Holy EYE

CERTIFIED

Data: 29 giugno ore 17:00

Luogo: Villa Flaiani, via Roma 32 in Alba Adriatica

Siamo lieti di annunciare la conferenza dal titolo “L'Intelligenza Artificiale e la Domanda di Dio”, che si terrà il 29 giugno alle 17:00 presso villa Flaiani ad Alba Adriatica. Questo evento unico esplorerà le profonde implicazioni tecniche, etiche, morali, filosofiche e spirituali dell'avanzamento dell'intelligenza artificiale nella nostra società contemporanea.
L'evento è aperto a professionisti, studenti, imprenditori e a tutti coloro che sono interessati a farsi delle domande su come scienza e fantascienza stiano collimando e trovare delle risposte per essere pronti per questo presente che si sta catapultando nel futuro. La partecipazione è gratuita, ma i posti sono limitati a 70.

Luca Torzolini, organizzatore dell’evento, piloterà il dibattito fra sette esperti di intelligenza artificiale nei campi dell’arte, della scienza e del business per mostrare e fornire agli spettatori risorse e strumenti utili nella comunicazione e nel marketing, ma donando, al contempo, una comprensione più profonda di come l'IA possa influenzare la percezione e la vita umana finanche ad interessare il funzionamento dell’essere umano da un punto di vista sociologico, psicologico e forse persino genetico.

Tra i relatori, avremo l'onore di ospitare Mauro John Capece, docente universitario e regista pluripremiato con film in distribuzione sulle principali piattaforme, che parlerà dei pro e contro dell’intelligenza artificiale nel cinema; Pina Manente, giornalista esperta in comunicazione, che analizzerà come il mestiere del giornalista stia trovando nuove vie e nuovi equilibri; Simone Vagnoni, dottorando in Law, Science and Technology, che illustrerà come l’AI e l’analisi di dati può essere applicata per facilitare i processi democratici o in sinergia ai registri distribuiti (Blockchain e simili) per l’industria agroalimentare; Luca Squadroni, fisioterapista ed informatico, che spiegherà il funzionamento di Tepy, un'innovativa app da lui ideata, che combina fisioterapia e intelligenza artificiale per la gestione autonoma dei dolori muscolo-scheletrici, Alessandro Scacchia, illustratore e fumettista internazionale, che fornirà più punti di vista dietro alla cosiddetta creazione di disegni e immagini tramite AI; Diego Pomanti, Master Nikon School e premio World Photographic Cup 2020 per la pubblicità, che esplicherà l’importanza del conoscere la macchina fotografica e la macchina robotica e saper dominare la situazione e cavalcare l’errore.

“Non perdete l’opportunità - dichiara Luca Torzolini - di ascoltare esperti che nel loro quotidiano stanno sperimentando una tecnologia che è destinata a stravolgerci la vita paragonabile solo a scoperte come il fuoco o la ruota. Meglio sapere, l’uomo non può fermare l’innovazione ma deve decidere di trarne il meglio. E per governare bisogna conoscere il gioco”.

Domenica 7 maggio ore 21:00, in Villa Flaiani ad Alba Adriatica, Luca Torzolini parlerà di cosa sono i tarocchi, della loro origine e di come si leggono. Ogni metodo di divinazione necessita di un enorme bagaglio culturale e di presupposti logici per essere compreso ed utilizzato a pieno: a differenza dell’utilizzo strumentale che mass media e persone dello spettacolo hanno sempre esasperato fino a creare pregiudizi e false credenze, la conferenza donerà al pubblico alcune conoscenze iniziatiche, le basi del pensiero positivo e le conclusioni della scienza contemporanea per avere coscienza sul proprio destino e comprendere le infinite possibilità del libero arbitrio.
Partendo da un’indagine antropologica, artistica e culturale, si passerà dall’etimo della parola “Tarocchi” e della sua possibile origine, fino a formulare le ipotesi dei luoghi e del periodo storico in cui sono nate e si sono diffuse le carte.
Usando un approccio sincronico e diacronico, Luca Torzolini farà luce sulle differenze di visione e utilizzo fra le varie culture e tra i grandi studiosi, fino all’esplicazione e all’analisi dei simboli polisemici racchiusi in ogni carta, concludendo con il proprio sistema di utilizzo degli Arcani Maggiori e Minori. Saranno presenti rimandi e digressioni all’astrologia, l’I Ching, i cristalli di Masaru Emoto, la metagenealogia, l’angelologia e la meditazione.
Durante la lettura dei tarocchi, l'iconografia della carta può evocare infinite sfumature polisemiche. Esistono invece dei significati di ordine generale attribuiti alle carte da intrecci e sovrapposizioni fra leggende e culture popolari, da un'immagine appartenente al cosidetto "inconscio collettivo", da pareri di illustri intellettuali, mitografi, psicologi e filosofi. La stessa locandina dell'evento, magistralmente disegnata da Ulderico Fioretti, utilizza il linguaggio evocativo e simbolico dei tarocchi.
L'evento è stato organizzato per la città di Alba Adriatica dall'assessore alla cultura Francesca di Matteo, con la supervisione del sindaco Antonietta Casciotti al fine di favorire il moltiplicarsi di situazioni culturali aperte ai cittadini che permettano la nascita di un dialogo costruttivo e la creazione di realtà condivise originali e interattive.
Come Torzolini dichiara “I tarocchi sono rabdomanti dell’inconscio, rivelatori della connessione segreta che si stabilisce fra l’universo interiore e esteriore, archetipi della nostra mediazione col mondo in tutte le sue forme: essi sono simbolo e possibilità di lettura della mimica, della prossemica, delle parole, delle azioni o dell’inazione, con tutti i rimandi alle sovrastrutture cui siamo legati di macro e microeducazione. Sono un mezzo di indagine psico-animica che, in mano ad un buon detective guidato dalla mente maggiore e da nobili intenzioni, permette al sussurro del daimon di guidarci verso una presa di coscienza e un’evoluzione terrestre e celeste.”

Il soggetto del cortometraggio “Identità Personale” è tratto dal racconto omonimo di Donato Di Pasquale (DDP), pubblicato in antologia per i tipi di Terebinto Edizioni (Avellino), grazie al premio vinto al concorso “Riscontri letterari”, organizzato dalla stessa casa editrice.

Qui di seguito riportiamo alcuni link che lo riguardano:

La sinossi del volume https://riscontri.net/2020/02/21/le-insidie-del-tempo-sinossi/

Il link AMAZON del libro cartaceo e dell'e-book https://www.amazon.it/dp/8831340034

Il teaser del corto realizzato dal coworking Wide Open di Teramo. https://drive.google.com/open?id=1j6FnLE1k8aN1_u6cLZ02D5BotzhlT-XR

La video-presentazione per l'Abruzzo Book Festival https://www.facebook.com/watch/?v=2299576150345272

Il corto si rivolge principalmente ai ragazzi in età scolare e agli studenti universitari. Gli obiettivi principali del progetto sono:
a) sensibilizzare i ragazzi sull'importanza di proteggere le informazioni personali;
b) renderli coscienti dei rischi potenziali;
c) partecipare a concorsi, festival, bandi inerenti, cercando di arrivare nel più breve tempo possibile alla divulgazione del film negli istituti scolastici e nelle università.

PRODUZIONE, Play22settembre — Wide Open Coworking
SCENEGGIATURA, Pietro Albino Di Pasquale
REGIA, Donato Di Pasquale

L'idea del documentario nasce dalla tesi di Donato Di Pasquale (DDP) “Genesi dei Quattordici Canoni BWV 1087 di Johann Sebastian Bach” e da un un concerto/conferenza presentato per la prima volta a Teramo e a L'Aquila, nel dicembre del 2013.

L'opera di Johann Sebastian Bach, dal titolo Verschiedene Canones über die ersteren acht Fundamental–Noten Vorheriger Arie, oggetto di studi approfonditi di DDP, è un manoscritto composto di quattordici Canoni scritti dal compositore in notazione enigmatica; un'opera teoretica senza alcuna destinazione strumentale, che usa artifici nella scrittura per indicare l'inversione, la retrogradazione e la retrogradazione inversa; un'opera teoretica che impiega raffinate tecniche contrappuntistiche tardo-rinascimentali e barocche, la cui matrice è arcaica e di varia derivazione, italiana, francese, fiamminga.

DDP presentò due elaborazioni al concerto che sono materializzazioni in forme fisiche tangibili, inedite in Italia e nel resto del mondo:

1) Un arrangiamento per due pianoforti, strumento inesistente in epoca bachiana, quantomeno inesistente con le caratteristiche tecnico-costruttive odierne;

2) Un arrangiamento per sei strumenti moderni: violino, viola, contrabbasso, flauto traverso, oboe, controfagotto, ben diversi dai corrispondenti strumenti della prima metà del XVIII secolo.

I quattordici Canoni del manoscritto autografo furono pubblicati per la prima volta nel 1976 da Bärenreiter, Kassel, con il titolo Vierzehn Kanons über die ersten acht Fundamentalnoten der Aria aus den „Goldberg Variationen”, dove già comparvero col numero 1087 a loro assegnato nel BWV (Bach Werke Verzeichnis); Successivamente, nel 1977, trovarono posto anche nella NBA V/2 (Neue Bach-Ausgabe V/2). Entrambe le pubblicazioni furono curate da Christoph Wolff, uno dei più noti biografi e studiosi di Johann Sebastian Bach.

Un lungo e accurato lavoro di decodifica e di confronto con altre fonti è stato necessario per rendere l'opera completamente accessibile. Il contributo di DDP è certamente inteso in tal senso. Infatti, pur essendo la soluzione indicata da Christoph Wolff la più accreditata nella comunità musicologica internazionale, non è certamente l'unica possibile. Altre interessanti soluzioni ai Quattordici Canoni sono state proposte da Olivier Alain, Marcel Bitsch, Timothy A. Smith, Donato Di Pasquale. La soluzione di DDP pur avendo molte analogie con le precedenti, se ne discosta sostanzialmente, segnatamente nei Canoni n. 10 e n. 14.

Nella sua tesi “Genesi dei Quattordici Canoni BWV 1087 di Johann Sebastian Bach” sono accuratamente descritti sia il lavoro di decodifica sia la soluzione inedita ai due Canoni summenzionati.

Le soluzioni totalmente inedite di DDP ai Canoni n. 10 e n. 14 della raccolta - che naturalmente sono state usate in entrambe le sue elaborazioni, ed eseguite nei concerti del dicembre 2013 - sono intese come proposte per un contributo al dibattito scientifico tuttora in corso sui Quattordici Canoni BWV 1087.

La tesi di DDP “Genesi dei Quattordici Canoni BWV 1087 di Johann Sebastian Bach” è stata oggetto di apprezzamento a più riprese nell'ambito della comunità scientifica internazionale.

Nell'aprile del 2014 ho intrapreso un viaggio seguendo il BACH ROUTE (le città nelle quali ha vissuto e lavorato il grande compositore tedesco): EISENACH, OHRDRUF, LÜNEBURG, ARNSTADT, MÜHLHAUSEN, WEIMAR, KÖTHEN, LEIPZIG, raccogliendo decine di ore di girato tra riprese, interviste, testimonianze.

Il concerto/conferenza, l'evento di Catania e il Bach Route costituiscono, come si può intuire, si configurano come materiale fondamentale per la realizzazione del documentario. DDP pensa che l’opera ritrovata di Bach getti una nuova luce sulle tecniche compositive del grande compositore tedesco. Inoltre, dà feconde opportunità anche a livello didattico e pedagogico.

di Luca Torzolini

Che cos’è il genio?
Forse è la capacità di dire o fare qualcosa di inaspettato per le persone che si hanno di fronte, come interlocutori.
Il mio esempio di genio è Nicola Tesla. Perché? Molti risponderebbero senza dubbio Leonardo Da Vinci o altri. Però Nicola Tesla aveva qualcosa che secondo me non aveva nessuno: una capacità immaginativa molto più sviluppata di personaggi del calibro di Caravaggio e simili. Tesla progettava nella sua testa le cose pensandone anche l’evoluzione e solo quando riusciva ad arrivare a un’evoluzione completa, disegnava e brevettava la suad idea. La capacità immaginativa è in grado di creare ciò che prima non c’era e quindi la considero la massima fra le capacità dell’intelletto. Un conto è modificare un’idea o qualcosa di già esistente, altro conto è inventare dal nulla con il solo sforzo immaginativo: si tratta di un processo decisamente complesso.
Un altro genio che ho avuto la fortuna di conoscere – e non sono facilmente impressionabile visto che nella mia famiglia ci sono persone geniali – è la mia ex fidanzata. Non ho mai conosciuto un tipo d’intelligenza simile al suo: se lei non sapeva qualcosa che io già conoscevo, bastava parlargliene per pochi minuti e, già subito dopo, aveva delle idee in merito (tra l’altro io ho una scarsa capacità d’insegnamento). Io mi stupivo e inchinavo, ogni volta, di fronte quella capacità. Quindi “cos’è il genio?” O Nicola Tesla, o Letizia. Se posso scegliere tra i due, Letizia (anche per una questione estetica, visto che era di una bellezza sconvolgente).
Non so, ora mi viene in mente anche Charlie Chaplin e il discorso che si è inventato in soli cinque minuti nel film “Il grande dittatore”: quella è solo una scintilla, un esempio che ci può far sfiorare appena il concetto di genialità. Il genio è la capacità di essere ricettivi perché, come dicono alcuni, le idee girano e bisogna essere l’antenna che le capta. Quindi sicuramente c’è un particolare lavoro di onde cerebrali da parte di un cervello fuori dal comune e che sicuramente io non ho! Mi dispiace, non si può essere perfetti!

