell’arte figurativa gli strumenti sono diversi ma il concetto è sempre quello. Sapendo che tutto ciò che m’insegnavano non era propriamente definibile come arte, mi sono iscritto al Liceo Artistico: volevo poter padroneggiare gli strumenti da utilizzare per esprimere ciò che volevo esprimere.”
Fabio, qual è il messaggio della tua arte?
Per me che ho scelto di comunicare attraverso “il segno” è un po’ difficile dirlo a parole.
In ogni mia realizzazione però vi è l’umanità, al centro di tutto c’è l’uomo. È inutile andare a ricercare altri benesseri all’interno della vita se per primo si esclude il rapporto con gli altri uomini. Il messaggio potrei definirlo come “amore”, nel senso grande del termine. Non come quello che nasce tra un uomo e una donna o nella sua accezione carnale, bensì nelle interazioni tra tutte le persone. Se ci fosse questo tipo di sentimento tra tutti gli uomini, il politico, dall’alto della sua posizione, farebbe gli interessi di tutti e ognuno, concorrendo al bene dell’altro, concorrerebbe anche al proprio: nessuno cercherebbe di fregarsi. Questo è il mondo ideale che noi chiamiamo “utopia”, ciò però non significa che non potrebbe esistere.
L’arte per te è un fenomeno sociale o naturale?
Io credo che l’arte sia insita dentro ciascun individuo, tutti al momento della nascita hanno la creatività insita nel proprio io o nella propria testa. Poi per un motivo o per un altro c’è chi la mantiene e c’è chi invece la soffoca e ciò accade nei primissimi anni di vita, quando si è ancora bambini. In seguito ci sono momenti in cui da fastidio avere questo cervello, questo “io creativo” e dunque ci si adegua alla società, ci si adegua alla normalità per avere una vita meno contrastante e meno contrastata. Invece c’è chi quest’arte la coltiva, chi vive bene dentro questo “io diverso” e che dunque coltiverà la propria predisposizione innata sviluppando il senso artistico, il senso critico e imparando ad accettare i disagi e le bellezze che la vita ci offre…
La vita da artista… sai, delle volte mi ritrovo a parlare con gente che mi dice <<beato a te che fai questo, beato a te che hai scelto di vivere così, beato a te che puoi fare quello che ti pare…>> la domanda che mi viene sempre spontanea è <<ma perché non lo fai anche te?>> loro dicono <<ah no… io ormai…>>: bene questa è la negazione dell’arte, quando uno dice <<io ormai sono distrutto>>, ma chi t’ha distrutto dico io? Una persona può riprendere la propria creatività anche se per 20-30 anni l’ha rinnegata. Ci vuole un minimo di coraggio… neanche molto in fondo, certamente non pari a quello di cui si ha bisogno per affrontare una malattia.
Qual è una delle tue più profonde paure da sempre?
Forse la banalità. Ritrovarmi a essere piatto e non avere, la mattina quando mi sveglio, più nessun entusiasmo. Pensare che quella mattina sarà uguale all’altra…
Ad esempio, mi ha sempre spaventato il così detto “lavoro giornaliero”, senza un minimo di emozione, diversità o creatività nei confronti della giornata. Mi angoscia l’idea di ripetere il gesto, di partire, di andare, di tornare, di vedere, di mangiare, di dormire per poi ricominciare da capo sempre lo stesso ciclo… vivere dentro questo senso di noia per poi arrivare sino alla vecchiaia e alla morte. La maggior parte delle persone arriva in fondo alla vita non vivendo più, sono già morte prima; sono morte dal momento in cui hanno iniziato la famosa “carriera”: la carriera del lavoro, della famiglia o dei rapporti con la società… questo modo standard di vivere.
Possono esserci compromessi nel corso dalla vita?
No no no…. Compromessi non devono esserci, assolutamente. Se hai un compromesso e un senso della vita creativo prima o poi questo compromesso ti crolla, o crolli te o crolla lui. Non ci devono essere compromessi ma una chiarezza totale, poi le persone che ti stanno accanto ti devono accettare o non accettare per quello che sei. Non bisogna poi essere spaventati dalla solitudine poiché, se vissuta coscientemente, non è solitudine quanto pienezza del proprio essere. Quando una persona impara a vivere bene nella propria solitudine, vive benissimo anche insieme agli altri.
