intervista a cura di Luca Torzolini
1) Ne I testamenti traditi Kundera ragiona sul “tradimento” insito in ogni trasmissione: tradurre, adattare, raccontare. Quando lavori su una storia vera o su un materiale storico, qual è il tradimento necessario che accetti per arrivare a una verità più profonda? È difficile raccontare la versione di una storia rispettando le aspettative di chi te l’ha raccontata?
Abbiamo iniziato con una domanda semplice, vero? (Ride)
Ogni atto di trasmissione è un tradimento, è vero, perché non esiste fedeltà assoluta, ma soltanto responsabilità.
Quindi posso dirti che il tradimento che accetto, e che compio, è quello che mi permette di non mentire sul senso, anche quando questo significa allontanarmi dalla versione più comoda, più attesa o più rassicurante. Raccontare una storia vera implica spesso tradire la forma in cui ci viene consegnata, perché chi racconta per primo non sempre vede, o può vedere, tutto. La difficoltà sta proprio lì: restare leali alla complessità, al senso, anche quando questo significa deludere un’aspettativa.
E il fatto che questa cosa abbia un nome così spaventoso come “tradire” non significa falsare, nascondere o deludere. Significa solamente dare un senso a quello che proviamo. Utilizzare determinati pezzi per raccontare un’altra parte della storia, della propria storia, in questo caso… nel mio caso (Il segreto della rosa bianca), ho scelto di tradire alcune cose per permettermi di raccontare l’umanità dei personaggi. Personaggi che non sono solo nomi su un libro di storia, ma identità realmente esistite, che hanno respirato su questa terra come me e te, che hanno amato e odiato, che hanno avuto gli stessi dubbi che ho io adesso, e magari anche nello stesso periodo dell’anno. Nel mio stesso giorno.
Ho scelto quindi di prendermi questa responsabilità: tradire alcuni punti della storia così come ci è arrivata a noi, per far arrivare il concetto di umanità al lettore… e a me stessa.
Mi chiedi se è difficile raccontare la versione di una storia rispettando le aspettative di chi me l’ha raccontata? No. No, perché quando racconto una storia il mio compito primario è trarne il senso, il contenuto puro, emotivo, prenderlo e riversarlo in parole, immagini, suoni. Il mio compito non è difficile: a volte può essere stancante, ma non difficile. Quello che mi preme è che, quando una storia e il suo proprietario si affidano a me, io debba estrarne l’essenza e trasformarla in qualcosa di tangibile, che tutti possano vedere e comprendere.
2) Nelle tue opere tornano segreti e identità protette. Per te il segreto è più una difesa o un'arma? E nel dialogo intrapersonale (sic!) credi che esista un modo per dissolvere o spostare il confine tra l'inconscio e il conscio? Quando scrivi, ti senti più vicina alla figura del confessore (che ascolta e struttura) o del confessionale (che si lascia attraversare)?
In realtà, il segreto per me è un concetto molto ampio e spesso mal interpretato.
Tutti noi abbiamo dei segreti, e chi dice diversamente mente. Spesso abbiamo segreti per proteggere le persone che amiamo, accollandoci tutto il dolore di una sensazione del genere; impariamo a gestirla e a lasciare che il tempo lecchi le ferite fino a guarirle.
Quindi, partendo dal presupposto che i segreti li abbiamo tutti, dal più piccolo al più grande, da quello più stupido a quello più grave, questo non implica per forza difesa o arma. Spesso sono entrambe le cose, altre volte nessuna delle due. A volte mentiamo per proteggere noi stessi, altre volte per proteggere chi amiamo, altre volte per colpire e manipolare e, in quel caso, ci ritroviamo davanti davvero a una persona un filo pericolosa: consiglio l’allontanamento volontario (ride).
Detto questo, è rassicurante sapere che prima o poi tutti questi discorsi moriranno con noi e diventeranno polvere come noi… perché ci alleggerisce la coscienza, non trovi?
Comunque, credo che, a livello puramente tecnico, nel momento in cui entra nel racconto il segreto acquisti inevitabilmente una forza: non perché venga usato contro qualcuno, ma perché modifica lo sguardo, crea tensione, sposta il senso. Il non detto lavora, agisce, anche quando resta tale.