 

Quanto il bagaglio culturale ed esperienziale va ad influire sulla capacità d’immaginare?
Influiscono, a mio parere, negativamente: i preconcetti e le conoscenze consolidate possono bloccare l’immaginazione. Infatti il livello immaginativo dei bambini è molto più sviluppato rispetto a quello degli adulti. Inoltre, in certi ambiti, non ci sono idee geniali e si gira sempre sulle stesse questioni e molti problemi vengono spesso risolti nello stesso modo. Per far spazio ad un progetto inusuale o a una soluzione diversa ci vorrebbe qualcuno che sia estraneo a quel contesto e che, quindi, non sia imbevuto di quelle nozioni precostituite. Molto spesso la nostra storia personale e culturale ci fa avere delle convinzioni che ci bloccano, diventando vere e proprie zavorre. L’ideale per me sarebbe riuscire ad approcciarsi al problema nel modo più vergine e spontaneo possibile. Come dice un famoso motto attribuito da Platone a Socrate “so di non sapere” e, quindi, vediamo cosa può succedere da questa premessa. Dal dubbio può darsi che venga fuori qualcosa di intelligente. Io ne ho la controprova nella mia esperienza personale: quando ho iniziato a fare aerografie, a fare le chitarre. All’inizio avevo delle idee geniali perché ero talmente vergine in quel campo; oggi, al contrario, ho molte acquisizioni ed esperienza alle spalle in quei campi, ma non ho più l’originalità di prima e riconosco d’essere più limitato. La storia personale, l’esperienza, quindi, può certamente aiutare ma anche no, perché bisogna saper spaziare e cambiare ambito, non si può essere geniali facendo sempre le stesse cose. Ecco perché molte volte alcuni sembrano dei geni anche se non lo sono: perché partoriscono nuove idee che in realtà sono semplicemente frutto dell’estraneità di quei soggetti a quel campo del sapere, o a quel settore in particolare.

Quindi, secondo te, il pensiero divergente, tipico dei creativi e degli artisti, potrebbe dare un grande contributo anche in ambito tecnico?
Perché no? Io sono del parere che si possa sempre imparare da tutti. L’artista può fare il tecnico e, ad ogni modo, questa commistione c’è sempre stata. Forse le cose oggi sono un po’ diverse, ma se guardiamo ai grandi protagonisti del Rinascimento, ci sono tanti esempi, primo fra tutti Leonardo Da Vinci che spaziava e primeggiava in campi del sapere molto distanti: era ingegnere, scienziato, artista. E tutto il suo lavoro d’indagine era mosso dalla volontà di capire e questo dimostra che prima di tutto era un artista: se si pensa di sapere già tutto non si è dei veri artisti. Tutti possono fare tutto. A tal proposito mi ha colpito molto il fatto che sia stato un meccanico - e non un medico - l’ideatore di uno strumento per estrarre i neonati durante il parto.

Oltre alla genialità di chi è riuscito a tenere in vita la propria parte bambina, a questo punto, introdurrei un’altra figura di artista che ha delle derive geniali e che sono legate a una sua particolare condizione mentale: la follia.  Quanto quest’ultima è determinante e significativa?
Tocchi un nervo scoperto. Noi siamo qui, in questa saletta, con delle riproduzioni di Van Gogh che era un genio assoluto, ma che dai suoi contemporanei e dalla storia è stato stigmatizzato come folle. Ora, la domanda che mi sorge spontanea è: che significa essere folli? Se si definisce qualcuno come “folle” è perché si ha un riferimento codificato su ciò che non lo è e quindi potenzialmente sono ritenuti tali tutti gli anticonformisti e quelli che vanno contro il ben pensare. Cosa vuol dire? Che dobbiamo attenerci allo standard di normalità e non accettare chi va oltre la soglia? E chi è molto al di sotto della soglia di normalità cos’è? Scemo? L’accezione negativa che viene solitamente attribuita a questa parola mi da molto fastidio e io, al contrario, penso che sia invece un complimento. Nei Dipartimenti di salute mentale è pieno di gente geniale, talmente tanto intelligente da sembrare matta perché non capita! A tal proposito mi viene in mente una barzelletta esilarante che lo dimostra: c’è un imbecille con una Mercedes che è costretto a fermarsi davanti ad un manicomio perché ha forato una ruota. Mentre si appresta a cambiarla, gli cadono tutti i bulloni nel tombino e non sa più come fare per risolvere l’inconveniente. A quel punto un matto, che stava osservando la scena dalla finestra del manicomio, si propone per una soluzione. Il proprietario dell’auto all’inizio lo snobba con fare superiore, ma dopo vari tentativi mal riusciti accetta di sentire l’opinione del matto che gli dice: “ehi, perché non smonti un bullone per ogni gomma e lo usi per cambiare la tua ruota, così puoi dirigerti al primo gommista?”. Al che il signore stupito gli dice: “Caspita che ottima idea! Ma come ti è venuta in mente?” e lui risponde: “Oh, sono solo matto, mica stronzo!”. Questa può essere considerata una barzelletta solo per modo di dire perché ci fa riflettere sugli stereotipi della società. Potenzialmente tutti gli artisti sono folli, ma cosa determina la follia? Forse la rigidità del parametro utilizzato per altre patologie potrebbe non funzionare. Qual è il metro di paragone? L’essere sempre ineccepibili, buoni, tranquilli, nella media? Se fosse così allora azzarderei che siamo tutti un po’ folli – me per primo - perché nessuno rientra perfettamente in tutti gli standard di normalità. Invidio l’audacia di certe menti, il pensiero creativo e divergente di certi miei amici fuori dal comune. La follia, in questa accezione, mi piace. Con questa riflessione faccio riferimento a tutte le persone geniali e incomprese che hanno subito lo stigma sociale della follia ma, ovviamente, si sa che vivere questa condizione può avere risvolti negativi e che non sempre la follia è legata al genio. Ad ogni modo le etichette mi infastidiscono. Certo, ripensando a Van Gogh, è ovvio che il gesto di tagliarsi un orecchio è sproporzionato rispetto alle ragioni per cui decise di farlo ma, in fin dei conti, l’orecchio era suo, non di un altro! Folle? Certamente un temperamento molto passionale.

Prova a definirmi che cos’è per te l’arte e come identifichi la tua espressione artistica?
Per me “arte” è tutto ciò che genera stupore e meraviglia al primo sguardo, al primo contatto con essa. Quindi “arte” non è ascrivibile esclusivamente all’opera d’arte in sé per sé, ma può essere qualsiasi cosa, anche un gesto.

Cos’è la bellezza?
È un concetto talmente tanto complesso che è difficile definirne i contorni con esattezza. Rispondo però con un’espressione abbastanza nota, di cui forse si è perso il senso ultimo e la profondità proprio perché troppo conosciuta: “la bellezza sta negli occhi di chi guarda”. Di questa frase sono intimamente convinto perché i nostri occhi, in realtà, non vedono niente: semplicemente si limitano a distinguere i colori e le ombre ed è poi il cervello che elabora tutto. Affinché, però, il cervello rielabori le cose ci vuole dietro una storia e ci vuole un addestramento al bello. Pensiamo a tutti quei bambini nati e cresciuti in contesti di guerra e difficili (ad esempio Afganistan): molti di loro cresceranno in contesti legati alla violenza e al male. Se si ha, invece, la possibilità di far vivere un bambino in contesti come l’Italia o la Francia pieni di bellezza, arte e meraviglie quel bambino sarà educato al bello. Fatto questo sarà poi facile per il suo cervello creare bellezza ad ogni suo sguardo. Però, anche qui, come si fa a definire ciò che è bello e ciò che non lo è? È estremamente soggettivo. Ecco perché molte volte sorgono polemiche e dibattiti in merito alle opere d’arte, agli stili e agli artisti. Si sente dire spesso in queste diatribe tutto e il contrario di tutto: da chi grida al capolavoro a chi non apprezza affatto l’operato di un artista. Se il confine fosse più netto e definito faremmo tutti le stesse “belle” cose, ma non è così e fortunatamente c’è la diversità. Forse il termine “bello” andrebbe abolito ma, ancor di più andrebbe abolita la sua antitesi “brutto”. Chi stabilisce ciò che è brutto? Potenzialmente tutto è bello, ma semplicemente la tua storia non ti permette di apprezzarne la bellezza.

Andiamo, allora, su un parametro più specifico: ciò che la natura ci insegna tramite le sue leggi. La natura ha in sé algoritmi biologici ben precisi che regolano lo sviluppo delle sue forme e dei rapporti geometrici, come ad esempio la sezione aurea. Perché, secondo te, quest’ultimi vengono distorti volutamente da alcuni artisti? Sto pensando, per fare un esempio fra tanti, ai colli lunghi di Modigliani…
Se bastasse utilizzare la proporzione aurea per rendere l’idea di bellezza sarebbe molto facile e saremmo tutti capaci di realizzare una cosa bella. Non nego di averci provato in passato: ho preso una tela che aveva le dimensioni auree e, onestamente parlando, devo ammettere che a lavoro ultimato quella tela mi faceva veramente pena. L’idea di rendere con una formula matematica la bellezza è sbagliata di per sé, perché non funziona così ed è limitante. Ecco perché Modigliani, uscendo fuori dai quei canoni, vuole creare la sua bellezza e addestrare le persone a vederla anche nella non proporzionalità. Anche Picasso lo ha fatto scomponendo volti e oggi ne riconosciamo il bello, ma quando lo fece per la prima volta non fu considerato proprio così. Ci si è dovuti addestrare. La bellezza va interiorizzata. Mi si potrebbe obiettare che in passato nel mondo dell’arte - e in special modo durante l’antichità - la sezione aurea era presa molto in considerazione. È stato così, ad esempio, per la realizzazione del Pantheon. Se mi dovessero chiedere, però, qual è il segreto della sua perfezione estetica, di certo non risponderei la sezione aurea. La magnificenza di quest’opera è il risultato del duro lavoro del suo architetto che ebbe per essa, una dedizione quasi sacrificale e che volle dar forma all’idea di divino. Tutto ciò che è votato al divino, al sacro ha in sé una bellezza interiorizzata. Queste sono le cose, dal mio punto di vista, che hanno influito nel suo fascino intramontabile e che non hanno nulla a che fare con la sezione aurea quanto piuttosto con l’amore che ebbe l’architetto per la sua creazione. La natura, al contrario, è canonica e rispetta dei parametri. Un esempio fra tutti può essere il fatto che un certo tipo di fiore abbia sempre lo stesso numero di petali. Da questo punto di vista la natura è ordinaria, mentre l’uomo non lo è: attraverso la sua intelligenza realizza creazioni non banali. Noi dobbiamo cominciare a capire che siamo esseri straordinari e non dobbiamo limitarci alla mediocrità, alla norma perché altrimenti ci precluderemmo la possibilità di esternare la nostra eccezionalità, di manifestarla attraverso le nostre potenzialità. La maggioranza delle persone, al contrario, vuole spesso assomigliare agli altri, vuole essere normalizzata e chiudersi dentro lo spazio rassicurante della norma. Non c’è niente di più sbagliato e soffocante che uniformarsi a dei canoni: non sarà grazie ad essi che avremmo la possibilità di brillare, di esplodere come delle supernove nel cielo. Al contrario, senza la singolarità che ci contraddistingue, saremmo solo delle piccole lucine fioche che si spengono al soffio di un leggero venticello.

