Holy EYE

CERTIFIED

di Walter Zenobi

(dott. in Igiene Dentale)


Prevenzione: adozione di una serie di provvedimenti per cautelarsi da un male futuro. Il risultato emergente da studi commissionati nel 2005 dal Ministro della Salute al Centro di Collaborazione dell’OMS dimostra che i bambini italiani di quattro anni, nell’80% dei casi, hanno denti e gengive sane, ma a 12 anni la percentuale di sani si riduce al 50%. Associando la definizione del vocabolario di “prevenzione” al risultato di tali studi, noteremo che, o la definizione di prevenzione è errata, o più realisticamente che nel mondo odontoiatrico italiano la prevenzione è ancora un tabù. La mancanza di un adeguato Servizio Sanitario Nazionale a livello odontoiatrico (ma non solo odontoiatrico!) obbliga gran parte della popolazione nazionale a terapie odontoiatriche in ambito privato. E che dire del mancato impiego di figure professionali che promuovano la salute orale nelle scuole? La mancanza, dal punto di vista normativo, di pene che possano arrestare il dilagante fenomeno dell’abusivismo odontoiatrico (si stimano circa ventimila esercenti abusivi della professione odontoiatrica in Italia) incide non solo sulla salute dei pazienti, ma anche sui tanti professionisti che, lavorando onestamente, non possono essere “competitivi” dal punto di vista economico. Al tempo stesso diverse potrebbero essere le domande provocatorie da rivolgere ai lettori: “Chi è l’igienista dentale?” “Quanto tempo al giorno dedica alla sua igiene orale?” “Quanto spende in sigarette e quanto per la sua salute?” Queste, e molte altre purtroppo, potrebbero essere le domande che emergerebbero da un’attenta analisi del problema; individuare le “ cause” e i “colpevoli” di tutto ciò non sarebbe certamente facile e, se volessimo farlo in queste poche righe, non sarebbe edificante per nessuno: equivarrebbe a buttare nel calderone diverse problematiche riguardanti l’argomento, mentre tutte meriterebbero di essere analizzate a fondo e nessuna potrebbe prevalere sull’altra. Con la speranza di aver lanciato una provocazione/ riflessione, vediamo cosa si deve fare nella vita di tutti i giorni per prendersi cura della propria salute. Prima di tutto non ricordarsi di andare dal dentista solo quando si presenta il problema, e questo vale per tutti i campi della medicina; intercettare prematuramente una patologia è spesso la chiave del successo. La prevenzione è, per il momento, l’arma più importante di cui il professionista dispone per la sua disposizione: intervenire precocemente vuol dire non solo limitare i danni alla salute, ma anche alle nostre tasche. Quindi, prima di tutto, recarsi dal dentista almeno ogni sei mesi, per fare visite di controllo e sottoporsi a sedute d’igiene orale professionale; è stato ormai da tempo dimostrato scientificamente che, alla base dell’eziopatogenesi delle lesioni cariose, così come di fenomeni flogistici a carico della gengiva e del parodonto, giochi un ruolo principe la presenza della placca batterica che quotidianamente colonizza il cavo orale, già poche ore dopo la seduta di detrartrasi. Da qui è semplice evincere quanto sia fondamentale non tralasciare mai l’igiene orale domiciliare, poiché la sola professionale sarebbe del tutto inefficace. Lavare i denti dopo i pasti principali per “almeno” due minuti, pulire gli spazi interdentali con il filo o lo scovolino, cambiare lo spazzolino almeno ogni due mesi e ricordarsi di spazzolare bene anche la lingua; ricordiamo inoltre che non esistono dentifrici o collutori “miracolosi” e che, se c’è un prodotto che la pubblicità non ha ancora pompato ed ha del miracoloso, quello è “l’olio di gomito”. Infine seguire una dieta bilanciata è fondamentale, non solo per la salute orale. La mancanza di vitamine e minerali rende l’organismo meno resistente agli attacchi dei batteri; le proteine sono importanti per la crescita e la guarigione dei tessuti, mentre i carboidrati sono la principale fonte d’energia dell’organismo: per questo una dieta sana prevede un’alimentazione varia, povera di zuccheri a grassi, ricca di vitamine, proteine e minerali. Attenzione particolare va riservata ai carboidrati, primi promotori della carie. Ogni volta che li ingeriamo, gli zuccheri sono metabolizzati dai microrganismi della placca, con una produzione di acido lattico responsabile della caduta del pH salivare a valori tali da provocare la demineralizzazione dello smalto per circa venti minuti. Tornati a valori normali, grazie alla saliva, si ha un processo di ricalcificazione; se il consumo di cibi cariogeni avviene a intervalli frequenti, il processo s’interrompe e il pH acido facilita la formazione del processo carioso; gli accorgimenti da adottare saranno i seguenti: evitare di mangiare dolci fuori pasto, masticare cibi consistenti per autodetergere i denti, spazzolare adeguatamente i denti dopo aver mangiato, ma se questo non è possibile masticare una gomma senza zucchero per venti minuti, dopo i pasti, per aumentare il flusso salivare.