Nel dialogo intrapersonale credo che il confine tra inconscio e conscio non possa mai dissolversi del tutto, e forse non deve. Scrivere, per me, non significa portare tutto alla luce, ma rendere abitabile quella zona di confine. Spostarla, ascoltarla, darle una forma senza forzarla. A volte ciò che emerge non è una risposta, ma una domanda più precisa, e questo è già un atto di consapevolezza.
Quando scrivo mi sento più vicina alla figura del confessionale, e non hai idea di quante volte faccia male. Mi lascio attraversare, permetto alle voci, alle immagini, alle emozioni di passare attraverso di me senza giudicarle. Solo in un secondo momento subentra il confessore: quello che ascolta ciò che è emerso, lo struttura, lo rende comunicabile. La scrittura nasce dall’abbandono, ma diventa racconto solo grazie alla responsabilità di chi poi decide cosa lasciare, cosa proteggere e cosa consegnare agli altri. Altrimenti sarebbe solo un delirio perenne senza argini. Una confusione indistinguibile di sensazioni che fanno rumore. Solo interferenze.
3) Nel presente l’immagine è capitale sociale, tant'è che si parla da un po' di "società dell'immagine" in molti saggi. Quando l’immagine diventa verità e quando invece diventa travestimento? C’è un modo “etico” di costruire la propria figura pubblica?
Guarda, io non mi sono mai posta questa domanda, perché sono talmente abituata a essere me stessa che, quando a volte sono costretta a limitarmi, mi sento morire. Sono la maestra delle figure di merda (passami il gallicismo) e sono anche maestra della chiacchiera che non finisce più, fino a rimbambire totalmente le persone. Mettici pure che parlo molto velocemente, et voilà!
Ora, il punto è che certamente al giorno d’oggi l’immagine è diventata fondamentale, ma non è che nelle epoche passate fosse diverso. Prendiamo la figura del faraone: era pura immagine pubblica, così come i re e le regine… dovevano sforzarsi di apparire santi. Elisabetta I insegna… ma loro, appunto, erano re e regine. Noi non lo siamo, o almeno la maggior parte di noi non lo è, eppure ci sforziamo quotidianamente di apparire come non siamo. Dal volto, con filtri e medicina estetica utilizzati in maniera eccessiva, fino allo sforzo di essere buoni, perfetti, dolci e corretti quando magari dentro moriamo dalla voglia di fare una piccola cattiveria, di sbraitare o semplicemente mandare a fanculo qualcuno (passamelo anche qua il gallicismo passami il gallicismo ancora una volta).
Ed io, personalmente, non ho mai amato quelle persone che si sforzano di apparire docili, semplici, corrette… come se Dio potesse impallidire alla loro vista e dire: “Wow, ho fatto davvero un ottimo lavoro”.
Mi piacciono le cicatrici, mi piace vedere l’anima di una persona e poterla abbracciare, sentire che è viva, ferita, eppure che riesce ancora a vivere, a sorridere malgrado tutto… o che ha il coraggio di dire: “Non ne posso più”.
Siamo esseri umani, imperfetti, ed è così bello essere imperfetti. Chi ci dice che dobbiamo essere diversi? Perché? Perché non ammettere che spesso pensiamo male, che facciamo male, sia per ripicca sia involontariamente? Perché non ammettere che tutto questo… non è sbagliato, è semplicemente umano.

4) Quando dici “Storia”, ti seduce di più l’architettura dei poteri o la microfisica dei dettagli (gesti, protocolli, oggetti, superstizioni quotidiane)? E oggi, secondo te, che cosa sta succedendo alla nostra memoria storica: si sta assottigliando, si sta polarizzando, o sta cambiando forma?
La Storia è la terra che calpestiamo, l’aria che respiriamo, il contenuto dei nostri nomi, le parole che diciamo e tutti i nostri pensieri.
La storia è fondamentale perché senza di essa noi non saremmo qui adesso: senza quelli che hanno calpestato lo stesso terreno che calpestiamo noi, non potremmo esistere. Immaginati un mondo senza storia, senza memoria, senza niente… senza reperti, oggetti, rituali, lettere. Immaginalo e poi dimmi se non ti sembra la cosa più vicina a un limbo senza porte che tu abbia mai concepito.