Secondo te cosa ci ha diseducato a vedere il bello?
La cosa che, più di tutte, ha impedito d’esperire il bello è stata l’imposizione di un canone. La bellezza va ricercata; di certo non la si trova sotto dettame! In questo processo di diseducazione, come ben si sa, i media hanno avuto un ruolo fondamentale: l’ossessiva riproposizione di modelli, molto spesso incarnati da figure iconiche (penso alla modella Claudia Schiffer negli anni Novanta) porta ad introiettare quei parametri e, quindi, tutto ciò che non rientra in essi diventa in automatico non all’altezza. La bellezza è una cosa che si scopre, anche in posti impensabili. Infatti solo con lo sforzo la ricerca darà frutti inaspettati e ci si educherà al bello. A volte in ciò che si osserva e si ha davanti si riescono a trovare aspetti oggettivamente belli (Come quando mi guardo allo specchio! Si vede che so’ bello!), altre volte no e sta proprio lì il segreto: non fermarsi, andare oltre. Una volta si era più disposti a fare questo sforzo, mentre oggi la pervasività del messaggio è talmente alta che non si è più capaci. Nessuno trova più strano questa eccessiva ricorsa al modello o l’uniformità di certi nostri comportamenti. Oggi si sentono tutti a loro agio nel vestirsi allo stesso modo. Una determinante fondamentale della diseducazione al bello è sicuramente stata la moda (soprattutto quella legata alle grandi commercializzazioni) e le sue esondazioni in tutti gli ambiti del pensare e dell’agire.

L’arte della seduzione si chiama così per un motivo, ma che cosa significa per te sedurre una donna? 
Ma chi l’ha detto che quando si parla di seduzione lo si debba fare solo riferendosi all’universo femminile? Prendo spunto dal mio mestiere, quello di venditore per dimostrartelo. L’arte della vendita è pura seduzione: se voglio raggiungere il mio scopo devo vendere prima la mia immagine, poi la mia idea e poi il prodotto. Non amo molto definirmi “rappresentate” perché lo trovo un modo per evitare di chiamare le cose con il loro nome. Per me “rappresentante” è una parola che non esiste perché perde di significato rispetto all’azione concreta della vendita: io vengo a casa tua per vendere, non per rappresentare e ci posso riuscire solo se ti coinvolgo. Quindi un aspetto non indifferente del mio lavoro si basa sulla fascinazione e la cosiddetta “arte della vendita” è una vera e propria arte seduttiva: come faccio a farti acquistare qualcosa se non mi ami o se non ami il mio prodotto? Nel mio ruolo di venditore voglio ottenere un contratto, con le donne, invece, vorrei ottenere altro (non entro nello specifico ma si capisce che ci sia la voglia di divertirsi e di stare bene insieme!). E tutto questo è arte, tutto ciò che realizza l’uomo è arte, sia che sia fatto bene, sia che sia fatto male. Non deve essere naturale deve essere “artefatto”, fatto a modo proprio, senza copiare nessuno. Se si riesce ad esprimere la propria personalità in qualsiasi gesto o cosa che si compia si è creata arte, a prescindere che possa essere apprezzata da pochi o da molti. Anzi, il vero capolavoro d’arte si realizza proprio quando ci si svincola dal giudizio altrui e si apprezza ciò che si fa. Purtroppo per me, tutto ciò che faccio non mi piace abbastanza.

Interessante. Perché tutto ciò che fai non ti piace abbastanza?
Perché io sono convinto di essere in continua evoluzione. Quando, poco fa, ho rivisto uno mio quadro, realizzato all’incirca dieci anni fa, ho subito pensato che avrei potuto realizzarlo meglio. Ed è così che dovrebbe essere: se ci si accontenta e ci si adagia sulle proprie capacità non si fa mai il passo verso il miglioramento. Come diceva Pindaro e poi Nietzesche: “diventa ciò che sei” ma, per farlo, bisogna sforzarsi, passare attraverso stadi anche molto dolorosi e anche sbagliare. Il cammino verso l’incontro di sé stessi prevede un percorso pieno d’ostacoli e tortuoso, la linea retta, la traiettoria lineare non è contemplata, solo il proiettile percorre una parabola lineare e non fa una bella fine! Gioire del proprio operato è giusto, ma c’è una linea sottile che separa la consapevolezza d’aver fatto un buon lavoro ed esserne contenti e l’autocompiacimento. Io penso che questo volersi spingere sempre oltre la soglia delle proprie capacità sia il tratto distintivo di un vero artista.

Come mai non ti sei mai lanciato nel mondo dell’arte pur essendo un venditore?
Ah, allora, ti confesso una cosa che non ho quasi mai detto a nessuno: io sono un pessimo venditore di me stesso. Credo che questo dipenda da una ragione ben precisa: per evitare un entusiasmo smodato – che non è mai funzionale allo scopo della vendita – tendo ad eccedere nell’opposto e a sminuirmi tanto da non sapermi promuovere. In più non ho mai avuto interesse nel vendere le mie creazioni che, invece, sono sempre state realizzate per il soddisfacimento di un mio bisogno personale momentaneo. Ci sono quadri che sono nati durante un sogno e che ho fatto nascere al mio risveglio il mattino seguente, quadri che sono espressione di un particolare frangente, di “quel” momento (poi magari li ho bruciati, come ho già fatto diverse volte, perché non mi piacciono). Vendere, senza nulla togliere a chi lo fa, sarebbe come mercificare un mio pensiero e la vendibilità non è la discriminante che stabilisce quale sia un’opera d’arte e quale non lo sia. La storia personale di Van Gogh ce lo insegna: lui che è ritenuto uno dei più grandi artisti di tutti i tempi, in vita, riuscì a vendere un solo quadro “Il vigneto rosso” che probabilmente fu acquistato dalla pittrice Anna Boch più per cortesia che reale interesse. Il fratello di Van Gogh, Theo, nonostante fosse un affermato mercante d’arte, non riuscì mai del tutto a far apprezzare ai contemporanei le sue opere che rimasero a lungo incomprese perché decisamente non in linea con i canoni estetici di allora. Solo in seguito, sarà la moglie di Theo, nonché cognata di Van Gogh, a riuscire nell’ardua impresa di promuovere quelle tele, lottando, inizialmente, contro porte chiuse e rifiuti. Quindi questa storia, come altre simili, ci insegna che la qualità artistica prescinde dalla vendita. Io, poi, che in vita mia ho venduto le cose più assurde e disparate, non sono proprio capace di vendere le mie opere perché provo pudore. Un altro fattore che complica ulteriormente la cosa è il tempo: come riuscire a quantificarlo? Nel realizzare i miei lavori sono lento perché la meticolosità è un tratto che mi contraddistingue. Per fare solo un esempio, per un mio quadro con un solo colore ho impiegato trenta ore. Ma quanto valgono trenta ore della mia vita? Se ti dovessi rispondere come risponderei ai miei nipoti, ti sparerei delle cifre esorbitanti, tanto che molto spesso loro mi guardano sconcertati. Ad ogni modo, per me, trenta ore della mia vita valgono circa 6 milioni di euro. Tu la compreresti per quel prezzo la mia opera? Non credo proprio! Quindi te la regalo.

Ora sono curioso di sapere, però, la risposta che avresti dato ai tuoi nipoti...
Beh, mettiamo che una prodotto di consumo distribuito nei negozi costi cento euro. Io per guadagnare cento euro ci metto un giorno e, per me, un giorno della mia vita vale intorno ai 12 milioni di euro. Ovviamente i miei nipoti, ormai, hanno rinunciato a capirmi!
Ma perché cifre così elevate? Perché, da sempre, sono profondamente convinto che la cosa più preziosa posseduta dall’essere umano sia il tempo. È inestimabile. Se dovessi per forza quantificare il valore di una mia giornata, ti direi che vale intorno ai 15 milioni al giorno… e per me è comunque una cifra bassa! Il tempo è preziosissimo proprio perché non torna più e con il passare dei giorni si riduce, come la sabbia della clessidra che cadendo, attimo per attimo, inesorabilmente diminuisce sempre più. Con lo svolgersi del tempo quindi il prezzo della vita sale perché ne rimane sempre meno a disposizione. Ecco perché gli artisti, quando invecchiano, valgono di più. Di questi ultimi tempi abbiamo perso dei mostri sacri - penso a Jeff Beck, penso a Gigi Proietti e a tantissimi altri – e, nella nostra vita, abbiamo fatto l’esperienza della perdita di qualcuno a noi caro. Tutto questo dovrebbe bastare per farci rendere conto del valore inestimabile del tempo. Quindi: fanculo ai soldi! Piuttosto te la regalo la mia opera. L’importante è che chi la possiede l’apprezzi e se ne prenda cura. Mi risulta molto spontaneo regalarle a chi mostra apprezzamento ed entusiasmo al primo sguardo. Se qualcuno se ne innamora, la cedo volentieri.

A questo punto del discorso introdurrei una figura un po’ particolare: quella del critico. Cosa ne pensi del critico che si cimenta nell’arte e, al tempo stesso, la critica? E cosa ne pensi, invece, del critico che non è artista? Questa figura per te assume un ruolo costruttivo o distruttivo?
Io penso che la critica sia fondamentale e deve partire, in primis, da sé stessi attraverso l’auto-critica. Poi c’è la critica che proviene dall’esterno, indispensabile anch’essa per la propria crescita personale e professionale. Dal mio punto di vista, però, una critica è valida solo se fatta con il cuore e non con il fastidio. Per questa ragione considero un bravo critico, solo chi, osserva e giudica qualcosa che non sa riprodurre perché, al contrario, se fosse in grado di realizzarla, parametrizzerebbe tutto secondo il suo modo si fare. Chi non sa fare niente riesce ad apprezzare autenticamente forme espressive molto distanti, il critico-artista, invece, sarà sempre un po’ inficiato, nella valutazione, dallo stile di predilezione. Poi, per carità, non nego a nessun artista la possibilità di fare critica, ma io parlo anche per esperienza personale. Infatti, a tal proposito, mi viene in mente quando, per prendere in giro le opere astratte del mio collega e amico Michelangelo, scherzosamente gli chiedevo se avesse vomitato sulla tela. Ovviamente la diversità la so apprezzare ma io parametrizzo tutto rispetto all’espressività, devo fare espressionismo, figurativo, ho bisogno degli occhi, devo far comunicare gli occhi dei soggetti che realizzo. Chi non ha cristallizzato uno stile, può criticare, con i dovuti studi, un’opera in maniera più distaccata e costruttiva. Ricordo ancora il commento ricevuto all’esposizione del mio David di Michelangelo da parte di Michele Sagona, bravissimo pittore e architetto. Quest’ultimo, disegnatore di straordinario talento, dopo essersi complimentato con me per come avevo realizzato il corpo, mi disse che i capelli lasciavano a desiderare. Al che io gli risposi scherzosamente: “Hai ragione Miche’, ma è Michelangelo che, mentre realizzavo l’opera, mi ha detto di smettere altrimenti, avrei realizzato un capolavoro!”. Da quel momento in poi, l’opera fu ribattezzata “Minchiata” perché a me piacque quel commento riguardo i capelli e io accettai di buon grado quello scambio di battute che ricordo ancora sorridendo. E io accettai positivamente quella critica perché sapevo per primo che i capelli avevano dei difetti, mentre il corpo no, il corpo era quasi perfetto (e non lo sto dicendo per esagerare!). Se non avessi avuto una buona capacità d’autocritica probabilmente non sarebbe stato facile digerire un termine così diretto, tranchant, difficilmente presente nei critici di mestiere. Per queste ragioni le capacità d’autoanalisi, l’obiettività devono sempre rimanere salde, altrimenti ci si adagia sugli allori e non avverrà mai un miglioramento successivo. C’è da dire anche che, non necessariamente, l’evoluzione positiva di un artista debba sempre essere temporalmente seguente. Ci sono casi di artisti che originano grande eco intorno a loro per poi involvere o, addirittura, sparire.

Bisognerebbe essere bravi, con l’esperienza, a sopperire le qualità della gioventù che vengono meno...
Sì! Bisognerebbe riuscire a preservare il più possibile la freschezza dei primi anni, l’approccio ingenuo. L’avanzare del tempo rende meno spontanea la creazione che verrà inficiata da domande del tipo: “piacerà, non piacerà”, “cosa è di gradimento?” ecc. La verità è che le cose vengono bene quando le si fa esclusivamente per sé stessi. Poi, parliamoci chiaro, se si vive con le proprie opere non si possono escludere completamente pareri e gusti altrui. Tutto questo mi fa pensare a Mario Schifano. Noi pensiamo sempre a questo grande artista come “quello che appiccicava le cose sopra la tela”, per le palme ecc. quando, in realtà, realizzò un bellissimo ritratto alla mia fidanzata che rivelava tutta la sua abilità tecnica. La sua padronanza tecnica, però, nel ricordo di molti, passa in secondo piano rispetto alle sue opere più in voga e realizzate per il mercato. È bene però ricordare che dietro tutto c’era di base un’elevata padronanza pittorica: si può fare una cosa apparentemente molto semplice, che ai più sembra una “minchiata”, solo se si è veramente bravi. Quelli che, al contrario, sono scarsi come me non si possono permettere il lusso di fare una “minchiata”. C’è un aneddoto su Picasso molto eloquente in tal senso. Picasso era un personaggio che di certo non brillava in gentilezza e, un giorno, mentre era al ristorante viene importunato da un cliente che gli chiede un disegno. Lui prende il tovagliolo, ci disegna una rondine con quattro segni e chiede all’uomo una cifra spropositata. Quest’ultimo sbalordito gli chiede: “Maestro, come mai questa cifra esagerata?”, al che Picasso risponde: “eh, ma per arrivare a fare solo questi quattro segni ho impiegato una vita!”.

