Holy EYE

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Cosa ti spinge a dipingere?
Non so cosa mi spinge a farlo esattamente. È un impulso. Una ricerca che parte dai volti a me familiari offerenti un’espressione interessante. Credo si tratti di curiosità.

È semplice notare nelle tue opere un’ossessione per i primi piani del viso. Cosa ci trovi nel volto di così interessante?
Partire dalle linee di un viso o da un’espressione non canonica è un motivo di ricerca, un tentativo di scavare tra le rughe di quel volto alla scoperta di un “io” nascosto. Oltre quell’io che sembra, verso qualcosa che è.

Quali regole segui?
Le mie, anzi, le regole della mano. Una mano curiosa di indagare nelle intimità sessuali della tela. Non mi precludo niente durante il processo cercando di arrivare a qualcosa, anche se non ho ben chiaro quello che sta per arrivare. E quando mi accorgo di voler fare qualcosa io stesso, ecco che il disegno è già finito e in realtà non posso fare più nulla.

La scelta dei colori su cosa si basa?
Parto da un’immagine quando inizio a pitturare la tela, quindi la scelta è sicuramente condizionata dall’immagine di partenza. Differenti scelte cromatiche sono effettuate al solo fine di una ricerca estetica.

Spiegaci il processo attraverso il quale giungi alla conclusione del dipinto.
Quello che cerco si limita a un equilibrio formale, però, alla fine, tutte le idee che vengono durante l’atto del dipingere sono comunque di natura diversa tra di loro e nel ritratto finale di solito collimano gran parte delle idee avute durante il processo. Bisogna valutare tutte le idee che sono arrivate, ma più spesso è necessario aspettare che l’idea, tramite un processo di simbiosi con l’immagine mentale, venga distillata per dare origine ad un volto vivo. A quel punto sarà lui a guardare me.

Uno dei tuoi quadri si chiama “Shoes”. Perché raffigurare un paio di scarpe?
Avevo due scarpe lanciate in camera, in disuso. La tela mi guardava, appoggiata sul cavalletto. Mi piaceva in quel momento raffigurare quelle scarpe. In realtà, non ci ho nemmeno pensato troppo.

Si evince l’abbozzo di uno stile dalle grandi pennellate che utilizza richiami sensoriali evidenti. A quali grandi maestri del passato t’ispiri?
Sicuramente c’è qualcosa che ho assorbito dai grandi maestri dell’arte, magari anche inconsapevolmente. Ma non me frega un cazzo. A volte la pennellata è uno sfogo e comunque la pennellata grande, o un’esecuzione di questo tipo, è più che altro una caratteristica personale. È una pennellata più veloce, istantanea, non troppo controllata dal pensare, in grado di esprimere un’emotività diretta.

Perché non ti mobiliti per fare mostre o partecipare a eventi? Qual è il vero motivo della tua apatia nei confronti del mondo artistico moderno?
Per il momento non avrei neanche fatto quest’intervista. Non m’interessa fare niente, faccio ciò che faccio di solito. Il discorso di partecipare a mostre o far parte di un gruppo militante di artisti è un discorso ultimo, qualcosa di secondario. Prediligo la ricerca, per ora.

Sono solo. Sto leggendo La nausea all’Edelweiss, una birreria di Alba Adriatica; sono le due di notte. Ogni tanto prendo appunti, annoto i pensieri che affiorano alla mente. Una pizza e una birra cercano di unirsi alla compagnia. Denis, uno dei proprietari del locale, si avvicina e mi dice: “Che cosa stai facendo? Hai un forte spirito di abnegazione, lo sai?!”. Sa che sono uno scrittore, per questo il giorno dopo mi accompagna a Nereto con l’intento di presentarmi una persona che ha l’arte a cuore quanto me: Francesco Perilli, pittore e scultore, fondatore di una corrente artistica chiamata Neutral-ism.
Lo troviamo nel suo studio, profondamente impegnato nella realizzazione dell’ennesima opera. Sta aspirando un sigaro toscano come fosse una Philip Morris. Parliamo, vengo a conoscenza della mostra che sta tenendo a Los Angeles e dei monumenti da lui firmati nei cinque angoli del globo. Decido di intervistarlo per contribuire alla diffusione della sua maestria. Torno quindi il giorno dopo, accompagnato da Stefano Tassoni, collaboratore della rivista.

So che hai conosciuto Federico Zeri, uno dei più grandi storici dell’arte. Che rapporto hai avuto con lui?
Il rapporto con Federico Zeri è stato un rapporto esclusivamente intellettuale: per intenderci, si parla di un rapporto che ci può essere tra un massimo storico e critico d’arte  ed un pittore-scultore di provincia quale io sono. Era molto interessato al mio lavoro ed al mio pensiero: per questo mi incoraggiava molto a proseguire attraverso l’autorevolezza del suo prestigio. Mi ha ospitato spesso nella sua villa di Mentana per osservare da vicino i miei lavori e si intratteneva con me in lunghissime conversazioni. Fu lui a presentarmi a gallerie italiane di prestigio e una volta mi scrisse che per me prevedeva successi nazionali ed internazionali; ne fui lusingato.

Francesco Perilli e il Neutralismo 2Perché hai deciso di chiamare la tua corrente artistica “Neutral-ism”?
La mia più recente produzione artistica che ho definito Neutral-ism vuole essere una nuova avanguardia artistica, critica e propositiva, nel panorama dell’arte contemporanea. Essa è sostenitrice di un pensiero neoumanistico, che in forme diverse è appartenente ad ogni diversità culturale e perciò neutralista.