La nostra memoria storica si sta polarizzando e, in questa polarizzazione, sta sparendo, perché la stiamo reinventando con le parole, con le paranoie, con le false informazioni e con la sterilità del pensiero.
Siamo così abituati a non pensare più che non riusciamo a distinguere il vero dal falso; le nostre frasi sono tutte uguali, tanto che a volte ho la sensazione di avere a che fare sempre con lo stesso automa (neanche una persona), e questo mi spaventa molto.
Ho paura di vivere, o di lasciare vivere chi verrà dopo di me, in un mondo fatto di persone che non solo hanno dimenticato, ma che non riescono più a creare nulla. Significa che non esisterà una storia per quelli che vengono dopo, che non ci sarà memoria, ma solo corpi vuoti che camminano.
5) Come guardi alle pratiche divinatorie: le consideri un residuo di pensiero magico, una tecnologia simbolica, o un modo narrativo per interrogare l’inconscio?
Le guardo e le ammiro da lontano, perché non sarei in grado di praticarle da dentro. Mi affascinano moltissimo e potrei passare la mia intera vita a fare da spettatrice e da “cavia” di qualsiasi tipo di pratica o rituale, ma conosco i miei limiti e so che non potrei essere altro che questo. Non posso essere un tramite: probabilmente non sono stata creata con quel talento.
Credo che le pratiche divinatorie siano tutte le cose che hai detto. Il pensiero magico è fondamentale per l’essere umano, che fatica ad accettare il fatto di essere un essere finito, che nasce e muore come tutte le cose su questo pianeta. In questo suo non arrendersi ha creato il pensiero magico, che di fatto muove le cose, le ha sempre mosse: energie che smuovono pensieri e corpi.
I simboli, poi, sono essenziali. Ci permettono di aggrapparci a qualcosa che sta tra il divino e il terreno. Stringere un simbolo, una pietra o un oggetto significa avere la sensazione di toccare la magia, di sfiorare l’ultraterreno e dire: “Eccomi, sono qui”.
E sì, sono anche un modo narrativo per interrogare l’inconscio. Non riusciamo ad accettare di essere semplici esseri viventi che iniziano a morire nel momento stesso in cui nascono, e per questo sentiamo il bisogno di interrogarci continuamente, di scavare, di trovare un senso anche dove forse un senso non c’è. L’istinto è istinto, e le leggi ce le siamo date per non impazzire, per non andare alla deriva.
6) Hai mai vissuto fede e scienza come due sistemi incompatibili? Oppure li vedi come due strumenti diversi per la stessa domanda: che cosa significa essere umani?
Fede e scienza sono due modi diversi di spiegare la stessa cosa. La fede prevede un credo che non nasce dal bisogno di dimostrare, o perlomeno non di dimostrare tutto. Ti dice: “È così, devi fidarti. Devi avere fede. Se hai fede, sei nel giusto”.
La scienza, invece, ti dice: “È così perché posso dimostrartelo. Hai tutto davanti agli occhi, puoi osservarlo, toccarlo, provarlo”.
Danno nomi diversi agli stessi fenomeni, ma il senso, il nucleo di tutto, è lo stesso. Che sia stato Dio o il Big Bang, la domanda non è sempre la stessa? Che cosa è accaduto perché l’universo si generasse? Non raccontano, in fondo, la stessa idea di un’origine, di un’esplosione, di una creazione che si rinnova?
7) Ti attrae di più l’idea di un universo ordinato o di un multiverso di possibilità? E, da sceneggiatrice, cosa cambia quando pensi la realtà come una sola linea o come ramificazioni infinite? Le vedi più come realtà possibili in linee temporali diverse o multiversi coesistenti in un unico infinito orizzonte degli eventi?
L’idea di un universo ordinato, a dire il vero, non mi ha mai rassicurata. Anzi, mi ha sempre lasciata perplessa. Che cos’è davvero l’ordine? Esiste oppure è una costruzione nostra? Se l’universo nasce da un’implosione e da un’esplosione totale, ogni cosa viene lanciata nello spazio perché trovi una direzione in modo apparentemente casuale. L’ordine, allora, mi sembra più un’illusione: qualcosa che noi esseri umani ci siamo dati per non impazzire.
