Di Luca Torzolini
“Il genio della truffa colpisce ancora”, luridi titoli di giornale. Deuterio Carta, ammasso d’inutili nozioni sul giornalismo ficcato a forza in un cervello troppo piccolo. Se il giornalista facesse come un tempo, quando s’indagava sul posto invece di scopiazzare gli articoli da altri giornali. Cronaca diretta: occhi che vedevano, mano che scriveva. Se oggi cerchi una recensione o una monografia su internet, trovi cento articoli in cui cambiano solo i connettori sintattici, diversificano la punteggiatura (spesso sbagliando!) e mutano gli aggettivi con una semplice sostituzione sinonimica.
Strappo un foglio dal rotocalco e ci pulisco, in assenza di carta igienica, l’oscuro luogo vicino ai miei preziosi gioielli di famiglia, unico dono della mia oscura madre. Pollio mi aspetta al di là del WC, nella hole del mio mega camper, e canta di fronte allo specchio Ring of fire: dall’allegria del tono direi che sta pettinando la sua portentosa chioma capelluta.
Usciamo e saluto con stile la mia pericolosa locatrice: Nina Passera, anziana e tracagnotta proprietaria del mezzo che ho preso in affitto come ufficio mobile. La vecchiaccia difende le sue proprietà con una lupara, la stessa con cui minaccia di farmi secco quando ritardo con l’affitto. Salito a bordo della Motoguzzi cavalco le piane albensi e di tanto in tanto spio Pollio nel sidecar che si mette le mani nel naso. Arrivato alla meta, parcheggio sgommando e Pollio viene esplulso dall’inerzia contro un albero: avrebbe qualcosa da ridire se non conoscesse la mania che nutro verso l’igiene personale.
Finalmente siamo a L’Arca. Nel varcare l’uscio, la cucina a vista rivela Massimo, il direttore, indaffarato nella preparazione di Sushi insieme ad un maestro giapponese: ho sempre stimato chi, evadendo dal ristretto significato del termine “imprenditore”, sa esattamente come si fa il proprio mestiere e non delega a terzi l’estro e l’amore che attraverso il cibo comunicano con il cliente. Per toccare l’animo dell’altro bisogna spogliare il proprio di ogni velleità, smettere di parlare e fare, fare, fare con intelletto e passione inesauribile. Sondando se stessi fino al midollo, si finisce per scoprire la vera natura umana: troppo spesso le sue sconfinate possibilità mi fanno paura. Fortuna che la maggior parte degli uomini è pigra e fa di tutto per emulare certe capacità dei vegetali, rimanendo del tutto incapace di riprodurre la fotosintesi, unica abilità che li allontanerebbe da un futuro parassitario. Chissà perché l’associazione libera del pensiero mi propone subito connessioni tumultuose e iraconde con il sintagma “politici italiani”. Bah, lasciamo perdere, ormai quale vero intellettuale li “elogerebbe” degnandoli di un’intera invettiva?
Massimo viene verso me e inchinandomi accenno una presentazione «Sono il detective…»
«Sangue! Lei è ormai una leggenda nel campo delle indagini culinarie, non serve affatto che si presenti»
«Bene, sono contento che il mio duro lavoro per acciuffare quel criminale di Seta sia valso almeno come ritorno d’immagine. Allora le presento il mio assistente… ma dove diavolo… ??!»
Nel frattempo Settimio si era seduto e aveva iniziato ad ordinare, come suo solito, l’intero menù. Certe volte vederlo mangiare con le mani mi riportava all’importanza chimica di quel gesto: l’apparato limbico, stimolato nel ricordo antropologico e storico, produce una molecola che rende felici e affamati.
«Lo scusi, lui indaga mangiando – cerco di spiegare mentre le migliori leccornie del locale passano a miglior vita nelle fauci di Pollio – appartiene all’unica tribù dei nani rockabilly: segue strani processi mentali per indagare, ma le assicuro che sa il fatto suo»
Mentre parlo comincio ad avere forti dubbi sulla validità del mio assistente: come diavolo mi ha aiutato finora? Me lo chiedo e mi rispondo: in ogni caso è un vero amico, questo può bastare.