di Federica Marinozzi


Quando 96.620 lampade a incandescenza illuminarono l’Esposizione Universale di Chicago del 1893, i presenti ebbero la consapevolezza di trovarsi di fronte alla vittoria del genio visionario di Nikola Tesla sul suo ex datore di lavoro e rivale, Thomas Edison. Ma il vantaggio della corrente alternata su quella continua fu solo uno dei geniali contributi dell’uomo che era riuscito a convogliare la potenza delle cascate del Niagara nella prima centrale idroelettrica. Studia matematica, fisica e ingegneria al Politecnico di Graz. Dalla natia Croazia si trasferisce a Parigi: è qui che il suo superiore capisce di avere a che fare con una persona straordinaria e, con in tasca una lettera di presentazione da mostrare a Thomas Edison, lo trasferisce a New York. Ma la preziosa collaborazione si conclude in soli 4 mesi: Edison è un abile uomo d’affari capace di trasformare ogni scoperta in business, lui è incapace di arricchirsi con i frutti del suo ingegno. E sostituire il sistema di distribuzione di energia elettrica continua con la più efficiente corrente alternata inventata da Tesla, implica ricostruire tutti gli impianti di produzione e trasporto energetico. Pur di difendere i suoi interessi, Edison comincia una campagna denigratoria tesa a dimostrare la pericolosità della corrente alternata. D’altra parte, l’industriale Westinghouse è convinto della validità delle tesi del croato: è l’inizio di una nuova collaborazione. La superiorità della sua concezione risulta infine oggettiva: vince l’appalto per illuminare l’Expo di Chicago e poi il Niagara. È al colmo del prestigio, fa ricerche avveniristiche sull’elettroterapia e sul trasporto di energia elettrica attraverso onde. Ha intuizioni d’avanguardia per il laser, l’auto elettrica e la super-conduttività all’origine dei transistor e poi dei microchip. Completamente disinteressato ad arricchirsi, cede tutti i suoi brevetti al gruppo di Westinghouse per una cifra irrisoria e continua i suoi studi sulle trasmissioni senza fili. Nel 1898 fa una dimostrazione al Madison Square Garden del funzionamento del primo sommergibile telecomandato: in anticipo di anni sulle tecnologie militari del tempo, non viene preso in considerazione dal Pentagono, ma desta l’attenzione del ricco banchiere Morgan. Ricominciano gli investimenti e, con essi, la costruzione dei leggendari laboratori di Colorado Springs. Qui, con i suoi fulmini artificiali da milioni di volt, effettua spettacolari esperimenti che suggestionano l’immaginario collettivo al punto da essere citati oggi in fumetti, film, videogiochi, libri di fantascienza quali stereotipi dello scienziato mefistofelico. Il suo scopo ultimo è il dominio completo della mente sul mondo materiale, l’imbrigliamento delle forze della natura per le necessità umane, incanalare la fonte d’energia illimitata proveniente dalla Terra e trasmetterla senza fili: in altre parole, vuole energia libera e gratuita per tutti. I finanziamenti s’interrompono però quando Marconi effettua la trasmissione radio attraverso l’Atlantico prima di lui. La comunità scientifica lo considera un eccentrico; sempre più solo, è afflitto da disturbi ossessivo-compulsivi: non rientra nella sua camera se non fa 3 volte il giro dell’isolato. Eppure la sua fervida mente continua a dare contributi decisivi, come quello all’invenzione del radar e dell’aereo a decollo verticale. Giunge infine il 1943: Tesla muore, in miseria, a 86 anni. Lo stesso giorno l’FBI dichiara top secret i suoi appunti. Ma la rivincita postuma è ormai nota. Lo immaginiamo, oggi, come egli stesso scrisse: soddisfatto nel sapere che il suo sistema polifase è usato in tutto il mondo per illuminare i momenti oscuri dell’esistenza; e che il suo sistema senza fili, nelle sue essenziali caratteristiche, è utilizzato per rendere un servizio che migliora la qualità della vita.

di Luca Di Berardino


Se nelle rubriche precedenti abbiamo trattato l’evoluzione Darwiniana del gene videoludico, adesso ci occuperemo delle sue mutazioni: nuove forme di fruizione mediatica lontane dal mero intrattenimento. Punto di contatto fra il gene comune e il gene videoludico è la comune forma di selezione naturale: il primo si adatta all’ambiente, il secondo all’interesse del pubblico. E come i geni comuni, anche quelli videoludici lottano, si fagocitano o cooperano per raggiungere nuove strategie evolutivamente stabili. Stavolta osserveremo le mutazioni, che ultimamente si fanno sempre più forti, per cercare di coprire nuovi interessi e nuove forme di mercato. Prima per importanza è indubbiamente la Nintendo; la sua politica in netta controtendenza consiste non nell’accontentare i giocatori di vecchia data, già aspramente contesi da Microsoft e Sony, ma nell’aprire il mercato ai cosiddetti giocatori occasionali tramite nuove idee e nuove forme di interazione. Una per tutte, il nuovo controller: sensibile alle oscillazioni, permette di translare il suo stesso movimento nel piano virtuale. Grande svolta è indubbiamente la combo Wii/BalanceBoard unita agli originalissimi Wii Fit e Wii Music; Wii Fit unisce l’allenamento fisico con il videogiocare: esercizi di equilibrio per migliorare la posizione del baricentro e allenamenti mirati per rassodare muscoli specifici o smaltire calorie. Wii Music si occupa della ritmica e del solfeggio: il simulatore musicale offre la possibilità non solo di seguire le note sullo schermo, ma di modificarle tramite nuovi strumenti e nuove tempistiche, il che dà la possibilità di creare frattali musicali di un numero prossimo all’infinito! Mutazione ancora più interessante è l’utilizzo della consolle Nintendo come una lavagna elettronica. Johnny Chung Lee, già famoso per il remote finger track, dimostra su Youtube come con una Wii, un videoproiettore e una penna laser si possa costruire un’efficace ed economica lavagna elettronica; chiunque volesse tentare l’esperimento puo seguire tranquillamente i link sul tubo e scaricare i programmi di supporto che lui stesso ha creato. Le variazioni arrivano anche da contesti molto distanti dal videoludo. Sicuramente la più atipica è quella partorita dallo Zio Sam. America’s Army è un Fps scaricabile gratuitamente su Internet, nasce nel 2002 su commissione del governo americano come pubblicità per favorire il reclutamento nello scenario post 11 Settembre: missoni speciali iperrealistiche in disaccordo dai comuni Fps; qui un colpo ben piazzato vi manda al creatore e anche uno non letale, se non curato in tempo, vi eliminerà dalla partita. Non è stato confermato ufficialmente, ma le possibilità di utilizzo di simulazioni simili per allenare i militari a specifiche situazioni sul campo non è poi così remota. Il brodo primordiale dei geni videoludici ribolle e pulsa come magma: molteplici combinazioni si formano continuamente; molte di esse muoiono sul nascere, mentre altre trovano una quasi perfetta stabilità. E come per la selezione naturale non possiamo soffermarci su canoni comuni di giudizio come il giusto e sbagliato: l’unico atteggiamento possibile è osservare questa continua evoluzione e vedere fino a quanto si possa spingere, anche se la risposta è abbastanza scontata... oltre ogni immaginazione!