Anche il tempo, nella sua forma lineare, è una costruzione umana. Lo abbiamo inventato perché andiamo verso la fine, perché il corpo si consuma, si decompone, non resta immobile. Eppure, nel perimento, regrediamo anche: da anziani torniamo in qualche modo bambini. Non è forse questo un andare avanti e indietro allo stesso tempo? Un avanzare che è anche una scomparsa?
Per questo mi attrae molto di più l’idea di tempi molteplici, sparpagliati, non ordinati in una sola linea. Tempi in cui le anime si sono incontrate e continueranno a incontrarsi. Tempi in cui ritroviamo chi abbiamo amato o odiato, chi ci ha lasciato un segno così profondo da poterlo riconoscere tra la folla, in qualsiasi tessuto temporale e con qualsiasi volto. Quella sensazione precisa in cui stringi la mano a una persona nuova e dentro di te risuona, inspiegabile, la frase: “Sei tu… eccoti.”
Mi piace pensare che viviamo in tanti tessuti diversi e che, in ognuno di essi, ci amiamo e ci odiamo in modi differenti. Che la versione di me che oggi ha rinunciato a qualcosa di importante, in un altro tempo lo stia vivendo con passione e fervore. Pensarlo non cancella il dolore, ma lo alleggerisce. Lo rende sopportabile.
Credo che le anime si ritrovino sempre, anche se a volte il tempismo è sbagliato. E allora riprovano, ancora e ancora. Vorrei solo poterlo ricordare, la prossima volta. Vorrei poter dire: “Eccomi. Siamo di nuovo qui. E stavolta farò la cosa giusta.”
Da sceneggiatrice lavoro spesso con questi concetti di tempo. Mi piace lasciare andare corpo e mente dentro queste possibilità, perché credo che siano vere. O almeno possibili. E penso che, per quanto ci ostiniamo a vivere dentro un tempo lineare e ordinato, arriverà sempre un momento in cui ci accorgeremo che non è così. Che il tempo si incrina. E quando succede, siamo costretti a scegliere. La scelta è quasi sempre dolorosa, ma necessaria.
8) Per te il comico, il grottesco, la “demenzialità” possono essere una forma di intelligenza? In quali momenti il non prendersi sul serio diventa l’unico modo serio di dire qualcosa?
È una delle forme più alte di intelligenza. Davvero.
E lo dico senza esitazione: stai parlando con una fan sfegatata di Leslie Nielsen. Quell’uomo era un genio assoluto. E Mel Brooks lo stesso: la loro comicità non semplificava il reale, lo smascherava.
Il comico, il grottesco, perfino la demenzialità funzionano quando riescono a scardinare i meccanismi del potere, dell’autorità, del linguaggio serio. Ridere è un atto profondamente sovversivo: abbassa le difese, rompe la retorica, costringe a guardare ciò che normalmente preferiamo ignorare.
Il non prendersi sul serio diventa l’unico modo serio di dire qualcosa quando la serietà si è trasformata in posa, in rigidità, in maschera. Da “seri” si dicono spesso enormi sciocchezze — o peggio, si giustificano atrocità con un tono grave e rispettabile. Il comico, invece, ha il coraggio di dire la verità senza chiedere permesso.
Per me ridere non è evasione, è lucidità. È un modo per dire: ho capito benissimo quanto è grave la realtà, e proprio per questo scelgo di attraversarla senza farmi pietrificare.
9) In La tabaccheria Pessoa accenna a quel paradosso: l’autore passa, l’opera resta. Tu credi che l’opera possa sopravvivere all’artista? E in che modo lettori, spettatori e ascoltatori non solo interpretano, ma amplificano un’opera?
Io credo che l’autore faccia l’opera e che, a sua volta, nell’opera resti l’autore. Quando guardi un quadro di Pablo Picasso, vedi il quadro, certo, ma vedi anche Picasso. Il suo sguardo, il suo tempo, la sua ossessione. È un’estensione dell’essere: una forma di sopravvivenza, quasi un vivere in eterno.
Allo stesso tempo, però, credo che l’opera inizi davvero a vivere quando l’autore non è più l’unico a guardarla. Lettori, spettatori e ascoltatori non si limitano a interpretarla: la amplificano. Ogni sguardo aggiunge un livello, ogni esperienza la sposta leggermente, la riattiva in un tempo diverso.