Parliamo del finale: il finale di un’opera, di un film, della vita come opera d’arte... Cos’è il finale per te?
Il finale deve rimanere sempre aperto. L’altro giorno con un amico parlavo proprio del finale nelle opere d’arte. Un’opera scultorea o pittorica, una volta conclusa, non può essere modificata. In altre arti, come in quelle cinematografiche o come nella canzone, può accadere che qualcuno di diverso dal suo creatore prenda l’opera e la modifichi, o la rifaccia completamente omaggiandola. E non sono stati pochi i casi in cui l’artista creatore si sia complimentato dei cambiamenti, degli arrangiamenti, delle personalizzazioni.

 

Un esempio di lavoro di riarrangiamento riuscito può essere quello di Filippo Graziani con le opere del padre.
Esatto, ottimo esempio. Infatti le ha modernizzate – anche con la sua voce che personalmente preferisco rispetto a quella del padre – e ha ricreato un’opera che non era finita. L’ha ridefinita. Lo stesso discorso vale per i film. Uno dei film che ultimamente mi ha devastato è “Joker” e io, che sono profondamente empatico, per uscire dal personaggio di Joker non so quanti giorni ho impiegato. Durante la proiezione del film mi sono messo nei suoi panni e non sono riuscito, poi, ad uscirne facilmente. Quel film per me non era mai concluso: i possibili sviluppi continuavano nella mia testa. Quindi, eccetto per le opere pittoriche e scultoree, nulla finisce. Certamente, nessuno vieta all’autore di un quadro di modificarlo, ma quando quello stesso quadro finirà dentro un museo, rimarrà immutabile. Si può dire che il museo è un po’ la tomba dell’arte! Vuoi ammazzare un’opera? Mettila in un museo! Però, se ci pensi, come accostamento non mi sembra troppo sbagliato: l’atteggiamento tipico del visitatore di museo e simile ai comportamenti messi in atto quando si va a trovare un morto! Sai quante volte al Louvre ho rischiato più volte di essere cacciato perché avrei voluto toccare le opere e mi avvicinavo troppo facendo suonare l’allarme. Stare davanti al quadro immobile è come stare davanti a una lapide. Sarebbe bello invece – e questo l’ho sognato più di una volta – stare accanto ad un artista mentre realizza un suo quadro. Una volta sognai di stare accanto a Van Gogh mentre dipingeva quella che per molti era considerata l’ultima sua opera (anche se non si sa se è così): “Campo di grano con volo di corvi”.  Ho ripercorso con lui tutto il processo di realizzazione, ho provato ad immaginare come si sentisse, a ipotizzare quali pensieri lo tormentassero prima di morire. Ne ho fatti molti di sogni così e me li sono goduti tutti. L’unico motivo per cui mi piacerebbe avere la macchina del tempo è proprio per osservare gli artisti famosi durante le loro creazioni. E lo farei non solo per puro piacere, ma anche per vedere se, nel loro processo creativo, sono tutti scemi come me! Io di certo non potrei farmi vedere mentre realizzo le mie opere perché sono completamente fuori dagli schemi, rido da solo, mi racconto barzellette fino a farmi lacrimare gli occhi, di certo non ho un atteggiamento composto e sicuramente non lo avevano nemmeno tutti gli altri artisti che vorrei andare a spiare. Io ci vedo temperamenti come quello di Van Gogh e Caravaggio a imprecare contro la tela. L’unico che secondo me era un po’ troppo serio, senza nulla togliere alla sua persona, era Michelangelo Buonarroti. Era molto attaccato ai soldi ed era una delle persone più ricche della sua epoca, dal momento che si faceva pagare molto. Infatti per convincerlo a realizzare la Cappella Sistina dovettero dargli ottomila scudi quando, invece, lo stipendio annuo di un medico di allora era in media di 50 scudi! E pensare che quei soldi non se li è nemmeno goduti perché li ha messi da parte per il nipote. Per carità, si tratta di un grande artista e anche di un animo sensibile – lo dimostrano anche i suoi versi, oltre che le sue opere più famose – ma non si è goduto i frutti del suo talento e ha condotto una vita da miserabile. Ecco, se tornassi indietro nel tempo vorrei dirgli: “A Michela’, sti’ fa proprj na cazzata!”.

di Melissa Giancola e Luca Torzolini

 

L’opera d’arte / è sempre il frutto di / una profezia (hai-K.O.)

Marco Fioramanti 

Hai scritto molti articoli e testi critici su opere e artisti che appartengono a vari campi dell’arte e del sapere: quali sono i vantaggi e gli svantaggi, per te che sei artista, nel conoscere come si lavora dall’altra parte? Parlaci di Florilegio.

Col proprio corpo / si lascia una traccia / dell’esistenza (hai-K.O.)

“Florilegio” è un’antologia di 640 pagine che raccoglie il lavoro quotidiano di sedici anni di reportage/sezione cultura presso la casa editrice romana Edizioni Conoscenza per le riviste “VS La rivista” e “Articolo 33”. Nel caso specifico, non si tratta di stare dall’altra parte quanto di avere una visione laterale nell’approccio conoscitivo di uno spettacolo, di un autore o di un nuovo libro. Bisogna innanzitutto definire uno stile individuale e inconfondibile che identifichi lo scrittore, come un’impronta digitale o un sigillo rosso-ceralacca. Quella di questa silloge è una testimonianza - da praticante dell’arte - sull’arte contemporanea, con una visione soggettiva e l’utilizzo di una lente diversa da quella ufficiale. Vantaggi: ottenere un’operazione estetica in forma di scrittura riuscendo a esprimere la mia visione del mondo. Affermo questo in quanto ogni articolo, recensione, intervista, conversazione, scelta di autori non è che una delle tante sfaccettature del mio specchio. E così, operando, ho raccontato me stesso attraverso la vita degli artisti che stimo e nei quali mi riconosco. Svantaggi: nessuno.

 

L’efficacia del rituale sta nel fatto che riesca a sublimare una determinata condizione attraverso i gesti e il linguaggio. Tu ti senti più un performer o uno sciamano?

Miracolo è / sapere sempre dove / volger lo sguardo (hai-K.O.)

Sciamani (così come gli artisti o i profeti) non si diventa, si è costretti a esserlo. Finito l’intervento è finita anche la magia dell’artista. Il rituale potrà ricominciare quando/se ci sarà di nuovo la consapevolezza e il bisogno di trasformare l’energia creativa in un prodotto artistico e ogni volta mi faccio strumento di quel passato lontano. L’artista, attraverso la performance, ricrea ogni volta la realtà secondo un pensiero comune a tutti. E questa diventa sciamanica - e in qualche modo terapeutica - in quanto rafforza la psiche collettiva, redistribuendo quell’energia, fa in modo che ci si ritrovi alla fine dentro un unico corpo e in un unico tempo. Per lo stesso motivo non può esistere uno sciamanesimo senza una forma di attività artistica. Gli studi sui testi specifici e le mie ricerche esperienziali sul campo (Nepal, Marocco e Mongolia) hanno contribuito a completare la mia attività artistica di performer.

 

Hai una chiave che può aprire qualsiasi cosa e solo per una volta, che cosa ci apri?

Gira la luce / veggente dell’enigma, / come il faro (hai-K.O.)

La chiave del Tempo. E torno, invisibile, coetaneo di mio padre intorno ai suoi vent’anni, in Montenegro.

 

Se una notte d’inverno un viaggiatore...?

Pensars’in viaggio / felicità dei giochi. / senza arrivare (hai-K.O.)

Una notte decidi, chiudi la porta alle certezze, e il giorno dopo prendi quattro stracci, una tenda, un eskimo e un sacco a pelo. Col pollice puntato verso il futuro e un po’ di fortuna arrivi fino a Oslo. Ma è solo un rodaggio. Dopo quel viaggio, senti che hai già in mano l’esistenza: la certezza di ciò che non vuoi essere e che non vuoi fare. Riparti con la convinzione di non tornare. E pensi all’America latina, Messico o Argentina. Ma le circostanze ti offrono una nuova chance in Europa. Hai preso coscienza dell’essere artista e la Berlino del Muro diventa per anni il luogo degli eventi e la galassia dei significati. Poi, per motivi sempre differenti, sei costretto a interrompere quel flusso performativo (Bristol, Londra, Edimburgo, Stoccolma, Algeri) e a intraprendere ogni volta un nuovo viaggio stanziale. La Barcellona posa't guapa e il colpo di fulmine. New York, il poeta tamil e il fratello croato. Montreal. Cina, Tai Chi e Tibet. Marocco, Parigi e lo studio a Montparnasse. Nepal. Portogallo e i dolmen. Mongolia e il deserto del Gobi… Come nel romanzo di Calvino, ogni cambiamento ti porta a una riflessione sulle molteplici possibilità offerte dalla vita e sulla impossibilità di giungere a una unica conoscenza della realtà.

 

Qual è il fuoco che alimenta la tua arte?

Il darsi fuoco / è rinascere dalle / proprie ceneri (hai-K.O.)

È tutta questione di apparizione, improvvisa, come di uno stato d’animo fuori del tempo, quello vivo dell’attimo/unica realtà possibile, il superamento dei propri limiti, l’intuizione dell’estremo, è là che entra in scena l’essenziale. Oggetti/simboli archetipici che emergono, chissà da dove, alla memoria come immagini di sogni. Aggrappàti al vuoto delle nostre intuizioni, senza sapere da dove e come sono giunte a noi, creiamo segnali in codice attraverso colori e forme, con l’idea che saranno recepiti. È il richiamo della foresta - da cui proveniamo - che si fa vivo in noi, e riconoscendolo, torniamo a lei come eco dell’esistere. E si continua, liberi e salvi dalla catastrofe di una vita normale, costretti a compiere il nostro destino. Scrive Rilke in Spaziergang (Passeggiata): Già anticipa il mio sguardo sul soleggiato colle/il sentiero non cominciato ancora. / Così, ciò che noi non potemmo cogliere, /apparizione piena, da lontano ci coglie / non la sfioriamo, e tuttavia ci muta /in ciò che senza presentirlo siamo; /vola un segno, risponde al nostro segno… / Ma a noi soltanto il vento della corsa.

 

Quanto credi nell’incredibile e che cos’è per te?

L’artista è chi / porta il suo respiro / oltre il guado (hai-K.O.)

Lo stupore emotivo-sensoriale che vivo ogni mattina, prima ancora di aprire gli occhi. Una parte di me viaggia nell’incredibile e crea mondi paralleli, idee, intuizioni reali, sassi piatti lanciati in velocità sull’acqua che rimbalzano sulla superficie delle realtà. L’Incredibile è qualunque magico salto temporale compiuto dall’artista, il recupero di un oggetto perduto, trasformato e riportato alla sua fascinazione. È la vita che ci stupisce e che, di nuovo, ci appare in un istante, Das Unheimlich (il Perturbante), lo svelamento del rimosso, del tenuto nascosto, un’esperienza emotiva che fa traballare momentaneamente le nostre certezze acquisite, paradosso cognitivo che rievoca in noi immagini archetipiche, risalenti spesso alla nostra infanzia. Far scendere un’Arca dalla Scala Santa (Roma 2012), far volare il relitto di un grande vascello sui cieli della Sicilia (Castellammare del Golfo 2016) e farlo arenare su una spiaggia davanti al Grand Hotel Des Bains (Lido di Venezia 2017), scoprire tracce di un Ufo sulla darsena dell’antico Porto di Traiano (Fiumicino 2021), trovare lo scheletro di un CR42 della II guerra mondiale adagiato su un prato all’Aventino (Roma 2021), recuperare il Maggiolino trattista - profeta (1985) del crollo del Muro di Berlino - fuoriuscente dal fondo di una grotta in riva a un lago (Bolsena 2022). Compito dell’artista è quello di riaccendere lo stupore con nuove forze, conferendo a quelle cose, oggetti, forme una sorta di magnetismo emotivo. Scrive Genet: Io non sono altro che una fila di impressioni di cui ignoro l’inizio.

 

 

Il tuo percorso formativo ed artistico è erratico, poliedrico, pieno di esperienze e studi in campi del sapere anche molto distanti... per arrivare dove?

Al primo passo /ho raggiunto la metà / della mia mèta (hai-K.O.)