http://www.americasarmy.com/

http://www.youtube.com/watch?v=5s5EvhHy7eQ
Jhonny Lee e la lavagna elettronica Wii.

di Luca Sigismondi


Curioso come ogni rivoluzione partorita dalla lotta di classe, in Francia, abbia portato ad una dittatura…

La rivoluzione del febbraio 1848, con le sue riforme, le sue speranze, muore dopo appena un anno di vita, soffocata dal riflusso conservatore delle masse contadine. Il divario tra Parigi e i piccoli centri, che soltanto ventidue anni più tardi segnerà la fine della Comune e della “democrazia diretta”, si andava facendo insormontabile. Le prime elezioni libere difatti, tenutesi nell’aprile del ’48, vedono la secca sconfitta dell’estrema sinistra e la vittoria dei “moderati”, persone più attaccate al portafoglio che agli ideali di democrazia e libertà; le masse contadine, finora estromesse dal voto, ripagano l’ impegno dei democratici per il suffragio universale eleggendo un’assemblea di clericali reazionari e borghesi corrotti. A trionfare è la creatura subdola e abortita dell’ignoranza: e “Marianne”, simbolo di libertà, di fraternità, d’uguaglianza, muore agonizzante tra le strade di Parigi, l’ultima città libera di Francia costretta a soccombere sotto i colpi dell’esercito nazionale. Gli operai e gli studenti scesi in piazza per protestare contro la chiusura degli Ateliers Nationaux (cooperative di lavoro) e la coscrizione obbligatoria, trovano ad attenderli i moschetti dei reparti regolari agli ordini del ministro Cavaignac, troppo “moderato” per giustificare la violenza, troppo padrone per non utilizzarla. Lo spettro del comunismo fu avvertito, quello della farsa democratica no. La nuova costituzione, approvata in novembre dall’Assemblea Legislativa, era ispirata al modello statunitense e prevedeva un presidente della Repubblica eletto direttamente dal popolo. Dal popolo ignorante, diseredato, troppo stanco per non cedere ai moniti e alle lusinghe dei conservatori e della chiesa che volevano un Bonaparte al potere. Luigi Napoleone Bonaparte III, reazionario, cospiratore, nemico del popolo viene eletto con quasi sei milioni di voti il 10 dicembre 1848. In pochi mesi il neoeletto presidente scatena una violenta repressione contro i democratici: sono arrestati gli oppositori, riaperte le porte delle università al clero e aumentate le tasse sulle imprese giornalistiche di modo che solo i giornali finanziati dallo stato possano pubblicare regolarmente. Perché i tiranni possono essere pazzi, ma non stupidi: come Hitler abolì lo studio del greco (lingua che sviluppa fortemente la capacità di pensare), ma non l’inglese, così Napoleone III preferì una censura “morbida” che fosse in grado di zittire gli oppositori senza scandalizzare l’opinione pubblica benpensante. Da lì in poi, spianata la strada verso l’assolutismo, quella di Luigi Napoleone è una corsa facile e priva di ostacoli; le forze conservatrici che lo avevano portato al potere nella speranza di manovrarlo come un burattino (si vedano a tal proposito le dittature del secolo scorso nel Sudamerica) tentano disperatamente di metterlo in minoranza, ma inutilmente. Nel 1851, dopo il no della Camera alla sua proposta di legge volta a modificare la costituzione e ad estendere il potere del Presidente a tutti gli organi statali, Napoleone III irrompe nel luogo di riunione dell’assemblea, la scioglie d’autorità e ne arresta i rappresentanti. La strenua resistenza di Parigi, rimasta nuovamente isolata rispetto le circoscrizioni rurali, viene spezzata dalle pallottole dell’esercito e il 21 Dicembre dello stesso anno Napoleone viene eletto, tramite plebiscito a suffragio universale, “imperatore dei Francesi per grazia di Dio e volontà della nazione”. Sed vita brevis, ars longa: l’impero sopravvive vent’anni fino alla resa di Napoleone ai prussiani, il 2 settembre 1870 a Sedan. L’onnipotente sovrano muore tre anni dopo in Inghilterra, esiliato e dimenticato da tutti. La comune degli insorti di Parigi, in data 17 Maggio 1871, per concludere definitivamente il ciclo infame delle dittature francesi, decreta: “che la colonna imperiale di piazza Vendôme è un monumento alla barbarie, un simbolo di forza bruta e di falsa gloria, una affermazione del militarismo, una negazione del diritto internazionale, un insulto permanente dei vincitori ai vinti, un attentato perpetuo ad uno dei tre grandi principi della Repubblica Francese: la fraternità. La colonna Vendôme verrà demolita”.