Il proprietario, preso dal suo prezioso lavoro, torna in cucina mentre io mi dedico all’esplorazione del locale tramite la speciale lente d’ingrandimento creata dal dottor Strambazzoide: è capace di vedere attraverso il cuore della gente, per fortuna la gente non lo sa; scapperebbero in preda al panico se sapessero che sto mirando il ritratto che Dorian Grey ha nascosto in soffitta.
Tra le persone presenti in sala noto una magnifica donna che dice ad alta voce ai convitati del suo enorme tavolo «Mi raccomando, a Natale dovete chiamarmi tutti per gli auguri!» e penso che solo da vecchia, quando nessuno le farà più gli auguri, capirà che l’amicizia non va richiesta ma conquistata attraverso la cura costante del proprio giardino spirituale. Nonostante ciò, la portentosa lente rivela l’incredibile effetto che il cibo cucinato da Massimo fa alle persone: ogni volta che la forchetta giunge a destinazione dei geyser arcobalenici esondano dal cuore e vengono pompati attraverso il sangue per rinnovare inusitate possibilità per l’essere affinché guadagni l’aggettivo impropriamente utilizzato. Umano? Prima o poi, si spera.
Vicino alla dispensa dei vini un omino basso e calvo sta gustando crema di zucca e Dio siede pacifico dentro di lui. Il sommelier sta esponendo le qualità biologiche del nuovo vino Lepore, realizzato con il metodo ancestrale in assenza di solfito; mi avvicino e allungo il bicchiere per assaggiarlo. Seta è sempre così maledettamente efficiente nella scelta dei luoghi da depredare… come diavolo fa quel farabutto?
Allarmato, Massimo mi chiama nelle cucine «Il suo assistente sta esagerando, è già alla sesta portata! Nel mio locale non è concesso abbuffarsi fino a scoppiare, l’arte della cucina va gustata e contemplata con un certo decoro!»
«Come darti torto, la maggior parte della gente non sa che bisogna moderarsi nel pasto per garantire la produzione di una molecola da parte dell’ipofisi che dona una sensazione di leggiadra felicità. Eppure posso garantire che Pollio evade le leggi fisiologiche, potrebbe mangiare una mandria di bufali e poi ordinare il dolce»
Massimo si tranquillizza e torna a decorare i piatti prima che escano dalla sala, comparando il basilico alla pennellata finale di un grande impressionista tedesco.
Una cantante di bossa nova riecheggia nella stanza, io e il mio assistente rimaniamo ad indagare fino a tardi, cullati dall’atmosfera cordiale e dai profumi che inebriano l’aria. Le tavole si svuotano, i camerieri mettono in ordine la sala e infine Massimo ci saluta e chiude fuori tutti gli assistenti.
«Ma che fa, rimane a dormire nel locale?» chiedo ad uno di loro.
«Di solito rimane tutta la notte in cucina per la creazione di nuove ricette» rispondono in coro.
«Se fosse una donna, la sposerei» dico e mi rimetto in sella al bolide mentre Pollio si addormenta nel sidecar con sopra una coperta di lana. Una strana sensazione afrodisiaca avvolge il mio ventre mentre sgommiamo via, verso nuove avventure e vecchi vizi.
Nel frattempo, all’interno dell’Arca, Massimo aveva tirato fuori dal ripostiglio una scrivania da architetto. In realtà le ricette le inventava sul momento, con l’innata capacità dei cinque sensi. Eppure doveva trovare una scusa, non poteva certo dire ai dipendenti che impiegava la notte per disvelare a se stesso un vecchio sogno. Sotto la luce soffusa della sala, ridisegnava intere parti della città sostituendo ai decrepiti condomini in cemento, acromegalici condomini di formaggio e peperoncino, rimpiazzava i parchi omologanti della cittadella con distese di radicchio gigante, zafferano carnivoro e panchine di cocco. I giganteschi salmoni d’erba dolce risalivano le correnti della felicità: la sorgente era una vera e propria passione per l’arte culinaria.