Come opera il neutralismo nel campo delle arti figurative? Cosa rappresenta l’opera neutralista?
Non parlerei di arti figurative, piuttosto di espressioni artistiche degli individui. Il problema è piuttosto stabilire cosa è un’espressione artistica e cosa non lo sarà mai. L’opera neutralista è un’icona universale che pone in dialogo la natura e la materia con la ragione e la spiritualità. Vi si cela il germe del neoumanesimo  sospeso tra opera e spettatore in attesa di un soffio vitale, al fine di riavviare alla vita un’arte diretta e calligrafa tendente a coniugare istinto e ragione insieme, a rappresentare le emozioni e i sentimenti nella loro autentica nudità, a stimolare nuove interrogazioni filosofiche sull’essere e sul divenire, per tentare di arginare la ormai incancrenita deriva dell’arte e del pensiero contemporaneo.

Cosa intendi per passato compresente al futuro? Intendi forse i famosi “Corsi e ricorsi storici” di vichiana memoria?
Assolutamente no. Credo che il pensiero neutralista sia ben più profondo della banalizzazione vichiana dei corsi e ricorsi storici. L’azzeramento del tempo e dello spazio, delle funzioni e proiezioni direzionali dei reperti di ogni forma di vita, di graffi, di intelligenze o di cose fossilizzate e contenute nell’icona neutralista, vive una stagione nuova. Questa forma espressiva ha l’ambizione di porre l’artista-archeologo al di sopra delle parti pur conservando tutte le caratteristiche della propria appartenenza cultural-spirituale; Il neutralista si pone quale osservatore, pensatore e rappresentatore imparziale dell’esistito, dell’esistente e dell’”esistibile”(sic), divenendo esecutore “poliespressivo”(sic) e diretto delle proprie emozioni, pensieri e sensazioni, siano essi materiali o spirituali; ogni neutralista deve operare e pensare con obiettività e partecipazione emotiva, esso si esprime in maniera diretta e calligrafa in equilibrio tra il conscio e l’inconscio, immerso nelle riflessioni di complessità universalistiche e nelle profondità  dei misteri  e degli enigmi dell’esistere e del divenire. Egli opera e pensa in equilibrio tra il principio e la fine dei tempi: ispirato dalle mille e sacrosante diversità culturali viene  illuminato dalle infinite e diversificate costellazioni dense di fiammelle spirituali.

Francesco Perilli e il Neutralismo 3Perché concepisci come non artistico lo spiccato senso di comunicazione di cui necessita la Pop Art?
La Pop Art è, secondo il mio modo di vedere, una grossolana congettura di intendere un’arte popolare rappresentativa della realtà vissuta nella società consumistica. A mio avviso tale equivoco artistico è basato sulla comunicazione di massa  posta quale fondamento logico: una banalità concettuale ed una mostruosità riflessiva del tutto finta e programmata, l’assorbimento e dissolvimento dell’immagine nella psicologia di massa. Pur considerando l’aspetto interessante di una forma di comunicazione diversa da quella artistica, va a mio avviso respinto ed espulso il magmatico contingente della pop art dalla grande famiglia della vera arte. Per arte s’intende l’abilità dell’autore a trasferire le proprie emozioni, i propri pensieri plasmando, graffiando e dipingendo la materia in maniera diretta e cesellata attraverso la sapienza del fare. Nulla di tutto ciò viene inquadrato nella Pop Art. Chiunque abbia uno spiccato senso di comunicazione può eseguire un’opera pop: le tecniche sono alla portata di tutti e l’abilità e il talento sono  inesistenti. Manca la parte emozionale ed umanistica dell’autore.

Francesco Perilli e il NeutralismoQual è il motivo della tua idiosincrasia nei confronti dell’arte concettuale?
A questa domanda si può proseguire come per la precedente riferita alla Pop Art. Il concetto presuppone un ragionamento che raffredda l’emozione congelando la parte istintuale ed umanistica. In questo processo  che conduce dall’intuizione al concetto, la ragione funge da anestetico e crea il vuoto tra l’umano ed il concettuale disumanizzante. Il pensiero neo-umanistico, invece, dà forma all’informe e logica alla casualità. Istinto e ragione in concerto, l’abilità e il talento dell’autore rendono concreta  attraverso la propria azione diretta e senza filtri la realizzazione magica di un’autentica opera d’arte.

Spiegaci l’accezione di “protesi tecniche” che usi quando alludi agli artisti moderni.
La protesi in arte è la barriera tecnica che in fase di realizzazione di un’opera d’arte si frappone tra l’opera e la componente istintuale, emotiva e sensibile dell’autore. In buona sostanza più la barriera tecnica tende ad isolare l’autore dall’opera in senso fisico e dalla sensibilità nel processo di realizzazione di un’opera, meno quel risultato potrà considerarsi un’opera d’ arte autentica.

Parli spesso di “morte dell’arte”, ma cosa intendi? Quella che definisci morte non potrebbe essere semplicemente evoluzione o variabile necessaria?
In una mia precedente intervista presi a prestito le considerazioni catastrofiste di Hegel per ricalcare la drammaticità e il totale disorientamento e stato confusionale vissuto oggi dal mondo dell’arte e del pensiero contemporaneo.Non esiste nessuna necessità di variabile nell’arte, poiché essa è congenita alla creazione, mentre l’evoluzione è importante………………. ma è poi tale?