Cosa significa per te “sperimentare”?
Prima di tutto la sperimentazione è una distruzione di ciò che sai e di ciò che ti è certo. Io ho delle sicurezze, dal momento in cui violento queste sicurezze, ho la possibilità di scoprirne di nuove. Quindi la ricerca è non aver paura di andare oltre il conosciuto, oltre il certo, oltre ciò che da sicurezza e pane quotidiano.
Cos’è la “perversione”?
La perversione è tutto ciò che è contro la naturalezza. Uno che si abbuffa di pasta asciutta è un pervertito o uno che si abbuffa di vino è un ubriacone, mentre gustare un bicchiere di vino è un'altra cosa; anche nel sesso è così. La perversione è sempre qualcosa che va oltre il naturale. Non credo che in natura essa esista, dunque se vai contro ciò che è naturale, vai contro la tua stessa natura.
Se mancassero 6 ore alla fine del mondo, cosa faresti?
Mhà… guarda penso che continuerei a fare quel che sto facendo. Effettivamente sono diversi anni che penso alla mia fine e sono dunque diversi anni che penso a gustarmi ogni momento, invece di continuare ad affrettarmi. Se dovesse finire il mondo tra sei ore, credo che rallenterei ancora di più, proprio per gustarmi ogni secondo di quel che sto facendo, perché tanto correre sarebbe inutile.
Spenderesti tempo anche per aggiustare quella mattonella incrinata?
Ahahah… Beh se mi trovassi nel momento in cui la sto aggiustando finirei di farlo. Non importa se aggiusti una mattonella o fai un quadro, tanto è la stessa cosa, arriva la fine no? L’importante è che quel che stai facendo tu lo viva… non è che cosa fai ma come lo fai.
Credi che le cose finiscano?
Si, un’opera finisce… ma solo perché ne deve iniziare un’altra. Lo stesso è per il rapporto con le persone. Quando un rapporto finisce è sempre una cosa orribile, un rapporto non dovrebbe mai finire, perché poi rimangono solo rabbia, rancore e negatività; il rapporto dovrebbe evolvere. Il finire di una relazione dovrebbe essere il suo trasformarsi. Ad esempio, posso avere un rapporto amoroso o sessuale molto stretto con una donna, poi improvvisamente esaurirlo, per tanti motivi dipendenti o meno dalla volontà di entrambi, però questo rapporto dovrebbe rimanere vivo, rimanere costruttivo, dovrebbe percorrere un’altra strada rimanendo però sempre in cammino, un cammino evolutivo, in avanti.
Il rapporto che finisce è stato un avanzamento, un qualcosa che ha accresciuto la tua personalità… perché distruggere qualcosa che ti ha arricchito?
di Ettore Zanca
Ho vinto. Mamma diceva che perdevo solo tempo, ma io stavolta mi sono messa di buzzo buono. Detesto arrivare a un passo dall’ultimo livello e perdere tutto.
Mi piacciono i videogiochi l’ho detto anche alla professoressa che somigliano un po’ alla vita. Ne ho trovato uno che mi piace tanto. C’era un Orco che prendeva una principessa e la portava in un castello diroccato, un cavaliere affrontava un sacco di piccoli mostriciattoli, ostacoli, spine infernali, fuoco fiamme, per salvarla. Mamma si arrabbia se passo troppo tempo davanti alla mia Playstation, “maledetta me e quando te l’ho comprata!” mi dice sempre.
Invece non immagina quanto mi è stata utile. L’orco che prende la principessa mi ha sempre fatto ammattire. Sembra non ci sia modo per sconfiggerlo. Il cavaliere prova a parlare con maghi e saggi dei villaggi che percorre, cerca di capire come può sconfiggerlo, ma tutti gli dicono che non deve parlare ma essere coraggioso, trovare l’arma segreta e uccidere quel mostro orribile con quella. Così ho cercato l’arma segreta, livello per livello. A papà sembro triste quando viene a trovarmi in camera. Non capisce perché quando abbiamo i suoi amici a cena mangio di fretta e scappo in camera. Mamma è preoccupata perché a scuola le hanno detto che sono molto silenziosa, sono cambiata. La psicologa della scuola e la professoressa dicono due cose diverse. “è colpa di questi videogiochi” dice la prof, “no, la ragazza sta crescendo, il fisico cambia e non tutte le ragazzine lo accettano” replica la psicologa.