di Marco Sigismondi


Nel 1612, dopo diciannove anni di sudore uscito dai venerabili pori di trentacinque accademici, venne alla luce il Vocabolario degli Accademici della Crusca: il primo vocabolario della lingua italiana. Centoquarantanove anni prima dell’unità d’Italia, si era cercato di unificarne la lingua – o perlomeno far sì che il fiorentino lo parlassero un po’ tutti, una specie di unificazione all’itagliana – e il perché è chiaro: bastano poche parole, scelte con cura, per fare qualsiasi cosa. Dopo trecentonovantotto anni dalla storica impresa, eccoci a fare i conti con il nostro italiano, non quello degli acronimi e delle kappa, ma quello delle parole vere spogliate del loro significato. In che senso? Handicap: inglese, originariamente ‘gioco nel quale la posta era tenuta con la mano (hand) in (in) un berretto (cap)1’. Gioco nel quale c’era l’usanza di rendere la partita un po’ più equa svantaggiando il giocatore più forte in favore del più debole. La parola viene data al popolo, inizia ad essere usata e immancabilmente finisce tra gli insulti. Non per qualcosa, ma tutto diventa un insulto prima o poi. Anche “giacobino” lo è diventato. Fatto sta che non va più bene, bisogna inventarne un’altra: invalido: di chi non può svolgere un’attività lavorativa a causa dell’età, di malattia o di infortunio2. Insomma, se prima eri uno cui dare qualche punto di vantaggio a cricket, ora sei uno che non produce, un peso per la società. Quanto tempo ci vuole affinché diventi anche questa un’offesa? Pochissimo tempo, ora siete: diversamente abili. Cioè? Sempre un peso, ma visto che a forza di dirvelo ci siete rimasti male, non è più vero che non siete buoni a niente, anzi, siete bravissimi a fare un fottìo di cose. Quali? Gli accademici moderni si astengono dal precisare, roba da tecnici. Ma non prendetevela, la mannaia delle parole cade su tutti. I poveri non sono più tali, ma “meno abbienti” (meno ricchi insomma); uno spazzino diventa un “operatore ecologico” (non spazza, ma opera); un bidello un operatore scolastico (insegna ai cessi a rimanere puliti) e un criminale diventa… diventa un pregiudicato. Così non fa più tanto schifo e lo si può anche mettere dietro a una scrivania; tanto è pregiudicato, è finito di fronte al giudice e la parola non specifica se assolto o meno. Io, da parte mia, mi adeguo alla nuova lingua (buonanotte accademici) e per questo non sarò più morto, ma diversamente vivo.