Non c’è un punto di arrivo, solo infinite partenze. Si tratta di cambiare i codici delle abitudini. Siamo abitati da diverse vite, armonizzate in un’unica esistenza, per questo non solo rischiamo la vita varie volte, ma ogni volta rischiamo più vite. Infinite sono le trasformazioni che ogni giorno ci portano a nuove soluzioni, la ricerca non ha bisogno di arrivi. Scrive Walter Benjamin: Le idee cominciano a vivere solo quando gli estremi si raccolgono intorno ad esse.

 

Credi che l’entanglement abbia a che fare anche con le persone?

Siamo esseri/ senzienti in un tempo/ch’è sincronico (hai-K.O.)

Assolutamente sì. Non esiste la casualità. Ogni cosa nasconde sempre un nesso con l’altra, filo invisibile che si impara a vedere. Macrocosmo e microcosmo intimamente connessi. Ne sono la prova certe “inspiegabili” coincidenze a distanza. Vibrazioni istantanee alla velocità della luce, sincronismi e sincronicità. Se ci spostassimo tutti sul piano delle vibrazioni (lo “stare all’erta”, fuori dall’abitudine) sapremmo ‘distinguere’/ci accorgeremmo che tutto è collegato e non parleremmo più di coincidenze.

 

Viaggio interiore, viaggio terrestre o viaggio interstellare?

Interstellare/ verso il Mistero e/ il Maestrale (hai-K.O.)

I primi due sono frutto di oltre quaranta anni di impegno a tempo pieno. Il terzo mi permette di essere vissuto tra il fantastico e il reale, poetico e visionario, animistico e magico in un territorio sconosciuto.

 

Qual è la tua kryptonite?

In quello specchio / ritrovo l’immagine / di me bambino (hai-K.O.)

Un gatto alle mie spalle nella stanza mentre sto scrivendo.

 

Errare ed errore sono due parole etimologicamente legate: l’errore, contrariamente allo sbaglio, ha un che di sistematico e ha a che fare con la volontà di errare fuori la retta via, di vagare su strade insolite. Ci sembra che questo abbia molto a che fare con lo spirito dei tuoi numerosi viaggi…

Correre, correr / verso l’Oasi anche /se è Miraggio (hai-K.O.)

Il senso dell’erranza ti porta a seguire percorsi spesso inesplorati, a rincorrere confini irraggiungibili, a metterti in gioco ogni volta e gli errori sono ad ogni volger d’angolo. Ma ogni errore è un dono, è un nuovo potere della conoscenza che ti viene conferito, è un alimentarsi offrendosi all’ignoto, è una liberazione di forze.

 

Quanto l’influenza degli astri ha agito sulla tua vita?

È immobile/ l’istante circolare/ che ti sorprende (hai-K.O.)

Gli antichi saggi ci raccontano che in un tempo lontano tutti erano in grado di presagire, sapevano in anticipo quello che sarebbe successo, in un tempo senza tempo. Guardavano il futuro come se fosse il passato. Abbiamo perso questi poteri e ci affidiamo agli astri e alla loro influenza. Quando si è imparato a non separare il passato dal futuro, il responso delle stelle è solo una conferma alle tue intenzioni.

 

Si recita più nel teatro, nel rapporto con gli altri o nella propria testa?

Fuggo, rifuggo /dall’esser mio del tutto / errabondando (hai-K.O.)

Recitare, nel senso di interpretare un ruolo che non è il nostro o che non ci appartiene, è un habitus che, in grande o minima parte, appartiene a ognuno di noi. Dovendo scegliere tra le varie opzioni, direi che si recita di più nella propria testa.

 

Dietro l’esplosione dionisiaca della tua arte si nasconde un po’ di apollineo?

Nasce da dentro / la forza raggiante / che ti fa volare (hai-K.O.)

Sinceramente devo ammettere che la componente razionale fa davvero fatica ad emergere proprio perché limita l’energia a una visione del mondo imposta da un pensiero quotidiano. E poi tende a occultare i poteri nascosti dentro di noi, al di là dell’uso normale delle parole e del controllo del comportamento, incapace di spezzare le barriere percettive. Il dionisiaco permette all’artista di introdurre un elemento dissonante nell’abitudinarietà e di ampliare il suo universo percettivo e allo stesso tempo - se consapevoli - di infrangere lo specchio del riflesso del sé e la vita ti diventa interminabile.

 

Che visione del mondo femminile ti hanno dato il Tantra e Tuina?

È intimità / aver la pelle d’oca. / rito solenne (hai-K.O.)

Tantra e Tuina, India e Cina, fonti primarie millenarie degli insegnamenti spirituali. Da una parte l’espansione della capacità sensoriale ai massimi livelli per liberare la mente dal vincolo dei sensi e dall’altra lo studio di tecniche manuali atte a ristabilire un corretto fluire dell’energia vitale all’interno dei canali meridiani. Entrambe queste discipline, vediche e taoiste, hanno contribuito a una visione “devozionale” nei confronti del femminile, la cui interazione e pratica costante erano basate, in primis, su intese sessuali e macro-obiettivi comuni.

 

L’Haiku è un genere di poesie la cui caratteristica principale è quella di evocare attraverso il non detto. Come avviene, per mezzo della tua produzione artistica, la metamorfosi da Haiku a Hai-K.O.?

Forme uniche / di conoscenza pura. / strada maestra ((hai-K.O.)

La pratica quotidiana di scrivere degli haiku (poesie di 3 righe dall’apparente immediatezza, strutturate in 17 sillabe secondo la cadenza di 5/7/5), tracce immediate di riflessioni sul reale, mi ha stimolato l’idea di interagire in modo diretto con il lettore secondo le regole della pratica oracolare de l’I-Ching. Sono 64 gli hai-K.O. del libro “Il Quarto Mago”, come il numero degli esagrammi de l’I-Ching. Dell’haiku tradizionale ho mantenuto la geometria ritmico-sillabica senza tener conto del “kigo”, il riferimento alla stagione (attraverso un nome, un animale, una pianta o altro che la rappresenti). Ho invertito il senso primario dell’haiku che è quello di “stimolare un’immagine”, mentre io “vengo stimolato da un’immagine” per creare un verso/trittico che lanci un segnale universale. È così che nasce il concetto dell’hai-K.O., codificato successivamente da Ugo Scoppetta: L’Hai-K.O. [pr. haicappaò] è una super-forma di sintesi visiva e verbale che provoca sbandamento nel tempo sospeso della contemplazione del quotidiano. [...]. È visione interiore generata attraverso uno Shock estetico, un Knock Out, un K.O. appunto. [...] Si tratta di un’immagine immediata trasmessa con una tecnica riattualizzata di arti marziali psichiche in un corto circuito verbo-visivo.

 

Se tu potessi incontrare il te stesso di qualche anno fa, che domanda gli faresti?

Quell’immagine / allo specchio riflette / un io di-viso (hai-K.O.)

Non gli porrei nessuna domanda. Gli suggerirei di seguire le sue intuizioni, senza lasciarsi sviare da possibili vantaggi momentanei e compromissori; di seguire l’istinto, come fosse un vento leggero che lo accompagna. E restare libero, mantenere libero lo sguardo (R.M. Rilke).

 

«Disimparando, viver nell’immediato. Esser nel tratto». Può essere il riassunto del tuo percorso artistico?

È nel presente / quell’unica certezza / dell’esistente (hai-K.O.)

Certo. Tradotto in prosa significa lavorare “per sottrazione” e concentrarsi sul momento presente, perché l’unica cosa importante di un’opera d’arte è la sua realizzazione.

 

(ottobre 2022)

 

Foto e Articolo di Marco Fracassa

Anche se una cittadina con meno di 20 mila abitanti, Zossen porta con sé una lunga e interessante storia.
Come dimostrano i ritrovamenti di tombe a urna nel 2007, la zona era già abitata nell'età del bronzo. Il nome Zossen deriva presumibilmente dal termine sorabo antico del pino (sosny); come del resto è rappresentato nello stemma della città. Essa fu menzionata per la prima volta su alcuni documenti del 1320 come Sossen, Suzozne, Zozne.
Tralasciando la storia medievale, si può dire che Zossen fosse una cittadina alquanto attiva agli inizi del secolo scorso.
Nel 1900 Zossen contava 330 case. Furono costruite fabbriche, tra cui una fabbrica di pietra artificiale e cemento, nonché un forno da calce e una fabbrica di macchine. Era il capolinea di una delle tre ferrovie suburbane a sud di Berlino che terminavano a Potsdamer Bahnhof, più precisamente alla stazione ferroviaria di Wannsee o alla tangenziale e alla stazione dei treni suburbani, a ovest e ad est della stazione ferroviaria di Potsdam.
La linea non faceva parte della "Grande Elettrificazione" delle ferrovie urbane e suburbane di Berlino nella seconda metà degli anni venti. Tuttavia, dopo che fu unita alla linea suburbana nord-occidentale per Velten via Berlino-Tegel e Hennigsdorf dalla costruzione della Nord-Süd-S-Bahn per formare una linea trasversale attraverso il Nord-Süd-Tunnel (che entrò in funzione in modo continuo nel novembre 1939), anche questa linea doveva essere elettrificata. Prima, però, la linea fu interrotta alla stazione di Papestraße (oggi Berlin-Südkreuz), dove i passeggeri dovevano cambiare tra un treno trainato da locomotive a vapore e un treno elettrico. Nel 1940, il servizio elettrico della S-Bahn iniziò fino a Rangsdorf. La linea elettrificata, interrotta nel 1961 dalla costruzione del Muro, fu ricostruita nel 1992 solo fino a Blankenfelde.
Ma forse, la storia più interessante della cittadina, è quella avuta durante le due guerre mondiali.
Dal 1910, una grande area militare era stata sviluppata tra Zossen e Wünsdorf. Durante la prima guerra mondiale, i prigionieri di guerra musulmani che avevano combattuto negli eserciti russo, britannico e francese furono alloggiati qui nel cosiddetto "Half Moon Camp". Questi prigionieri provenivano dall'Asia interna, dall'Africa settentrionale e occidentale e dall'India. Una moschea di legno fu addirittura costruita per loro. L'intenzione era di far passare i prigionieri dalla parte tedesca attraverso un buon trattamento e la propaganda. L'obbiettivo a lungo termine era anche quello di scatenare rivolte nel mondo musulmano contro gli avversari di guerra della Germania. Tuttavia, questi piani sono stati poi abbandonati. Altri prigionieri di guerra francesi e russi furono alloggiati nel campo di Weinberge dell'ex area di alloggio di Weinberge. Nel 1931 c'erano 480 abitazioni.
Dopo la "presa del potere" del NSDAP nel 1933, 60 socialdemocratici e comunisti furono imprigionati a Zossen e maltrattati nel cortile della scuola di Kirchplatz da squadre delle SA (Sturmabteilung - organizzazione paramilitare di combattimento del NSDAP) che vi avevano allestito un primo campo di concentramento. 32 degli arrestati furono trasferiti al campo di concentramento di Oranienburg poco tempo dopo, compresi Alfred Heintz (KPD) e Wilhelm Witt (SPD). Anche il diacono della congregazione protestante, Emil Phillip, fu arrestato e trasferito dopo il suo rilascio.
Wünsdorf, (oggi un quartiere di Zossen), la Wehrmacht ospitò la maggior parte dell'Alto Comando dell'Esercito (OKH -Oberkommandos des Heeres) nel complesso bunker "Maybach I" dall'agosto 1939 al 1945, proprio accanto al bunker "Maybach II" e al bunker "Zeppelin", il centro di intelligence militare con il nome di codice postale "Amt 500".
Dopo la fine della seconda guerra mondiale, le strutture furono prese in consegna dall'Armata Rossa dell’Esercito Sovietico, che vi stazionò l'Alto Comando del Gruppo delle Forze Armate Sovietiche in Germania (GSSD - Oberkommando der Gruppe der Sowjetischen Streitkräfte in Deutschland) nel 1954. Circa 60.000 soldati e civili vivevano qui; era la più grande guarnigione dell'Armata Rossa al di fuori dell'Unione Sovietica.
Dopo ritiro del gruppo sovietico/russo delle truppe occidentali nel 1994, il sito è stato dato ad uso civile.
Ma anche la storia recente è degna di qualche nota.
Nel novembre 2008, davanti alla casa di Berliner Straße 11, nel centro della città, sono state poste delle Stolpersteine per commemorare i residenti assassinati durante l'era nazionalsocialista. Durante l’installazione, un impiegato comunale è stato aggredito fisicamente da un negazionista dell’Olocausto. Questo negazionista ha però successivamente addirittura gestito un'attività in questa casa. Nel gennaio 2010, la Casa della Democrazia, utilizzata dall'associazione "Zossen zeigt Gesicht" (Zossen mostra il suo volto), impegnata contro le attività dell'estremismo di destra in città, è stata incendiata da un giovane estremista di destra, e i resti sono stati demoliti poche settimane dopo. L'autore è stato però assolto per mancanza di maturità. Daniel T., che aveva istigato i giovani, è stato condannato il 1o dicembre 2011 a tre anni e otto mesi di carcere per incitamento all'incendio doloso e incitamento del popolo, tra le altre accuse. In questo contesto, Zossen ha nuovamente ricevuto l'attenzione nazionale nel febbraio 2013 quando la ZDF ha riferito sul lavoro di un'iniziativa popolare locale contro l'estremismo di destra nella serie di programmi 37 Grad.
Nel 2013 infatti, l'iniziativa dei cittadini "Zossen zeigt Gesicht" ha ricevuto il premio Dachau-Preis für Zivilcourage (premio per il coraggio civile) per il suo impegno contro i neonazisti.
Passeggiando per questi luoghi oggigiorno prevalentemente abbandonati, si respira un’aria carica di energia e di storia.
In realtà è difficile descrivere la sensazione che essi trasmettono, ma sicuramente sono la rappresentazione impietosa della nostra storia recente.
Ci costringono a porci davanti a uno specchio, davanti a ciò che siamo stati.
Questi edifici sono passati in pochi anni a essere occupati prima dall’OKH e poi dal GSSD, ovvero forze armate ed ideologie diametralmente opposte. Queste enormi costruzioni si sono prestate, loro malgrado, a fungere da catalizzatori di propaganda di guerra e prevaricazione, lasciando uno strascico ideologico che si protrae ancora oggi con violenze, scontri e incendi perpetrati da parte dei nuovi nazisti e negazionisti dell’olocausto.
Tutto ciò però si contrappone fortunatamente alla forza del coraggio civile della popolazione autoctona che non si arrende alla violenza e la rifiuta.
Ciò che si recepisce in questi spazi è l’intensità dei contrasti, una potente forza conflittuale degli opposti che ancora oggi pervade le macerie fatiscenti e abbandonate.
L’inquietante sensazione che in questi ambienti sia accaduto qualcosa di terribile è tangibile, che questo spreco infinito di vite, energie e di risorse debba ancora essere metabolizzato dalla maggior parte delle persone. Si spera però che la potenza iconica di questi luoghi disastrati, in senso puramente semiologico del messaggio affidato all’immagine, possa essere di monito alle nuove generazioni affinché tutto ciò non si ripeta mai più.