Io non devo ascoltarle, sono come le streghe maligne che fermano il cavaliere e gli indicano la strada sbagliata per non farlo arrivare dalla principessa. Io invidio quella principessa che ha un cavaliere che risolve i suoi problemi, che si fa in quattro per lei e non accetta la realtà che i nemici provano a fargli vedere. Lui va oltre e lei lo aspetta. Sa che sconfiggerà l’orco. Quando troverò l’arma segreta so che sarò felice. È il mio unico obiettivo. Anche a scuola ormai non penso ad altro. Certo un po’ ne risente lo studio, ma poi recupero. Anche le mie amiche mi trovano un po’ strana. Anzi mi giudicano infantile, loro osservano e ammiccano i ragazzi della classe, ma mirano a quelli più grandi e invidiano Marina che è ripetente e ha il fidanzato con la macchina vera. Mica quelle lattine ambulanti che i genitori iperprotettivi comprano ai figli al posto del motorino.
Ieri mio padre ha parlato con i professori, è tornato nero. Non ha neanche provato ad ascoltarmi; “o studi e recuperi, o ti scordi questo schifo di console!”, ha ruggito. Stava per prendermela e portarmela via. Dopo mesi di silenzio e di passività, oggi ho reagito. Devo averlo guardato male, molto male, perché si è preoccupato, gli ho detto solo “fammela tenere per un giorno, domani te la do e non ci giocherò mai più”.
Non mi ha creduta. Mi ha lasciato la Play, ma sottovoce ha detto a mia madre che domani avrebbe chiamato una psicologa per cercare di capire, per farmi curare “da una che ne capisce”. Se avesse ascoltato almeno una volta avrebbe già capito. Stanotte ho fatto le ore piccole, per vedere dove si trovava questa benedetta arma segreta. L’ho trovata, ho capito come si sconfigge l’orco. Ho salvato il livello, pronta allo scontro l’indomani. Ero molto stanca e volevo affrontarlo tranquilla. La mattina dopo ho fatto colazione, sono uscita per andare a scuola.
Papà mi ha detto che di pomeriggio saremmo andati “da una loro amica che voleva parlarmi”, “va bene” ho risposto contenta, mio padre mi guardava come se fossi pazza. Sono arrivata davanti scuola e sono andata oltre, volevo affrontare il livello finale, avevo l’arma segreta e sapevo come sconfiggere l’orco. È stato più semplice del previsto. Basta andare dagli uomini vestiti di blu, proprio accanto alla scuola. Nel mondo reale si chiamano poliziotti, dire il proprio nome e cognome e raccontare di come, per tre volte, il migliore amico di papà approfittando dei pomeriggi che i miei erano al lavoro fosse venuto a casa. Io mi fidavo, mi teneva sulle ginocchia da piccolina, lo chiamavo zio. Ma zio non mi ha tenuto sulle ginocchia, stavolta, per tre volte, ha fatto inginocchiare me. Sarò ancora piccola per certe cose come dice mio padre, ma anche da grande credo che mi faranno schifo.
Poi mi ha detto di non parlare, che era una cosa nostra. Per tante sere è venuto a cena da noi con sua moglie e i suoi figli piccoli. Io sentivo scorrere addosso la stessa sensazione appiccicosa della bava vomitata dall’orco al cavaliere per impedirgli di arrivare alla principessa. Così ho giocato alla play. All’inizio era perché non volevo stare a pensare, quando l’orco andava via dopo le porcherie che mi aveva fatto fare, era per scacciare i fantasmi. Ma poi ho capito che il cavaliere dalla principessa ci deve arrivare. Perché l’orco vuole convincerla a essere sua e dice che è amore, che gli altri non capirebbero.
L’amore però non può fare lo schifo che sento io, non è nelle parole inascoltate dai miei, quando insistevo per non restare a cena quelle sere, quando non volevo che mi facessero accompagnare da lui a danza. Ho giocato per liberare la principessa, ora so che c’è l’arma segreta. Si chiama denuncia. L’orco viene sconfitto, ma la principessa non ha tanta voglia di festeggiare, anzi, diciamo che dopotutto si sente anche morire dentro un po’.
di Daniele Epifanio e Luca Torzolini
Cosa significa per te a livello musicale comporre, ricercare e sperimentare?