1 Fonte: Vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli, Zanichelli, 2001

2 Fonte: Vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli, Zanichelli, 2001.

di Elisabetta L'Innocente


Le pene si dividono in pecuniarie, correttive, detentive, pena di morte. La pena pecuniaria si divide in multa e confisca. Le pene correttive consistono nelle bastonate, nelle nerbate, nella marchiatura a fuoco, nell’esposizione alla berlina; le bastonate e le nerbate sono sia autonome che accessorie alle detentive e sono in pubblico o in privato, mentre l’imposizione del marchio e la berlina accedono sempre a pene detentive. Queste ultime sono di tre tipi: la prigionia sola, la prigionia con lavoro pubblico, la prigionia con catene. La prigionia, nei suoi tre tipi, si congiunge dando luogo così a tre intensità: mite, dura, durissima. Ciascun tipo di prigionia in ciascun’intensità viene ulteriormente qualificata dalla durata, distinguendosi a sua volta in: temporale, lunga, lunghissima e ciascuna lunghezza viene distinta in “di primo grado” e “di secondo grado”. Come evidente il sistema è ispirato ad una notevole durezza e non può dirsi unitario. Nel 1810, Napoleone Bonaparte mette in vigore il suo codice penale, vero masso granitico nella storia della codificazione penale. Bisognava proteggere, persuadere, minacciare e scoraggiare. L’arbitro della legge occupa il posto del giudice, senza nulla togliere alla mirabile articolazione del codice. Acquisire o garantire la più piccola delle libertà comportava la riscrittura di una norma penale, di un divieto, di un crimine. I giuristi hanno di fronte un nuovo dilemma: ordine o libertà? Può uno stato sospendere la libertà dei cittadini per conservare se stesso? Il conflitto si presenta nell’eterna dialettica di prevenzione e repressione, nella difficile convivenza tra le ragioni della giustizia e quelle degli incolpati che farà da sfondo allo scontro tra le classi durante tutto l’Ottocento. “Modernizzazione” del crimine, interventismo dello stato, “civilizzazione”* della società: queste tre componenti sembrano apparentemente congiunte, ma resta la difficoltà di assegnare a ciascuna la propria parte nel complesso processo di formazione della giustizia statale. Sotto quest’aspetto appare evidente in Europa che gendarmerie, pubblici ministeri, tribunali, prigioni, giudici contribuiscono a rendere sempre crescente l’influenza dello stato sul corso della giustizia. Ritornando alla questione sulla libertà di ciascun individuo, una notevole importanza ha la privazione di essa. L’imprigionare comporta un progetto tecnico. La prigione è meno recente di quanto si affermi quando la si fa nascere con i nuovi codici. C’è una svolta epocale tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX. Il passaggio ad una penalità, dunque, di detenzione. I modelli di detenzione penale: Grand, Gloucester, d Street, segnano i primi punti visibili di questa transizione, piuttosto che innovazioni o punti di partenza. La prigione segna un momento importate nella storia della giustizia penale: il suo accesso all’“umanità”**. Una giustizia che si afferma uguale, un apparato che si vuole autonomo, ma che sia investito dalle dissimmetrie degli assoggettamenti disciplinari; tale è il connubio da cui nasce la prigione: “Pena delle società civilizzate”***. È facile capire il carattere di evidenza che la prigione-castigo assume ben presto. Vaan Meenen nel 1847 dirà, in merito alla nascita del sistema penitenziario, al congresso penitenziario di Bruxelles, che “esso è il progresso delle idee e l’addolcimento dei costumi”****. Sebbene ci rendiamo conto, oggi, della pericolosità e degli inconvenienti della prigione stessa, essa rappresenta la detestabile soluzione di cui non si saprebbe fare a meno. Il tempo privato come castigo. La perdita della libertà come condanna nel tempo. Possiamo, perciò, parlare di una forma-salario della prigione, che costituisce, nelle società industriali, la sua evidenza economica e le permette di apparire come una riparazione: prelevando il tempo del condannato, si traduce concretamente l’idea che l’infrazione ha leso la vittima, ma in primis l’intera società. Si sta in prigione “per pagare il proprio debito”, “il fio”. La detenzione non fu mai confusa con la semplice privazione della libertà, essa è o deve essere un meccanismo differenziato o finalizzato. Carcere, casa di correzione, penitenziario devono corrispondere a queste differenze e assicurare un castigo non solo graduato in intensità, ma diversificato nei suoi scopi. La riforma della prigione è quasi contemporanea alla prigione stessa, ne è come il programma. Ci fu una loquace tecnologia della prigione. Famose in Francia le inchieste di Chaptal del 1801 riguardanti l’apparato carcerario, o quelle negli Stati Uniti di Beaumont de Tocqueville nel 1831, o i celebri questionari indirizzati da Montalivet nel 1835 ai direttori centrali e ai consigli generali nel periodo in cui era al culmine il dibattito sull’isolamento dei detenuti. Divenuta punizione legale, essa ha riaperto il vecchio problema del diritto di punire e tutte le agitazioni che hanno ruotato intorno alle tecnologie coercitive dell’individuo. Si arriva così al principio, formulato da Charles Lucas, sul discutibile funzionamento del sistema penale moderno; una sorta di dichiarazione d’indipendenza carceraria: “la prigione deve essere un microcosmo di una società perfetta”*****. Si evince il chiaro riferimento al modello monastico e alla disciplina tipica di una fabbrica. Bisogna tener presente che la prigione, figura concentrata ed austera di ogni disciplina, non è un elemento endogeno nel sistema penale definito durante la svolta tra il secolo XVIII e XIX. Il tema di una società punitiva e di una semiotecnica generale della punizione che ha sotteso i Codici ideologici beccariani o benthamiani non richiedeva l’uso generalizzato della prigione. La prigione viene da altrove, viene da meccanismi propri ad un potere disciplinare. La giustizia penale definita nel XVIII secolo dai riformatori tracciava due possibili linee di oggettivazione criminale, due linee divergenti: l’una era la serie dei “mostri”, morali o politici, caduti fuori dal patto sociale, e l’altra era quella del soggetto giuridico riqualificato dalla punizione. Che l’innesto della prigione sul sistema penale non abbia prodotto violenti rigetti è dovuto a molteplici ragioni, una delle quali è che, fabbricando delinquenza, si è dato alla giustizia criminale un campo oggettivo unitario. La prigione, spiega Michel Foucault, è la zona più buia entro l’apparato della giustizia, è il luogo dove il potere di punire organizza silenziosamente un campo di oggettività in cui il castigo potrà funzionare in piena luce terapeutica e la sentenza s’inserirà tra i discorsi del sapere. Si capisce come la giustizia abbia adottato tanto facilmente una prigione che non era stata tuttavia figlia del suo pensiero.


Note:

* P. Piasenza, Polizia e città, Bologna, 1990, pp. 337-352.

** M. Faucault, Sorvegliare e punire, To, 1976, p. 181.

*** L. Rossi, Trattato del diritto penale 1829, op. cit. in G. Solfaroloi Camillocci, Nel palazzo del potere, To, 1989, p. 81.