di Carlo D’Urso

 

Nonostante tutto quello che negativamente la boxe sembra averci mostrato negli ultimi tempi in termini di litigi tra Enti, proliferazione incontrollata di nuove cinture, pseudo esibizioni tra ex campioni e improvvisati pugili o sedicenti tali, sabato 25 settembre 2021 a Londra, il pugilato è tornato ad essere il protagonista indiscusso del ring.

Oleksander Usyk, sfidante ufficiale WBO per la categoria dei pesi massimi, si è imposto ai punti al super campione di casa Anthony Joshua, già detentore delle cinture WBO, WBA, IBF, IBO divenendo il nuovo campione dei pesi massimi e lasciando ancora immacolato il suo record d’imbattibilità. Forse rivedere il pubblico stipare gli spalti del Tottenham Hotspur Stadium è stata già una vittoria, dopo oltre un anno e mezzo di vuoto intorno ai ring di mezzo mondo, però vederlo assistere a questo capolavoro di tattica, evidente persino a chi non possiede un occhio prettamente clinico per il pugilato, è stato, a mio avviso, un trionfo per questo sport. La premessa con cui volevo scrivere questo risultato era di carattere personale, complice la deludente strada che molti promotori hanno intrapreso in merito alla scelta di togliere dignità al ring organizzando delle autentiche farse pugilistiche tra contendenti improbabili la cui certezza finanziaria dei ricavi era assicurata dal potere smisurato dei social media… mi sentivo tradito, come appassionato, ad assistere alla lenta mercificazione della nobile arte. Usyk è un fenomeno sportivo che richiede di per sé una particolare lente d’ingrandimento per i più… egli ha vinto tutto quello che si poteva desiderare nel mondo dilettanti (titolo mondiale e oro olimpico) e nella categoria professionistica dei cruiser (campione lineare di tutte le cinture mondiali, compreso il torneo Muhammad Alì WBSS); non soddisfatto ancora del suo potenziale, due anni e mezzo fà decise di passare nella categoria superiore dei massimi tra i dubbi e le incertezze degli addetti ai lavori con l’intento di laurearsi nuovamente campione del mondo unificato! Ricordo ancora i sorrisi beffardi e l’ironia dei giornalisti, oltre che di molti colleghi di Usik, nell’apprendere del passaggio alla categoria regina: ora non ride più nessuno, nessuno più ricorda proditoriamente che la sua differenza di peso avrebbe portato solo guai al neo campione, nessuno mette più in discussione la supremazia della tecnica sulla potenza fisica! Sono convinto che la suggestione del video che oggigiorno domina le nostre menti, sia anch’esso un riflesso errato per la comprensione di uno sport così complesso come il pugilato…

Il mancino Usyk si apprestava quindi a disputare 12 riprese in netto sfavore, lontano dalla madrepatria Ucraina, con un pubblico inglese tutto schierato a favore del campione locale. La concentrazione dell’ucraino sul piano preparato nei mesi precedenti ha invece stupito gli occhi attoniti di tutti: con una differenza di leve, di peso e quindi di potenza, abbiamo ammirato un Usyk in costante movimento di tronco e gambe al centro del ring, il cui perno è stato, per dodici riprese, un uso del jab che ha disinnescato buona parte delle iniziative offensive del campione! In avanzamento e in retrocessione il jab non ha mai smesso di pungere e di fintare l’avversario impedendo una reale coordinazione della potenza di Joshua contro lo sfidante… Ma lo spettacolo non aveva ancora mostrato il suo vero fulgore fintanto che le continue e pressanti scalfitture di Usyk non hanno chiuso l’occhio destro di Joshua! Un altro pronostico fallito! Il match era la realizzazione di un piano tattico vincente, abbastanza versatile da poterlo applicare a stili, categorie, personalità pugilistiche differenti! Non ci sono stati atterramenti, né particolari ferite da compromettere la prosecuzione della gara, anzi vi sono stati anche dei casi in cui lo stesso Usyk avrebbe potuto accelerare il ritmo delle combinazioni di colpi ma che non si sono realizzati proprio per gli ordini del suo angolo di attenersi completamente al piano: l’istinto di non infierire contro un avversario in difficoltà è un’altra prova che Usyk ha superato brillantemente nel portare a termine un lavoro mentale davvero impressionante. Personalmente non ritengo che Joshua abbia sottovalutato Usyk né impostato una strategia particolarmente sbagliata quanto il non aver saputo adattarsi, per la prima volta, ad un avversario completamente diverso dai precedenti. E’ questa l’unica grande energia che solo i campioni posseggono: versatilità allo stato puro. Sabato 25 settembre, prima di Usyk, prima del pugilato, ha vinto lo sport quale fenomeno che deve tornare a stupire le persone!

 

Nelle quattro giornate del 11-12 e 18-19 settembre, la splendida location di Villa Flaiani (via Roma 32) ad Alba Adriatica ospiterà la terza edizione di Luce e Tenebre, l’evento culturale organizzato e diretto da Luca Torzolini, che ha riscosso grande successo al museo MACRO di Roma.

L’11 e il 12 settembre alle ore 21:00, nel giardino della Villa saranno rappresentati due spettacoli teatrali di acclamati artisti che hanno ottenuto un ingente successo nella capitale: “Principesse e Sfumature” di Chiara Becchimanzi e “LEI – Leggenda d’amore e di guerra” di Marco Fioramanti, che rispettivamente osserveranno da vicino i temi del rapporto uomo donna e ruoli della donna, sessualità e sensualità, idealizzazione del femminino e l’intreccio di trame e sentimenti in amore e in guerra, con le vicende del singolo messe a paragone col destino dell’umanità.

Il 18 e 19 settembre, stimati relatori nei diversi campi del sapere e delle arti arti - tra cui l’architetto paesaggista Cristiano Del Toro, il pranoterapeuta Roberto Quercia e la Dott. Naturopata Rita Niero - analizzeranno e affrontaranno tematiche fondamentali legate alla quotidianità come la medicina alternativa, l’aromaterapia, l’utilizzo delle piante officinali nel giardino naturale, la tutela dell’ambiente, l’architettura del paesaggio, le scienze divinatorie e le arti marziali.

Il messaggio che Luce e Tenebre vuole lanciare è racchiuso nelle parole del suo organizzatore Luca Torzolini: «È un viaggio interiore e fenomenico per conoscere se stessi e convertire i propri demoni alla luce tramite la lotta contro le influenze degli astri, le contaminazioni della “società elettrica” e gli abusi e i soprusi delle lobby in ogni campo dell’esistenza.

Rispetto al sottotitolo dell’evento posso dirvi che l’espressione “Veritas Filia Temporis” ci spiega che lo scibile umano non può essere considerato mai definitivo, sia nelle scienze e nelle arti sia nel mondo dell’attualità e del social sharing attraverso i vari canali. Lo scopi e il senso stesso di Luce e Tenebre è donare molteplici punti di vista positivi sul presente per fondare un futuro raggiante.

In merito all’evento, promosso dal Comune di Alba Adriatica, il sindaco Antonietta Casciotti ha dichiarato: «La conoscenza è la nostra salvezza e tutte le occasioni di apprendimento e confronto sono un’opportunità di crescita umana, culturale e civile». Un’esortazione all’adesione sostenuta anche dalle parole dell’assessore alla cultura Francesca Di Matteo: «L’evento ci permetterà di trattare temi importanti attraverso un connubio innovativo tra le varie arti. Invito tutti a partecipare».

SABATO 11 SETTEMBRE ORE 21:00 - PRINCIPESSE E SFUMATURE di CHIARA BECCHIMANZI

Una donna a cavallo dei 30 anni, una indefinita psicoterapeuta dalla voce suadente, e molte domande: perché le donne di oggi devono essere per forza “tutto”? Cosa vuol dire sottomissione femminile in un contesto in cui una patacca editoriale come “50 sfumature di grigio” vende lo stesso numero di copie di “Don Chisciotte”? Cosa vogliamo da una relazione? Perché non sempre riusciamo a chiederlo? Quali sono i nostri modelli estetici, e soprattutto emotivi? Perché spesso siamo portate ad accontentarci, a sacrificarci? Senza mai prendersi troppo sul serio, lo spettacolo e la sua protagonista si interrogano sulla femminilità, sulle relazioni, sulle idiosincrasie della sensualità/sessualità, a partire dalla narrazione di vissuti che potrebbero essere condivisi da molti/e, e che conducono, appena prima della fine, a sentirci bambini e bambine, e chiederci – davvero – se le cristallizzazioni che abbiamo creato per distinguere i generi siano poi così incontrovertibili, o così importanti.

DOMENICA 12 SETTEMBRE ORE 21:00 - LEI – LEGGENDA D’AMORE E DI GUERRA di MARCO FIORAMANTI

Lui, coraggioso pilota d’aereo, ritorna nei luoghi stranieri che l’hanno visto, ventenne, protagonista di una avvincente storia d’amore. A Kotor, in Montenegro, dov’era Lei, bella e misteriosa, giovane donna appartenente al popolo nemico e legata alla tradizione di una cultura e una società di cui l’aviatore è intransigente avversario.

Romanzo che Renato Fioramanti, padre del regista teatrale, ha dedicato a Lei, e ora diventato spettacolo di teatro performativo che mette insieme agli attori, proiezione, musica dal vivo, canto e danza.

SABATO 18 SETTEMBRE ORE 18:30 - AROMATERAPIA E PIANTE OFFICINALI

L’architetto paesaggista Cristiano Del Toro presenterà l’uso delle piante officinali nel giardino naturale, il professor Roberto Quercia parlerà di pranoterapia e poi verrà proiettato un video dove la Dott. naturopata e maestro di arti marziali 3° DUAN Rita Niero presenterà le miracolose proprietà delle piante e dei rimedi naturali, introducendo l’aromaterapia e gli oli essenziali in aiuto alla disciplina quotidiana che ognuno di noi dovrebbe applicare alla propria esistenza nella ricerca di un equilibrio in cui il corpo possa gioire delle sue miracolose potenzialità. Subito dopo sarà proiettata l’esecuzione di una forma di kung fu mantide religiosa sette stelle e saranno illustrati i principi della scuola di arti marziali Hé Jia Quán.

