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Le lingue e la politica linguistica in Cina

Con una popolazione di circa 1.390.000.000 persone e la presenza sul territorio cinese di un centinaio di minoranze etniche di cui 56 riconosciute ufficialmente da Pechino, la politica in materia di gestione, diffusione e uniformità linguistica assume in Cina sfumature e divergenze assai complesse.

La lingua ufficiale è il putonghua 普通话, la lingua cinese con la base lessicale e grammaticale del mandarino e la pronuncia del dialetto pechinese. Il putonghua è riconosciuto come l’idioma appartenente agli han 汉, l’etnia maggioritaria di cui fa parte circa il 90% della popolazione. Tra gli han tuttavia vengono parlate numerosissime varianti regionali a sua volta formate da altrettanti numerosi sub-dialetti. La restante popolazione non Han parla invece circa 300 lingue diverse dal mandarino!

A partire dagli anni 50, Mao Zedong 毛泽东 approvò una progressiva semplificazione linguistica e l’introduzione di un sistema di latinizzazione ( il pinyin 拼音) che avrebbero facilitato l’alfabetizzazione e favorito una gestione più strutturata dell’educazione della formazione scolastica. La scelta di Mao portò alla pubblicazione di una lista di caratteri “semplificati” utilizzati in contesti ufficiali ed ora ampiamente diffusa, eccetto a Taiwan dove permane l’uso di caratteri “tradizionali”.

Bisogna sottolineare che nel corso della storia cinese, dalla formazione dell’Impero sino alla nascita della Cina comunista, furono fatti numerosissimi tentativi di riduzione e semplificazione del sistema di scrittura, ciò dimostra come in Cina la questione linguistica sia sempre stata al centro delle attenzioni del potere politico e del governo, così come accadde in Russia.

Sempre negli anni 50 la RPC (Repubblica Popolare Cinese) riconobbe ufficialmente 56 minoranze etniche e catalogò circa 60 lingue parlate da etnie non han (attualmente la rivista specializzata Ethnologue ne elenca 299). Questo riconoscimento ovviamente aveva il chiaro intento politico di favorire una più rapida e capillare diffusione delle idee e dei programmi politici del governo usando la lingua parlata dalla popolazione, in un territorio enormemente vasto e demograficamente molto variegato come quello cinese.

Tutt’oggi la Cina adotta questa duplice e se vogliamo chiamarla “contrastante” politica linguistica che mira da un lato alla diffusione del putongua come strumento di armonia e unione politica, dall’altro al riconoscimento di alcune minoranze linguistiche come mezzo per una fruizione più istantanea delle linee politiche del governo centrale.

Tra i casi più emblematici ricordiamo quello tibetano. Il Tibet ha 3 dialetti distinti e un unico sistema di scrittura. Nonostante il governo cinese abbia imposto il tibetano come lingua dell’educazione, in moltissime scuole si registra la presenza di docenti non-tibetani. Il tibetano non viene utilizzato negli uffici governativi, il governo cinese non attua efficaci misure di implementazione e di diffusione della lingua locale, non vengono stanziati fondi necessari ad un’istruzione multilingue a ad una sistematizzazione del gap esistente fra i tre dialetti tibetani.  Questa situazione ha generato una stagnazione nel processo di alfabetizzazione e un diffusa percezione di minaccia della propria identità linguistica e culturale che ha provocato numerosi scontri fra il Tibet e la RPC.

Un altro caso importante è quello uiguro. Gli uiguri sono una minoranza etnica turcofona che vive nel nord-ovest della Cina, soprattutto nella regione dello Xinjiang. Nel 1959 si decise di sostituire il sistema di scrittura arabo-persiano della lingua uigura con l’alfabeto latino per avvicinare le persone alla comprensione del pinyin e ad una successiva assimilazione del putonghua. Anche in questo caso la chiara percezione che il riconoscimento riservato alle minoranze etniche fosse solo formale ha avuto non poche drammatiche conseguenze.

Una situazione simile a quella uigura si è ripetuta in Mongolia. Anche qui il governo di Pechino, ha tentato e sta tuttora tentando di sostituire l’alfabeto cirillico della lingua mongola con un sistema che fa uso dell’alfabeto latino, in modo da favorire l’introduzione del pinyin.

La drammatica questione linguistica delle minoranze etniche cinesi ha portato con sé un’ulteriore problematica: il difficile inserimento della lingua inglese nel sistema formativo. Nei territori popolati dalle minoranze, gli studenti sono costretti ad avere a che fare con tutte le problematiche di un’educazione trilingue, dovendo prima imparare il putonghua e poi l’inglese.Si registra una scarsa presenza di docenti di lingua inglese, spesso dotati anche di un mediocre livello di formazione. Inoltre, la costante e primaria attenzione riservata all’apprendimento della lingua cinese genera una mancanza di motivazione da parte degli studenti e dei genitori degli studenti stessi allo studio dell’inglese. Questo porta ad una progressiva arretratezza del livello di istruzione linguistica presente in quelle aree e ad un difficilissimo progredire degli studenti verso un percorso accademico o universitario.

La diffusione del putonghua tuttavia non si limita solo alle minoranze ma si estende a tutte le regioni della Cina, anche a quelle dove si parla il cinese mandarino ma con varianti dialettali. Hong Kong da questo punto di vista rappresenta una grande particolarità: la sua sovranità fu sotto il Regno Unito fino al 1997 per poi passare alla Repubblica Popolare Cinese. Nonostante l’espansione sempre più radicale del putonghua, il cantonese resta ancora una lingua molto solida e continua ad essere parlato come prima lingua da circa ¾ della popolazione di Hong Kong. Il rigetto sociale del putonghua è dato soprattutto da una riluttanza di molti ad un assorbimento dell’autonomia politica di Hong Kong al governo centrale di Pechino.

Nel 2018 l’obiettivo della Cina rimane quello di rendere il putonghua una lingua globale e molti fattori vengono incontro a tale obiettivo: la standardizzazione linguistica su base digitale creata da Internet, l’apertura di Istituti Confucio in tutto il mondo e la diffusione del putonghua come materia di studio all’estero, l’introduzione sempre più strutturata di piani di insegnamento delle lingue straniere nel sistema educativo cinese, la migrazione dalle aree rurali interne a quelle urbane la quale indebolisce progressivamente l’uso di dialetti e di lingue diverse dal putonghua.

 

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