**** M. Foucault, Nascita della prigione, To, 1986, pp. 211-213.

*****L. Cajani, Criminalità, giustizia penale e ordine pubblico nell’Europa moderna, Mi, 1997, p. 118.

di Giorgia Tribuiani


“Volevo far sì che la pittura servisse ai miei scopi e volevo allontanarmi dal suo lato fisico. A me interessavano le idee, non soltanto i prodotti visivi. Volevo riportare la pittura al servizio della mente […] Di fatto fino a cento anni fa, tutta la pittura era stata letteraria o religiosa: era stata tutta al servizio della mente. Durante il secolo scorso questa caratteristica si era persa a poco a poco. Quanto più fascino sensuale offriva un quadro – quanto più era animale – tanto più era apprezzato”. A quindici anni, Duchamp cominciò a dipingere sotto l’influenza degli impressionisti, dai quali prese poi le distanze per abbracciare il Fauvismo, altra corrente che avrebbe presto abbandonato; non ancora trentenne, insoddisfatto dalle possibilità espressive che la pittura metteva a disposizione degli artisti, cominciò a dedicarsi al Grande Vetro, opera costituita da un insieme di elementi grafici riportati su lastre di vetro e metallo, permeata da una serie di simbologie e da apparenti non sense. Duchamp voleva dimostrare che l’arte non era rappresentazione, ma presentazione; il compito dell’artista, perciò, consisteva nel donare un senso all’oggetto. “La pittura – sosteneva Duchamp – non dovrebbe essere solamente retinica o visiva; dovrebbe avere a che fare con la materia grigia della nostra comprensione invece di essere puramente visiva […] Per approccio retinico intendo il piacere estetico che dipende quasi esclusivamente dalla sensibilità della retina senza alcuna interpretazione ausiliaria. Io ero talmente conscio dell’aspetto retinico della pittura che, personalmente, volevo trovare un altro filone da esplorare”. Dalla necessità di donare il senso agli oggetti, nacquero allora i “ready-made”, strumenti d’uso comune che, attraverso la “scelta” dell’artista, si trasformavano da elementi ordinari in opere d’arte. Un esempio lampante è quello della ruota di bicicletta, o quello ancor più famoso di Fountain, l’orinatoio rovesciato che la giuria della Society of Independent Artists rifiutò indignata. In realtà quella di Duchamp non era una provocazione, ma l’espletazione di un concetto: da quel momento, per lui, il lavoro dell’artista non consisteva più nella creazione dell’opera, ma nella selezione e ricontestualizzazione dell’oggetto che, in questo modo, avrebbe perso il proprio significato oggettivo per acquistare il valore soggettivo proposto dall’artista; al contempo anche lo spettatore, divenuto “soggetto interpretante”, avrebbe acquisito un ruolo attivo rispetto all’opera.

di Isabella Costerman


Nella musica, così come nel cinema, nel teatro e nella danza, si sta diffondendo un fenomeno chiamato “fusion”, che consiste nel miscelare diversi stili alla ricerca di un rinnovamento che a volte si fonda su tradizioni già radicate. Sempre di più l’Occidente attinge dall’Oriente, pozzo ricchissimo di storia e tradizioni, ed è così che è nata per esempio la musica New Age, che prende in prestito dall’India alcuni canti religiosi chiamati bajan (preghiere cantate e suonate) per reinterpretarli e mescolarli ai suoni della natura, arrivando a creare musiche dall’atmosfera spirituale. Al contrario, il cinema indiano vorrebbe creare un’industria simile a quella americana; così, per citare Hollywood, è fiorito e prospera a Mumbai lo stile Bollywood. Milioni sono i film prodotti ogni anno, tutti caratterizzati, oltre che da trame semplici e sentimentali, da una particolarità: la presenza della danza e della musica. In effetti, queste arti fanno parte della grande tradizione culturale dell’India, Paese che spicca per la sua capacità di fondere le tradizioni, al fine di creare contesti, situazioni e linguaggi moderni. A tal proposito, non tutti sanno che le danze rappresentate in questi film attingono alle danze classiche indiane. In particolare si basano su discipline molto antiche, come la danza Kathak, tipica del nord dell’India, conosciuta in Occidente per il suo legame con il flamenco (si dice che la danza spagnola abbia avuto origine dalla fusione di danze gitane indiane). Ma un’altra fonte per i balletti Bollywood è la danza Bharata Natyam, uno stile classico che si sta diffondendo sempre più in tutto il mondo. Si tratta di una forma di teatro danzato e cantato in cui le azioni mimiche non sono lasciate al caso o all’invenzione degli attori, ma sono fissate da un testo o partitura. Questa danza ha, secondo il mito, un’origine divina e si è sviluppata all’interno del Tempio più di 2000 anni fa, come strumento di comunicazione tra la divinità e il popolo. Alcune fanciulle venivano offerte al Tempio e diventavano devadasi, cioè danzatrici sacre che si dedicavano al canto, alla musica e alla danza. Attraverso queste arti rivelavano al popolo le storie della mitologia indù, trasferendo gli insegnamenti dei Veda (i testi sacri dell’Induismo). La danza Bharata Natyam che si studia attualmente è frutto di un recupero della tradizione compiuto all’inizio del XX secolo grazie alla studiosa e danzatrice indiana Rukmini Devi che, attraverso un attento lavoro con importanti maestri depositari di quest’arte, ridefinì la disciplina. È un’arte complessa e regolata da una tecnica molto rigida, che richiede lo svuotamento della mente. Esattamente come per la meditazione, tanto da essere definita “yoga in movimento”.


Per informazioni su spettacoli e scuole di danze indiane in Italia: www.danzeindiane.com