DOMENICA 18 SETTEMBRE ORE 18:30 - STORIA DELLA DIVINAZIONE E SEGNI ZODIACALI

Luca Torzolini narrerà la storia della divinazione dagli albori dell’umanità fino ad oggi e introdurrà le differenti discipline profetiche usando un approccio sincronico e diacronico, facendo luce sulle differenze di visione e utilizzo fra le varie culture. Passerà dalla spiegazione dei temi astrali e dei segni zodiacali, ai tarocchi, all’angelologia, all’I-Ching fino ai cristalli dell’acqua di Masaru Emoto. Poiché ogni metodo di divinazione presuppone una preparazione culturale e dei presupposti logici, sarà finalmente possibile vivere un’esperienza omnicomprensiva di un argomento tanto amato quanto banalizzato dall’utilizzo strumentale che mass media e persone dello spettacolo hanno sempre esasperato fino a creare pregiudizi e false credenze. Sarà proprio così che quest’incontro donerà al pubblico delle conoscenze iniziatiche, le basi del pensiero positivo e le conclusioni della scienza contemporanea per avere coscienza sul proprio destino e comprendere le infinite possibilità del libero arbitri.

Come si può parlare di editoria al giorno d’oggi senza essere banali? Quali sono i tasti da spingere perché la curiosità divenga l’unico vettore per transitare le persone e gli autori verso la letteratura?
Quali e quanti editori intendono uscire dal perimetro del libro per andare incontro alla realtà? Quanti intendono osservarla da vicino senza alterarne i contorni a proprio piacimento? Forse c'è un nome che ha tentato una strada diversa dai suoi predecessori ed è SelkInk.
Due amiche, Denise Sarrecchia e Daniela Baranello, una grafica, illustratrice e autrice e l’altra giornalista e traduttrice, hanno fondato, nei primi mesi del 2021, uno studio editoriale online che nasce dalla passione per i libri, spingendosi sempre di più verso un sogno comune: quello di aprire una libreria.
Lavorando nel campo dell’editoria da tanti anni, più volte si sono chieste come sarebbe stato aprire qualcosa di proprio, qualcosa che portasse un marchio e che desse stimoli nuovi su cui basare la loro vita creativa. Anche il nome SelkInk nasce da una passione comune: l’amore di entrambe per l’Irlanda e la Scozia e le leggende folkloristiche che nascono dalla cultura di questi Paesi nordici. Tra le tante, si sono innamorate del mito delle selkie, conosciute in Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés, le leggendarie donne-foca che arrivano dal mare e si spogliano del loro manto per andare sulla Terra e infine tornare alle loro origini, un richiamo per loro istintivo e che non possono non ascoltare.

Come le foche, creature speciali che nel mondo naturale si sono evolute e adattate nel tempo, anche le due donne hanno voluto mostrare un particolare spirito di adattamento a questa “strana” crisi mondiale iniziata nel 2020, che spinge così facilmente ad un “sommesso ritiro”.
Ed è con questo spirito di rinascita che le due fondatrici hanno creato un team di liberi professionisti e fondato SelkInk, volto non solo ad offrire servizi editoriali e di comunicazione (traduzione, grafica, impaginazione, correzione di bozze, editing e assistenza nella pubblicazione di nuove opere) ma anche a valorizzare la competenza di ogni componente, dando luce al talento e cercando di creare lavoro attraverso il famoso quanto prezioso principio dell’unione che fa la forza.

“Imparare è un dono, sapere è un traguardo, condividere è un privilegio”. Questo il principio sul quale il team SelkInk ci propone anche dei corsi di formazione, dall’approccio alternativo e meno accademico, che permettono di imparare attraverso la pratica e gli interessi culturali. Si va dall’approccio individuale nello studio del giapponese alla grafica e autopubblicazione, dalla scrittura geroglifica alle serie tv in lingua straniera. Alla base una forte volontà di condividere la propria esperienza, tracciando un percorso che faciliti il processo di formazione facendola percepire come qualcosa di umanamente irrinunciabile e non solo come una semplice rincorsa a riempire il cv.

Tante iniziative per un team appena nato, eppure la visione delle due fondatrici non si ferma a servizi, corsi e consulenze.

SelkInk è pronto a realizzare e promuovere progetti solidali che favoriscano l’istruzione e lo scambio culturale, la conoscenza e l’accoglienza. Come LISA, per esempio.
LISA, acronimo di Libri per un’Istruzione Solidale e Accogliente, è un progetto nato dalla voglia di sfruttare il potere delle storie di creare ponti e legami tra realtà, luoghi, tempi diversi. Dalla voglia di trasformare la solidarietà in un atto concreto. Grazie a una rete di collaborazioni con associazioni solidali impegnate nella diffusione di un sistema di istruzione per i ragazzi di Paesi in via di sviluppo, Daniela e Denise vogliono raccogliere storie, testi, fotografie, e… trasformarli!
Dopotutto, la missione di SelkInk è proprio quella di trasformare le storie. Tutto il materiale raccolto grazie al progetto sarà editato, tradotto, impaginato, illustrato e pubblicato in un’antologia acquistabile su tutto il territorio nazionale e internazionale. Parte dei proventi derivati dalla vendita saranno quindi destinati all’associazione partner.
LISA vuole dare una voce a storie che a noi non arrivano, se non nella forma tragica, spesso scelta dai media d’informazione. LISA vuole parlare ai piccoli lettori, ma anche a quelli grandi, e accompagnarli in un viaggio attraverso la realtà di chi abita al di là del mare, che rende un passo più vicini.
Quest’ultimo progetto è in fase di definizione e loro sono pronte ad accogliere nuove collaborazioni per puntare il dito sul mappamondo e raccogliere storie.
Qualsiasi associazione solidale o ente interessato al progetto può contattare l’indirizzo selkinkstudio@gmail.com per avere maggiori informazioni.
Non è un viaggio facile quello di Lisa, e neanche quello che hanno scelto Denise e Daniela, ma cose come passione e volontà in mano a giovani sognatrici possono essere qualcosa di molto potente, se non di rivoluzionario. E dalle loro parole, ci fanno ben sperare…

“Siamo pronte per questo nuovo viaggio e da qualunque parte del mondo veniate a farci visita, faremo di tutto per portarvi lontano, facendovi sentire a casa.

 

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Carlo D’Urso

di Luca Torzolini

L’umano essere non trascende dal ripetersi dell’errore. Eppure il detto dice che perseverare è diabolico, ma l’errare umano sembra ripetersi fino ad elemosinare il tenebroso aggettivo. Stillicidio dunque, come vocabolario insegna, è anche il “ripetersi monotono e insistente dei fatti, spesso motivo di fastidio e contrarietà”, ma non certo per le lobby economiche che detengono il potere, né per quelle politiche che occultano i dittatori economici rappresentandoli al prezzo della totale mancanza di dignità. Stillicidio come gocciolamento o deflusso lento e continuato, dice nuovamente il vocabolario… sapete che è una famosa tortura quella della goccia fredda e ripetuta che porta alla follia? Come le pubblicità manipolative e sempre più integrate agli strumenti di comunicazione, come le ingiustizie verso le classi povere, come quest’invettiva, scritta da molte penne già in passato con la speranza che nessuno debba scriverne ancora in futuro.
Lungi dall’interpretare la poesia dell’autore Flavio Sciolè, mi ritrovo a condividere la visione sul mood contemporaneo, rispetto a cui vado fieramente in controtendenza per voglia di costruzione e ricerca di scintille, fuochi fatui e luci abbaglianti. Da sperimentatore e forse ancora profano nel campo della musica, mi appresto a tentare di capire come la rumoristica e le melodie polistrumentali possano collaborare con la dizione poetica e l’azione antiteatrale.
Il singolo verrà distribuito nei prossimi mesi per la Kutmusic Italhouse, label pescarese di Nicola Battista.
La regia della performance interpretativa che vede il poeta in commistione con il musicista è dunque in armonia con quella visione: la narrazione è destrutturata, la colorazione delle immagini è desaturata, la camera costantemente a mano rappresenta la vita e la precarietà del momento contemporaneo. Il parodosso di una rappresentazione video post prodotta di un’opera improvvisata doveva attingere a corde di cinematografia underground e manifesti cinematografici che evocano l’assoluta anarchia tecnica, emancipandosi persino dal volersi manifestare in una semiotica carica di un qualche giudizio di valore.
Il musicista Antonio Feriozzi ci ricorda che “quel bip di sottofondo, come un acufene, è il disturbo perenne di eventi quotidiani in disaccordo con le possibili armonie umane. Bisogna disintegrare suoni/rumori e silenzi: nella decomposizione musicale il tempo e lo spazio morirono ieri e il suono vive in più dimensioni contemporaneamente... la vita e la morte dell'artificio coesistono.”
La goccia che s’infrange rappresenta la rottura della forma musicale canonica, suoni taglienti e acuti creati dagli strumenti a corda si uniscono a strumenti più dolci e melodici ma volutamente privi di una partitura o di una struttura prepensata. Riprendendo il manifesto futurista cui ha partecipato anche Luigi Russolo e un suo libro “L’arte dei rumori”, l’errore e la decomposizione della parola vengono accompagnate senza regole in un’arte del presente.
Flavio Sciolè ci racconta che "Quando Antonio mi ha proposto una collaborazione ho subito cercato di capire quale testo utilizzare. La scelta è ricaduta su 'Stillicidio' pubblicata qualche mese prima (nella raccolta 'Nel Disincanto Asociale', Maldoror Press, 2019). Questa poesia mi rappresenta sia rispetto alla fusione panteista con la natura sia esteticamente. Le parole di cui è pregna erano quelle adatte al mio inceppato disarticolare e masticare in voce. Sono soddisfatto del risultato, i suoni si sono fusi alla mia vocalità in un incrocio di sinergie e vortici restituendo l'istanza del momento e cristallizzandola eternamente."

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi delle scuole straniere di acting? Secondo te sono superiori a quelle italiane? Perché?
Dal momento in cui non ho mai studiato recitazione in una scuola italiana non mi posso permettere di dire molto a riguardo. Comunque ritengo che le scuole di recitazione in America siano più prestigiose di quelle italiane per un semplice fatto, il budget. Dal momento che questo e’ un paese ricco le scuole sono meglio organizzate, ti fanno studiare nel dettaglio materia per materia in maniera molto specializzata e hanno gli spazi ideali per far si che gli attori possano imparare, studiare e - più importante di tutto - recitare.  Io nella mia esperienza all’American Academy Of Dramatic Arts, ho imparato molte cose che non avrei mai fatto se fossi stato in Italia. Abbiamo imparato a ballare il Jazz, il Charleston, Il Valzer. Ci hanno insegnato come ballare le danze di corte che si facevano nel 1200, 1300 di fronte al re. Avevamo 6 classi a semestre suddivise tra Acting, Voice & Speech, Movement, Theatre History, Shakespeare, Stage Combat, Audition e molte altre. Questa scuola ci ha preparato e insegnato tutto riguardo la recitazione con metodi nuovi come Misner, Alexander technique e molte altre. Ma verso la fine dei 2 anni ci hanno insegnato anche come fare le audizioni per come lo standard Hollywoodiano richiede. Insomma uno studio della recitazione fatto a 360 gradi. Come ogni attore dovrebbe. In Italia purtroppo questa possibilità non esiste per colpa della nostra corruzione, della nostra non volontà di investire sui giovani e sull'arte e per colpa di un paese governato da persone vecchie senza sogni e aspettative per il futuro e senza rispetto per i posteri che dovrebbero avere l'ardua sentenza.

Cosa pensi della situazione attuale del cinema hollywoodiano? Tornerà un nuovo Kenneth Anger?
La situazione attuale del cinema hollywoodiano oggi Venerdì 28 Agosto 2020 e’ a terra, ma secondo me anche prima del Covid. Tranne chi vive nell underground e pochi registi famosi come Christopher Nolan a mio avviso e  Bong Joon-ho sono gli unici che a mio avviso cercano di produrre e creare film nuovi che nessuno ha mai visto, poiché tutti gli altri continuano a fare gli stessi film, le stesse idee, ed e’ come se ci fosse una saturazione di progetti dove e’ difficile trovare quelli che hanno veramente valore. Lo stesso Kenneth Anger è stato descritto come "uno dei primi registi americani apertamente gay, e certamente il primo il cui lavoro ha affrontato l'omosessualità in modo palese e auto-implicante", e il suo "ruolo nel rendere la cultura gay visibile all'interno del cinema americano, commerciale o altro è assoluto", con molte pellicole rilasciate prima della legalizzazione degli atti omosessuali tra adulti consenzienti negli Stati Uniti. Ci vorrà del tempo prima di vedere qualcuno come lui.