Per me fare composizione non è nient’altro che un processo di decomposizione! (ride, ndr) Ricercare, sperimentare, riscoprire, e ovviamente studiare il passato…il nostro e quello degli altri. La ricerca è tutto, è il nostro ossigeno. La ricerca è anche svegliarsi la mattina e chiedersi cosa fare. La sperimentazione deve essere strettamente connessa alla nostra quotidianità: guai a dimenticarlo.
Due sono i modi principali di concepire la musica, quello interpretativo e quello compositivo. Qual è a tuo parere la reale differenza tra il compositore e l’interprete?
Ovviamente sono due mestieri completamente diversi, anche se con punti di contatto molto forti. Banalmente: il compositore scrive mettendo su carta ciò che ha in testa, l’interprete legge e ri-scrive. La difficoltà tecnica non si svela però come l’unico ostacolo: l’interprete cerca di risalire a ciò che il compositore ha pensato quando ha elaborato l’opera, riscoprendolo e riportandolo in vita. Come compositore, è come se dessi l’imprimatur e applicassi il mio cuore su carta. L’interprete invece applica il suo al mio. È un rapporto dialettico unico. Possiamo non vederci e non parlare, ma conoscerci, volerci bene o addirittura odiarci. È magia allo stato puro.
Dunque è più “umano” il lavoro dell’interprete, emotivamente parlando, di quello del compositore?
Sono abituato a gettarmi fango addosso, quindi ti dico di sì. Scherzi a parte, sicuramente un compositore rischia più facilmente di cadere in un processo creativo cervellotico: deve impegnarsi per far risuonare il brano nelle ossa di colui che lo dovrà eseguire e giocare d’astrazione purtroppo è un rischio che sta dietro l’angolo durante la fase di scrittura. L’esecuzione la considero un po’ come la prova del nove: ogni volta che scrivo un pezzo per qualche altro musicista e che lo sento eseguire, riesco a capire se quel che ho scritto ha senso o meno.
Se possedessi una macchina del tempo, non condizionato da circostanze storico-musicali, dove andresti e perché?
L’apocalisse è vicina: il futuro! (ride, ndr). Voglio capire come finiremo...giusto per sapere dove porta la strada. Tutto il resto - in un modo più o meno realistico - lo possiamo studiare, vedere, immaginare. Sì, la curiosità impellente riguarda certamente il futuro. Il nostro futuro.
Sappiamo che recentemente hai composto le musiche per uno spettacolo teatrale per bambini sul Piccolo Principe. Come recepiscono loro la musica a tuo parere?
È divertente perché lo spettacolo andato in scena non era affatto nato come uno spettacolo di teatro per bambini avendo contenuti molto forti: era una riscrittura del testo di Antoine de Saint Exupery con ampi respiri e diverse licenze contenutistiche. Avevo scritto per l’occasione delle musiche adatte ad un pubblico adulto, che ricalcavano l’impianto drammaturgico e registico. Non che esista “musica per bambini” o “musica per adulti”, ma sicuramente se avessi saputo che l’ascoltatore medio avrebbe avuto sette-otto anni mi sarei quantomeno contenuto, sotto certi aspetti; dall’altro lato, probabilmente, sarei stato troppo influenzato dalle circostanze? Chissà, forse sarebbe venuto fuori un esperimento musicale atroce e violento! Brrr… Il fatto di aver involontariamente considerato i bambini come adulti è stato senz’altro una carta vincente, nonostante le circostanze. Essi hanno l’incredibile qualità di riuscire a stupirsi con facilità, come se fossero carta bianca. Al contrario, per quasi tutti noi, lasciarsi stupire risulta difficilissimo… (silenzio, ndr) Le musiche dello show erano per clarinetto, pianoforte e contrabbasso e ho notato con stupore come l’ingresso dal niente di uno strumento con possibilità timbriche così particolari come il clarinetto folgorasse e illuminasse gli occhi di ciascun bambino presente in teatro.