di Federica Lamona

Miei cari lettori… Provate a prendere una persona terribile, diciamo decisamente insopportabile, dotatela di un talento fuori dal comune e otterrete un decadente o giù di lì. Bene… a quanto si vede in giro, i “ miracoli” della selezione naturale hanno bissato sulla genialità e ci hanno lasciato una fantastica gamma di personaggi discutibili e quasi teneramente non coscienti della cruda beffa darwiniana. Maledetti, poeti e non, “dandy”, intellettualoidi di ogni sorta popolano il grande schermo (compreso quello piccolo), i giornali… i pub. Ebbene sì… anche i pub. E poi, diciamoci la verità, non c’è niente che fa più tendenza di ciò che è in controtendenza. Così l’approvazione indiscriminata nei confronti di chi ostenta un’ipocrita e costosa sciatteria nel vestiario, damascata da un falso atteggiamento relativistico, infarcito di un solitamente ristrettissimo repertorio di citazioni, meglio se provenienti da fonti ignote ai più, lava via dalla coscienza la brutta idea di far parte di un grasso branco di “pecoroni” con il cervello sotto formalina. Perfino gli opinionisti delle trasmissioni di gossip cercano di darsi un contegno citando Proust, perché la cultura è come il “nero”… sta bene con tutto! D’altra parte il nostro compianto conterraneo Ivan Graziani cantava giustamente in Pigro: “Una mente fertile, dici, è alla base, ma la tua scienza ha creato l’ignoranza”. Allora da dove nasce il fascino del ruolo sopra le righe? Probabilmente dai Wilde (saccheggiato a sproposito soprattutto nel repertorio degli aforismi), Rimbaud, Verlaine e prima ancora di loro, dai Benvenuto Cellini, François Villon e molti altri fino ad arrivare a Jim Morrison. Epoche storiche, esseri umani e geni diversi: tutti entrati nel mito per la sregolatezza, il disgusto dell’anonimato, il disprezzo del limite. Limite che risulta un elemento interessante in questo frangente. Infatti, sembra che la coscienza delle proprie effettive attitudini sia un carattere recessivo e che questa carenza abbia generato una grandiosa e pittoresca “fiera dell’incapacità” in cui i nostri campioncini dell’immodestia quasi sempre riescono ad ottenere molto più di quello che meritano. E ciò accade in ogni ambito, artistico e non. In particolare i “signori” che sono stati citati prima e su cui è stata costruita la leggenda, vivevano intensamente un’arte che affondava le sue radici nella sofferenza; una sofferenza non patinata, non recitata, una sofferenza che era carne e sangue. Scimmiottare talenti che non si hanno mostra la fragilità e la piccolezza di chi non ha consapevolezza di sé, di chi cerca di soddisfare sottilmente una fame inesauribile di compiacimento. Seguire la propria natura è un atto di filantropia a questo punto. Magari il mondo potrebbe diventare un posto vivibile se ognuno riconoscesse in maniera onesta il fatto che si è ciò che si è. E nient’altro. Senza cucirsi nessuna identità artificiale addosso. E magari questi tizi che vogliono a tutti i costi salire a bordo del “battello ebbro” o che s’“inebriano” in tutta autonomia con i deliri di onnipotenza, non ce li ritroveremmo tra i piedi quando guardiamo un film, quando ascoltiamo della musica, quando leggiamo un libro, quando sfogliamo la pagina politica. Comunque il loro scopo lo hanno raggiunto anche stavolta. “Purché se ne parli”.

di Giorgia Tribuiani


Fu romanziere e drammaturgo, Alexandre Dumas, nonché una delle migliori firme dei romanzi d’appendice: i “feuilletons”, antenati dei racconti popolari e delle storie a puntate, raggiunsero uno dei loro picchi più alti attraverso la penna dello scrittore francese e il pubblico dei lettori ebbe forse a reclamare il nuovo capitolo de Le Comte de Monte-Cristo più di qualsiasi altro inserto. Dumas visse del suo mestiere di scrittore al quale poté dedicarsi completamente, firmò importanti rubriche di famosi quotidiani ed ebbe accesso alla prestigiosissima “Comédie Française”. Cosa spinse quest’uomo, votato all’intelletto e alla cultura, a delinearsi nel marinaio Edmond Dantès, giovane protagonista del romanzo Le Comte de Monte-Cristo? La risposta a quest’interrogativo va rintracciata, probabilmente, in uno dei più profondi desideri dell’autore: quello di rappresentare, per i suoi nemici quanto per i suoi amici, la “Provvidenza”. “Ai tempi in cui scrive Dumas – afferma André Maurois nel saggio Le Comte de Monte-Cristo – l’Incantatore si confonde col Nababbo, la cui fortuna permette ogni fantasia e ogni audacia. Dumas sognava di essere il dispensatore di tali beni terrestri. Nella misura, ahimè ridotta, in cui le finanze glielo permettevano, egli si divertiva a interpretare questo ruolo per i suoi amici e le sue amanti. Una coppa bastava a contenere tutto il suo oro, ma egli la versava con un gesto generoso, come quello di un Nababbo”. Dal canto opposto, Dumas nutriva particolari risentimenti nei confronti della propria società, di cui suo padre era stato una vittima e che lo perseguitava attraverso creditori e calunniatori. In Edmond Dantès, dunque, Dumas vide l’oppresso per eccellenza, il calunniato che – imprigionato innocente nel Castello d’If in seguito a false testimonianze – ha l’occasione, grazie all’abate Faria, di ereditare una fortuna immensa e di trasformarsi nella Provvidenza, un uomo in grado di punire crudelmente i propri calunniatori e di divenire un magnifico benefattore per i propri amici. Nell’intelligenza con cui il piano di Dantès si compie, del resto, ritroviamo il logico e colto Dumas: la trasformazione del marinaio in conte è completa e l’autore può specchiarsi completamente nel suo protagonista. La storia di Edmond Dantès, nata da un fatto di cronaca, appassionò immediatamente Dumas, che trovò nelle vicende del povero Picaud l’intreccio perfetto per il suo romanzo. Romanzo al quale, d’altra parte, egli fu sempre legato, al punto da acquistare un terreno a Port-Marly per farvi costruire il proprio “Castello di Montecristo”, o da fondare un giornale intitolato appunto “Le Monte-Cristo”.