Quanto le tue radici europee hanno influenzato il tuo modo di fare cinema?
Totalmente. Specialmente l’istruzione classica che ho ricevuto grazie al liceo classico. Tutte le tragedie greche e romane, le opere latine, la storia, la filosofia che ho studiato con passione e impegno mi hanno permesso di pensare in maniera ampia con un ampio sguardo d'insieme e di conoscere l'arte e da dove tutto deriva specialmente le parole che oggi giorno usiamo derivano tutte dal greco antico. Questa conoscenza e’ stata in un certo senso il mio potere qui in America e nel mio percorso da artista e attore. Il classico ha influenzato il mio modo di pensare e di pensare da solo e questo senza dubbio e’ la benzina che permette a me di fare cinema con un messaggio, un senso e un piacere. Gli americani non sono colti come chi vive in Europa. Chi vuole diventare colto in America lo deve fare da solo poiché altrimenti nessuno ti insegna le arti classiche con la stessa passione che avrebbe uno in Europa. In aggiunta il fatto di essere romano, nato a Roma, mi ha permesso di portare la bandiera italiana all’estero e far vedere tutta la nostra bellezza e non parlo di quella fisica degli italiani ma della cultura, del modo di pensare, di essere e di vivere. Poiché chi e’ nato e vive in Italia sa che il nostro e’ un piccolo paese ma che fa invidia a tutto il mondo per la numerosità di ciò che possediamo: dal sole, al modo di mangiare fino a quello di comportarsi con le persone. Insomma nella botte piccola ci sta il vino buono e il vino buono ha un gusto particolare. E spero che lo stesso si possa dire di me.

Il tuo vivere il cinema come regista che vantaggi ti ha dato per la tua carriera da attore?
Ti ringrazio della domanda poiché me ne ha dati molti. Quando decisi di diventare un attore e studiare per farlo, pensai di studiare due lauree insieme, diciamo. Regia e Recitazione per Teatro e Film. Io in quel momento ho capito che per poter diventare un grande attore come i miei idoli, dovevo avere ben impresso in mente come funziona tutto attorno a me e non solo la recitazione. Quindi dissi a me stesso: “Mario per poter diventare uno degli attori più bravi del mondo devi sapere come si fanno tutti gli altri lavori intorno a te per sapere non solo come si fa quella professione ma conoscere le ansie e i pensieri che ogni lavoro provoca nella persona che lo sta facendo”. Insomma già da lì  dissi a me stesso che mi dovevo immedesimare negli altri prima di farlo in me. Come un attore che interpreta delle parti, io ho cominciato a vestire i panni delle persone che da quel momento in poi avrei avuto sempre al mio fianco. Dunque ho fatto Script Writing, Set design, Producing, AD, PA, Cinematographer, Editor e Director. Questa è stata come una luce nel buio. Fare tutti quei lavori durante l’Università mi ha permesso di vedere le cose da diversi punti di vista letteralmente come vedere una scena di un film da molte angolature diverse. Così io imparai nello specifico le tempistiche e le responsabilità che ogni lavoro aveva e come si differenziano tra di loro. Insomma adesso quando recito sono molto più consapevole di quello che mi succede intorno, rispetto a quanto potessi esserlo prima. Adesso so come facilitare il lavoro degli altri con la mia performance e con cose semplicissime come avere pazienza, dare il profilo giusto, non muoversi troppo una volta che l'inquadratura è stata costruita, capire come puoi muoverti a seconde di quale obiettivo viene usato. La velocità con cui da attore devo camminare o correre, mentre la scena viene riprese, insomma dettagli di mestiere che se conosciuti e tenuti d’occhio possono facilitare il lavoro di tutti e permettere al regista di andare avanti e perdere tempo nel creare e non nel discutere o rifare perché qualcuno non ha sentito o non sa come muoversi.

Ti preferisci come attore o come regista?
Attore.

Come affronti i personaggi da interpretare?
Dipende. Ma nell’accademia ci hanno insegnato a fare una biografia del personaggio molto dettagliata anche se il copione per l'audizione è di mezza pagina. La biografia consiste nello scrivere in prima persona e non in terza, per sentirsi immediatamente  il personaggio e cominciare a pensare come lui. Scrivere come ti chiami, da dove vieni, immaginare il tuo passato, la tua infanzia, e scriverla come se stessi raccontando una storia di quando eri piccolo. Cominciare a metterci il tuo e renderlo il vostro.  Inoltre nella biografia vanno fatte tre colonne: una dove metto le SIMILARITIES con il personaggio ad esempio abbiamo tutti e due i capelli neri, o abbiamo tutti e due 26 anni. Nella seconda vanno le DIFFERENCES ovvero le cose che io e il personaggio non abbiamo in comune, come ad esempio, io vengo da Roma e il personaggio da qualsiasi altra parte del mondo. O come io sono figlio unico e magari il personaggio e’ un fratello di qualcuno. Nella terza e ultima colonna  vanno i CONNECTORS ovvero le cose che mi mettono in relazione  al personaggio come per esempio se il personaggio e’ più vecchio di me un CONNETTORE  a riguardo può essere che a me hanno sempre visto  più grande di quello che ero.
Comunque un errore che molto attori, alle prime armi, fanno e’ farsi la domanda sbagliata.
“Arresting performance by an actor is not a matter of style or rehearsal, but of self-knowledge and an inescapable desire for complete personal exposure. That compulsion for public emotional nakedness drives the actor to ask not, “Who must I become to create the character?” but to ask, “Who does the character become because I play it?” Cit Laurence Oliver.

Cosa ne pensi del metodo Stanislavskij?
Interessante. L’ho provato, mi e’ piaciuto. Ma adesso e’ superato. Mi trovo bene con Misner e altre tecniche che se le dico non hanno più valore e quindi perdono l'effetto così tanto da far si che poi io non le possa più usare, quindi chiedo scusa ma non posso rivelarle.

Cosa ti colpisce solitamente in un copione?
La descrizione del personaggio, quando vieni inserita. Le battute e come sono scritte. E soprattutto le sezioni cancellate quando faccio un audizione. Sono le parti più importanti poiché anche se non vanno inserite nel self-tape sono di fondamentale importanza per capire il mood della scena.

Cosa ti fa scegliere di proporti per un film?
Dipende, a volte vado per type, ovvero vado per quello che sembro, il famoso type casting. Altre volte invece mi propongo perché credo di poter dare qualcosa di unico a quel personaggio. Ma spesso non funziona così. Sarebbe un sogno fare il ruolo che vuoi

Che differenze ci sono tra il fare cinema in Italia, in Europa e in America?
Come ho detto precedentemente i soldi sono un gran fattore. In Italia siamo artist nati, con un senso dell’arte diverso da tutto il mondo e la storia parla per noi. Il peccato e’ che avendo così tanti artisti di talento nessuno riesce a fare quello che vuole fare come vorrebbe farlo. L’Italia sta sempre 10 anni indietro rispetto a tutti. Per L’Europa il discorso e’ un po diverso poiché come stiamo vedendo ormai da un po di anni gli attori più bravi escono fuori soprattutto dall'Inghilterra e non dall’America. Il Regno Unito a mio avviso e’ primo in classifica per intenderci. Anche la Germania e la Francia stanno molto più al passo con i tempi di noi italiani. Per intenderci l’Europa non produce il classico film americano, lo fa in modo molto più originale. Comunque in America non tutto e’ negativo. Le produzioni sono maggiori, dove tutto e’ pi grande dal set, al casting, agli attori e così via. Lavorare su un set in America non equivale a nessun altro set nel mondo. Da attore, bisogna capire quali sono i lavori giusti da prendere e quali da scartare, indipendentemente da dove siano girati.

Cosa ti gratifica di più nella recitazione?
Il fatto di essere libero, di sapere che l’unico limite che ho e’ l’immaginazione. La consapevolezza di sapere  che ciò’ che faccio e’ finzione non esiste o per meglio dire il lavoro di noi attori consiste nel risolvere problemi fittizi di personaggi fittizi, un po lo stesso modo in cui noi umani stiamo affrontando il problema del riscaldamento globale.  Un’ altra cosa che mi gratifica e’ che non lo sto facendo per me ma per l’altro. Il mio acting partner e per il pubblico che guarda. Non si può dare senza qualcuno che riceve. O meglio quando si da con amore anche per la propria professione, e’ impossibile non ricevere qualcosa indietro poiché amore no rifiuta amore. Dante lo dice nella divina commedia. “Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona.” La sensazione che si prova quando ad esempio il pubblico a teatro ride sulla tua battuta, o quando hai un momento serio tutto il teatro e’ muto e la tensione si potrebbe tagliare con un coltello, oppure quando su un set fai un take e lasci tutta la crew di stucco, queste sono delle emozioni indescrivibili, dove una volta sentite sono come una droga, un fuoco che ti pervade e che non puoi più farne a meno. Come se fossimo dei mostri che si nutrono di emozioni, reazioni e sensazioni. Se lo psicologo e’ il dottore della mento l’attore e’ il dottore dell’anima.

Come sei arrivato al rap?
Grazie all’inglese e alla necessità di esprimere dire la mia a mio modo in un epoca dove la comunicazione diventa sempre più estinta giorno per giorno e l’omologazione e’ diventate il vestito preferito da mettere per tutti. La necessità di avere un'identità mia e non degli altri fatta dagli altri.  L'Hip Hop non ha inventato qualcosa ma piuttosto ha inventato tutto. Nato nel 1993 già all'età di 10 anni mi resi conto di trovarmi al centro e all’inizio di un'era musicale tutta da vedere dove il Rap e l’Hip Hop stavano diventando Mainstream, rivoluzionando tutto il mondo quello musicale e non.

Quali sono state le influenze che ti hanno portato a scegliere questo genere musicale?
Per quanto riguarda l’Italia le mie influenze sono state: Fabri Fibra, Club Dogo, Neffa, Cor Veleno, Colle der Fomento, Gemitaiz, Truceklan. Per quanto riguarda l’America invece: ovviamente 2Pac, Notorious B.I.G. Sugar Hill Gang, LL Cool J, Big Daddy Kane, Grandmaster Flash & The Furious 5, Cypress Hill, Dr. DRE, Fharrell, Eminem, Immortal Technique, Snoop Dog, NAS, WU-Tang, Rakim, ICE-T, Mobb Deep, Run-DMC, Rick Rubin, Russell Simmons, De La Soul, KRS-One,NWA, ICE CUBE, and molti altri.

Come si colloca il tuo rap in America rispetto al classico rap americano?
Diverso poiché viene fatto da un Italiano. Io come secondo me nessuno o meglio nessun italiano, e’ in grado di fare quello che faccio io . Grazie al fatto di aver potuto studiare l’inglese sin da piccolo alle elementari, questo ha ha permesso a me di conoscere meglio la lingua inglese di quella italiana sin da piccolissimo. Semplicemente a 6 anni parlavo molto più l’inglese dell’italiano. Successivamente dopo aver terminato la scuola Americana da piccolo,  il liceo classico a Roma e l'università in Inghilterra, io ero un italiano con l’istruzione classica con una conoscenza professionale dell’inglese. Questo mi ha permesso di scrivere in tutte e due le lingue ed essere capito in tutte e due. Ora dopo l’accademia di recitazione fatta qui a Los Angeles io adesso ho imparato anche a parlare nei diversi dialetti americani e inglesi. Questa qualità di attore permette a me di condensarla nella musica per dimostrare di essere capace di fare, e ricreare quei suoi soliti americani e inglesi che perso non sono i miei in quanto italiano ma esercitarsi così tanto affinché li possa padroneggiare per infine renderli miei. Questo non credo sia una cosa che molti italiani possano fare non perché io ho qualcosa in più ma semplicemente perché non tutti gli italiani cominciano a studiare l'inglese sin da piccolissimi e poi decidere di applicarlo nella recitazione o nella musica come liricista.

Cosa pensi di LOU X, uno dei rapper iconici dell'Italia anni 90?
Venendo da Roma LOU X non e’ stato un nome molto conosciuto poiché avevamo Colle Der Fomento, Neffa, poi con Uomini Di Mare di Fabri Fibra e’ cambiato un po tutto il gioco. Ho sentito qualche canzone di LOU X e per i temi trattati e le strumentali mi ricorda in un certo senso il Truceklan.

Che sperimentazioni e incroci prevedi di fare nel percorso dei tuoi progetti futuri? Perché?
Ho diversi progetti in mente. Uno sicuramente e’ dimostrare che posso rappare soprattutto in inglese essendo italiano. Successivamente vorrei fare un progetto dove avrò un accento americano diverso per ogni canzone dimostrando la versatilità che mi appartiene . Inoltre vorrei fare un disco prodotto da qualcuno qui in America per avere quel sound particolare che esiste solo nella West Coast.

Cosa intendi esprimere con i tuoi testi? Qual è il messaggio?
Parlo di me ma non in maniera auto-celebrativa anzi proprio il contrario. Il messaggio che vorrei mandare con i miei testi e’ quello di far capire a tutti che possiamo essere liberi e padroni del nostro mondo. Cerco di combattere la superbia di chi crede di essere meglio degli altri. Le parole sono l’arma più potente che noi abbiamo e credo che con esse si possa cambiare il mondo in meglio. Messaggio molto esistenzialista.

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