L’autore passa come corpo, ma non passa come traccia. L’opera resta perché continua a essere abitata, attraversata, riscritta interiormente da chi la incontra. In questo senso non è mai ferma: sopravvive proprio perché cambia, pur mantenendo dentro di sé l’impronta originaria di chi l’ha creata.

10) Che rapporto hai con il rosso: lo vivi come energia vitale, come allarme, come eros, come potere? Ti accorgi che un colore può diventare una bussola narrativa?
Ti dico che sono un’Ariete pura, e anche se l’oroscopo mi affascina, lo vivo sempre da spettatrice. Detto questo, da Ariete purissima, il mio pianeta dominante è Marte.
Il rosso, per me, è vita. È linfa vitale, sangue, passione, eros, ma anche pericolo. È luce: illumina, brucia tutto, riscalda e poi riduce in cenere. Il rosso è fiamma, è fuoco, è l’indole che viene fuori, quella che non si può più contenere.
Ed è proprio per questo che, quando scrivo, il rosso diventa anche una bussola narrativa. Non è mai un colore neutro: segnala un punto di non ritorno, un momento in cui qualcosa si accende o si spezza. Ogni volta che entra in scena, indica una scelta, un’esplosione emotiva, una verità che non può più restare nascosta.
Il rosso non accompagna la storia: la orienta. Dice al corpo e alla mente che lì sta succedendo qualcosa di vivo, di pericoloso, di irrimediabile. Ed è sempre da lì che, per me, nasce il racconto.
*E a tal proposito vorrei citare una frase bellissima di un libro che ho amato e che recita:
“Hai un fuoco che ti logora dentro, ma hai paura di lasciarlo bruciare”.
Beh, credo che sia esattamente quello che provo dentro in questo momento… Il libro in questione si chiama Portare il fuoco, di Dario Neron, edito dalla mia stessa casa editrice, La Corte Editore, e credo che sia un libro che risponde a tutte queste domande… a quelle che tu mi hai posto e dalle quali forse ho tratto le mie risposte.
11) Quali sono i segnali che ti fanno pensare: “qui c’è qualcosa” o "questo è arte"?
Per me l’arte nasce dai sentimenti, ma non in modo generico o decorativo. È arte quando dentro a ciò che fai ci sei davvero tu: quando hai riversato nell’opera un dolore, un pensiero, una parte della tua vita. Quando questo atto di esposizione arriva a qualcun altro che sta vivendo la stessa cosa.
È lì che sento la differenza tra “qui c’è qualcosa” e “questo è arte”. L’arte ha un’anima viva, che arde continuamente. Non è solo forma o idea: è contenuto puro, vivo, viscerale.
Appartiene al creatore ma anche a chi è disposto a farsi attraversare. A chi guarda, legge o ascolta dice: “Io sono come te. Non sei solo.” Chiede accoglienza e, in cambio, riempie. Fa crescere qualcosa che poi appartiene solo a chi l’ha ricevuta.
Per me l’arte è questo: un atto di concepimento. Qualcosa che nasce da un corpo e da un’esperienza reale, e che continua a vivere ogni volta che trova qualcuno disposto ad accoglierla.
12) Se dovessi descrivere la tua visione del mondo in una frase che non suoni come uno slogan, quale sarebbe? E che cosa ti costa sostenerla nella vita reale?
La mia visione del mondo in una frase? Oggi ti direi che vivere è come scavare nella sabbia rovente: a un certo punto le mani bruciano e dovresti fermarti, eppure continui a scavare fino a quando trovi qualcosa… anche se, in realtà, non sai nemmeno tu cosa stai cercando.
Sostenerla nella vita reale mi costa proprio questo: non potermi fermare davvero. Mi costa il dolore, la fatica, a volte la solitudine. Mi costa l’esposizione continua e il rischio di andare troppo a fondo. Ma è l’unico modo che conosco per sentirmi viva, e per non tradire quello che sono. E vorrei tanto non fare mai del male a nessuno ma so che è accaduto e che ahimè accadrà ancora.
13) Ti interessa di più la libertà come possibilità (“posso scegliere”) o come lucidità (“so cosa sto scegliendo”)? E come cambia questa idea quando scrivi personaggi storici vincolati da ruoli e protocolli? Credi nel libero arbitrio?