di Stefano Tassoni


La citazione del titolo prevederebbe che focalizzassi l’articolo sul duemiladieci come lo scrittore fece inquadrando bene il Portogallo salazarista, estrema falange di una già martirizzata Europa nell’aurora della sua più nera pagina: è il 1936, un anno dopo la scomparsa del suo inventore (Fernando Pessoa) muore Ricardo Reis. Ed è chiaramente un pretesto per parlare della dittatura portoghese, ma non solo; è anche l’occasione per Saramago di “affontare” vis-avis l’altra colonna portante del Novecento letterario portoghese. Non è da tutti misurarsi con i propri predecessori. Petrarca, ad esempio, finse per tutta la vita di non aver mai letto la Commedia poiché sapeva (per sua stessa futura ammissione) di non poter uscire incolume dal paragone con il Poeta, né tanto meno potevano farlo i suoi Trionfi. Onore al merito dunque dello scrittore lusitano: se è vero che Pessoa non è assolutamente accostabile a Dante come Saramago non lo è a Petrarca, confrontarsi con la propria tradizione resta comunque un atto di lodevole coraggio. Non a caso, a farlo è l’unico scrittore di tutto lo stato insignito di Premio Nobel per la Letteratura nel 1998. Il riconoscimento a livello internazionale arrivò, infatti, solo negli anni Novanta, pur avendo alle proprie spalle una già corposa serie di opere, con Storia dell’assedio di Lisbona, una delle più belle storie d’amore mai scritte, il controverso Il Vangelo secondo Gesù Cristo e Cecità. Tratteremo gli ultimi due per costatare post-mortem il suo rapporto con la religione, sapendo si dichiarò ateo in seguito alle polemiche scatenatesi dopo il suo Vangelo che lo indussero a trasferirsi alle Isole Canarie. Polemiche riaperte nel 2009 con l’uscita di Caino, altro romanzo con soggetti attinti dal libro sacro, e specificatamente dal Vecchio Testamento, nel quale si descrive un Dio “vendicativo, rancoroso, cattivo, indegno di fiducia”. Sembra quindi che nel suo ultimo lavoro lo scrittore intendesse chiudere specularmente la parentesi aperta nel 1991 rivisitando il Nuovo Testamento. Il Gesù Cristo di Saramago, da alcuni cristiani ortodossi ritenuto blasfemo, è un carattere fortemente spirituale, ma in tutto e per tutto umano, che incarna i dubbi e le sofferenze propri della condizione universale di uomo. Il figlio di Dio, dalla nascita a Betlemme alla morte sul Golgota, affronta le medesime esperienze descritte nei Vangeli, qui però narrate secondo una prospettiva terrena, con spirito critico e senso logico. Viene così ri-immaginata tutta la storia terrena del protagonista dal suo concepimento, carnale come per ciascuno di noi, all’amore verso la Maddalena, all’erosione della linea di demarcazione tra Bene e Male, tra Dio e Satana interpretati come le facce di una stessa medaglia. In questa storia non c’è fede nei miracoli, bensì coscienza di trovarsi in balìa della volontà di potenza di un Dio padre distante e indifferente al dolore che provoca. La serie di disgrazie, stragi e morti che costellano l’esistenza di Gesù, fino al non cercato e non accettato compimento del destino di vittima sacrificale, diventa così un’occasione per riflettere sulla problematicità di compiere il giusto tramite l’ingiusto, sull’imperscrutabilità del senso della vita umana e sulla sconcertante ambiguità della natura divina. Il romanzo, come già detto, verrà fortemente contrastato dalla Chiesa, ma incurante di ciò l’autore continuerà il suo iter alla ricerca dell’essenza primaria degli uomini. A tal fine, la critica nel 1995 indica in Cecità il capolavoro dello scrittore lusitano. In un tempo e un luogo non precisati, all’improvviso l’intera popolazione diventa cieca per un’inspiegabile epidemia. Chi è colpito da questo male si trova come avvolto in una nube lattiginosa e non ci vede più. Le reazioni psicologiche degli anonimi protagonisti sono devastanti, con un’esplosione di terrore e violenza, e gli effetti di questa misteriosa patologia sulla convivenza sociale risulteranno drammatici. I primi colpiti dal male vengono infatti rinchiusi in un ex manicomio per la paura del contagio e l’insensibilità altrui, e qui si manifesta tutto l’orrore di cui l’uomo sa essere capace. Si capisce qui il vero intento dell’autore: attraverso l’escamotage della cecità globale, disegna la grande metafora di un’umanità bestiale e feroce, incapace di qualunque forma di razionalità, artefice di abbrutimento, violenza, degradazione. Il romanzo acquista così portata e valenza universali sull’indifferenza e l’egoismo, sul potere e la sopraffazione, sulla guerra di tutti contro tutti; una dura denuncia del buio della ragione, con un catartico spiraglio di luce e salvezza. Infine, nel suo ultimo romanzo, Caino è protagonista e voce narrante. È lui che racconta della blasfema convivenza fra Eva e il cherubino Azaele, l’assassinio del fratello Abele e il suo successivo dialogo filosofico con Dio, la maledizione, il marchio e l’incontro con l’insaziabile Lilith nella città di Nod. È attraverso i suoi occhi che assistiamo al sacrificio di Isacco, alla costruzione della Torre di Babele, alla distruzione di Sodoma. È lui che dialoga con Mosé in attesa sul monte Sinai e che vede nascere l’identità israelita, fino a un ultimo duro confronto con Dio. Saramago rivendica il diritto di dire la sua in materia di religione. E lo fa, anche questa volta, a voce ben alta, con quella sua inconfondibile ironia capace di trasformare in sublime letteratura la storia di un Caino che accetta, sì, il proprio castigo per l’uccisione di Abele e il destino di errante, ma, insieme, insorge contro un dio crudele e sanguinario che considera corresponsabile. È a questo dio che Saramago, per voce di Caino, chiede spiegazioni, per affermare ancora una volta che “la storia degli uomini è la storia dei loro fraintendimenti con dio, perché lui non capisce noi, e noi non capiamo lui”. Ed è essenzialmente l’uomo, purtroppo per l’ultima volta nelle pagine del grande scrittore, a essere protagonista.

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