Non ho mai amato particolarmente i bambini ma con stupore si sono potuti dimostrare più intelligenti e aperti rispetto a gran parte degli adulti ai quali abbia proposto la mia musica. Me incluso.
Alcuni pensatori hanno considerato la musica come la più elevata tra le forme d’arte perché non necessariamente collegata a particolari idee e concetti. Riusciamo a discernere la musica grottesca da quella rilassante identificandola in particolari suoni, tu che cosa ne pensi?
Adesso lo dico con fermezza, ma magari fra cinque minuti non lo dico più: la musica è il regno della soggettività e una delle sue più grandi qualità è quella di poter arrivare al destinatario slegata da orpelli. Sappiamo al contempo di essere però costruiti sopra un groviglio di convenzioni. Come nel mondo del cinema un esperto regista sa che attraverso determinate inquadrature e particolari giochi di luce è possibile ricreare specifiche sensazioni negli spettatori, anche un pianista saprà che una scala cromatica discendente porterebbe il pubblico a pensare, per esempio, al gatto Silvestro che ruzzola giù per le scale! Ma chi mi dice che oggettivamente siano immagini universalmente riconoscibili? La famosa colonna sonora de “Lo Squalo” fa necessariamente pensare all’animale killer? E perché non, slegata dall’immagine, ad un topolino che gira veloce per le strade in cerca del formaggio? È il caso dei bambini dei quali parlavamo poco fa: hanno un’immaginazione superiore alla nostra, sono come slegati da stereotipi e convenzioni. Loro si divertono sempre, noi siamo molto più marci. Attenzione: il pregio enorme della comunicazione musicale è la possibilità di lasciare più spazio all’immaginazione e all’interpretazione!
Qual è secondo te la differenza tra un suono ed un rumore?
Ma che domande! (ride, ndr) Il mio “Brusìo” è stato frutto di un anno di riflessioni del genere! Ne potremmo parlare fino a domani alle cinque. In una tournée di un mese ho affrontato proprio questo argomento interagendo con un’ora e un quarto di rumori, sia attraverso il pianoforte che fisicamente. Non credo ci sia particolare differenza fra un suono e un rumore. Pensa a “Experimentum Mundi” di Giorgio Battistell: è un pezzo per un ensemble di sedici lavoratori, dal falegname al fabbro, che agiscono coordinatamente! Creano musica. Capito, con classici oggetti da lavoro!
Cosa ti rende profondamente infelice?
Ora come ora? La mia sconfitta definitiva sarebbe sicuramente connessa al mio modo di rapportarmi alla musica. Il non riuscire a rispecchiarmi in quello che scrivo, e dunque in quello che vivo. Il giorno in cui sarà così, sarò pronto a gettare via carta e penna…ammesso che si possa fare. Sono profondamente infelice quando non riesco a scrivere ciò che voglio, ciò che sono. È specchio di un profondo problema che sta alla base.
Sono questi per caso momenti in cui la tua musica è più vera di te, più vera di quello che di te sai?
Sì, credo sia così. Sono le volte nelle quali non riesci a capire ciò che veramente sei. Quei momenti in cui, attraverso la musica, è come se spiassi una tua necessità di conoscerti, di riscoprirti.
Se vincessi oggi la lotteria e avessi un milione di euro in tasca, cosa faresti?
Prima la mia famiglia. Poi farei il panico: dopo avere insonorizzato casa per evitare continue discussioni coi vicini, prenderei in affitto i luoghi sacri della cultura romana e organizzerei festival, di qualità, veri, con tutta la gente vera che non può ma che è pronta a distruggere la mentalità culturale asfittica che regge questo paese e questa città: costruttivamente, partendo dalle fondamenta. Non facendo l’orrendo merchandising che pretende di rinnovare cambiando soltanto la facciata e il nome delle cose. Sarei sempre al fianco di tutte quelle persone che si ammazzano la vita dalla mattina alla sera inseguendo un sogno ma rimanendo fortemente attraccati alla terra. Al fianco di tutti quelli che in preda all’orrore hanno deciso di essere se stessi, non per alimentare folli processi creativo-masturbatori, ma perché davvero non possono fare altrimenti. Insomma, fatemela vincere sta lotteria, và! (ride, ndr)