Questa domanda è difficile soprattutto nel periodo che sto vivendo…
Questa è una domanda difficile, soprattutto nel periodo che sto vivendo.
Oggi ti direi che ciò che mi interessa di più è sapere che posso scegliere, sempre. Avere la possibilità di valutare, di fermarmi, di decidere. Questo, inevitabilmente, implica anche la lucidità: sapere cosa sto scegliendo e quali conseguenze avrà.
Il problema è che non so fino a che punto sia sempre saggio agire solo così. La lucidità spesso significa rinunciare a cose belle, mettere da parte ciò che il corpo e l’anima chiedono con forza, anche quando sai che, per quanto possa far male, è esattamente ciò che desideri. Eppure ho bisogno di sapere che la possibilità di scegliere esiste sempre. Spero che possibilità e lucidità possano andare di pari passo, ma oggi, adesso, non so dirti se sia davvero così.
Questa tensione non cambia quando scrivo personaggi storici vincolati da ruoli e protocolli. Per me, il ruolo e il protocollo sono quasi sempre un’apparenza, un’immagine pubblica. La vera libertà, o la sua mancanza, si gioca altrove, nello spazio invisibile tra ciò che si è e ciò che si deve essere.
Credo nel libero arbitrio, sì. Ma credo anche che esista una zona d’ombra in cui l’istinto prende il sopravvento. E lì non so più dove finisca la scelta consapevole e dove inizi qualcosa di più grande di noi. Quante volte abbiamo fatto qualcosa senza controllo, solo perché lo volevamo visceralmente? È ancora libero arbitrio? Abbiamo scelto comunque, o siamo stati attraversati da una forza che ci ha superati?
Forse la verità sta proprio lì: nel convivere con questa ambiguità, senza assolverci del tutto, ma senza nemmeno condannarci completamente.
Quando siamo pedina e quando siamo artefici?

14) C’è una domanda che ti perseguita da anni, non come ossessione, ma come asse segreto del tuo lavoro?
Sì: perché le persone che amiamo ci vengono portate via? Che sia per la morte o per l’allontanamento, il risultato è lo stesso.
Nel tempo mi sono detta che forse accade perché amare è più difficile, più insopportabile, che odiare o fingere. Amare significa restare esposti, vulnerabili, presenti. Fingere o allontanarsi è spesso una forma di sopravvivenza.
15) Quanto conta, per te, la voce: la voce che narra in un podcast, quella che guida un romanzo, quella che costruisce un documentario? Hai la sensazione che ogni medium ti costringa a una diversa etica della voce?
Credo che la voce sia importante anche a livello tecnico ma credo soprattutto che sia fondamentale avere qualcosa da dire.
Detto questo, ogni medium mi costringe a una diversa etica della voce. In un podcast la voce è nuda: non puoi nasconderti, sei lì, presente, e devi assumerti fino in fondo quello che stai dicendo. Nel romanzo la voce può essere più mediata, stratificata, può nascondersi dietro i personaggi, ma proprio per questo richiede ancora più responsabilità. Nel documentario, invece, la voce diventa guida: non deve imporsi, ma accompagnare, orientare senza manipolare.
In tutti i casi la voce non serve a mostrarsi, ma a farsi carico di un senso.
16) Nel romanzo storico, il punto non è solo “ricostruire” ma scegliere che cosa è plausibile. Qual è la tua regola: ti fidi più delle fonti, della psicologia dei personaggi, o della coerenza del contesto?
Non credo esista una sola regola, almeno non per me, ma è tutto un equilibrio continuo. Fonti, psicologia dei personaggi e coerenza del contesto devono convivere, dialogare, a volte anche scontrarsi. Farle “ballare a tempo” è il vero gioco… ed è anche la parte più difficile.
Le fonti delimitano il campo, pongono i confini entro cui muoversi. La psicologia dei personaggi dà carne e respiro a quei dati, li rende umani e credibili. La coerenza del contesto, infine, è ciò che tiene tutto insieme.
17) Come la immagini un'intervista che non finisce mai?
Con me, col cuore tra le mani che prende parola al posto mio.
Un luogo in cui, senza voce, tutti possano leggere e comprendere quello che ho da dire. Senza fatica, senza retorica.
Solo l’anima che parla da sola.
